Into the park

di Mauro Baldrati

talon1Il Parco della Chiusa di Casalecchio di Reno, o parco Talon (dal nome della famiglia che possedeva la tenuta, i marchesi Sampieri Talon), a mio avviso è uno dei più belli d’Italia. Per “belli” non intendo la preziosità o la magnificenza di certi parchi architettonici, come Villa Borghese, o il Sempione di Milano, ma la vastità del territorio, la sua morfologia, la qualità e la varietà delle piante. Il Talon è un parco collinare molto esteso, si snoda lungo il fiume Reno, dove ci sono i resti dell’antica chiusa del XIV secolo che gli ha dato il nome, e si allarga sulla collina. Ci sono boschi selvaggi, grandi prati, vialetti. Un ripido sentiero conduce direttamente alla Basilica di San Luca, e alternando sterrati a brevi percorsi su strade secondarie è possibile arrivare fino a Firenze. E’ frequentato da ciclisti in mountain bike, podisti, famiglie, passeggiatori, giocolieri, padroni di cani.
Io ci vado a correre e a passeggiare, quasi ogni giorno. Non cambierei il Talon per nessun altro parco al mondo, e nonostante ne conosca quasi ogni cespuglio non mi annoio mai durante le escursioni.

talon2Alla domenica è gremito, anche per la presenza di un punto vendita di frutta e verdura biodinamiche prodotte dall’azienda agricola che ha avuto in cessione alcuni terreni, per un accordo col Comune. L’assessore, dei verdi, ha valutato che questa scelta contribuisse a valorizzare il parco, senza compromettere la sua integrità. E’ una scelta rispettabile: il gruppo che coltiva, seguito dall’Università, ha introdotto una comunità di capre, che brucano tutto il giorno lungo il vialetto principale, una coppia di asini, di cavalli, di oche, oltre a una quantità di galline. Il prezzo da pagare è un aumento del traffico di automezzi (compresi trattori) sul vialetto centrale, già frequentato dai furgoni di una casa di accoglienza per disabili mentali, oltre alle auto di una villa privata e i “portoghesi” degli orti comunali, che passano con motocarri pestilenziali, tollerati dai vigili urbani.

Ma ci sono molti percorsi alternativi, dove non è raro incrociare caprioli, o cinghialesse con seguito di cuccioli.
E anche personaggi eccentrici.

C’è un tipo, probabilmente in pensione, che ogni mattina sale di buon passo sulla sommità della collina, dove c’è un vecchio gazebo. Arriva, si guarda intorno, sempre di buon umore, scambia battute allegre con altri pensionati umarells.

talon gattaroE’ un “gattaro”. Ha sempre uno zaino a tracolla, da dove estrae dei contenitori di plastica (le vaschette per la frutta) o di polistirolo, che riempie di crocchette, scatolette di tonno, e acqua. Poi le piazza vicino a una panchina, o sul tavolino del gazebo. Quasi sempre arriva un gatto nero, che vive in quella zona del parco, che si mette subito a mangiare.

Il gattaro gli parla, gli fa le coccole, poi se ne va.
E molla lì i contenitori.
Quando è brutto tempo, e tira vento, volano via e si disperdono nei boschi.

A me questo comportamento dava molto sui nervi. Ma che ecologista è uno che nutre un animale domestico abbandonato ma inquina un parco naturale lasciando in giro ogni giorno dei contenitori di plastica indistruttibili? Inoltre chi arrivava al gazebo non poteva sedersi, con quei rifiuti sul tavolino e sulla panca. Più di una volta ho provveduto io a gettare le vaschette nel cestino dei rifiuti.

Bisogna che prima o poi gli parli, ho pensato. Se costui ogni mattina esce di casa per portare da mangiare a un gatto deve pur avere un animo sensibile, ho pensato.

Così qualche giorno fa l’ho beccato, sul cocuzzolo della collina. Stavo facendo ginnastica, dopo una corsa. E’ arrivato, pimpante come sempre, ha predisposto le vaschette e le ha sistemate di fianco a una panchina.
Mentre mi passava accanto gli ho parlato.
E qui, come mi ha fatto notare il mio psicologo, ho completamente sbagliato l’approccio.
“Buon giorno” ho detto.
“Buon giorno!” ha risposto con enfasi. Felice. Ispirato.
“Sa, volevo dirle una cosa” ho detto.
Immediatamente ha mangiato la foglia, si è rabbuiato. “Ah, sì?” ha detto, senza fermarsi. Era diretto al cestino dei rifiuti. Così mi sono trovato nell’imbarazzante, oltre che irritante, situazione di parlargli alle spalle mentre camminava.
“Volevo dirle, è ammirevole quello che fa.” Ha stretto gli occhi, mi ha guardato con ostilità. Era già pronto, in difesa. “Nutrire un povero gatto abbandonato, davvero. Però…” ho guardato verso la panchina, le macchie bianche dei due contenitori. “Se li lascia lì, poi il vento se li porta via e inquinano il parco.”
Gli occhi azzurri, piccoli dietro le venti, bruciavano di fastidio.
“INQUINANO?” ha detto, alzando la voce, “E LEI SI PREOCCUPA DI QUESTO INQUINAMENTO? MA MI FACCIA IL PIACERE!”
Era diventato improvvisamente così aggressivo, c’era stato un mutamento di umore così repentino che sono rimasto basito. Comunque non intendevo demordere.
“Certo. Non è una forma di inquinamento disseminare contenitori di plastica nel parco? Lei toglie con una mano ciò che ha dato con l’altra.”
“CERTO CHE LEI HA DEL TEMPO DA PERDERE!!” ha urlato, già furioso. “BEATO LEI CHE NON HA UN ACCIDENTE DA FARE TUTTO IL GIORNO, E LO PASSA CON QUESTE CAZZATE!”
A questo punto, come purtroppo mi accade spesso – anzi, diciamo quasi sempre – ma no, devo essere onesto: sempre – quando vengo aggredito divento a mia volta violento. “AH, SI? BEH, TANTO PER COMINCIARE DEVO PORTARLI VIA IO I SUOI CONTENITORI! VUOLE NUTRIRE IL GATTO? BENE! ALLORA STIA LI’ FINCHE’ NON HA MANGIATO E POI PULISCA!”
“SE LEI HA PULITO HA FATTO SOLO IL SUO DOVERE! CONTINUI A FARLO INVECE DI VENIRE QUI A ROMPERE I COGLIONI! PERCHE’ LEI E’ UN COGLIONE!”
Ho cercato di ignorare questo insulto, mentre mi rendevo conto che era già iniziata una caduta libera verso la follia. Che fare in un caso come questo? Lasciar perdere? Così avrebbe fatto il saggio.
“AH!” ho urlato, furioso a mia volta, senza più la possibilità di tornare indietro. Il saggio era latitante ormai. “COSI’ SAREBBE MIO DOVERE PULIRE LA SUA MERDA! NO, SE LA PULISCA DA SOLO!”
Intanto il gattaro si stava dirigendo a grandi passi verso la panchina, che distava circa trenta metri dalla mia postazione, continuando a gridare e insultare. “VIENE QUI A ROMPERE I COGLIONI CON LE SUE CAZZATE! CON TUTTO QUELLO CHE LA GENTE BUTTA VIA, PISCIA E MERDA DAPPERTUTTO! LEI NON PAGA NEANCHE LE TASSE, BRUTTO DELINQUENTE, IO LE PAGO, RAZZA DI COGLIONE DI EVASORE FISCALE!”
A questo punto ciò che restava del saggio avrebbe dovuto rimettermi sulla giusta via. Che ne sapeva delle mie tasse? Era chiaramente fuori di sé. Ma il problema era che anch’io ero fuori di me.
Intanto arrivavano persone, attratte dalle urla, e dallo spettacolo di noi due che ci insultavamo da un capo all’altro dello spiazzo, poi camminavamo l’uno incontro all’altro, ci fermavamo coi nasi a distanza di una spanna e continuavamo con gli insulti.
“LEI NON DA’ DA MANGIARE AI SUOI FIGLI MENTRE IO HO SEI AZIENDE, COSA CREDE? LEI NON GLI COMPRA NEANCHE I VESTITI, IO PAGO LE TASSE ANCHE PER LEI!”
“LO SA CHI E’ LEI?” gridavo, anche come reazione allo stupore per il suo riferimento ai miei figli. Ma quali figli? “LEI E’ UN PAZZO! HA CAPITO? LEI-E’-PAZZO!”
A un certo punto, mentre il gattaro stava tornando per l’ennesima volta verso la panchina, è sopraggiunta una signora anziana imbacuccata in un cappotto grigio, col fazzoletto in testa. Si è messa a trafficare con le vaschette e subito ha iniziato a gridare nella mia direzione: “DISGRAZIATO! ODIA GLI ANIMALI! VUOL FARE DEL MALE AL GATTO! QUEL DISGRAZIATO!” Urlava con la schiena piegata, mentre spostava le vaschette, e la sua voce usciva particolarmente stridula, strozzata.
Erano arrivati anche degli umarells, uno si era piazzato nella mia zona e diceva, guardando verso i gattari: “Un giorno un signore ha brontolato perché non poteva sedersi nel gazebo, con la panchina così tutta merda. Ha detto che quando lo vedeva, a quello là, gliel’avrebbe detto chiaro sul muso. Dice che è uno importante, un ingegnere, qualcosa del genere.”
Così eravamo divisi in due fazioni contrapposte, il gattaro con la signora, io con l’umarel, mentre alcuni umarells stavano al centro. Uno di loro, dopo l’ultimo scontro, durante il quale gli avevo urlato in faccia: “LO SA COSA SI MERITEREBBE LEI? LO SA? DUE SBERLONI!” Al che lui mi aveva urlato indietro: “LO SA PERCHE’ NON ME LI DA? PERCHE’ NE PRENDEREBBE QUATTRO INDIETRO!”, mi ha detto: “Avete visioni diverse, opinioni differenti.” Ormai ero lanciato, anche perché avevo capito che quello era un amico del gattaro, così ho gridato anche verso di lui: “MA QUALI OPINIONI? IO VOGLIO SOLO CHE LA SMETTA DI SPORCARE IL PARCO!” e lui, scuotendo la testa: “Avete idee diverse, ecco.”
Non so per quanto tempo è andata ancora avanti la storia, né l’overdose di adrenalina mi ha permesso di ricordare il momento esatto in cui ognuno se ne è andato per la sua strada. Fatto sta che mi sono ritrovato sul vialetto principale, diretto verso casa, che correvo in discesa, contrariamente al solito, poiché rientro sempre camminando. Avevo troppa rabbia da scaricare, troppa tensione nelle gambe, e nella schiena.

Una volta a casa ho sperimentato di persona come le esplosioni di violenza richiamino altra violenza. Rivedevo la faccia del gattaro, provavo di nuovo l’impulso mentale di prenderlo a sberle. Ho immaginato di stenderlo con un diretto sul naso, di guardarlo mentre si contorceva a terra con la faccia imbrattata di sangue. E di ridere. Quel pazzo bastardo. Poi ho visto me stesso nella sala d’attesa di un tribunale, in attesa di essere interrogato da un giudice sull’aggressione. Mi tremavano le mani e il cuore andava a palla.
Il saggio era lontano da me, sperduto in qualche deserto remoto.

Il mio psicologo mi ha fatto notare come il mio approccio, impostato sul “però”, sia stato decisivo per scatenare l’esplosione. Il “però” è un innesco che accende la miccia. Visto il personaggio, e il suo comportamento abitudinario, avrei dovuto capire che aveva problemi relazionali abbastanza seri. Un gattaro fondamentalista realizza un trasferimento di socialità su un animale, pertanto questo è un sintomo di rabbia interiore, dovuta a una carenza di rapporti umani. Avrei dovuto partire subito coi contenitori, tipo “se lei li mettesse sempre nello stesso posto, con un sasso dentro, eviterebbe di disperderli col vento, ecc.”, mentre il mio “lei fa una cosa buona, però…” equivaleva a una sgridata, con conseguente reazione ossessivo-compulsiva da parte sua.
C’è da dire che il mio psicologo ha sempre ragione.
D’altra parte anche se non l’avesse gliela darei ugualmente, perché è il mio psicologo.

I giorni seguenti non l’ho visto, e neanche ho trovato i contenitori. Correvo fino al cocuzzolo, facevo ginnastica, mi aspettavo di vederlo spuntare, allegro, ispirato, con lo zainetto. Invece niente.
Poi l’ho incrociato dopo una decina di giorni. Mi ha visto, si è rabbuiato di colpo e ha accelerato il passo. Ma ero in fase di rientro, non ho verificato. E mi sono chiesto: se lo ribecco mentre abbandona i contenitori cosa farò? Una nuova rissa? Un nuovo attacco di follia violenta?

talon_gatto_neroE’ di nuovo sparito, e non ho più visto i contenitori..
Poi, due settimane fa, sul cocuzzolo è spuntata una casetta di legno, a misura di gatto, piazzata ai margini di uno dei boschetti che delimitano lo spiazzo. Mi sono avvicinato, ho guardato: una casettina con l’interno rivestito di una soffice trapunta bianca. Davanti all’entrata erano piazzati due contenitori, uno con le crocchette, l’altro con l’acqua. Mi è venuto da ridere, per la cura meticolosa dell’allestimento.
Ma del gatto, e del gattaro, nessuna traccia.

E’ arrivato ieri l’altro. Come al solito ero sul cocuzzolo per la ginnastica. Non ha mostrato di riconoscermi. E’ andato subito verso la casetta, l’ho sentito parlare tra sé, forse chiamava il gatto. Spostava le vaschette, che erano ancora piene di crocchette. E’ uscito dal boschetto, diretto verso il cestino dei rifiuti. D’un tratto ho preso la decisione di parlargli, usando l’approccio suggeritomi dallo psicologo.
“Se lei mette un sasso nelle vaschette” ho detto, “possono restare sempre lì, non volano via col vento. Tanto il gatto mangia lo stesso.”
Mi ha guardato sorridente, allegro, ispirato. Con mio sbalordimento non mostrava di ricordarsi di me. Forse non voleva ricordarsi. Forse aveva rimosso il tutto.
“Mah. Il gatto non c’è più. Sparito. Se lo sono già mangiato.”
“Guardi che l’ho visto” ho detto, “giù nel vialetto.”
Ha di nuovo sorriso, con la sua aria ultra-gentile. “Ci sono due gatti” ha detto, aprendo l’indice e il medio della mano destra. “Entrambi neri. Uno era il figlio. O meglio, c’erano. Ora comunque porto via tutto. E’ finita.”

E’ finita.
Ieri sera non c’era più la casetta. Tutto ripulito. Nessuna traccia.
Non mi ero mai accorto che esistessero due gatti. Erano identici.

[nelle foto: due vedute del Parco Talon]

3 pensieri su “Into the park

  1. Potevi raccogliere la spazzatura fischiettando e con un bel sorriso lasciare intendere che anche questa è ginnastica, potevi fare come il fiume che passa lì accanto e seguendo la linea della minore resistenza disegnare eleganti curve prima di arrivare al mare, potevi poi alzare la tua vela più bianca e guidare qualche barca al largo o verso il porto senza neanche più bisogno di remare.

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