Vivalascuola. Buone feste, buon anno, buone letture!

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Arriva sul finire del 2012 la notizia che riassume la storia degli ultimi anni della scuola italiana. All’indagine Pirls (Progress in International Reading Literacy Study) in lettura i bambini delle quarte elementari italiane passano dal sesto posto del 2006 al sedicesimo del 2011. Sono le prime rilevazioni internazionali che registrano l’effetto della “cura Gelmini“. “La cosa è gravissima in sé. E ancor di più, considerando che uno degli obiettivi di Ue 2020 è l’aumento delle capacità di lettura dei sedicenni scolarizzati e la diminuzione della dispersione scolastica. Il rapporto tra incapacità di lettura dalla terza elementare e propensione alla dispersione è attestato da vari studi” (vedi qui).  Negli anni prossimi non potrà che aggravarsi l’allarme lanciato da Tullio De Mauro: “il 70 per cento degli italiani non possiede le competenze ‘per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana“. E nel frattempo l’Italia continua a scendere nella classifica di Transparency International dei Paesi meno corrotti, posizionandosi nel 2012 al 72° posto tra 176 Paesi. Se pensiamo all’Italia, coglie nel segno la presidente di Transparency International, quando afferma che la corruzione “si traduce in sofferenza umana… Inoltre comporta il fallimento di servizi di base come l’istruzione o le infrastrutture pubbliche“. E’ ancora una volta dimostrato che corruzione e ignoranza vanno a braccetto. Il nostro augurio è di buone feste, buon anno, buone letture.

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Don Lorenzo Milani, La parola fa eguali
di Nadia Agustoni

Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, parroco di una quarantina d’anime e maestro di una scuola per bambini e ragazzi poveri, cercò in ogni modo di far capire la funzione del suo modello formativo. La parola fa eguali, Libreria Editrice Fiorentina 2005, a cura di Michele Gesualdi della Fondazione Don Lorenzo Milani, raccoglie lettere e documenti, di cui alcuni inediti, in cui si coglie la tensione e passione morale ed etica del parroco di Barbiana e il coraggio della parola autentica, concretamente in azione.

Parto dalla fine perché vi si riporta un episodio che spiega Don Milani.

Tre giovani cattolici, studenti e dirigenti DC, lo raggiunsero a Barbiana da Reggio mentre Don Lorenzo correggeva le bozze di Lettera a una professoressa.
Anticipa loro i contenuti, poi chiede da dove arrivano, chi sono e cosa fanno.

Saputo che dirigono il Movimento Giovanile della D.C, il prete esplode:

“Schifo! Vergognatevi.”
“Perché?”
“Poverini,.. non capite. Quelli sono posti per i poveri, per i contadini, per gli operai”.
“Certo anche per loro… ma noi”
“Voi servite loro, ascoltateli, aiutateli nelle loro battaglie, insegnate loro a leggere il giornale, ad esprimersi perché possano vincere nella giungla degli uomini ‘perbene’”.
“Va bene, ma la politica…”
“E’ questa la vostra politica, la politica cos’è? Uno strumento per far maturare le cose, per cambiarle, per invertire la bilancia dei privilegi, per far crescere i poveri, per far star meglio chi sta peggio…” (pag. 152)

Leggo, ed è una lezione sul presente, sul fare che non c’è.
La politica degradata ai politici è casta, privilegio abnorme, presa in giro di una nazione.
Mi fermo e proseguo con Barbiana, una scuola totale, poesia totale se esiste.
Scuola severa, spartano il metodo, ma con dentro e intorno l’umanità di un precettore che brucia tutto ciò che ha nello spiegare e nel fare.
Non si stanca Don Lorenzo Milani, butta lì ore di lezione su una sola parola, perché devono capire. Di più; devono viverla quella parola.

Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi.” (pag. 19 Lettera a Ettore Bernabei, direttore del “Giornale del Mattino” di Firenze)

Don Milani non rende le cose facili agli studenti di Barbiana. Pretende l’eccellenza, come la intende lui, stando svegli e sulle cose, imparando tutte le materie, la lingua e le lingue e viaggiando, perché viaggio è l’incontro con culture e mondi vicini e meno vicini, ma sempre mondo di uomini che devono parlarsi.

Parole come personaggi si chiama una tua rubrica. Ecco questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata.” (pag. 19, ibidem)

Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio ( chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Questa non fa parte delle necessità professionali, ma delle necessità di vita d’ogni uomo, dal primo all’ultimo che si vuol dire uomo”. (pagg. 19-20, ibidem)

Un’idea di umanità legata alla parola è ribadita costantemente, incessantemente.
I bambini, i ragazzi e i genitori coinvolti a Barbiana ne sono altrettanto consapevoli.
Il “maesto sovrano” li convince sperimentando con loro la comunità, il crescere insieme, un camminare non solo nel mondo, ma dentro le lingue che ne sono radice.
I ragazzi imparano l’italiano, ma anche il francese, l’inglese, l’arabo.
Imparano davvero e parlano quelle lingue correntemente andando all’estero per lavoro e per viaggiare. L’una e l’altra cosa insieme.

In una lettera a Don Bensi dove Don Milani difende l’austerità della sua scuola scrive:

Il poter studiare non è un sacrificio è una grazia e va pagata cara, più cara del costo del lavoro nei campi. Se no la scuola è corruttrice e sforna bellimbusti pretenziosi e viziati”. (pag. 22, Lettera a Don Bensi)

Su “Pubblico” di sabato 24 novembre c’è un articolo in cui si parla dei ragazzi di una scuola romana che dopo un’assemblea scendono in strada a leggere a voce alta gli articoli della Costituzione Italiana. L’episodio è un esempio di democrazia o meglio del buon uso della democrazia. A Barbiana diversi alunni diventarono sindacalisti e Don Milani parlò sempre dell’arma dello sciopero per chiedere o difendere i propri diritti.

La Costituzione Italiana lassù la conoscevano e la lettura dei quotidiani era parte integrante delle lezioni.
C’era la volontà di ragionare sul mondo, non per se stessi ma all’interno di un discorso di scuola di classe, che servisse gli ultimi. Sapevano che la parola “classe” allontanava i pavidi, irritava le gerarchie ecclesiastiche e politiche, ma quando questo “prete montanaro” ottenne dall’amministrazione socialista di Calenzano il doposcuola per i bambini poveri, sottolineò in una conferenza che il doposcuola doveva aiutare proprio quei ragazzi che subivano la forte selezione della scuola borghese, che non li accettava, perché per loro era previsto il lavoro nei campi e nelle fabbriche.

Nella “Bozza di lettera dei ragazzi di Barbiana a quelli di Val Piadena sul significato della parola borghese” si legge:

Per esempio i borghesi costruiscono lo stadio per addormentare i poveri e i poveri da parte loro corrono come pecore, spendono, urlano e trascurano la scuola, il partito, il sindacato. Proprio come volevano i ricchi.” (pag. 146)

Edoarda Masi fu pungente a proposito dell’effimera estate romana che ebbe luogo dal 1976 al 1985, quando parla nel suo Il Libro da nascondere (1985) dei giovani sottoproletari che combattevano sul ring e i ragazzi borghesi a guardare, a fare pubblico; ecco una fotografia di “classe”. Non è un caso che Don Lorenzo Milani parlò più volte contro il propinare sport, ricreazione, televisione e ballo ai subalterni, quelli che fanno folklore, tribù e a cui si dà la pacca sulla spalla come fa il padrone con l’operaio. Alla fine se per loro si prevede solo lo svago, ed è qui il punto cruciale, nel dare poco e quel poco è il divertimento, arriviamo all’oblio di classe, alla scomparsa di ogni idea di diritto, alla perdita della parola.

L’inserto culturale del “Corriere della sera” del 25 novembre 2012 ha un lungo articolo sull’analfabetismo di ritorno e i dati sarebbero allarmanti anche fossero meno di quello che viene riportato, eppure non c’è vero scandalo, al che è lecito pensare che il “noi” provvisorio e di comodo della sinistra italiana si dimostra finalizzato al fare carriera o ad occupare posizioni culturali preminenti non certo ad aiutare gli altri.

La parola del Vangelo che Don Milani predicò ai parrocchiani è trattata in una conferenza ai direttori didattici mettendo in chiaro che lui non userà mai una lingua degradata per parlarne.

Resta da dimostrare che i miei parrocchiani intendano l’italiano. Questa è quella cosa che io nego. …. non sono capaci di un discorso lungo, di un discorso complesso, di una lingua che non sia quella che serve per vendere i polli al mercato di Vicchio il giovedì, o nei pettegolezzi delle famiglie…

Una lingua così povera non è assolutamente sufficiente per ricevere la predicazione evangelica. Questa è la condizione, direi di ordine pastorale, che non dovrebbe direttamente interessarvi, ma vi spiega un po’ perché mi occupo di questa cosa.

Su questa premessa, cioè considerarmi un missionario in un paese straniero di cui non conosco la lingua, io avevo ancora la possibilità di studiare la loro lingua e parlare il loro linguaggio, ma mi dispenso dal dimostrarvi che questo linguaggio non esisteva.

Non si può parlare la loro lingua perché è una lingua di basso interesse, di bassi vocaboli. Non bassi in senso cattivo, ma non elevati. Ed io non mi ci abbasso al livello dei miei parrocchiani. Io seguito il mio linguaggio alto e quindi o loro vengono al mio linguaggio o non ci si parla.

Ecco perché ho iniziato il mio apostolato dalla scuola, con l’insegnare la grammatica italiana.” (pagg. 71-72, Conferenza ai direttori didattici)

Le undici, dodici ore di lezione che tiene coi/ai ragazzi sono il marchio di una scuola ininterrotta, dove la passione di educare è “questa disgrazia” di avere a cuore tutto quello che sta a cuore a loro. La parola fa eguali è lettura intensa perché a ogni paragrafo bisognerebbe stilare una lista di domande da porre a noi stessi oggi. L’idea di una scuola facile per esempio, così lontana dal pensiero di Don Lorenzo Milani, che pretendeva qualità, di un certo tipo, ma qualità. E pretendeva presenza, attenzione, dagli studenti certo, ma più dagli insegnanti. Tutto questo è evidente nella scelta delle parole; linguaggio che non si abbassa si, ma mai oscuro. La chiarezza dei concetti colpisce allo stomaco, come quando spiega chi paga le tasse in Italia; chi mantiene tutto quanto il sistema per avere briciole e neanche. E se i tempi sembrano cambiati è solo per lo sguardo superficiale dei più. Scrive nella prefazione Michele Gesualdi:

Il monito di Don Lorenzo circa il valore della cultura dei poveri e il valore dell’insegnamento del linguaggio non è stato affatto recepito né dalla società civile né dalla scuola… La scuola continua a trascurare il problema dell’apprendimento del linguaggio e della capacità espressiva.” (pag. 5)

Don Milani assegnava un grande valore alla cultura contadina e operaia, intesa come capacità e conoscenza legata al fare, ma sapeva che il tallone d’Achille era una lingua mai appresa davvero, che li relegava alla minorità culturale. Sapersi esprimere era anche e prima di tutto essere capaci di chiedere e lottare per i propri diritti, così come comprendere i diritti degli altri; infatti larga parte avevano nell’insegnamento di Don Milani le questioni del razzismo e del colonialismo.

Paolo Freire ne La pedagogia degli oppressi sottolineava una cosa importante:

Gli oppressori… nell’ipocrisia della loro generosità, accusano sempre gli oppressi di instaurare il disamore. E’ ovvio che non danno mai loro il nome di oppressi, ma secondo la situazione li chiamano ‘questa gente’ oppure ‘questa massa cieca e invidiosa” (pagg. 62-63)

Queste non sono espressioni in disuso.
Il linguaggio postmoderno è ormai usato contro le classi subalterne, i discorsi girati come frittate perché si intenda ciò che non è e lo spregio contenuto in “questa gente… loro… questi qui…” lo percepiamo tutti, ma pochi assumono che dire in un certo modo non è più solo “il modo” della reazione, ma anche di una parte di coloro che si dicono progressisti.
Cosa insegnano dunque le esperienze di scuola agli oppressi?

Rimane un nucleo duro, mai scalfito, di disagio e soprattutto non c’è un confronto con un terzo e quarto mondo che chiede istruzione, libri, scuola e si incarna, non a caso, in volti di bambine, uccise, ferite, asfissiate coi gas dai fondamentalisti religiosi, perché chiamano in causa un privilegio allo studio che non si vuole concedere loro.

In Lettera a una professoressa i ragazzi di Barbiana lo dissero ai genitori che rifiutavano lo studio alla figlie: “E’ razzismo anche questo” (pag. 16).

Infine, sempre nella Lettera riportando un’idea di “spirito di classe” scrivono dei borghesi:

Una classe che non ha esitato a scatenare il fascismo, il razzismo, la guerra,la disoccupazione. Se occorresse ‘cambiare tutto perché non cambi nulla’ non esisterà a abbracciare il comunismo.” (pag. 74)

Chiedere alla scuola cultura è chiedere un diritto. Il diritto a pensare, a non essere chiamati carne da stadio o carne da arene televisive. Gli antichi romani fanno capolino anche adesso, sotto mentite spoglie e offrono panem e circenses. I gladiatori rifiutino di combattere contro se stessi e gli altri di essere chi li guarda.

Qui la lezione di Don Milani, di Barbiana, di Malala Yuosafzai, ferita a morte dai Talebani perché simbolo di cambiamento, di Freire e di chi nelle scuole porta la Costituzione. Democrazia vera, in bilico sempre, ma viva.

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Guido Crainz, Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi
di Donato Salzarulo

Ognuno ha dentro di sé le date di una storia che ha vissuto o alla quale ha partecipato. Come protagonista in alcuni momenti, come spettatore in altri. Momenti memorabili, straordinari: 1968… 1977… 1980… 1989… 1992… 1994… Anni in cui è successo qualcosa: uno o più avvenimenti percepiti da me (e non solo) come modifiche profonde di questo o quell’aspetto del paesaggio sociale, mutamenti importanti della storia d’Italia. Una di seguito all’altra, formano anche una sorta di cronologia personale, la rappresentazione di un passato che non passa, ancora vivo dentro e fuori per ciò che ha prodotto.

Sessantotto. Beh, non c’è molto da dire. Qualche anno fa, in occasione del quarantennale, se n’è discusso in lungo e in largo. E’ una data che divide. E’qualcosa di più di una data. E’ l’anno delle rivolte studentesche. Del Maggio francese, della Primavera e dell’occupazione sovietica di Praga, della Rivoluzione Culturale cinese, del Vietnam… Il Sessantotto è internazionale. Il Sessantanove, l’Autunno Caldo e la strage di Piazza Fontana, invece, sono eventi esclusivamente italiani. Quale data è stata più importante per la storia del nostro Paese, la prima o la seconda?… Ricordo lo slogan: «Operai e studenti uniti nella lotta». Il Sessantotto in Italia è durato di più che in altre nazioni. Forse dura ancora se questa destra, sovversiva e sgangherata toccataci in sorte, continua a prenderlo a bersaglio. Ricordate Gelmini e Tremonti?

Anche il movimento del Settantasette ha un sapore prevalentemente italiano. L’anno prima, alle elezioni politiche del giugno 1976, la sinistra rivoluzionaria racimolò l’1,5%. Sconfitta della speranza. Tutte quelle riunioni, quei volantinaggi, quel lavoro politico di massa, quelle manifestazioni, quel nostro parlare con gli operai di piccole e grandi fabbriche, non si traducevano in voto, in adesione programmatica alla costruzione del “partito comunista rivoluzionario”. Ma se un operaio si rifiutava di mettere una croce persino su un simbolo, poteva mai imbracciare un fucile contro lo Stato Imperialista delle Multinazionali?… Secondo la direzione strategica delle BR poteva. Come è finita si sa. Il Settantasette è, comunque, l’anno di un movimento che non pensava più di unire operai e studenti nella lotta, come scandivano i fratelli maggiori del Sessantotto. Gli operai diventarono i “garantiti” e i “non garantiti” cominciarono ad urlare loro addosso. Urlare? Molto di più. Il Settantasette è anche l’anno di John Travolta, della febbre del sabato sera, della crisi della ragione, del riflusso. Cosa stava succedendo? Da un lato terrorismo e violenza politica toglievano parole alle armi della critica, alle speranze di un cambiamento radicale, dall’altro lo sballo, la discoteca, la brillantina. Quali profonde trasformazioni stavano accadendo? Cosa covava nelle visceri sociali?… Un’epoca forse stava tramontando.

L’Ottanta è l’anno della marcia dei quarantamila alla Fiat. La classe operaia, la garantita, invece di scalare i cieli del Paradiso finisce all’Inferno. Il terrorismo rosso è all’apogeo. E’ l’anno della strage nera alla stazione di Bologna. A Danzica gli operai polacchi scioperano. Inizia l’epoca di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. La casa editrice Laterza pubblica un libro di vari autori intitolato Il trionfo del privato. In Francia muoiono Roland Barthes e Jean-Paul Sartre. L’anno prima se n’era andato Herbert Marcuse. Sempre nel 1980 un fan uccide John Lennon, un protagonista dei mitici Beatles. Mitici per me.

1989… Cade il muro di Berlino. Crolla il comunismo reale. Qualsiasi alternativa al sistema capitalistico ritorna nel regno dei sogni. Un’altra società è possibile. Sì, quale?…

1992… Scoppia Tangentopoli. La Prima Repubblica frana…

1994… Berlusconi scende in campo e vince le elezioni politiche.

E’ così che si fa storia? No, è così che funziona la memoria individuale. La mia, in questo caso. La memoria orienta, tiene il filo. Ma è inevitabilmente soggettiva. È importante allora cercare riscontri, valutare i propri frammenti narrativi alla luce di una storia più ampia, collettiva, quella dei “destini generali”. Ma chi la fa questa storia? Chi la racconta?…

Per il tempo storico sinora vissuto, Guido Crainz, che ha suppergiù la mia età ed è docente di storia contemporanea all’Università di Teramo, la racconta meravigliosamente. Mi sembra un ottimo storico, una persona che conosce perfettamente il suo mestiere. Leggendo le sue pagine avverto grande curiosità, passione, voglia di ricerca seria, rigorosa. La sua non è solo la storia dei partiti politici, dei governi che si formano e cadono, delle istituzioni che si rinnovano o ristagnano, delle risposte date o non date dai ceti dirigenti alle questioni sociali, delle occasioni colte o mancate. E’ storia a tutto tondo, capace di chiamare a raccolta e utilizzare le fonti più varie: gli atti parlamentari, i verbali delle sedute delle direzioni dei partiti, le relazioni sull’andamento dei risultati economici, i rapporti Censis, i dati Istat, le trasmissioni televisive, i film, i libri, i romanzi, le canzoni, i fatti di costume…

Si fa storia, insomma, per quanto possibile, della totalità sociale: dell’economico, del politico, del culturale, del sociale… Del materiale e dell’immaginario, delle istituzioni e dei movimenti, del tempo di lavoro e di quello libero (se ancora c’è). Egli ha dedicato molta sua intelligenza ed energia alla comprensione della storia dell’Italia contemporanea, scrivendo opere fondamentali tutte pubblicate dalla Donzelli: Storia del miracolo italiano. Cultura, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessantaIl Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta e, buon ultimo, Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi.

Ho terminato la lettura di questo libro il giorno della Concezione. Tutti i giornali parlavano della ridiscesa in campo del grande comunicatore o del Re Sole, come ha preferito chiamarlo il prof. Monti. Un giornale straniero, senza andar troppo per il sottile, ha titolato “il ritorno della mummia”. Sarà. Crainz illustra bene e con dovizia di dati come e quanto le radici di questo nostro doloroso presente siano ben piantate nella nostra storia. Il berlusconismo non è stata una parentesi né un sogno o un incubo dileguatisi col risveglio. Gli italiani elettori dell’emittente di Arcore non sono una massa di ingannati e creduloni. Il “paese reale” è più berlusconiano di quanto si possa immaginare perchè ha il suo stesso modo di essere italiano.

«Un modo di essere intensamente fondato sul “successo” come valore assoluto; sui consumi come simbolo del progresso individuale e familiare; sulla noncuranza – se non sul disprezzo – per le regole e i vincoli collettivi; sull’aspirazione a un’affermazione personale poco attenta a limitazioni etiche. Sul “rampantismo” per usare un termine degli anni ottanta». (G. Crainz, Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, pag. 43).

E’ con questi comportamenti e modi di essere che bisogna confrontarsi. Teniamone conto, noi che viviamo la scuola come comunità di pratiche e di relazioni. I berluscones ci disprezzano per questo.

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Zygmunt Bauman (in collaborazione con Riccardo Mazzeo), Conversazioni sull’educazione
di Roberto Plevano

Il libro, originariamente redatto in inglese, è una specie di intervista/scambio epistolare in cui Bauman risponde alle sollecitazioni e alle riflessioni di Mazzeo, che del libro è anche il curatore e traduttore. Sono venti domande estese e argomentate che prendono spunto dalla crisi del modello educatico nel mondo contemporaneo, che è crisi epocale, nelle forme e nei contenuti, di un modello di paideia incentrata sull’ideale, in linea di principio universalistico, della formazione del cittadino.

La lettura è piacevole, aiutata dal tono di amicizia e rispetto intellettuale che traspare tra intervistatore e intervistato. Tuttavia il titolo suggerisce un’area tematica, quella dell’istruzione/educazione in occidente, che poi nel corso della conversazione finisce per essere solo una parte dell’oggetto delle analisi di Bauman, ossia la società in cui gli individui vivono in uno stato di permanente incertezza, la politica che pare soltanto assecondare la circolazione della ricchezza finanziaria, vero paradigma pubblico dell’interezza delle esperienze umane, le crescenti disuguaglianze.

La lettura è però anche un’esperienza, come dire, sobering, se non deprimente. La rigorosità dell’indagine sociologica e politica infatti porta a considerazioni e conclusioni piuttosto amare sull’avvenire del nostro mondo, l’unico che abbiamo. Secondo una citazione presa da Milan Kundera, “l’unificazione dell’umanità è consistita finora nel fatto di non avere un posto dove scappare”.

Ci stiamo rendendo conto, dice all’esordio Mazzei, che “le differenza tra gli esseri umani e l’assenza di un modello universale sono destinate a perdurare”. Bauman si concentra sulla realtà britannica (dove lui vive e lavora, ma potrebbe essere qualsiasi luogo del mondo cosiddetto avanzato), notando che “il dispositivo di conversione e di assimilazione, cioè la ricetta premoderna per gestire la presenza degli stranieri, non è più utilizzabile nella condizione attuale di un mondo multicentrico e multiculturale”.

Già alla terza pagina il lettore è sottoposto allo shock di veder citata da Bauman l’auctoritas di Massimo D’Alema, nella sua capacità di Presidente della Fondazione Europea di Studi Progressisti: “l’Europa ha bisogno di immigrati… sono una risorsa, non un pericolo”. Quindi riconoscere diritti sociali e politici, senza timori o avarizie. Qui ovviamente non si può ragionevolmente dissentire, se non che il discorso si allarga inevitabilmente alle dinamiche in una società complessa, alle dialettiche personali e sociali di identità/appartenenza/inclusione/esclusione, e il discorso sull’educazione viene fatto in questa più ampia prospettiva antropologica e sociologica.

Bauman è ragionevolemente fiducioso sulle capacità delle giovani generazioni di arrivare a forme umanamente significative di convivenza:

vedo dalle mie finestre i ragazzi e le ragazze che tornano a casa dalla scuola… è raro che camminino da soli per la strada, preferiscono camminare nel gruppo dei loro amici… Quarant’anni fa, ciascuno di questi gruppi era «di un solo colore», oggi non lo è più quasi nessuno di essi”.

Tuttavia il futuro che attende le giovani generazioni è drammatico.

Le istituzioni accademiche… anno dopo anno… coerentemente e inesorabilmente… stanno prendendo in modo ancor più robusto le distanze dalla moltitudini di giovani di cui avevano finora eccitato e acceso la speranza di brillanti successi”.

Harvard costa ormai 52.000 dollari all’anno di sola retta, e proporzionalmente molte altre scuole che assicurerebbero un futuro agli studenti sono ormai al di là delle possibilità economiche delle famiglie di ceto medio. Di più,

“il sogno dei portoni spalancati a tutte le persone volonterose determinare ad aprirli e a farli restare aperti è ora infranto. Il mercato del lavoro per i detentori di un’alta istruzione si sta contraendo – in maniera forse più accelerata rispetto a coloro che non possiedono diplomi di laurea per aumentare il proprio valore di mercato”.

Ecco quindi che lo scenario italiano del trenta e passa di disoccupazione giovanile in Italia, la drammatica emigrazione intellettuale dei giovani laureati (che è, a mio parere, una tragedia nazionale di cui pochi hanno compreso la magnitudine, e che ha consegnato l’Italia a un impoverimento morale e culturale di cui sentiamo gli effetti da metà anni ’90, e che peggiorerà), l’espulsione sic et simpliciter di quote crescenti di popolazione dal mondo del lavoro, è un dato strutturale, non congiunturale, non delimitato, di tutte le economie del primo mondo.

La promozione sociale attraverso l’istruzione è servita per molti anni come una foglia di fico – dice Bauman – posta a dissimulare l’ineguaglianza nuda/indecente delle condizioni e delle prospettive umane: finché il successo universitario era correlato a buone gratificazioni sociali, chi non riusciva a inerpicarsi lungo la scala sociale poteva biasimare solo se stesso – ed era solo su se stesso che poteva scaricare l’amarezza e la collera… Questa scusa per la ineguaglianza persistente e crescente suona oggigiorno a vuoto”.

C’è qualche assonanza dell’analisi Bauman con le critiche rivolte fin dagli anni ’80 alle politiche economiche definite come reaganomics, basate sulla riduzione delle tasse su rendite e redditi elevati. Al di là dell’ovvia constatazione che i risultati sono stati opposti rispetto alle aspettative agitate dai media conservatori, c’è da dire che fu proprio con la presidenza Reagan, e col collasso dell’Unione Sovietica, che il capitalismo depose ogni pretesa di essere un sistema economico e sociale moralmente “superiore” rispetto al socialismo sovietico: le misure di welfare faticosamente costruite fin dai tempi della Depressione furono brutalmente smantellate. Un terzo della popolazione fu abbandonata a se stessa senza alcuno scrupolo. In Europa accadde qualcosa di analogo col modello Thatcher; da noi, in modo pasticciato e miope, con Tremonti.

Mazzeo ha detto che queste conversazioni con Bauman sono intrise di speranza. A me l’impressione rimasta dalla lettura è piuttosto di pessimismo. Nel senso che all’acutezza delle analisi sugli elementi di disgregazione, di separazione sociale, di inesorabile estensione del dominio del capitale finanziario e del potere (economico, simbolico) dell’oggetto di consumo, fa riscontro una certa vaghezza nell’illustrare i motivi di speranza. Progetti a lungo termine sono difficili persino a pensare, la protesta è ribellione e fiammata temporanea, che non costruisce un nuovo mondo. Un nuovo mondo non c’è.

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Bianca Pitzorno, L’incredibile storia di Lavinia
di Giovanna Marras

La storia di Lavinia, a detta dell’autrice, nasce durante una cena a casa di un’amica a cui piaceva l’idea di una storia in cui ci fosse la parola ”cacca”. Così quella sera nacque la storia di una bambina e del suo magico anello.

La vicenda di Lavinia è certamente uno dei pezzi più interessanti di Bianca Pitzorno, stimata autrice di libri per ragazzi, che avvisa subito i lettori: “Si sconsiglia la lettura di questo libro alle persone troppo schizzinose”.

Ispirata alla fiaba di Andersen, Lavinia è una piccola fiammiferaia. Lei è una fiammiferaia moderna: una vagabonda di sette anni che vive o meglio sopravvive in una grande città come Milano.

È la vigilia di Natale, la festa più importante dell’anno, le persone sono impegnate a fare acquisti, le vetrine sono ricolme di cose invitanti e Lavinia prova a vendere i suoi fiammiferi, tra l’indifferenza e il disprezzo dei passanti.

Sono tutti troppo indaffarati anche solo per guardare una stracciona come lei. Lavinia allora accende uno dei suoi fiammiferi per scaldarsi, ma la fame e la stanchezza vincono. Lavinia si addormenta su una vetrina, sognando tacchini arrosto e panettoni, quando all’improvviso è svegliata dalla frenata di un taxi.

In quell’attimo la storia entra nel vivo grazie ad un intervento magico. Dal taxi scende una fata, che cambia le sorti della storia, regalando a Lavinia un oggetto davvero fuori dal comune. Come in ogni storia che si rispetti arriva l’oggetto magico, che non sarà una pozione, un libro pieno d’incantesimi, neppure una sfera di cristallo. Niente di tutto questo: un anello incantato, capace di trasformare le cose, ma in un materiale non molto apprezzato… La cacca.

Il romanzo, uscito nel 1985 e diventato il primo di una vera e propria “saga”, piacque molto ai bambini che impazzirono di gioia. Alcuni adulti si scandalizzarono, altri invece, che avevano ancora voglia di sorridere, lo lessero di nascosto anche se ora non lo ammetterebbero mai.

Un libro che riesce a far sorridere chiunque, cosa di cui c’è tanto bisogno perché stiamo perdendo quella parte gioiosa che aiuta a ricordare il nostro essere fanciulli.

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Omero, 
Odissea
 (trad. di 
Dora Marinari, Commento di Giulia Capo,
 Prefazione di Piero Boitani)
di Michele Lupo

Ora che l’aura della tradizione, del canone, sembra destinata a perdersi per sempre, i classici o vivono nella concreta esperienza dei lettori o non sono. Rispetto alle opere canonizzate nel tempo e che però resistono (non sempre al meglio) quasi esclusivamente fra le aule dei licei, con qualche assaggio spesso abborracciato e talvolta fruttuoso nelle scuole medie, la sfida per un traduttore intelligente, competente e appassionato insieme, è farli rivivere rispettandone il più possibile un qualche senso originario, evitando dunque operazioni che promettono rinnovata comunicabilità ma infilando uno strafalcione dopo l’altro.

È quello che riesce alle bellissime traduzioni dei poemi omerici di Dora Marinari, l’Iliade pubblicata nel 2009, e l’Odissea
 appena uscita, entrambe per La Lepre Edizioni e commento di Giulia Capo. La traduzione in versi – perché gli aedi, ricorda la Montanari, cantavano con la cetra, e dunque, aggiungerei, un minimo di filologia ci preserva dal delirio ermeneutico di traduzioni troppo disinvolte – brilla per il ritmo, la chiarezza non banale del racconto, la scioltezza musicale ma pregna di senso di storie lontanissime che però recuperano l’essenziale di ogni testo letterario che pretenda di parlarci dopo tanto tempo: essere vivo, parlare dagli uomini agli uomini.

Dora Montanari, ex insegnante ed ex preside del liceo Visconti di Roma, sottrae alle due opere il carattere monumentale e polveroso che annoia tutti, rifiuta il registro aulico (di Monti in special modo), ma non ne stravolge il dettato come accade nella corriva operazione editoriale di un celebrato scrittore torinese. Non falsifica insomma, non edulcora la materia, non ne nega la distanza dimenticando per esempio che il destino nell’epos omerico la fa da padrone. Gli dei imperano nella vita degli uomini, altroché, i personaggi dei due poemi lo sanno e un bravo traduttore non può omettere di ricordarlo. E se è difficile non notare la mancanza di compiacimento guerrafondaio che affligge invece di solito le traduzioni dell’Iliade, non possiamo che leggere incantati questa versione dell’Odissea
 , sintesi mirabile fra il rispetto delle scansioni ritmiche del verso e l’agilità del racconto, con uno strappo stilistico-espressivo la cui amabilità narrativa tratteggia personaggi e storie mai prima così “sensibili” per la nostra percezione di stanchi postmoderni senza bussole. E finalmente la riconduce al paradigma che merita, quello di essere il primo grande romanzo d’Occidente.

L’edizione è corredata di QR CODE per la visualizzazione del testo greco.

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Theodor W. Adorno, Parole chiave. Modelli critici
di Giovanna Lo Presti

L’ultimo libro di Theodor W. Adorno, che uscì postumo nel 1969, poco dopo la morte del filosofo, si intitola Parole chiave. La prima traduzione italiana uscì nel 1974 per le edizioni SugarCo. Fra i saggi che compongono il libro uno è dedicato al “tabù” che grava sulla professione dell’insegnante; per me è quanto di più acuto e critico sia stato scritto sul mestiere dell’insegnare. Si tratta di poco più di venti pagine che mantengono, a mio parere, una stretta attualità a più di quarant’anni di distanza, in tempi così diversi da quegli anni segnati dalla contestazione studentesca. Ma quel “tabù” di cui parla Adorno agiva allora come adesso. Preciso che la parola “tabù” va qui intesa in senso psicoanalitico:

“Tabù” è un vocabolo polinesiano che ci è difficile tradurre perché non possediamo più il concetto che corrisponde a tale vocabolo. Il concetto era ancora familiare agli antichi romani: il termine latino sacer è l’esatto equivalente del tabù dei polinesiani (…). Per noi il significato di tabù si sviluppa in due direzioni opposte e divergenti. Da un lato vuol dire santo, consacrato. Dall’altro lato: perturbante, pericoloso, proibito, impuro (1).

Tabù” sta insomma ad indicare una ambivalenza emotiva, un sentimento insieme di attrazione e repulsione, di divieto e di volontà di infrazione. Anche quando i motivi remoti che hanno generato un tabù non sono che pallidissime tracce, i residui di tali motivi restano operanti nella mentalità collettiva, dando origine ad un tabù sociale.

Nel suo saggio Adorno mette a fuoco una serie di elementi che giustificano l’atteggiamento di ambiguità che il corpo sociale ha nei confronti dell’insegnante, la cui figura, per quanto necessaria, è colpita da un discredito che, a quanto pare, è tanto forte oggi quanto nella Germania degli Anni Sessanta. Tale discredito è da Adorno spiegato con una pluralità di argomenti, primo fra tutti il fatto che l’insegnante sia l’evoluzione di una figura sostanzialmente servile, quella del precettore.

Nello stesso tempo, fra le professioni intellettuali quella dell’insegnante si caratterizza per il fatto di non essere una libera professione: il rapporto di tipo impiegatizio che l’insegnante mantiene con il suo datore di lavoro toglie qualsiasi aura di “audacia” alla professione dell’insegnante, che è ridotto ad essere qualcuno che preferisce non rischiare, qualcuno che si tiene fuori dall’agone, che si sottrae, imboscandosi, alla competizione.

E ancora, come spiegare la mancanza di prestigio dell’insegnante a confronto dell’indubbio prestigio del docente universitario? Lasciando da parte la netta differenza di retribuzione (che, in una società mercantile non è cosa di poco conto – chi guadagna poco inevitabilmente vale poco) resta ciò che ci porta al cuore del problema. Mentre l’insegnante deve necessariamente affrontare l’aspetto disciplinare, questo non è richiesto al docente universitario. I suoi studenti frequentano liberamente, sono soggetti autonomi che non devono essere più educati ma soltanto introdotti al sapere, guidati verso la conoscenza. All’insegnante è invece demandato il compito dell’educazione.

Per capire quanto un lavoro così prezioso ed importante sia potuto cadere così in basso nell’apprezzamento collettivo non basta certo dire che ciò succede perché gli insegnanti non sanno fare il loro lavoro. Bisogna piuttosto riflettere su qual sia il lavoro che si pretende da loro. E’ in questo stesso lavoro che, secondo Adorno, si annidano tutti gli elementi che portano alla formazione del “tabù” della professione dell’insegnante. La società, afferma Adorno, è “ora come sempre, fondata in sostanza sulla violenza fisica”. Attualmente, però, non è certo con la violenza fisica che la società vuole imporre i suoi ordinamenti, pur essendo indubbio che una qualche forma di violenza indiretta vada esercitata.
La delega ad esercitare una potenziale violenza, base dell’educazione conforme alle richieste sociali, viene affidata all’insegnante.

Questa violenza fisica viene delegata dalla società, e nel contempo rinnegata al livello in cui si collocano gli individui ad essa delegati. Coloro che la praticano costituiscono dei capri espiatori per coloro che prescrivono questa stessa violenza. (2)

Il fatto che l’insegnante-bastonatore sia un lontano ricordo, che la violenza fisica non venga ormai esercitata se non in qualche prestigioso college britannico (ammesso che sia vero) non nega che il ricordo dell’insegnante che punisce sia sedimentato nella memoria collettiva e lavori inconsciamente nella formazione del tabù. Non solo quindi l’insegnante esercita una forma di violenza, ma la esercita anche slealmente, su soggetti non autonomi ed in stato di minorità fisica ed intellettuale.

Ed ancora, la smania della pedagogia che vuole adeguare il materiale da insegnare alla misura dei soggetti che lo debbono assimilare, provoca quella che Adorno definisce una “falsità immanente”, parte essenziale della “scorrettezza ontologica” dell’insegnante, che sa già tutto prima e meglio del suo allievo. Dal saggio di Adorno è da accogliere un’altra riflessione: quella che sottolinea insieme l’infantilismo dell’insegnante e la chiusura della scuola, definita come un “mondo a parte” con proprie regole.

Mi è capitato spesso di constatare quanto gli insegnanti tendano a riprodurre il rapporto docente-discente nel momento in cui devono confrontarsi con il loro diretto superiore. Quella stessa subordinazione che gli allievi dovrebbero avere nei confronti del loro insegnante, il timore di essere ripresi, una reale mancanza di autonomia, il supino adeguarsi a ciò che il preside-dirigente richiede, fanno parte del comportamento di molti insegnanti nel loro luogo di lavoro.

Abituati ad avere come interlocutori per gran parte della loro attività soggetti in stato di minorità (per età e per grado di conoscenza) è come se gli stessi insegnanti non fossero mai usciti dalle mura scolastiche e non conoscessero altro rapporto se non quello tra chi impara (e subisce) e chi insegna (e dà ordini). L’assenza di un rapporto di lavoro adulto, in cui si contrappongono soggetti che esercitano funzioni diverse ma a partire dallo stesso grado di autonomia intellettuale, è dimostrabile con lo stato delle nostre scuole, che non sarebbero certo così se un maggior numero di insegnanti pretendesse di esercitare capacità critica rispetto al proprio lavoro.

Abituati a vivere con minori, gli insegnanti non si emancipano mai realmente e questo contribuisce non poco al conformismo che dilaga nelle nostre aule. C’è qualcosa di squilibrato nel fatto stesso che una persona adulta svolga gran parte della sua attività lavorativa con bambini o con adolescenti. Le occasioni formali in cui gli adulti-docenti possono parlare tra di loro non riequilibrano nulla – è il discorso logoro e vuoto dei collegi docenti e dei consigli di classe, ben lontani dal favorire un qualche scambio intellettuale ed invece sedi privilegiate dell’anima burocratica della scuola. Chiusi nelle loro aule, a confronto con la classe, gli insegnanti vivono in una dimensione che ha regole proprie, avulso dal mondo reale.

Si incrociano, nella riflessione di Adorno, sia le motivazioni sociali che gettano discredito sulla professione dell’insegnante sia motivazioni più radicali, che hanno a che fare con quello che Freud avrebbe definito il “disagio della civiltà”. L’uscita dallo stato di natura attraverso l’educazione è evidentemente percepita dalla collettività come una violenza, per quanto necessaria e simbolica. L’insegnante è la figura adulta che deve rendere conformi i giovani individui alle richieste sociali – quanto l’universo scolastico abbia a che fare con una dimensione di controllo totale è oggi, nel momento in cui il problema disciplinare è diventato un’emergenza, drammaticamente chiaro.

L’insegnante è ridotto ad una sorta di homo sacer (3): come nella giurisdizione romana arcaica esisteva chi, per essersi macchiato di un crimine, veniva dalla collettività dichiarato sacer, e, pur non potendo essere sacrificato, poteva essere ucciso da chiunque impunemente, allo stesso modo l’insegnante può essere impunemente giudicato da chiunque – in primo luogo dai suoi studenti, che non si danno pena di obbedirgli, poi dai genitori, infine dall’opinione pubblica.

Il crimine di cui l’insegnante si è macchiato coincide con il suo lavoro e credo che non si possa spiegare la “mistica” dell’insegnamento, la superfetazione retorica che vorrebbe fare del lavoro dell’insegnante una missione se non con un elementare processo di denegazione. Ciò che davvero si pensa di tale lavoro è che è un “lavoro sporco”, il più sporco di tutti i lavori missionari. In fondo il medico si batte contro la morte e la malattia e il religioso cura le anime, mentre l’educatore sottrae innocenti creature allo stato di natura e le immette nel corso forzoso della civiltà.

Crollati i baluardi dell’educazione tradizionale, in cui valeva il principio di anteriorità, che garantiva immediatamente l’autorità dei singoli adulti, siamo approdati nel deserto dell’educazione in cui, delle costruzioni precedenti, rimangono soltanto macerie scomposte. Sono quelle stesse macerie, ridotte a spazzatura, senza la dignità delle rovine, che contribuiscono a formare il tabù che grava sulla professione dell’insegnante. Per l’opinione pubblica egli è un servo, un bastonatore, anche se in realtà non lo è più da tempo; e resta per molti uno sleale aguzzino, un individuo fuori dal mondo e fuori dal mercato.

1) Sigmund Freud, Totem e tabù, trad. it. in Opere di S. Freud, Boringhieri, Torino 1975, vol. VII, pag. 27.

2) Sigmund Freud, Totem e tabù, trad. it. in Opere di S. Freud, Boringhieri, Torino 1975, vol. VII, pag. 27.

3) Uso qui la categoria ampiamente analizzata da G. Agamben nel suo libro Homo sacer, Einaudi, Torino 1995.

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Uwe Timm, L’amico e lo straniero
di Anna Maria Curci

È del 2005 la pubblicazione del romanzo di Uwe Timm Der Freund und der Fremde, che nel 2007 è apparso in Italia, nella traduzione di Margherita Carbonaro, con il titolo L’amico e lo straniero. Si tratta di un titolo ricco di significati, perché il termine tedesco “der Fremde” racchiude due aggettivi sostantivati: “lo straniero”, appunto, e “l’estraneo”. La molla della memoria nel romanzo, scritto quasi quaranta anni dopo quella tragica giornata del 2 giugno 1967 a Berlino, che vide la morte di Benno Ohnesorg per mano dell’investigatore della polizia in borghese Kurras in un cortile a Berlino, nel corso della manifestazione contro la visita dello scià di Persia in Germania, è l’immagine dell’acqua, nel fiume “che scorre verde e quieto” sotto lo sguardo di Benno, amico straniero/estraneo di Uwe Timm.

Acquista così un significato potente l’esergo, la citazione dalla seconda parte di The Dry Salvages, il terzo dei Quattro Quartetti che Thomas Stearns Eliot pubblicò sessanta anni fa, nel 1941.
Ecco l’esergo e l’incipit del romanzo nella traduzione italiana:

There is no end, but addition: the trailing
Consequence of further days and hours,
While emotion takes to itself the emotionless
Years of living among the breakage
Of what was believed in as the most reliable—
And therefore the fittest for renunciation
(T.S. Eliot, Four Quartets)

Quel primo sguardo. Al di sotto il fiume che scorre verde e quieto, il ponte di pietra e lui seduto sul parapetto, le gambe accavallate, così guarda verso la riva opposta, punteggiata da qualche salice e cespuglio, mentre al di là si stendono i prati e i campi. Una mattina di giugno, molto presto, nell’aria ancora la frescura della notte, il cielo è limpido e riporterà il caldo secco del giorno precedente.

Così, raccolto in se stesso, lo vidi mentre seguivo il sentiero che dal parco del collegio lo portava al fiume Oker ed esitai un istante chiedendomi se non dovessi tornare sui miei passi, ma poi pensai che forse mi aveva già visto e poteva immaginare che volessi evitarlo. La sera prima avevo cercato di convincerlo a venire con noi a Hannover. Si diceva che al sabato ci fossero feste nelle ville, cose folli e sfrenate, ed era stata pronunciata addirittura la parola orgia. Nonostante i racconti fantastici, e benché andasse spesso a Hannover, lui non era venuto.

Un po’ sorpreso e addirittura spaurito alzò lo sguardo quando mi avvicinai a lui. Gli raccontai di quella notte e dei bagordi durati fino al mattino e del viaggio in macchina, io ero appena tornato. Gli dissi che si era perso qualcosa, pensavo dovesse provare anche lui la mia stessa fame di esperienza. Avremmo vissuto e studiato insieme poche settimane ancora.

L’avevo notato la prima volta che ci eravamo ritrovati in classe, mentre cercavamo i nostri posti ai banchi. Adulti chiassosi che dopo anni erano diventati studenti. Sedici ragazzi e due ragazze. Credo fosse il più giovane, aveva vent’anni ma ne dimostrava ancora meno. Durante i primi giorni rimase un po’ in disparte dai gruppi che si andavano formando, ma senza ostentare nulla. Nella sua introversione non si leggeva alcun disagio o timidezza, piuttosto una naturale indipendenza. Questo suscitò la mia curiosità e cercai di avvicinarmi a lui. Nelle settimane successive parlammo qualche volta delle nostre rispettive città, Hannover e Amburgo, di Braunschweig dove vivevamo in quel momento e dei nostri rispettivi mestieri. Lui era stato apprendista decoratore, io invece pellicciaio, ma ben presto ci mettemmo a discutere soprattutto dei libri che stavamo leggendo, lui mi aveva parlato di Molloy di Beckett e me ne aveva letto alcuni brani di cui apprezzava molto i giochi di parole.

La nostra amicizia cominciò conversando di letteratura. Ma fino a quel mattino di giugno non avevamo parlato ancora dei nostri dei nostri desideri e progetti. Ed è un ricordo molto nitido: io in piedi accanto a lui, lo sguardo fisso sull’Oker, il silenzio che si dilatava lasciando sempre più spazio alla sensazione di averlo disturbato, e allora gli chiesi, tanto per parlare, che cosa stesse facendo. Dopo aver esistato un solo istante, lui mi mostrò un piccolo taccuino, Scrivo. E cosa? Per me. Anch’io scrivevo per me, Così iniziammo a mostrarci quello che scrivevamo e lui divenne il mio primo lettore. (da Uwe Timm, L’amico e lo straniero, traduzione di Margherita Carbonaro, Mondadori, Milano 2007, pagg. 9-11)

Benno Ohnesorg, “l’amico, lo straniero”, è dunque al centro di un romanzo che parte dalla notizia della sua uccisione a Berlino il 2 giugno 1967 – notizia che Uwe Timm riceve a Parigi, dove si trova per motivi di studio – per tornare indietro a cercare ragioni, a tratteggiare caratteri di un periodo denso di storia e di storie, per indagare sull’amico “straniero” (étranger, come il protagonista del romanzo di Camus, autore sul quale Timm scriverà la sua tesi di laurea), per svelarne passioni, ‘astratti furori’ e lucide asserzioni. L’indagine, che parte da Benno Ohnesorg, diventa, per lo scrittore e amico Uwe Timm, l’occasione per interrogarsi e per illuminare chi legge sul proprio percorso e su quello della propria generazione.. Per compiere questa complessa operazione, Uwe Timm ha a disposizione ricordi, la cui veridicità controlla e conferma con il ricorso a interviste, testimonianze, documenti scritti. Un principio limpido e perseguito con coerenza, questo. Il pensiero corre immediatamente all’affermazione di Ingeborg Bachmann “Wir müssen wahre Sätze finden”, “dobbiamo trovare frasi vere”; qui, l’assunto è arricchito da una considerazione riguardo le modalità che abbiamo di percepire l’esistente. Considero centrale, a questo proposito, l’affermazione che Uwe Timm formula nel romanzo (nella traduzione italiana è a pagina 138): “noi vediamo il mondo attraverso le parole”.

Sono le parole a formare, rendendola consistente e lucidissima, la lista degli ingredienti della letteratura on the road, la cui conoscenza Uwe Timm e “l’amico, lo straniero” Benno Ohnesorg hanno condiviso: la rabbia, la cieca ostinazione, la parzialità unilaterale nel giudizio, l’indignazione che non ha riguardo di nulla e trova dentro di sé la propria lingua.

Sono le parole, gli epiteti, le definizioni, a dare la misura di atteggiamenti e prese di posizione. Non può sfuggire la definizione di “trinciapaglia” che Benno Ohnesorg riserva a Hans Magnus Enzensberger, secondo quanto riferisce Uwe Timm.

Sono le parole, sì, ma sono anche gli sguardi, le istantanee, a restituire, con impeto talvolta insostenibile, traumi e smarrimenti: la foto della giovane donna, vestita elegantemente perché appena uscita dall’Opera di Berlino e china su Benno Ohnesorg morente, il suo sguardo sgomento che da quel 1967 investe, a distanza di oltre 45 anni, anche noi, non può, non deve lasciare indifferenti. Per Uwe Timm quello sguardo è stato, anch’esso, la molla della memoria. Lo ha spinto a cercare quella donna e a chiederle di rendere testimonianza. Di un’epoca, di un’esistenza. Di epoche, di esistenze è testimonianza la scrittura. Anche la lettura può esserlo. In questo caso lo è certamente.

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Giancarla Dapporto, La ribellione di Antigone
di Silvana Citterio

La ribellione di Antigone titola, con chiara e inequivoca scelta di campo, la riscrittura del celebre mito che Giancarla Dapporto ha pubblicato per i raffinati volumi di Portaparole, giovane casa editrice italo-francese.

La rivisitazione muove da una passione dichiarata per Antigone, “radiosa figura etica” secondo la definizione di Hegel, che individuava nella Antigone di Sofocle la tragedia perfetta, perché il conflitto, oltre che tra i personaggi, è nei personaggi, in particolare nella presa di coscienza della protagonista.

Attraverso la voce narrante di Ismene, la sorella più giovane che si è assunta il compito della testimonianza, la vicenda si dispiega dalle origini della stirpe dei Labdacidi fino alla rovina di Tebe per focalizzarsi intorno all’atto di disobbedienza civile con cui Antigone si contrappone a Creonte, signore della città, che con un editto impedisce la sepoltura di Polinice, reo di aver condotto un esercito nemico contro la propria stessa patria. Mentre onori funebri vengono assicurati all’altro fratello Eteocle, che ha guidato la difesa della città contro gli Argivi invasori, il corpo del traditore viene abbandonato alle belve: “Polinice richiamerà col sangue gli sciacalli giunti dalla boscaglia a banchettare dopo la fine del massacro”. Parole in cui risuonano quelle della prima scena della tragedia sofoclea, nella bella traduzione di Maria Grazia Ciani “[…] preda gradita agli uccelli che dall’alto lo spiano affamati” .

La narrazione si apre con un’anticipazione e si chiude – con un perfetto movimento circolare – intorno alla tomba di Antigone, “[…] cinta di lauri e biancospini fra la vegetazione spontanea che ricopre la vasta pianura”, luogo topico dell’intero percorso. Un esempio di come il paesaggio divenga, nella scrittura leggera e luminosa dell’autrice, uno scenario vivo, un elemento che è insieme cornice e parte del dramma.

Tutto (o quasi) è già nell’incipit: nel prologo c’è la scelta di Ismene, la sua volontà di rendere testimonianza alla sorella perché il suo gesto non venga dimenticato, perché soprattutto se ne possa comprendere il significato nei secoli. Ismene, voce della memoria, consegna la vicenda di Antigone alla Storia e si domanda, con consapevolezza dolente, se le cose avrebbero potuto andare diversamente: “[…] quello scontro mortale poteva essere evitato?”. Una domanda che resta senza risposta, ma che ci induce a riflettere, a imparare dal passato e ad aprirci alla possibilità di un mondo più giusto, pacifico e solidale… “L’odio si nutre di odio. Ma il gesto di Antigone proietta verso il futuro una luce di speranza”, si legge nell’epilogo con cui Ismene consegna alle figlie il compito di tramandare la vicenda. Alle donne è affidata la responsabilità della testimonianza: le custodi delle tradizioni si adoperano perché la storia sia fonte di ammaestramento e incivilimento.

Tra incipit e conclusione la voce narrante di Ismene riporta in prima persona e, per così dire, in presa diretta sia gli avvenimenti più lontani (l’accecamento e l’esilio del padre Edipo, il suicidio della madre, il ricongiungersi a Colono con il padre e l’amata sorella), sia gli eventi più recenti: dal ritorno in patria delle due giovani, in una Tebe sconvolta dalla guerra, fino al compiersi della tragedia di Antigone e della città intera. Una tragedia di cui Ismene è testimone impotente e insieme partecipe.

Alla voce di Antigone, una sorta di racconto nel racconto, è invece affidata, in uno dei mirabili dialoghi tra le due sorelle, la ricostruzione (bellissima!) della storia felice di Edipo, la sua vittoria sulla Sfinge, il trionfo in Tebe liberata, l’incontro con Giocasta e l’innamoramento fatale.

Ma fu il timbro della voce, quel suono armonioso e lento a sorprendere nostro padre. Quando Giocasta, commossa dalla nobiltà della sua impresa, gli disse: Giovane straniero, sali sul trono di Tebe, la regina avrà per te cure amorevoli. – Edipo vacillò, sommerso dalla dolcezza inaspettata di echi lontani”.

Questo andare avanti e indietro sulla linea del tempo e questo entrare e uscire dalle voci delle due giovani consente di intrecciare, in un plot narrativo serrato e fluido al contempo, i diversi elementi del racconto: la descrizione dei luoghi in cui si svolge la vicenda, le scene dialogate fra i personaggi e le loro storie precedenti.

Immagini e tonalità che riecheggiano i poemi omerici vengono impiegate per descrivere gli ambienti esterni nelle diverse situazioni del dramma: il paesaggio assume i rumori, i colori, gli odori della tragedia e ne diventa un elemento. Molto significative in questo senso sono la descrizione tutta uditiva della battaglia, che non può essere vista (“Le donne erano terrorizzate dal fragore delle gragnuole di pietre lanciate contro le porte di ferro, dallo stridere dei carri e dalle urla selvagge dei combattenti”) e la visione del campo dopo la battaglia, sconvolgente agli occhi delle due giovani e, per il lettore, evocatrice di più recenti devastazioni:

[…] terrorizzate dai voli concentrici dei corvi che puntano i cadaveri stridendo. Membra dilaniate affiorano dalle corazze come germogli sanguinanti e ci costringono a voltare lo sguardo. Alcuni cavalli, riversi sul dorso con le zampe levate al cielo, sbarrano il passaggio come in un ultimo tentativo di difendere la città. Il nostro cammino è reso ancora più difficile dal fetore insopportabile, che assale le nostre narici pur protette dal velo”.

Nel confronto fra Antigone e Creonte si misurano le opposte polarità che animano la tragedia sofoclea. Nella scena centrale, dopo che Creonte ha stabilito e fatto deliberare la legge che impone di non dare sepoltura ai traditori della patria, Antigone lo affronta. Lei, una giovane donna, si erge contro il vecchio signore, contro lo zio usurpatore, invocando il dovere della sepoltura per il proprio fratello, sebbene colpevole di tradimento. La giovane figlia di Edipo infrange consapevolmente l’editto del re, ovvero le regole sancite e riconosciute dalla comunità per il bene comune, contrapponendo la legge divina e immutabile alla legge transeunte di una città e, facendo valere le ragioni della pietas, sceglie di morire piuttosto che vivere in una società regolata da un ordine disumano.

Illuminante la spiegazione che l’autrice ci dà della sua tragica fine, sviluppando un tema che è già in Sofocle e raccontandoci con un flashback della paura che fin da bambina Antigone aveva dei luoghi chiusi e bui. La claustrofobia è una motivazione fortemente simbolica che bene spiega la sua scelta: Antigone non può essere costretta, chiusa, negata alla luce e separata dagli altri esseri umani e, in un ultimo gesto di ribellione, preferisce darsi la morte piuttosto che subirla.

Un altro scontro di mentalità e fra generazioni è quello che si ingaggia fra Creonte e suo figlio Emone, cugino e promesso sposo di Antigone. Nel dialogo è il giovane che invita l’anziano alla ragionevolezza e parla con la saggezza che dovrebbe appartenere a chi ha più esperienza, mentre Creonte si irrigidisce nella sua posizione e lo accusa – con disprezzo di essersi fatto irretire da una donna.

L’ultimo scontro è quello che si consuma fra Creonte e l’indovino Tiresia, accorso per richiamare il re al rispetto delle leggi divine ed evitare a lui e alla città altre sciagure. Anche lui non sarà ascoltato.

Una felice invenzione attribuisce al coro connotazioni diverse, lo scioglie in personaggi singoli che assicurano un efficace commento allo svolgersi degli eventi e, nel caso della figura del Maestro dell’Accademia, assumono un ruolo da coprotagonisti.

Il conflitto nella riscrittura della “tragedia perfetta”, così come nel suo originale, scaturisce dalla tensione fra gli opposti non conciliabili: vivi-morti, maschile-femminile, vecchi-giovani, individuo-società, leggi divine-leggi della città. Quest’ultima contrapposizione può essere oggi ridefinita come la divaricazione esistente fra leggi universali, nel senso dei principi riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani promulgata dall’ONU nel 1948, e leggi operanti nei singoli Stati, non sempre rispettose di quei principi.

Un esempio per tutti: il reato di clandestinità che impone ai pescatori di non soccorrere i barconi alla deriva o in difficoltà, contravvenendo con ciò non solo alla Dichiarazione dell’ONU, ma anche alla legge da sempre vigente e praticata sul mare.

Come si vede, temi e snodi essenziali per educare alla cittadinanza attiva e responsabile e per sviluppare buone pratiche democratiche.

D’accordo con l’autrice, quando suggerisce l’Antigone di Sofocle quale “[…] testo fondamentale di lettura ed elaborazione nelle scuole medie-superiori, perché contiene in un concatenamento esemplare e fatale i cinque conflitti inconciliabili che caratterizzano la vita delle donne e degli uomini, in ogni tempo: uomo-donna, vecchi-giovani, individuo-società, leggi divine-leggi umane, vivi-morti”, vogliamo altresì consigliarne il confronto con le versioni di Jean Anouilh e Bertolt Brecht, documentate nel bel libro di Maria Grazia Ciani .

Anouilh, che scrive la sua Antigone nel 1942, nella Francia occupata dai nazisti, e riesce a metterla in scena due anni dopo davanti a un pubblico misto di francesi e tedeschi, fa il ritratto di una giovane adolescente, ribelle e perfino bruttina (a differenza della bella e saggia Ismene) che si oppone a Creonte per affermare se stessa. La sepoltura di Polinice è solo un pretesto, un gesto eroico per potersi riconoscere e diventare grande.

Brecht, invece, mette in scena la sua variazione dall’Antigone sofoclea, a Coira, in Svizzera nel 1948, prima di poter rientrare in patria, dopo un esilio durato ben quindici anni, che l’ha costretto ramingo e profugo per mezza Europa e poi negli Stati Uniti. La Germania è ancora un cumulo di macerie e il poeta esule fa di Antigone la paladina dei diritti umani, un’eroica pacifista contro l’insensata violenza della guerra. In questa versione infatti Polinice non guida eserciti contro la propria patria, ma, disertando la guerra di aggressione che il tiranno ha comandato per conquistare le miniere di bronzo degli Argivi, viene ucciso dallo stesso Creonte.

Dalla lettura de La ribellione di Antigone, dall’animazione teatrale del dramma di Sofocle e/o di altre più recenti versioni, i giovani potrebbero sviluppare – intorno a ciascuno dei cinque “conflitti inconciliabili” contenuti nell’Antigone – un percorso di ricerca utile a sciogliere i termini delle questioni e a far loro assumere atteggiamenti più consapevoli e aperti e modi di pensare più dialogici e consoni al convivere in una società complessa come la nostra.

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Leonardo Alfonsi, Robert Ghattas, Alessandro Gnucci, Da qui a Maxwell il passo è breve. La prima guida all’animazione scientifica
di Alessandra Angelucci

Prima parte della recensione – “Prima della cura” (tra pochi giorni sarò, per la prima volta, animatrice scientifica anch’io. Solo dopo quest’esperienza completerò questa recensione).

Nessuno sa esattamente che cosa sia l’animazione scientifica. E in fin dei conti nemmeno ci interessa definirla con la precisione del Devoto-Oli: ci basta sapere che c’è già un sacco di gente che bazzica l’ambiente dell’animazione scientifica. Si racconta che, a chi gli chiedeva che cosa fosse il jazz, Louis Armstrong dicesse: “Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai”. Lo stesso facciamo noi: se hai bisogno di definire l’animazione scientifica, non saprai mai di che cosa si tratta. In questo libro, per definirla ci accontentiamo di due elementi: c’è dell’animazione e c’è della scienza. E questo basta per farne una passione e una professione.

Ho scelto questa frase tratta dall’introduzione (se potete, leggete l’ottima prefazione di Paola Rodari ché merita) perché mi sembra emblematica sotto molti punti di vista. Innanzitutto effettivamente comincia a presentare in maniera efficace la protagonista del libro, poi mostra molto bene lo stile colloquiale – gggiovane – che lo caratterizza (mi chiedo se tale scelta stilistica avvicini, o invece respinga, tante persone che avrebbero bisogno di leggere questo libro in quanto un po’ seriose e poco comunicative), infine pone in evidenza quello che, a mio avviso, è un piccolo ma significativo limite: un certo “tirarsela”, uno strabordare d’orgoglio che si può anche capire, da parte di chi svolge con passione un lavoro, che è anche importante, ma che un po’, a mio gusto, stucca.

Colpisce, infatti, nella frase riportata sopra, la correlazione fra il Jazz e l’Animazione Scientifica (e quindi tra Louis Armstrong e gli Autori)… Ma continuiamo ad addentrarci nell’opera:

L’espressione animazione scientifica può talvolta suonare come un ossimoro […]. Può la scienza essere animata, e può qualcosa di vivo e animato basarsi su contenuti scientifici? Visto quanto ampi e al contempo vaghi sono entrambi i termini – animazione e scienza – il dubbio è legittimo. Non sono pochi gli scienziati che storcono il naso quando vedono come l’oggetto dei loro studi e delle loro ricerche viene trattato da persone non specializzate, per un uditorio ancora meno specializzato. Eppure a cavallo tra austeri e ottocenteschi luminari accademici e risate sguaiate e barzellette pecorecce c’è un arcipelago di situazioni nelle quali questi due mondi distanti cercano di arricchirsi l’uno con gli aspetti positivi dell’altro.

Bè, questo genere di attività sembrano sicuramente utili per intaccare la reputazione di seriosità della scienza e molto consigliabili, in particolare, ai tanti insegnanti, anche preparati, che però non riescono a comunicare adeguatamente con i propri studenti. Interessante, in tal senso, il sottosottoparagrafo dedicato (all’interno del paragrafo “L’animatore a scuola”) del capitolo: “I contesti e gli interlocutori”:

Un modello per l’insegnante? – Nel fare attività a scuola va considerato un altro valore: il dialogo impostato con i ragazzi intorno all’esperienza scientifica non è solo con loro, ma indirettamente è una conversazione scientifica anche con l’insegnante.
L’animatore esperto che conduce un percorso ben strutturato è una fonte di formazione permanente anche per gli insegnanti che assistono al laboratorio. Lo è per gli strumenti e il tipo di esperimenti che propone, e lo è anche per il metodo con cui presenta tali esperimenti.
La responsabilità dell’animatore si estende quindi al ruolo di formatore per insegnanti. […]
In questo senso: qualunque insegnante può sviluppare e coltivare le tecniche e i linguaggi che un animatore coltiva e che in questo testo sono descritte. Così facendo, può diventare un insegnante-animatore.

Dichiarazione impegnativa! E chissà i suddetti insegnanti seriosi come la prenderebbero…
Questo libro del resto dichiara di essere una GUIDA, già nel sottotitolo:

Ci siamo anche accorti che non esistevano in Italia riflessioni sistematizzate sull’animazione scientifica. Ecco allora che nasce questa guida. L’abbiamo scritta perché chi si vuole avvicinare alla professione possa trovare qualche cosa su cui riflettere e imparare, ma anche perché chi già lavora nel settore possa confrontarsi con noi

Molto interessante la struttura di questa guida:

“Formando animatori scientifici abbiamo scoperto che, in fin dei conti, l’animazione scientifica non s’insegna, si condivide. […] La struttura del libro rispecchia quella della condivisione: emozioni, riflessioni, prove, osservazioni, indicazioni e controindicazioni. Ogni capitolo inizia in prima persona con un’esperienza vissuta (emozioni). […] Dopo l’esperienza, c’è il cuore del capitolo: […] la riflessione [su] ciò che le emozioni hanno suggerito […]. Poi ci sono le sezioni: “Sperimentiamoci” (piccole proposte per mettersi alla prova) e “Visto fare” (il racconto di un piccolo episodio che esce un po’ dal tracciato standard: [osservazioni]). Ogni capitolo si chiude con una lista di e No che sintetizzano quello che si è visto nei paragrafi precedenti: […] indicazioni e controindicazioni ordinate per punti […].”

Riporto l’indice (rieditato affinché occupi poche righe), per mostrare più chiaramente, spero, la struttura descritta e anche per fornire una panoramica sui contenuti in essa affrontati:

Prefazione di Paola Rodari; Introduzione
Perché lo faccio – Se fossi stato un economista…; La scelta di una professione.
Sperimentiamoci. Visto fare. SÌ & NO. [d’ora innanzi: S. VF. SN.]
I contesti e gli interlocutori – Paese che vai; Che lavoro fai? – S. VF. SN.
Gli oggetti – Capire un tubo; Da semplice materiale a protagonista. S. VF. SN.
Il linguaggio – Du iù spichinglish?; Pensieri, parole e omissioni. S. VF. SN.
Il corpo e lo spazio – L’inno del corpo; Il corpo: istruzioni per l’uso. S. VF. SN.
Il tempo – Allo zoo dei tempi; Tenere il tempo. S. VF. SN.
Lavorare con gli altri – 3=2=1?; Meglio ben accompagnati che soli. S. VF. SN.
Prima e dopo – Metti un giorno il Fisco; Da prima dell’inizio a dopo la fine. S. VF. SN.
Le difficoltà – Il righello; Cose che vanno storte. S. VF. SN.

Quello che gli autori chiamano “il cuore del capitolo”, cioè lo spazio riservato alle riflessioni, è ricco di sottoparagrafi e sottosottoparagrafi attraverso i quali il tema del capitolo viene eviscerato con precisione, cura e pragmatismo. Molta attenzione viene posta ai consigli pratici che poi si trovano riassunti nell’elenco finale dei e dei No. Come ogni forma di spiegazione che si rispetti c’è della ridondanza, che non guasta, ma può annoiarechi di tale ripetizione non senta il bisogno.

Molto positiva la sincerità con cui vengono affrontati temi importanti in ogni mestiere che esponga in prima persona e porti a confrontarsi con un “pubblico”: come contenere e utilizzare al meglio il’esibizionismo; come gestire al meglio – e contemporaneamente – il RAPPORTO con: l’auditorio, i colleghi di lavoro, l’ambiente in cui ci si trova a lavorare, gli oggetti protagonisti del lavoro, il tempo – contenitore e arbitro di tutti gli elemnti precedenti.
Vediamo cosa di questa lettura riuscirò a mettere in pratica!

Seconda parte della recensione – “Dopo la cura”

Fare animazione scientifica è più complesso che tenere una lezione; a causa delle tante variabili che entrano in gioco (già indicate nella prima parte della recensione) e, in particolare, della centralità assoluta, decisamente inusuale, che gli oggetti vengono ad assumere, rispetto alla parola.

Leggere una guida non fa diventare animatori scientifici, certo. Però confermo che le problematiche affrontate nel libro corrispondono effettivamente alle problematiche che ci si trova ad affrontare prima e durante l’attività.
Forse manca una parte dedicata alla gestione delle domande del pubblico…

*

Lou Palanca, Blocco 52
di
Domenico Bilotti

Alla terra di Calabria non mancano le vicende che riguardano la soppressione violenta (fisica) di attivisti, agitatori, sindacalisti, semplici militanti. Negli anni Quaranta e negli anni Cinquanta, il movimento bracciantile principiò una strada che, in larga misura, e per la palese sproporzione dei mezzi, finì per soffocarlo: la rivendicazione delle terre; la questione era cardinale, perché, anche accettando che la riconversione economica stesse avvenendo pure al Sud, sebbene a un ritmo molto più blando che altrove, dal diretto esercizio dei propri diritti su un fondo assegnato dipendeva l’affrancamento da una miseria stabile e da un ancor più stabile assoggettamento. L’analisi, con questa semplicità, ma una ben più profonda articolazione sui dati sostanziali di quegli anni, non era estranea al dirigente comunista Fausto Gullo, già Ministro della Giustizia, altra storia di innovazione e rottura nel cuore della burocrazia del Partito Comunista Italiano, in Calabria.

Negli anni Ottanta e Novanta, la classe dirigente dell’alternativa di sistema affrontò non solo una sempre più sottile repressione delle forme e delle forze che più dovevano apparire irriducibili, se non quando “ereticali” (repressione giudiziaria, politica, amministrativa), ma, quanto ai lutti patiti, la mannaia della criminalità organizzata, che in quegli anni s’allenava a un cambiamento di interessi economici e di malaffare, per lungo tempo non censito dall’opinione pubblica.

La vicenda che Lou Palanca (pseudonimo che rimanda al calciatore simbolo del miglior Catanzaro, e che incarna, neanche troppo nascostamente, l’operato di cinque distinti autori) narra è, diremmo con Bordiga, la cinghia di trasmissione attraverso queste due Calabrie del bene e del male: l’omicidio di Luigi Silipo, alto dirigente comunista, freddato, però, quando la sua ascesa politica era al tramonto e, ancor più, quando la sua reazione allo stato di cose, che ne ridimensionava il ruolo, andava apparendo improntata a un’inquieta rassegnazione e non a una risoluta e totale opposizione alle linee ufficiali che ne avevano circoscritto gli spazi d’azione, di cui pure aveva goduto fino a pochi anni prima della tragica morte.

Gli autori non fanno una ricerca d’archivio destinata alla scoperta dell’omicida, o degli omicidi: ciò è dovuto a una scelta dichiarata, ma anche all’insussistenza, prima durante e dopo i fatti narrati, di piste significative, calcate con maggiore o minore intensità da militanti, apparati giudiziari e/o rivali politici e amici personali. In altre parole, gli autori non possono prender partito per una possibile ricostruzione, perché nessuna delle possibili ricostruzioni ha avuto la compiutezza di reggere un vaglio processuale o, più semplicemente o più difficilmente (secondo la propria personale idea di giustizia), un durevole radicamento nella coscienza collettiva.

È, per di più, controvertibile l’inquadramento della politica di Silipo: Lou Palanca ci parla di un dirigente cresciuto nella fedeltà al partito, nella non questionabilità del suo disegno; in ciò, però, la fedeltà non fa fideismo, non è il beffardo cruccio staliniano che respinge le congratulazioni personali, imponendo di girarle, invece, al Partito, con la “P” maiuscola, che fa l’uomo a sua immagine e somiglianza. Silipo è un comunista, almeno nel senso di: membro del Partito Comunista Italiano, ma lo stile di vita e, verosimilmente, certe lungimiranze prospettiche sull’avvenire di Catanzaro lo fanno comunista a dir poco insolito, in scenari che invece facevano di conformità e ortodossia gli unici punti di forza di una rivoluzione senza sbocchi, semplicemente perché mai concretamente perseguita.

Non si fa torto ai “Lou Palanca” a dire che il lettore difficilmente, alla fine della prima lettura, avrà una fotografia veramente nitida della scansione narrativa. L’effetto è ricercato dalla confusione dei piani e dalla continua sovrapposizione di voci per cui, in Blocco 52 (suggestiva la titolazione, toccante la scena che la rivela), parlano: personaggi del passato che restano nel passato, personaggi del presente che vanno alla ricerca del passato, personaggi del passato che sopravvivono al presente.

Il 1965 è anno singolare per molti versi che trascendono l’uccisione di Silipo, fatto di sangue in una città tradizionalmente ostile ai fatti di sangue (come se il silenzio della cronaca nera proteggesse e schermasse tutte le altre notizie, quelle che non arrivano all’intensità drammatica e puntuale del fatto, e si fermano, sciascianamente, nella bile olivastra del “contesto”). Comunisti e socialisti hanno rotto il patto d’azione nel 1956: il Partito Socialista Italiano è all’incasso del suo non esser più forza anti-sistema. Va da sé che quella rottura avesse nobilissime ragioni: altrimenti, i militanti non l’avrebbero seguita e introiettata così efficacemente. I caratteri del libro segnalano l’insorgenza del mito delle due Sinistre: giovani socialiste, vagamente libertarie, devozionali giovani della causa del partito operaio, vecchi delusi e disillusi, si danno il cambio in una costellazione umana che descrive la città prima ancora (intenzionalmente?) che la vicenda.

Il 1965 è anno di transizione, a buon diritto: il boom allenta, nelle zone produttive; si fortificano, però, la pianificazione e il denaro che spande in zone che passano senza soluzione di continuità da un’economia marcatamente agricola a un impiego di massa nei lavori di concetto, esterni o più spesso interni all’organizzazione delle Pubbliche Amministrazioni.

Il progresso, razionalista, pianificato, positivista e produttivista, non è il sol dell’Avvenire, è, piuttosto, un oscuro e malefico “panta rei”: chi non sale sul treno del nuovo benessere, resta ancor più schiacciato di quanto non fosse ai tempi del comune, antico, malessere.

Nell’affare Silipo, insomma, convergono la costante desolazione dei ceti rurali, sempre più marginalizzati dalle dinamiche di classe e dalla negoziazione dei poteri, il presentimento del sacco edilizio, che quegli anni spargono per l’Italia (invero, in alcune città assai peggio che a Catanzaro), la condotta di vita radicalmente aliena agli opposti e speculari comandamenti del Cattolicesimo tradizionale e del partitismo sobrio, anodino, anti-religioso, magari, ma non per questo più “secolare”.

La vicenda ci giunge, come divorata, dai vini sfusi, dalle folate di vento che entrano nei vichi chiusi, dalle puttane di strada e da quelle d’appartamento, dai conformismi che ogni interpretazione identitaria della disciplina vomita addosso ai non conformi.

E questo servizio gli autori ben lo assolvono: portandoci nelle trattorie, nei capannelli della passione sportiva, nelle federazioni fumose, negli irraggiungibili (ancora oggi) mille piccoli e grandi centri della Calabria, dove l’incomunicabilità è talvolta suggerita in re ipsa dal profilo non addomesticabile dei territori e da quello, sin troppo addomesticabile, dei compiacenti.

Non c’è consolazione a notare come tante finzioni letterarie, in Blocco 52, pur presentandosi con modestia e tranquillità di “possibilità interpretativa”, nascondano inquietante consanguineità diretta coi fatti del mondo.

*

Giuliano Santoro, Su due piedi. Camminando per un mese attraverso la Calabria
di Fabio Cuzzola

Ho atteso con pazienza l’arrivo di questo inverno atteso oltre misura per dedicarmi alla lettura del libro di Giuliano Santoro Su due piedi. Camminando per un mese attraverso la Calabria edito da Rubbettino, un editore che da anni si batte per raccogliere e raccontare storie di un altro sud.

Ho fatto bene ad attendere perché quello di Santoro è un libro che ti fa deragliare, per dirla con Rimbaud, da qualsiasi punto di vista lo si legga. Non ho avuto scampo. Come calabrese e come vecchio scout camminatore, sono partito per gustare certezze e sono arrivato in fondo con molti interrogativi.

Del resto è quello che tento di insegnare tutti i giorni a scuola, le lezioni, la lettura, la poesia, la filosofia devono scuotere e seminare dubbi ed interrogativi, e non dispensare verità preconfezionate. La letteratura come ogni arte, quando è tale non può lasciare indifferenti.

Per primo, che genere è il libro che ho letto? Un diario di un  novello viaggiatore del Grand Tour? Un’inchiesta a metà strada tra il giornalismo impegnato e la denuncia dei vecchi meridionalisti? Un libro di memorie? Un libro di filosofia? O magari, quello che a me piacerebbe di più per un progetto futuro, la sceneggiatura per un film. E’ tutto questo insieme.

E ancora, il mito del passato, che io considero fondante per chi in Calabria ancora resiste; è vero non bisogna rimuovere il passato, ma neanche, come spesso capita anche a me, mitizzarlo, altrimenti con lo sguardo indietro è difficile darsi nuovi orizzonti e costruire speranze condivise.

Giuliano Santoro, giovane giornalista calabrese da anni residente a Roma, è ritornato a casa  in modo diverso: camminando.
Non è un nostoi omerico e neanche il disilluso Anguilla, protagonista de La luna e i falò, di Pavese, è altro, perché è veramente un pendolare irrisolto, un narratore che sta in equilibrio “su due piedi“, tra il passato e la post-modernità, tra l’identità e l’universalità, tra la metropoli e la periferia.

Il suo stile, come i suoi contenuti hanno chiari punti di riferimento; l’autore cita all’interno della narrazione studi, ricerche, musica e storie in maniera lieve senza appesantire il racconto.

Riguardare” diceva Albert Camus, il più mediterraneo degli scrittori, non è solo guardare con nuovi occhi, ma guardare oltre e guardare ancora una volta, proprio perché mutano gli scenari, gli uomini e le storie.

Un libro quindi da leggere, da condividere, da portare in viaggio impreziosito dall’editing impeccabile della casa editrice e dalla prefazione puntuale e arricchente di WU MING 2.

*

Denis Guedj, Il teorema del Pappagallo
di Alessandra Angelucci

Parigi, Monmartre. Sotto il tipico tetto in ardesia di un batiment di due piani convivono: Pierre Ruche, libraio di 84 anni costretto in sedia a rotelle da un incidente; la ruvida Perrette, responsabile della libreria e madre single; i figli di Perrette: Jonathan e Lea – gemelli diversi poco più che sedicenni – e Max, non udente, 11 anni, adottato.
Un gruppo che vive in una coabitazione fluida, non conflittuale, scandita da abitudini intrise di un affetto privo di slanci e [senza] nulla da dividere se non la vita qutidiana….

In una calda mattina d’estate Max torna a casa dal suo solito giro al mercato delle pulci con un pappagallo testa blu sottratto a due brutti ceffi che lo stavano maltrattando.
In quella stessa mattina Pierre riceve una lettera da Elgar Grosrouvre – amico di università del quale non ha notizie da cinquant’anni – che lo informa di avergli spedito alcune centinaia di chili di opere matematiche.

“… Resterai senz’altro stupito sentendomi parlare di “letteratura” a proposito della matematica, ma posso assicurarti che in questi libri ci sono storie che valgono quanto quelle dei nostri romanzieri migliori…”

Di Grosrouvre arriva a breve la notizia della morte assieme a un’altra lettera, scritta poco prima di morire nell’incendio della sua casa. Incidente, omicidio o suicidio?

La chiave dell’accaduto è nelle due lettere, Pierre Ruche ne è certo, e per decodificare gli indizi lasciati dall’amico si trova costretto a ripercorre alcune delle tappe più significative della storia della matematica. Lui che l’aveva sempre temuta e detestata!

E così la matematica smette la camicia di forza in cui la trattazione scolastica troppo spesso la costringe e (ri)prende vita. Torna ad essere quello che è: opera collettiva, frutto del lavoro millenario di uomini e donne (poche purtroppo) differenti per epoche e per formazione. Un grande gioco collettivo di rimpallo fra realtà e immaginazione; fra ludos e praticità, fra persone e persone e persone.

Durante le lezioni di matematica non si parlava mai di esseri umani. Di tanto in tanto si sentiva echeggiare un nome: Talete, Pitagora, Pascal, Cartesio, me era soltanto un nome, per l’appunto, come quello di un formaggio o di una stazione del metrò. […] le formule, le dimostrazioni, i teoremi finivano sulla lavagna come se nessuno li avesse creati, come se esistessero da sempre, alla stessa stregua delle montagne o dei fiumi […]. E si arrivava al punto che le formule, le dimostrazioni, i teoremi avevano un’aria atemporale ancor più delle montagne e dei fiumi.

Con il suo romanzo Guedj riesce a restituire alla matematica la sua umanità. E ci riesce senza spogliarla delle prerogative che la rendono rispettata e indispensabile: la ricerca della precisione e del rigore, la profondità, la cura del dettaglio, l’utilizzo di un linguaggio tecnico. Tutti quegli aspetti che la rendono difficile da insegnare e da apprendere, o quantomeno impegnativa…

Come fa? Scegliendo pochi argomenti di facile comprensione (ad esempio la misura dell’altezza della piramide di Cheope ad opera di Talete) e facendoli mettere in scena dal sig. Ruche e compagni. Sì: teatro all’interno di un romanzo mate-storico spruzzato di noir.

Si può obiettare che il plot narrativo sembra un po’ debole in qualche occasione, risultando un mero pretesto per altro; che qua e là ci sono forzature. Che la verosimiglianza è alla Pennac senza che l’autore sia Pennac (una per tutte: il pappagallo impara a memoria e racconta brani di matematica che metterebbero in difficoltà più di un essere umano). Tutto vero, ma l’obiettivo è talmente condivisibile e il risultato talmente divertente…

E poi c’è la scelta dei toni e delle atmosfere: questo gruppo fluido che attorno ai racconti di “fredda matematica” si scopre finalmente famiglia ([…] piombata su di loro, tra capo e collo, quella storia di Manaus, la biblioteca, i libri, la matematica, l’incendio… per la prima volta, Perrette sentiva tutti gli abitanti della casa vibrare all’unisono; e persino il papagallo contribuiva a quel risultato); e, non ultimo, un nuovo punto di vista per riscoprire Parigi.

*

Tahar Ben Jelloun, La scuola o la scarpa
di Gianluca Santangelo

Tahar Ben Jelloun, scrittore maghrebino autore di un paio di romanzi di sicuro valore, si esprime ottimamente anche nella misura breve di questo racconto proposto in un agile libretto con le illustrazioni di Lorenzo Mattotti. Il racconto cattura subito per il tono intimo, l’affabulare ispirato, la scrittura intensa ed inventiva di grande presa emotiva.

La storia è un ritorno a casa, un ritorno alle origini che solo apparentemente ha l’andamento di una fiaba. Tempo e spazio, immaginari, sono in realtà riconoscibili e concretissimi. Il paese in cui avvengono i fatti

non ha nome. Viene chiamato “il villaggio“. Io lo chiamo “il nulla“, per il vuoto e il vento che spira senza sosta, e la polvere che solleva

Una polvere che pare di sentirla, per la quale il narratore, interno, dice che ha “rischiato di perderci gli occhi. La polvere è piena di microbi“. In questo paese “il cielo non ama i poveri. Nessuno li ama“, e il salvatore, se mai arriverà, “sarà l’insieme degli uomini che si uniscono, lavorano la terra, reclamano i loro diritti“.

In questo paese il protagonista vive un’infanzia e un’adolescenza di stenti, finché parte per studiare da maestro, accompagnato dai riti propiziatori della madre anziana. Tornato al villaggio animato da buone intenzioni e dall’ansia di mettersi alla prova, scoprirà nascere una domanda che viene prima di ogni pratica didattica:

Che cos’è la scuola per un bambino che non ha da mangiare quando ha fame? Come spiegargli che ha da passare per la scuola per non patire più la fame, un giorno?

Inizia a fare lezione in una scuola senza tavoli e sedie, senza lavagna, per trovarsi alla fine del primo mese senza la metà degli allievi; poi senza nessun allievo: spariti tutti. Comincia allora la ricerca degli allievi come fanno le maestre e i maestri di alcune zone del nostro Sud. Dove sono finiti tutti i bambini, che non si vedono più per le strade del paese? Lasciamo al lettore di scoprirlo attraverso un paio di sorprese, chiudendo questo invito alla lettura con le parole che rivolge al maestro il vecchio saggio del villaggio, un richiamo alla resistenza estrema anche quando mancano le ragioni della speranza:

La scuola è lì, non si sposterà. Quando andrà meglio, riprenderai le tue lezioni. Il sapere può attendere, la pancia degli uomini, no… La scuola sarà per un’altra volta, abbi pazienza, resta con noi; sono sicuro che troverai la soluzione.

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Arriva in questo finire del 2012 la notizia che riassume la storia degli ultimi anni della scuola italiana. All’indagine Pirls (Progress in International Reading Literacy Study) in lettura i bambini delle quarte elementari italiane passano dal sesto posto del 2006 al sedicesimo del 2011. Analogamente in matematica passano dal sedicesimo al ventiquattresimo, dal quarto posto in scienze all’attuale undicesimo. Sono le prime rilevazioni internazionali che registrano l’effetto della “cura Gelmini (tagli di 8 miliardi di euro e 140.000 lavoratori della scuola – e non è finita! A proposito, dove sono finiti quei soldi?) e confermano quanto gli insegnanti denunciano sullo smantellamento della scuola statale operato dagli ultimi governi .

La cosa è gravissima in sé” commenta Marina Boscaino. “E ancor di più, considerando che uno degli obiettivi di Ue 2020 è l’aumento delle capacità di lettura dei sedicenni scolarizzati e la diminuzione della dispersione scolastica. Il rapporto tra incapacità di lettura dalla terza elementare e propensione alla dispersione è attestato da vari studi“.

Pochi finora hanno dato importanza a questa notizia. Nell’attesa delle spiegazioni che darà chi ha guidato il ministero, ci facciamo le domande di Cosimo De Nitto:

Sull’apprendimento e insegnamento ha influito o no lo stravolgimento del tempo scuola a cominciare dal “tempo pieno”?
Sull’insegnamento e apprendimento ha influito o no l’aumento degli alunni per classe?
Sull’insegnamento e apprendimento ha influito o no la riduzione del sostegno, dell’integrazione del recupero del disagio?
Sull’insegnamento e apprendimento ha influito o no la mancanza di aggiornamento disciplinare e, in genere, col “maestro unico” o “prevalente” la riduzione del tempo scuola?
Sull’insegnamento e apprendimento ha influito o no lo stravolgimento del sistema di valutazione con l’introduzione del voto numerico, che è un assurdo pedagogico almeno nella scuola primaria?
At last but not last, sull’insegnamento e apprendimento ha influito o no l’INVALSI che con le sue prove ha sottratto tempo, denaro, attenzione ai compiti primari della scuola?

Ma la responsabilità della politica vanno al di là delle strette decisioni di politica scolastica, come sottolinea Benedetto Vertecchi:

Da troppo tempo le scelte politiche hanno lasciato che si affermasse a livello sociale una cultura che contrasta sostanzialmente con quella che fa da supporto all’educazione scolastica… È possibile che non ci si ponga mai il problema delle conseguenze che può avere sulla popolazione l’assenza di una politica per l’educazione e la cultura sottratta alle rozze logiche speculative che ormai sembrano padrone incontrastate del campo?… non ci si può limitare ad un esame dall’interno delle scuole, ma si deve considerare in che modo sulla loro attività si esercitino i condizionamenti dall’esterno.

Negli anni prossimi non potrà che aggravarsi l’allarme lanciato da Tullio De Mauro:

il 70 per cento per cento degli italiani non possiede le competenze ‘per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana’”.

D’altra parte ha appena fatto il giro del web la sconclusionata performance del deputato leghista Eraldo Isidori, elettrauto in pensione, in Parlamento dal 2010.

Nel frattempo l’Italia continua a scendere nella classifica di Transparency International dei Paesi meno corrotti, posizionandosi nel 2012 al 72° posto tra 176 Paesi. Se pensiamo all’Italia, coglie nel segno la presidente di Transparency International, quando afferma che la corruzione

si traduce in sofferenza umana… Inoltre comporta il fallimento di servizi di base come l’istruzione o le infrastrutture pubbliche“.

Sembrano provenire un altro mondo notizie come questa:

Istruzione gratuita per tutti. Libri di testo passati dallo Stato, laboratori per ogni cosa, biblioteche enormi. Agevolazioni per treni e autobus. Insegnanti pagati il doppio degli italiani, 2500 euro al mese. La Finlandia vuole dai suoi cittadini tante tasse, ma punta molto sulla formazione e sul capitale umano, dei suoi giovani e anche degli stranieri che scelgono di viverci. Anche all’università niente tasse universitarie. Secondo l’Ocse i finlandesi sono gli studenti migliori del mondo. Insomma i privilegi e le agevolazioni riservate alla nostra casta politica, Helsinki le dà agli studenti. Il pubblico dello studio di Ballarò, fuori onda, è scoppiato in un applauso spontaneo.

E anche quelle come questa:

La riforma dell’insegnamento che verrà presentata nel gennaio 2013 è riassumibile in due punti. L’iniezione di circa 60mila nuovi docenti complessivamente tutti reclutati con concorsi da qui al 2016, e la reintroduzione della formazione professionale che era stata tagliata dal governo Fillon… Hollande e il suo ministro Peillon hanno finora mantenuto le promesse di ridare vigore, dignità e rispetto al mestiere di formatore dei futuri cittadini. «La Francia deve stringersi attorno alla propria scuola. Lo deve ai suoi figli. È la condizione del suo rilancio e la chiave del suo futuro» termina così la sua lettera programmatica Peillon.

Le altre notizie provenienti dall’Italia invece ci dicono che l’Italia non è un paese per bambini e adolescenti, non investe sul loro futuro e non li protegge. Tra 2010 e 2011 le famiglie povere con minori sono aumentate del 2%. La dispersione scolastica è al 20%. E proprio nelle regioni più in difficoltà la spesa sociale è ai minimi livelli. Come di consueto nel Bel Paese vediamo scuole che crollano, pillole di corruzione, i docenti di Quota 96 esclusi dal diritto ad andare in pensione che scrivono al presidente Napolitano, il sostegno che sarà pressoché abolito, la Commissione Europea che apre una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione della disciplina sui contratti a tempo determinato, gli scatti di anzianità sbloccati con fondi tolti ancora una volta alle scuole (“un baratto indecente” secondo la Flc Cgil).

Per quanto riguarda il concorso a cattedra, fortemente voluto dal ministro Profumo, il primo dopo tredici anni: è ormai alle porte, i prossimi 17 e 18 dicembre 320.000 candidati affronteranno i test di preselezione per disputarsi 11.500 cattedre a disposizione.

Una lotteria sconclusionata fin dagli esordi: dopo le proteste per i test simulati preparati dal ministero dell’Istruzione, ma con domande zeppe di errori e quesiti strampalati, e dopo le centinaia di ricorsi di insegnanti precari esclusi dal bando, e le proteste per l’illegittimità del permesso “non retribuito” per i precari, ora esplode il malessere dei docenti e dei tecnici informatici che dovranno sorvegliare le oltre 2.500 aule scolastiche dove si svolgeranno i test, e che per l’occasione sono state informatizzate: secondo quanto appreso dalla Cgil-scuola, a loro verranno corrisposti uno-due euro l’ora. Un compenso infimo che sta spingendo molti incaricati a disertare le aule concorsuali, soprattutto perché si tratta di una mansione non prevista dal contratto.

Ma in Italia l’attenzione del mondo politico è tutta concentrata sulla crisi del governo Monti e sulla campagna elettorale. Cosa succederà per la scuola?

Il concorso va avanti, le prove di preselezione restano calendarizzate per il 17 e 18 dicembre 2012 e tutta la normativa per l’espletamento del concorso è già stata approvata.

Restano, invece, come punti interrogativi l’avvio dei TFA speciali, poiché il DM 249/10 avrebbe dovuto essere modifica nelle prossime settimane in sede di commissioni parlamentari.

Uno stop anche alla riforma delle classi di concorso che per essere realizzata nell’anno scolastico 2013/14 ha ancora la necessità di molti passaggi istituzionali.

Stop anche al nuovo sistema di reclutamento.

Possiamo dire comunque che dal mondo della scuola non ci sarà nessun rimpianto per il governo Monti e per il ministro Profumo, come scrive un’insegnante:

Penso proprio che l’unico vantaggio che avremo dalle dimissioni annunciate da Monti sia proprio per la Scuola.

Come insegnante mai mi sono sentita così disprezzata ed umiliata da un Ministro ed anche dal Premier che ha manifestato in modo chiaro la sua disistima nei nostri confronti… La mia speranza è proprio che il nuovo Governo ci porti un Ministro che ci rappresenti, che difenda l’istruzione pur evitando sprechi.

E come all’insediamento si sprecano le promesse sulla centralità della scuola, adesso è l’ora dei bilanci e del conto di ciò che non si è fatto, come fa il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria:

Non abbiamo trovato la soluzione giusta… Però se riflettiamo sulla lunga distanza, colpisce una cosa…

L’Italia poverissima, appena unificata, investiva in ferrovie e istruzione. Si costruivano i tunnel, si modernizzava l’agricoltura. E si progettava la scuola comunale, si estendeva all’intero paese la legge Casati. Giolitti intensificò queste politiche. Durante la Prima guerra mondiale si compravano cannoni e aerei, ma non si tralasciava la scuola. Persino la dittatura fascista…

L’attuale stagione è in contrasto con le politiche di tutto il mondo e anche con la nostra storia. Perché siamo arrivati a questo punto?

Già, gentile sottosegretario, perché siamo arrivati a questo punto?

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

4 pensieri su “Vivalascuola. Buone feste, buon anno, buone letture!

  1. Grazie! c’è l’imbarazzo della scelta, credo che punterò su Crainz, la recensione di Salzarulo ha stimolato il mio interesse e poi sicuramente Bauman, grande saggio. uomo senza età.

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  2. Pingback: Vivalascuola. Rileggiamo don Milani | Poeme Sur Le Web Blog

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