Giacomo Leronni, da “Le dimore dello spirito assente”

tegole

Dichiarazione di poetica

Sfilano gli stracci

della verbosità

si essicca il discorso paludato

il fasto retorico

uggiola di finitudine

la ridondanza perde morsi.

Giacciono i fronzoli disattivati

annegano gli orpelli

si staccano

le cornici esornative:

chi parla adesso è asciutto

un corpo scarnificato

evaporato

nient’altro che un’anima.

*

Si fa fatica per saldare l’alba

al tramonto

per conoscere

poi gli occhi

ti si schierano contro

e così i cuori, le colline

si fa un’immensa fatica

per arrivare a lambire

la volta del tempo

e la grazia invece

è del tutto spontanea.

*

A voce alta aggiungiamo

postille al giorno

che non ci ascolta:

fuori martella sicuro

croce e necessità.

Rileggiamo l’orrore, il vuoto

fa bella mostra di sé:

ecco il disappunto

poi la sconfitta.

Il giorno non ci ascolta

non ha bisogno

della nostra musica violata.

*

Quando dico amore è per eludere

la dogana del senso.

La coscienza

è in attesa delle ombre

più in fondo la giustizia declama

principi inattingibili.

L’amore

con cui scendiamo a patti

l’ardore dei matti

che sognano l’idea

è allora

quel dolore vibratile

quell’arteria che non trova posto

nel corpo.

*

Per alcuni l’estetica

coincide con la religione

per altri è data

dall’osso che marcisce.

Le case intanto

dispongono radici

oltre l’apparenza.

Alcuni

vi dimorano con gesti nitidi

altri le occupano

per caso o frenetici

e abitandole le svuotano.

*

Sbuffo di neve che rechi l’anima

spettro di ghiaccio

meteora

di una notte lodata dal suono

affido a te il segno

saluto i tuoi fiocchi

compromessi col pensiero

macchiati di finalità

– ecco lo scandalo

dei vetri, la denuncia

della luce sulle tegole –

neve intrigante

che intanto scivoli

fuori dal senso

so che ti interroghi

lo prova

il tuo profilo tarlato

la solenne tua esitazione.

*

Pastello nudo, ombra che si estingue

coscienza stinta, sfilacciata

vetta capovolta

barca marcita, con falle

prossimo al digiuno

alla trappola

buca dentellata

e per tutti gli altri

cuore (o manna).

*

La quiete quando si è pesti

la carne, le sue pecche

poi l’occhio

traliccio di spossatezza:

si logorano una ad una

le rive del torpore

fingendo il riposo

il pensiero guadagna il tetto

dell’atrocità.

*

C’è un pozzo

una crepa per il silenzio

labbra come girasoli

un ricordo procura

la luce necessaria

una fitta disorienta

spingo il giudizio

oltre il corridoio di tenebra

eludo l’agguato

della soddisfazione

l’approdo, il tatto:

questa la casa

il ricovero.

*

Il pensiero, la nudità

(trama raggelante contro il respiro)

il vento, parassiti

(ne è nato un fiore nella pozza)

la boria dei passi

(un solo urlo, che vive a brani)

schegge, focolai

(si accavallano con foga)

la pania, gli schizzi

(per visione improvvisa)

una notte butterata

(dappertutto).

*

Il rumore delle chiavi

la soglia risorta

all’imbrunire

quando credi nelle acque

nella piena fisicità

che solo la nebbia sa dare

nel punto in cui s’intorbidano

le parole del cielo

e il freddo ascolta i petali

lungo la prima voce

nell’istante esatto del tuono

nel ventre della morte

che addenta.

*

Smozzicato, ributtante

ma affezionato al cielo

depredando, risanando

in un guanto di nuvole

in piatti di tabacco

nella follia dell’albero

nel contatto con la iena

mentre il fuoco

indossava capelli

nel nome più contorto

chiamando casa la furia

schiaffo l’assenza

così alitando si fece vivo.

*

Quanto è astuto quel perdono

quel grido

succhiato ai mandorli

quanto brucia quel pollice di latte

che sigilla il giardino

com’è acceso il verdetto

ciliegia malferma

virus di dedizione

nella notte contigua

nel pulviscolo

nell’ora inestinguibile

del palmo trafitto

quanto cieca è la caduta

senza orli, incalzante

quanto prona, arrendevole

la resurrezione.

*

Qual è la verità

che ci aspettiamo

dove ostenterà

le sue grazie, le sue difese

lontano da noi, certamente

la verità quieta, il ghiaccio perfetto

che corrode i sentieri

torce i platani

forse non siamo capaci

di cercare

e nel frattempo lei vacilla

ditemi dunque una buona volta

se questo tormento

è ben riposto

e se mai potrà fiorire

*

Infrango il patto

la sorpresa mi evita il carnefice

se lo spirito è salvo

chi potrà incendiarci

una ritorsione selvaggia

d’accordo

sarà sufficiente?

Un giorno dopo l’altro

come stimmate universali

percepiamo il silenzio

del sangue prigioniero

i rovi si muovono apposta

le forbici del resto

sanno già perfettamente

ciò che si deve tagliare

*

Dove il mondo

può essere captato

in questa imprecisione

della volontà

in questo coraggio disperso

ai margini del bosco

non possiamo

nessuno può

inventare una rapina

che coincida con gli occhi

e questo tempo

il rischio di sprofondarvi

questo tempo senza gloria

questo rispetto spento

che rende illeggibile

l’impronta della guarigione

***
Giacomo Leronni, Le dimore dello spirito assente, puntoacapo 2012

3 pensieri su “Giacomo Leronni, da “Le dimore dello spirito assente”

  1. ditemi dunque una buona volta
    se questo tormento
    è ben riposto
    e se mai potrà fiorire

    in questa imprecisione
    della volontà
    in questo coraggio disperso

    Sono alcuni dei versi che mi colpiscono e che oserei definire “il sogno della realtà”, per la loro forza espressiva nel comunicare l’esigenza di ricerca, sangue e spirito, della verità.

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