Axis Mundi. Racconti della Brianza

tolstoi

 

di Gianni Fumagalli

 

BERTINO   ovvero la conversione

 

Tutte le conversioni conoscono una via di Damasco, ogni conversione ha un  proprio luogo prescelto. Stava tornando per una licenza militare e osservava la bacheca di un‘edicola, in una piccola stazione del centro Italia, alla ricerca di qualcosa da leggere in viaggio. Lo sguardo cadde su un volume di Guerra e Pace del conte Lev Tolstoij. Non fu guidato dalla sua conoscenza letteraria nella scelta, pressoché inesistente, ma da alcune inezie come la grafica della copertina, il titolo altisonante e una vaga reminiscenza di un adattamento filmografico del quale ricordava solo alcune scene della ritirata napoleonica di Russia. Acquistò per sbaglio il secondo volume e lesse poi l’intera opera nell’ordine inverso. La folgorazione lo investì ugualmente e fu una vera e propria conversone alla lettura. Con la stessa ostinazione che prima metteva nel calcio per superare, ad esempio, i mille palleggi o provare e riprovare un tiro fino a quando riusciva a farlo con la forza e la precisione voluta, si buttò a capofitto nell’oceano delle lettere senza alcuna guida, esperienza scolastica, indicazione generica. Macinò libri, libri e libri ancora, seguendo il suo istinto e le affinità che generavano le letture precedenti.

Consolidò nei primi anni una conoscenza da autodidatta ma dalle dimensioni vastissime; leggeva dieci-dodici ore al giorno per interi mesi e aveva aperto il suo interesse alla teologia e alla filosofia ma, considerava la poesia la culla delle lettere. Aveva acquisito una capacità di lettura a voce alta tale da incantare gli ascoltatori fedelissimi o occasionali; oltretutto non si risparmiava mai, tanto era profonda la volontà di comunicare. Ho ancora ben scolpita nella memoria la prima volta che lo ascoltai leggere alcune pagine dell’ Ulisse di Joyce:

–         Lei, Cochrane, che città lo mandò a chiamare?

–         Taranto, professore.

–         Benissimo. E allora?

–         C’è stata una battaglia, professore.

–         Benissimo. Dove?

La faccia vuota del  ragazzo interrogò la finestra vuota.

Favoleggiata dalle figlie della memoria…

–         Non ricordo il luogo, professore, 279 a. C..

–         Ascoli, disse Stephen, dando un’occhiata al nome e alla data sul libro con i suoi sfregi cruenti.

–         Si professore. E disse: Un’altra vittoria come questa e siamo spacciati

Quella frase il mondo se l’era ricordata. Ottusa distensione della mente. Da un colle a dominio di una pianura cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato a una lancia. Generale qualunque a ufficiali qualunque. Porgono orecchio.

–         Lei, Armstrong, disse Stephen. Quale fu la fine di Pirro?

–         La fine di Pirro? Professore?

Io lo so, professore. Lo domandi a me, professore…

Il tono, le pause, la voce marcata nei punti giusti e il flusso di coscienza quasi sussurrato. Una delizia a sottolineare la potenza e la grandezza della scrittura che può comprendere l’intero mondo: della storia, della realtà, della coscienza e dell’inconscio. Mi afferrò il demone della Parola e non mi lasciò più.

Le incursioni nella poesia, almeno nel primo periodo, le ricordo tutte come fossero accadute ieri. Ungaretti, Quasimodo, Montale, Lorca, Turoldo, Pasternak, Rilke. Per ogni poeta dobbiamo mettere in conto più serate, tra le mura di case amiche, nei ruderi di un casolare, a casa dello stesso Bertino e, molte volte, nella mia di casa. Le notti a commentare come talmudisti un verso di Lorca, una strofa di Pasternak, una poesia di Turoldo. La poesia entrò in ogni momento della vita della nostra piccola comunità e lui ne è stato il suo angelo annunciatore. La poesia ci contagiò tutti al punto che un fresatore metalmeccanico come Giovanni, in una serata in biblioteca, leggeva a voce alta poesie con un trasporto insospettato. La poesia circolava liberamente nell’etere e noi ne sentivamo il magnetismo.

Verde che te quiero verde / Verde vento / Verde mare (Lorca)

   Geloso di Copernico e non di una qualunque Tatiana Yvanovna (Pasternak)

   E sono senza pietà per questo / mio cuore denudato (Turoldo)

Bertino univa l’afflato dell’amico più caro al ruvido rigore dello studioso. Ti portava per interi pomeriggi attraverso le altezze siderali e non mancava di fare una battuta o un esempio divertente. Da cosa ti salva il cristianesimo (intesa come salvezza dal male)sentenziava citando Sergio Quinzio – come dalle fauci del leone – e aggiungeva – ta sa salvaret ma ta vegnet feu cunscia de sbat via. (ti salverai ma ne esci fuori conciato da buttare via). Accompagnava le sue dissertazioni con una risata che usava in modo avversativo o rafforzativo. I suoi esempi sono sempre stati epici, andrebbero ordinati e raccolti in un libro: a le cum’è… ( è come…).

La dedizione alla Bibbia ha conosciuto molte stagioni, trascinando il gruppo cresciutogli attorno in interminabili dissertazioni. Col supporto di un apparato saggistico da puro esegeta e il contributo diretto di studiosi del calibro di Barbaglio, Rizzi, Vivarelli, chiamati molte volte per conferenze e seguiti nelle loro pubblicazioni come scrittori di best seller, si addentrava negli enigmi della rivelazione con la volontà di un neofita e l’ostinazione di un mistico.

Tra gli amici e i conoscenti la fama di Bertino cresceva in modo direttamente proporzionale alla mole di libri che passavano tra le sue mani. Cresceva insieme il disagio per un lavoro, concepito esclusivamente come fonte di sostentamento ma rivelatosi inadeguato alle sue esigenze letterarie. Alla Pirelli, dove la scansione dei turni gli aveva dato l’effimera illusione di ricavarsi una nicchia letteraria, lavorò otto anni con il pensiero costantemente rivolto alle letture e ubriacando i colleghi operai che lo vedevano come un simpatico invasato capitato lì per sbaglio. Riuscì ad entrare nella scuola come bidello e pensò di aver finalmente trovato il giusto compromesso tra i due doveri: sostentarsi e coltivare la lettura. Arrivava ogni mattina con una borsa piena di libri che disponeva sulla sua scrivania di bidello. Era, per chi entrava, l’immagine, il segno e la premessa di un luogo di cultura che avrebbe garantito delizie, ma hai me! Molte volte la cultura si fermava sulla sua scrivania. Ai ragazzini della media, che si trovavano in classe il bidello, invitato, raramente, dalla loro insegnante di lettere, a leggere e spiegare un poeta del 900, non bastava tutta la serietà imposta perché, come Bertino iniziava la lettura di una poesia si davano di gomito e a stento trattenevano il sorriso non riuscendo a coniugare le conoscenze del personaggio con il suo ruolo. Ungaretti fu uno dei primi poeti esplorati. Leggeva le sue poesie imitando molto bene la voce, cavernosa, lenta, strascicata, noncurante dei ghigni dei balordi capitati in biblioteca per caso, attratti dalla voce sofferente di un “istrione”.

Buono, mite e disponibile fino allo sfinimento, se si trattava di cultura, mostrava un’ostinazione da fanatico quando veniva confutato sulle sue “verità”. Aveva un senso dell’umorismo fuori del comune che esercitava  senza riserve, in ogni relazione o confronto dotto.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Inaugurò una lunghissima stagione dove esportò, ovunque lo chiamassero e sempre gratuitamente, i poeti che scopriva e che, come un ossesso studiava sin nelle pieghe più recondite dell’anima. Esenin, Apollinaire, Trakl, poi Rilke, Pasternak, Achmatova, e quelli che scoprì prima delle riconoscenze ufficiali come Brodskij, Walkott, Auden e molti, molti ancora che non possiamo  neppure nominare tutti.    

Ossessionato dal rumore che lo aggrediva da ogni dove: tangenziale est, ferrovia, vicinato, trasferì nello scantinato parte della sua libreria, fece murare la finestra seminterrata e dentro questo scrigno di silenzio lo trovavi dieci – dodici ore al giorno.

Poi il tempo ha finito per indebolire la sua incontenibile vitalità. L’assistenza alla madre molto anziana ha ridotto quasi a zero i suoi contatti col mondo. Vive come rintanato in un eremo e risponde solo, con la sua solita bonaria accoglienza, alle visita ormai diradate di amici. Continua sempre a studiare con lo zelo che l’ha contraddistinto fin dal principio, come un zaddik medioevale.

Io penso che tutta la sua saggezza alimenterà, come un humus fecondo, le generazioni a venire, non so come questo avverrà ma ne ho la certezza, come un tempo ha saputo incendiare i cuori di noi che l’abbiamo conosciuto.

A te Bertino tutta la nostra riconoscenza.

 

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