Axis mundi. Racconti della Brianza

mazzola

 

di Gianni Fumagalli

 

IL BOATO   ovvero un eroe* prima della conversione

 

Bisogna scomodare il premio Nobel E. Canetti e la sua opera più prestigiosa, Massa e Potere, per la storia che andiamo a raccontarvi perché tratta di una promessa del calcio e del suo primo impatto con la folla. Il giovane è Bertino, un talento calcistico figlio della nostra Brianza, la folla è quella dello stadio Meazza, conosciuto da sempre come la scala del calcio ovvero San Siro. La folla ha sempre esercitato un’attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione; può esaltarti o annientarti, come una pioggia primaverile incalzante il suo ticchettio può sfociare in un applauso incoraggiante o montare un’onda travolgente. E’ comprensibile lo smarrimento di un adolescente che affronta per la prima volta una simile forza. Ma stiamo correndo troppo e allora riprendiamo il racconto secondo l’ordine cronologico.

Il nostro eroe era un talento raro, possedeva doti che la natura gli aveva elargito in abbondanza ma aveva saputo anche modellare abilità raffinate con una dedizione degna di un asceta. Palleggio, tiro, scatto e dribbling di livello eccellente costituivano armi che esibiva senza parsimonia. Ma la cosa sorprendente era che Bertino aveva un senso estetico fuori del comune. Si può affermare, senza il rischio di cadere nella retorica, che giocasse a calcio per il solo piacere di vivere di gesti puri. Aveva capito, e questo alla sola età di sedici anni, che il calcio poteva riassumere una combinazione tale di elementi tra potenza e scaltrezza, rapidità e fantasia, intuizione ed esecuzione che, sapendoli combinare ad arte, potevano produrre un effetto  sublime. Nel gesto in sé sta la gratificazione, nella realizzazione coerente ad alcuni canoni estetici si esprime la pienezza del bello. Mi sono chiesto per molto tempo perché non esultasse mai dopo un goal, anzi spesse volte rientrava nella propria metà-campo a testa bassa; la risposta sta proprio nel piacere personale di aver eseguito un gesto esteticamente compiuto. Già queste premesse mettono in una luce particolare il nostro eroe perché, il calcio di oggi, praticato nelle società sportive di tutto il paese, pone come primo comandamento la vittoria e come postilla non scritta, ma sottoscritta da tutti i clubs, anche immeritatamente e all’occorrenza frodando. No! Per Bertino una partita poteva essere persa 6 a 1 se quell’unico goal era stato segnato da campione. Come conciliare i due estremi? Spettacolo e risultati, bel gioco e gratificazione, impossibile! Eppure questa è l’essenza del calcio; anzi, la possibilità che la moderna macchina dello spettacolo sportivo esca dalla palude dove l’hanno trascinata gli interessi esorbitanti dei potenti, l’avidità del denaro ed i fascino del successo rapido, passa proprio dalla dedizione gratuita ad un gioco che chiede di mettere in campo fatica fisica, destrezza e creatività. Purtroppo  oggi assistiamo ad uno spettacolo dove calciatori pagati all’inverosimile si comportano come società d’investimento; attenti al proprio tornaconto più che allo spettacolo per cui sono pagati.

Bertino aveva un’articolazione della caviglia un po’ rigida, la stessa che ho ritrovato, quarant’anni dopo, in Ronaldo che chiamavano fenomeno. Questo non limitava in alcun modo l’uso del piede con il quale l’ho visto fare cose eccelse. La palla sembrava un prolungamento naturale del suo arto, il destro (se avesse avuto in dono il sinistro sarebbe stato di poco inferiore a un dio come Maradona) e obbediva ad ogni suo comando con ostentata spavalderia. Non risparmiava a tale proposito alcun attimo della sua giornata e l’oratorio feriale rappresentava lo spazio delle sfide più chiacchierate. Posizionatosi al centro del campo attorno alle dieci di mattino di un giorno di luglio, con un sole già caldo, diede inizio all’impresa di stabilire un nuovo record di palleggi. Va ricordato che il palleggio può essere eseguito in due modi: appoggiando a terra il piede con il quale si fa rimbalzare la palla ad ogni tocco, questa tecnica permette una sequenza lenta ma sicura oppure, mantenendo sollevato i piede da terra con cui si palleggia; questo sistema permette molti più tocchi al minuto ma alza il rischi di far cadere la palla e quindi di dover ricominciare da capo. 1, 2, 3, un piccolo gruppo di curiosi assiste ai primi palleggi poi solo alcuni fedelissimi rimangono, gli altri si disperdono. 222,223,224 già questo sarebbe un traguardo impossibile per i più ma l’impresa continua. Ad un tratto dal cubo d’ombra dei carpini, unico refrigerio contro la calura del polveroso campetto di calcio, dove si riunivano spesso piccole bische di giocatori di carte, un distratto osservatore alza lo sguardo verso la figura in mezzo al campo e sibila un: “figa a le adre’ a mo’ ” poi, con gesto rapido scarta una carta riprendendo il gioco, 351,352,353. Quel giorno l’ostinata cocciutaggine l’ha portato a superare i duemila palleggi e chissà dove sarebbe arrivato se non fosse stato distratto da molti eccitati curiosi che mentre il numero aumentava gli facevano ressa attorno.

Ho giocato molte volte assieme o contro e l’ho visto fare cose sopraffine tali che un campione d’oggi venderebbe l’anima al diavolo per una sola di quelle prodezze come: fare un tunnel di tacco al difensore che lo incalzava alle spalle, lasciandolo in uno stato di sconforto; incrociare di collo pieno al volo una palla calciata dall’angolo e insaccarla all’incrocio con una potenza tale da fissare nella memoria per sempre l’urto dell’impatto; segnare direttamente su corner con un tiro d’effetto a rientrare; dribblare l’intera difesa e depositare con un morbido tocco la palla in porta col portiere attonito; segnare da centrocampo dopo aver appena subito un goal con un tiro teso sotto la traversa; cambiare direzione con una rapidità impressionante e con la palla sempre incollata al piede; segnare su punizione facendo passare la palla nell’unico pertugio lasciato scoperto dalla barriera, con un tiro di collo pieno di tale potenza da far vibrare l’aria. Spesso ai difensori non restavano che i mezzi più sbrigativi per fermarlo; molte volte anche questi non bastavano. Il suo repertorio è sterminato e noi potremmo elencare centinaia di altre gesta; gli amici che hanno condiviso le sue imprese sapranno aggiornare meglio di me questo scarno catalogo.

La fama di Beritino non era il prodotto di quel tifo campanilistico, molto diffuso in quegli anni, dove il paese e l’oratorio rappresentavano il mondo intero, con  propri idoli ed eroi, che si sgonfiavano al primo confronto. Aveva conquistato il favore degli intenditori su ogni campo di calcio, deliziato tutti gli spettatori occasionali e allertato gli interessi degli emissari delle società che contano. Fu contattato dal Milan e finì per entrare nei ranghi di quei privilegiati. Ma il suo spirito libero mal si adattava alle rigide regole delle tattiche e delle strategie delle squadre blasonate. Resistette un periodo relativamente lungo, forse un anno, un anno e mezzo, coniugando lavoro e allenamenti stressanti ed esordì una domenica pomeriggio allo stadio di San Siro, quando ancora c’era l’usanza di far giocare le squadre della primavera prima del match di cartello. Qui la memoria si confonde, alcuni sostengono di essere stati presenti allo stadio, altri di aver sentito il racconto da fonti autorevoli, altri ancora di aver interpellato lo stesso protagonista. Le versioni sono diverse ma su un elemento concordano tutte; quando Bertino, verso la fine della partita, prende la palla fuori area e dribblando la difesa lascia partire un tiro teso che si infila all’incrocio dei pali, un boato terrificante esplode dal catino dello stadio liberando una vibrazione contagiosa indescrivibile. Quando, tempo dopo, gli ho chiesto come fossero andate le cose, mi rispose, col suo solito sorriso che ben sottolineava il distacco da queste cose terrene: ”è vegnù giò San Sir”.

Il racconto finisce qui, anche perché il nostro eroe lasciò presto il mondo della vetrina calcistica convertito ad una passione ben più misteriosa e tormentata: la lettura. Ma questa è un’altra storia che non mancheremo di raccontare.

*Usiamo qui il termine eroe nella sua accezione più semplice di persona dotata di capacità fuori dall’ordinario.

 

 

 

 

 

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