«Più libri più liberi» dicono a Roma – anche se tanti libri li fanno gli editori a pagamento

 

 

di: Guido Tedoldi

 

All’edizione 2012 di «Più libri più liberi», fiera della piccola e media editoria che si è svolta per l’11ª volta a Roma dal 6 al 9 dicembre scorsi, c’erano oltre 400 espositori che presentavano 60˙000 titoli. Tra di loro c’erano anche 26 Eap, cioè editori a pagamento (li ha contati Carolina Cutolo per PubblicoGiornale, qui il link al suo articolo online).

La cosa è sembrata incongrua anche a Marco Polillo, presidente dell’Aie, cioè dell’Associazione italiana editori che riunisce e rappresenta le aziende che intraprendono nel settore librario. Secondo lui gli Eap non hanno titolo di chiamarsi «editori» perché non credono nei libri che producono: infatti non li distribuiscono secondo i canali tradizionali della vendita in libreria, da cui ottenere i proventi con cui pagare autori e collaboratori, bensì fanno pagare tutte le spese agli autori. Ovvero, si comportano da meri stampatori.

L’opinione di Polillo è stata riportata da Roberto Russo sul sito web BooksBlog, qui il link, ed è ben articolata: «L’editoria è una cosa. Il pagamento diventa una cosa diversa, nel senso che l’editore fa questo mestiere rischiando qualcosa del suo, perché crede nel prodotto che fa e crede nel fatto di portare al pubblico attraverso librerie e grande distribuzione testi che possono piacere o no. L’editore a pagamento in realtà è uno stampatore. Nel senso che se non trovo una casa editrice che pubblica magari trovo uno stampatore disposto a stampare un certo numero di libri, magari da regalare a Natale ad amici e parenti. Chi pensa di fare l’editore facendosi pagare non è più automaticamente un editore. Anche perché questi editori a pagamento dicono che sono in grado di mettere in distribuzione i libri che stampano, ma non è così, al massimo mettono alcune copie presso librerie amiche, ma non è distribuzione quella. Sono contrarissimo agli editori a pagamento».

 

Su internet e non solo la polemica infuria da tempo, con toni più o meno accesi. C’è anche chi ha pubblicato una lista di Eap per mettere in guardia gli autori, soprattutto esordienti, e c’è chi ha considerato tale lista una sorta di messa all’indice, o di condanna preventiva senza appello e meritevole di querela.

Ci sono imprenditori che non considerano sé stessi Eap nemmeno di fronte all’evidenza di contratti firmati e mostrati in pubblico, e altri che puntualizzano in virtù di un’attività condotta perlomeno su un «doppio binario», cioè tramite la stampa a pagamento di alcuni titoli e la contemporanea pubblicazione e distribuzione nei canali ortodossi di altri titoli.

 

Sullo sfondo c’è l’editoria intesa come impresa economica, che in tempi di crisi come questi registra fatturati in diminuzione, aziende che falliscono e lavoratori in diminuzione.

Nei meandri del sito web dedicato alla fiera (qui) si trovano dati preoccupanti. Tra 2010 e 2011 le case editrici italiane piccole e medie sono diminuite del 4,5% (erano 2˙797, sono 2˙672) hanno pubblicato il 9,7% in meno di libri (erano 25˙874, sono 23˙351) e hanno licenziato l’11,7% dei dipendenti (erano 6˙650, sono 5˙875).

 

Questi dati economici negativi hanno dell’incredibile. Siamo nel periodo storico con la più alta percentuale di popolazione alfabetizzata, e quindi con la maggior quantità mai vista di possibili clienti per le aziende editrici – e proprio in questo periodo quelle aziende sono in crisi.

Forse perché «popolazione alfabetizzata» significa numero gigantesco di persone capaci di scrivere, mentre l’industria editoriale è nata invece in epoche in cui gli analfabeti erano preponderanti. Il modello operativo su cui storicamente si sono basati gli editori è stato di far da tramite tra i pochi in grado di scrivere e i pochi in grado di leggere. Tutte queste persone, sia dal lato della produzione sia dal lato del consumo, avevano perlopiù mezzi economici tali da permettere di partecipare alle spese di stampa dei libri.

Gli Eap di oggi non hanno fatto altro che replicare quel modello, solo adattandolo a tempi con un maggior numero di persone in grado di scrivere e con mezzi tecnologici che consentono di abbattere radicalmente i costi. Così a pagarsi la pubblicazione possono essere in tanti, anche se dotati di mezzi economici limitati.

 

Ma i numeri della crisi mostrano anche un’altra incapacità, da parte dell’industria editoriale: quella di raggiungere i lettori, di interessarli, di farsi pagare da loro.

Nell’epoca dell’alfabetizzazione di massa sono di massa anche il precariato lavorativo e la disoccupazione. Così chi è in interessato a leggere non ha i soldi per comprare libri. Non ci sono sconti che tengano, o promozioni: per chi legge tanto qualsiasi prezzo dei libri è troppo alto. Viceversa per chi non legge il prezzo dei libri è indifferente. Potrebbe essere anche di diversi ordini di grandezza superiore. Per chi non legge, il libro è un oggetto paragonabile a qualsiasi altro, e come qualsiasi altro regalabile a Natale (e non per niente a Natale le case editrici italiane realizzano più della metà dell’intero fatturato annuo).

È un paradosso: chi legge non può pagare, chi non legge può spendere di più. L’editore che scoprirà come venirne a capo, diventerà prevedibilmente in breve tempo il dominatore del settore.

8 pensieri su “«Più libri più liberi» dicono a Roma – anche se tanti libri li fanno gli editori a pagamento

  1. Sono completamente d’accordo! Gli editori che pubblicano a spese dell’autore non credono e addirittura non leggono, anche se hanno fantomatici comitati di lettura, le opere in pubblicazione. I piccoli editori in particolare si servono di nomi già affermati per dare lustro alla propria casa editrice, pubblicano gratis solo costoro e poi, voilà, venga quel che venga! Non sono editori, ma semplici stampatori, proprio così. Grazie per quest’articolo così limpido e coraggioso.

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  2. C’è anche da dire che tanta gente non legge (più) perché ne ha già fin sopra i capelli della televisione, che gli racconta le storie in forma di film e lo erudisce (o gli lava il cervello) a base di documentari e talk show. Per tutti gli altri, poi, c’è internet. Poco da fare: i libri ormai sono una nicchia.

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  3. Io non me ne intendo molto, però mi accorgo che le grandi case editrici per lo più spingono e mettono in evidenza i libri più commerciali e non puntano più sulla qualità del libro.
    Un autore che vale, che ha qualcosa di vero da comunicare, spesso non trova un editore che crede in lui e, anche se gli crede, non lo pubblica perché non è conveniente: un libro di nicchia ha un pubblico di nicchia ed il guadagno non è assicurato. Meglio mettere in vetrina un libro di cucina di qualche personaggio televisivo: la vendita è garantita, soprattutto sotto Natale!

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  4. I libri che ci rendono liberi sono quelli che ci lasciano qualcosa nel cuore o nel labirinto della nostra memoria,perché questo tipo di libri ci insegna a pensare e a non essere dei perfetti automi non pensanti.

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