36. Sacchi

da qui

Se la bellezza, forse, non ti è bastata per salvarti, la scrittura ti ha permesso di trovare una valvola di sfogo. Scrivevi dappertutto: su fogli volanti, nelle pagine ingiallite delle agende, in quaderni gualciti, perfino sul retro delle copertine di libri ormai inservibili. La tua stanza era un deposito di versi, racconti, inizi di romanzi, che ogni tanto riprendevi per poi abbandonarli nuovamente. Vista da qui, la tua vita è una fila ininterrotta di parole che ti lasciavano sempre insoddisfatto e, quanto meno ti ci ritrovavi, tanto più finivi col moltiplicarle, come se il punto fosse rintracciare un giro giusto di frase, il cortocircuito folgorante in grado di placare la ricerca a volte ansiosa, a volte disperata di un senso, di uno stile. Ogni tanto frugavi nei cassetti e negli scatoloni, ne estraevi un testo, sprofondavi nell’attimo fuggente di un ricordo, convinto di aver intercettato l’intuizione decisiva, fermato il tempo nell’istante in cui il tuo io fosse capace di staccarsi dalle sue paure e immergersi nella contemplazione di un oggetto, un tronco di tiglio, per esempio, con la corteccia dai pezzi sovrapposti, frammenti lacerati da piaghe dolorose, come quelle che avvertivi dentro te: immaginavi la scorza separata dal fusto della pianta, la patina, consunta dagli agenti atmosferici, strappata via con un gesto della mano; e allora, perché non pensare che lo stesso sarebbe accaduto alla tua vita, che la forma esterna, consumata dagli sguardi, la continua tentazione di ridurre l’esistenza alla corteccia, non potessero troncarsi con un colpo secco, un taglio perentorio, un odio, insomma, che scalfisse il desiderio di godere e possedere che t’aveva risucchiato fino a ora e da cui disperavi di sganciarti? Come un albero, sentivi affondare nella pelle di ragazzo, e poi di uomo, la lama acuminata dell’egoismo più meschino travestito da amore. Una foglia di tiglio: questo avresti voluto divenire; permettere ai grappoli di frutti di volare; solo allora ti saresti ricordato che tiglio vuole dire ala. Adesso era più chiaro: se fossi riuscito a strappare la corteccia, a ritrovarti al di là della maschera frivola del rubacuori, avresti indovinato la parola che cercavi, una delle tante che vagavano imperterrite nella stanza straripante di carte e si fermavano ogni tanto ora su un prato, ora su una nuvola; una parola leggera e impercettibile, al punto da fluttuare senza vento, tanto profonda da abitare al centro del tuo cuore, dove l’unico capace di conoscerti sarebbe finalmente sceso, convincendoti a riempire sacchi e sacchi di fogli, quaderni, copertine, affrancandoti dal peso insostenibile della fila infinita di parole, troppo pesanti per competere, da sole, con la forza di gravità del tuo dolore.

Prepararsi a rinascere

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Si è concluso ieri il corso intensivo d’italiano organizzato come ogni anno dalla Dante Alighieri di Auckland. Cinquanta studenti, cinque insegnanti, cinque giorni di lezioni, pranzi, chiacchiere e visione di film.
Il tema di questo corso è stato l’immigrazione, fenomeno di cui solo negli ultimi decenni sembriamo esserci davvero ricordati, ma che ha caratterizzato la storia dell’umanità – e dell’Italia in particolare – dalle sue origini fino ai nostri giorni. In fin dei conti non esiste paese o città che non siano stati costruiti sull’accumulo delle scelte, delle fatiche, delle sofferenze e del coraggio degli uomini e delle donne che hanno deciso d’andarci a vivere.
Il primo dei film proiettati è stato Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati, con uno straordinario Nino Manfredi nella parte del protagonista. Pane e cioccolata ha risentito forse un po’ troppo dello scorrere degli anni, ma i suoi (pochi) difetti sono di gran lunga controbilanciati dai (numerosi) pregi: i difetti vanno ricercati nel ritmo, nel montaggio e nella lunghezza di certe scene che in alcuni casi (come ad esempio nell’episodio del pollaio) passano dal surreale al grottesco, per poi sconfinare malauguratamente nel didascalico. I pregi stanno invece nella capacità di raccontare una storia legata ad un argomento difficile (quello dell’emigrazione italiana in Svizzera negli anni sessanta) e di saperlo fare coi toni di una commedia Continua a leggere

La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

coper.gaber.jpg.2Sono un uomo che ci crede ancora…sono malato

di conoscenza, di voglia di cambiare le cose…

Forse è da lì che ciascuno di noi dovrebbe

ripartire, dall’individuo e dalle sue contraddizioni.

Giorgio Gaber (1984/1998)

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La passione del “noi” e il conflitto, il mondo di Giorgio Gaber. Due parole sul saggio del prof. Claudius Messner

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di Antonino Contiliano

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La realtà, lasciò scritto Bertolt Brecht nei suoi pensieri sull’arte e la letteratura (oltre che nei suoi testi poetici e teatrali), ha più forme di quante ne possa inventare la poiesis dell’uomo, e di quelle che la “modernità”, in particolare, ha pensato e agito per creare un uomo e una società nuovi. Questi, specie nel Novecento, il “secolo breve”, ci ha provato (sintetizziamo e per approssimazione), fallendo, infatti, in modi diversi (ma il secolo breve avrebbe anche di che difendersi di fronte a un tribunale!). Sono le prove delle grandi guerre e delle rivoluzioni rosse, nere, gialle e bianche; quelle dei blocchi contrapposti e degli equilibri del terrore o quelle degli ecumenismi etico-religiosi fondamentalisti, e di segno diverso; quelle tecnologiche e ideologiche della prima e seconda (post-fordista) industrializzazione o quelle che fanno appello al diritto, ai diritti e ai diritti fondamentali, etc.

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LA MEMORIA DI AUSCHWITZ: “LA NEVE NELL’ARMADIO”, DI ENRICO MOTTINELLI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il giorno di Auschwitz, il giorno della memoria. Quest’anno l’ho affrontato in un’intervista con Enrico Mottinelli, autore de La neve nell’armadio (ed. Giuntina), un libro che scava nel significato profondo della terribile esperienza storica di Oświęcim. L’opera, nella parte conclusiva, presenta anche una conversazione con una sopravvissuta a questo e ad altri campi di sterminio, la scrittrice ungherese Edith Bruck.

(da lasestina.unimi.it)

– Ogni anno si celebra il giorno della memoria, focalizzato sull’olocausto, e legato in modo particolare ad Auschwitz. Alla luce del quadro di orrori globali che la storia anche recente presenta, avrebbe senso pensare di fare di questa ricorrenza un giorno dedicato al ricordo e alla condanna di tutti gli stermini?

Il Giorno della Memoria è stato collocato il 27 gennaio perché in quella data l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, peraltro già abbandonato dai tedeschi poco prima. Quella data è diventata il simbolo della fine di quella vicenda, sebbene gli ultimi campi siano stati raggiunti anche mesi dopo.

La questione che poni mette in evidenza un tema molto ampio, ovvero l’unicità di Auschwitz (inteso non come un singolo campo, ma come simbolo dello sterminio). Auschwitz è diverso dai tanti stermini che la storia dell’uomo ha conosciuto prima e dopo? Credo di sì. Lo è da un punto di vista direi “filosofico”, come scrive George Steiner. Auschwitz è stato qualcosa di più e di diverso da uno sterminio di essere umani per mano di altri esseri umani. Volendo sintetizzare, direi che ad Auschwitz l’uomo ha tolto il velo del senso che aveva costruito fino a quel momento, e sfruttando tutto il meglio delle cose che sa fare (scienza, tecnologia, organizzazione, diritto ecc.) ha messo in scena una catastrofe immane. Ad Auschwitz l’uomo ha distrutto il senso e si è affidato al non senso. Fare memoria di quell’evento significa tenere presente che, qui e ora, ognuno di noi deve sapere che convive con questo baratro di caos, che si porta dentro da quando ad Auschwitz si è reso possibile e manifesto. Continua a leggere

35. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

da qui

Puoi dire che la poesia ti abbia salvato? No, non puoi dirlo. Eppure ti tenta, quest’idea. Già in seconda media, Dante ti aveva conquistato: cosa ci trovavi? Continua a leggere

“MELE MARCE” E IL NOIR IBERICO. INTERVISTA A JUAN MADRID

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Juan Madrid, come ebbe a dire una volta Manuel Vázquez Montalbán, è uno dei “due” veri scrittori noir spagnoli. Acuto osservatore della società che ritrae nei suoi romanzi, è autore di Mele marce. Marbella noir (ed. e/o), un romanzo che descrive il sottobosco criminale della Costa del Sol. Lo ringrazio per avermi concesso questa intervista.

Mele marce è un romanzo che intreccia i destini di diversi profili umani, criminali e non, sullo sfondo di una Costa del Sol che siamo abituati a vedere soprattutto nei cataloghi turistici. L’umanità di questo “sottobosco” è così lontana da noi?

Non è lontana, è accanto a noi, e convive con noi.

– Qual è il segreto del genere noir? Perché cattura così tanto i lettori?

Parla della morte, del crimine, della forza di attrazione esercitata su di noi dal male. Io però penso che a tutto questo si aggiunga il fatto che il romanzo noir sa raccontare alla società meglio di qualunque altra forma letteraria. Continua a leggere

“STORIA DEL SUBLIME”, DI GIUSEPPE PANELLA: PRESENTAZIONE FIORENTINA

Presentazione dell’opera di Giuseppe Panella

STORIA DEL SUBLIME. Dallo Pseudo Longino alle poetiche della Modernità

LIBRERIA IBS FIRENZE – Via de’ Cerretani, 16/R

(Editrice Clinamen)

mercoledì 30 gennaio 2013

ore 18,00

    Storia del sublime

Intervengono:

SANDRO BERNARDI

GIANLUCA GARELLI

Coordina
CAMILLA PIERI
per la Editrice Clinamen
Sarà presente l’Autore Continua a leggere

da “Ruggine”, di Marilena Renda

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Il primo giorno c’è un sole piccolo che illumina

ciò che rimane del nulla, e il nulla non ha fretta.

Le ossa piegate, il respiro interrotto ai tessuti vitali,

i capillari, i contorni dei vivi e dei morti.

Ci sono da raccogliere solo i morti, e i morti

 

non hanno fretta. La madre-pia è una madre-

pelle, una coperta che muori se la perdi. Continua a leggere

Vivalascuola. Come migliorare l’insegnamento della Matematica?

La matematica è da tempo indicata come la bestia nera della scuola italiana. In precedenti puntate di vivalascuola Alessandra Angelucci ci ha aiutato a capirne le difficoltà e perché, viceversa, è importante lo studio di questa disciplina. Adesso ci fornisce dei suggerimenti che possono essere utili non solo per sconfiggere la bestia, ma più in generale per migliorare l’insegnamento anche delle altre discipline.

Cosa fare per stanare la bestia, colorarla, farsela amica?
di Alessandra Angelucci

Cosa si può fare per insegnare meglio la matematica?
La scuola italiana non se la passa bene. Se ne parla spesso: l’edilizia fatiscente, gli strumenti (tecnologici e non) che scarseggiano, gli stipendi e gli orari degli insegnanti (impossibili da stablire, i secondi e da adeguare, i primi), i tagli alle spese, la dispersione scolastica, ecc… Ma mi sembra si parli troppo poco, e troppo male, dell’aspetto più importante: alla fine, gli studenti, cosa imparano? Continua a leggere

Gli impossibili Esercizi sulla Madre di L. R. Carrino

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Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, Perdisa Pop

Non è un libro semplice, questo, nel bene e nel male. Non è un libro della sera, o del treno: è un libro che va propriamente letto, anzi imparato a leggere, cosa che si fa dalla ventesima pagina fino all’ultima. La parola in alcuni passaggi è davvero preziosa, incidente, perturbante, auto compiuta. A volte troppo: la parola si gonfia e pretende tutto, anche di non essere capita; altezzosa, distante. E a volte ciò che si narra è iperbolico, sovradrammatico, implausibile, mi ha lasciato una sensazione di eccedenza, di volontà di effetto; anche se non penso che l’autore ne avesse il proposito. La sensazione che ho, invece, è che Carrino volesse provare a guardarsi dentro uno specchio mentre vomitava, piangeva, gridava, ma tutto piano, tutto solo mouse e tastiera, con persino qualche sorriso di bravura che ci sta tutto: la sua penna è compiuta e poetica, raffinata.
Ci vuole un anticoagulante, e tempi morbidi, per compiere il viaggio di questa lettura, che non è per tutti, e non è per qualsiasi giorno. “Esercizi sulla madre” è la storia di un bambino di 38 anni che abbandonato dalla madre una notte di 30 anni prima non ha mai smesso di escrescere intorno a quella fuga senza addio, di cui solo nella conclusione ribalta il finale. Continua a leggere

Chandra Livia Candiani, Salvare la parola

Segnalo e con gioia invito non solo i poeti, ma tutti gli amici e i lettori di questo blog a leggere una bellissima intervista di Roberto Bertoni a Chandra Livia Candiani pubblicata da Il primo amore. Chandra Livia Candiani non solo scrive altissime poesie, ma comunica come pochi con parole stupende la grande forza e la funzione che ha la poesia “per la vita“. Non solo di Buddhismo e cultura italiana si parla infatti in questa intervista: di qualsiasi cosa parli, Chandra Livia Candiani parla di poesia e parlando di poesia parla di vita.

Salvare la parola
intervista di Roberto Bertoni a Chandra Livia Candiani

Se dovesse lasciare un messaggio in una capsula che viaggiasse verso il futuro, cosa vorrebbe dire?

Come stai?

Se pensa al presente in cui viviamo, cosa è più urgente fare, in quanto poeta?

Salvare la parola. La parola è in via d’estinzione. Non dice più. Forse informa, talvolta comunica, ma trasmette quasi mai. Tocca cosa? Dove? Continua a leggere

34. Sei lì

da qui

Più procedi, più ti rendi conto che rivangare il passato è un’operazione discutibile. C’è il rischio di mettere in fila una serie di eventi folcloristici, di sgranare un rosario di episodi che non hanno a che fare con la complessità dell’oggi, la coscienza che giudica da un punto più strategico il fardello delle assurdità, la ricerca ostinata di qualcosa che avresti trovato da tutt’altra parte. In questo senso, il passato è una catena da trascinarsi dietro nell’ora d’aria della vita, quando il tempo ti permette di fermarti e scandagliare il pozzo senza fondo delle scelte, dei traumi, dei conflitti che t’hanno, per dir così, riempito l’esistenza. L’inciso è d’obbligo: spesso, in realtà, l’hanno svuotata, corrodendo dall’interno la fiducia in te stesso, già così straordinariamente compromessa. Dovresti calarti nei panni di chi ancora non sapeva di Dio e del suo linguaggio, della fermezza e della libertà che non s’impongono a nessuno, incapaci di condizionarti, e per questo destinate alla polvere della soffitta. Forse è da qui che bisogna cominciare: da un Dio che cerca di raggiungerti, di porre sulla strada persone e situazioni che possano aprirti mente e cuore; ma tu ti guardi bene dal prestargli attenzione, preso come sei dal tentativo di toglierti, una dietro l’altra, soddisfazioni a buon mercato, confondendo la vita con una rivendicazione del maltolto, come se qualcuno stesse lì per risarcire i danni di un affetto rifiutato, e qualcun altro pretendesse da te quello che allora gli negarono. Visto da questa angolazione, un libro di memorie è un semplice raccoglitore di paradossi e controsensi, la presa d’atto di una debolezza che ha trovato le vie più disparate per sfogarsi o mascherarsi, puntando sempre sull’unico punto di forza su cui sapevi di poter contare: il fascino, l’efficacia infallibile del tuo potere seduttivo, anche se, raramente, questo cozzava contro il muro del buonsenso. Come quando chiedesti a Neris, in modo più volgare, se avesse voluto far l’amore, così, senza preamboli, convinto che nessuno avrebbe potuto frenare la tua corsa. Lei ti disse no; bisognava conoscersi, parlare, entrare in confidenza. Ricordi come tornasti a casa, quella volta? Ti pentisti? Cominciasti a capire che la vita seguiva tutt’altra direzione? Macchè, ci sarebbe voluto un miracolo per questo. Eppure, scrivendolo, non hai detto ancora niente; dovresti aggiungere la lotta che sostenevi ogni giorno con te stesso, le volte che avresti voluto il consiglio di qualcuno, un confronto su pensieri ed eventi che t’avevano persuaso dell’assenza di speranza, che a te restava cogliere l’attimo fuggente, strappare un sì, senza perderti in calcoli di perdite o guadagni: se tu avevi sofferto mille volte, potevano soffrire pure gli altri. Eppure, scrivendo questo, non hai detto ancora nulla. Dovresti inanellare la serie infinita delle notti che restavi affacciato alla finestra e che piangevi, senza far rumore, perché dentro intravedevi paesaggi che sembravano invitarti, mostrarti una città di cui non conoscevi il nome e che, con le tue mappe taroccate, non saresti stato in grado di raggiungere. Ecco, questo è il passato: una lacrima che scende lentamente e precipita sul davanzale bianco; goccia dopo goccia, ti accorgi del mare che separa il cuore dalla terra promessa della vera identità. Senti alle spalle lo stridìo dei carri, gli ordini secchi del Faraone alle sue truppe. Tu sei lì, sospeso al filo di Pi-achirot; solo, davanti a Baal Zefon.

Ovunque, di Elisabetta Bordieri

pioggia

Non si accorse nemmeno del foglietto incastrato nei tergicristalli che continuava a scorrere sui vetri grondanti di una pioggia satura di giorni come quelli. Raggiunse la galleria dove l’aspettava la sua quasi socia con la solita calzante ironia e dove, in evidente ritardo, arrivò fradicia di noia.

“Alla buon’ora”

“Traffico e pioggia”

“Un bel connubio, un titolo da dare alla tua prossima opera”

“Non ci sarà una mia prossima opera, non scatto da secoli”

“Potresti tornare a farlo”

“Non mi interessa più. Lo sai”

“Io so solo che invece dovresti” Continua a leggere

Memoria e coscienza della Shoa

memoria

 

di Gianni Fumagalli

La nostra breve riflessione sulla memoria e sull’urgenza di una consapevolezza collettiva, in particolare per le nuove generazioni, sempre più orfane dei testimoni della shoah, prende origine da una domanda fondamentale: quale esperienza negativa ha potuto generato una frattura di civiltà così incolmabile; in nome di quali oscuri ideali si è potuto distruggere le premesse fondamentali dell’agire umano inteso come interazione tra culture diverse? Il nazismo, nei dodici anni di potere, ha scavato una voragine spaventosa contro la cultura ebraica e gli altri popoli non “degni di esistere”, slavi, rom, asiatici ed africani in genere. Per tentare di rispondere a questa grande domanda seguiremo tre direttrici: quella della memoria; dell’antisemitismo e dell’etica.   Continua a leggere

Georges Bernanos e la motocicletta

Bernanos

di Augusto Benemeglio

1. Era uno che cammina al buio

Georges Bernanos ( 1888- 1948) era un francese del nord , uno di quei francesi testardi, cocciuti , passionali, drammatici, con una grande fede , uno di quelli che hanno sempre ragione anche quando hanno torto marcio. Ma era un po’ come il parroco di campagna del suo “ Diario” , ( il suo romanzo capolavoro ) , uno che cammina al buio , che è assalito dalle tentazioni del diavolo , che vive e soffre della sua fede in una sorta di lotta, di corpo a corpo con il mistero , con il segreto e con tutta la parte che noi non conosciamo di noi stessi e del mondo….Era un uomo tormentato , assediato , ossessionato dal peccato , e con quel suo temperamento passionale, ostinato, violento , di peccati ne avrebbe commessi parecchi con tutto lo strascico dei rimorsi e dei pentimenti, ma era anche un uomo pervaso dallo spirito di carità , di compassione , uno di quelli che sa riconoscere “la ferita profonda dell’anima”, uno di quelli che sa che un “vero dolore che esce dall’uomo, appartiene anzitutto a Dio”, e bisogna accoglierlo umilmente nel proprio cuore, farlo diventare proprio, amarlo, anche se è molto difficile. Continua a leggere

MI HANNO DETTO DI OFELIA – di Cristina BOVE

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 HUACA

Ondate sul display, sono disposta

a pixel. Dall’era quaternaria

distante come i piedi dai capelli

approdo  a  sassi di memoria inscritta

selce mai polvere

né arresa

sorpresa forse in segmenti

incisa

a mano libera in sanguigna e calce

campitura perfetta dell’affresco

dove riporto storie. Mi trovate

se non vi  basta un coro, quando

scandisco palpiti in assolo

al dio dei rebus

io l’Arlecchino di losanghe

fossili. Continua a leggere

Da La neve, di Francesco Filia

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(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli

La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso… un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno. Continua a leggere

33. Fumo nero

da qui

Ora che hai scavato più in profondo, non ti senti più tanto sicuro. Ogni dettaglio può essere osservato da un’altra angolazione e dovresti, per coerenza, ripartire dall’inizio: dal famoso balcone sopra viale Beethoven, setacciando ogni piega del passato con un’ottica diversa, una pietà allora sconosciuta, un’attenzione all’altro che nemmeno ti sognavi. Ti sembrava di averne pure troppa, a dire il vero: quando si è piccoli e sensibili, come hai sempre immaginato, si affronta il mondo con l’idea che dall’altro possa venire solo il bene. Te lo insegnano i nonni, che vengono da Napoli con il borsone imbottito di regali: soldatini, giochi del calcio coi pupazzetti a molla, scatole colme di marron glacés. Te lo insegnano il papà e la mamma, che stupiscono di fronte a un gesto o una parola fuori luogo, come se il marchio della perfezione fosse un dato scontato e indiscutibile. Te lo insegna la maestra Battistoni, scolpendo un quattro in fondo al compito di matematica come firmasse la bolla d’accompagnamento della fine del mondo. Tu sei sempre il bambino che s’incanta, ma forse, sotto sotto, cominci a realizzare che qualcosa non gira nel modo in cui vorrebbero far credere, che la realtà contrasta col canovaccio che hai imparato a recitare. Ti accorgi che comunque devi scegliere: fra te e l’altro, per la precisione. Quando D’Autilia ti chiede per l’ennesima volta se vuoi uscire, tocca a te deciderti in favore della tua tranquillità o di quelle narici dilatate che, chissà perché, ti hanno sempre impensierito. Capisci che Antonio Guida, forse, non è così entusiasta di giocare ai soldatini, perché è capace di mollarti lì, nel salotto di casa, con lo squadrone di nordisti predisposto a una battaglia che non avrà mai luogo. Devi accettare che il padre di Domenico Buccero vi scruti coi suoi occhi a palla e che tu e tuo fratello non possiate esplodere in una risata liberante. Ti accorgi che la poesia, di cui già allora ti nutrivi, non era che una scusa per avvolgerti in una nebbia fitta, in cui l’altro non riusciva più a raggiungerti, né avevano accesso il pianto e il lamento del compagno triste, lo sguardo vitreo del mendicante infreddolito, la gelosia di tuo fratello che cominciava a tormentarti perchè vedeva in te un insopportabile rivale. T’investe all’improvviso l’ondata di dolore che hai rimosso, l’ingombro della sua terribile evidenza, la minaccia ai tuoi sogni, sempre pronti a edificare una città invisibile sulle macerie di quella originale, che agonizza sotto gli occhi elusivi del bambino. Capisci solo adesso che il mondo palpita dall’altra parte del balcone ed è inutile affannarsi a proteggere l’elefante di peluche, a pensare che tanto, prima o poi, dovrai pure tuffarti nel fiume di persone che ti scorre sotto. La balena azzurra del 708 sbuffa ancora il fumo nero dei ricordi, che adesso si deposita sulla tenda gialla del bar, sulla scritta bianca e blu del Minimax, sul muretto imbrattato da graffiti  incomprensibili di fronte al supermarket.

LA “CASA DELL’AUTORE” DI MANUELA LA FERLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

La Casa dell’autore di Manuela La Ferla, nota editor e curatrice di testi letterari, è una nuova esperienza in campo editoriale, che si prepara a dare un contributo vitale alla crescita di scrittori che affinano il proprio talento. Manuela ci ha gentilmente concesso quest’intervista, che illustra tutti i più importanti aspetti della sua iniziativa professionale e letteraria, con sede a Firenze.

– Com’è nata l’idea di questo progetto innovativo in campo editoriale?

Manuela La Ferla

La Casa dell’autore nasce da un’esigenza: il bisogno reale degli autori di avere a fianco un Editor dedicato. A volte si pensa che gli scrittori che hanno già una loro – anche autorevole – casa editrice di riferimento, non abbiano questo problema. Ma così non è, gli autori sono sempre più soli, tranne eccezioni. Non è solo un problema di competenza o bravura o altro, spesso è (anche) un problema di tempi oggettivi.
Un editor interno lavora su più tavoli in contemporanea, come è giusto che sia, ma spesso proprio il lavoro sul testo, che dovrebbe stare al centro dell’attenzione, finisce per diventare un dato marginale, che viene delegato alla redazione o a consulenti esterni. La mia idea allora è quella di lavorare con l’autore prima di arrivare in casa editrice, oppure per conto della stessa su testi già in programmazione.
Attenzione, perché esistono decine di service editoriali e ottimi editor free-lance.
La Casa dell’Autore offre invece un lavoro diverso, che parte dalla maieutica ma ha come conditio sine qua non lo spessore e valore del progetto (se ci riferiamo alla saggistica), e la voce dell’autore (se parliamo di narrativa). Non escludo di motivare io stessa degli autori, nel caso della saggistica, a scrivere su un argomento che mi sembra possa poi essere spendibile editorialmente. Continua a leggere

Axis Mundi. Racconti della Brianza

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di  Gianni Fumagalli

 

FIORENZO

 

Ci sono cose che di una persona colpiscono e restano indelebilmente impresse, quasi a ricordarti che, ogni volta che la incontri o che la richiami alla mente, quelle peculiarità, quegli elementi singolari sono la persona stessa, più di ogni altro aspetto, più della stessa persona nella sua interezza. Per me la voce è Fiorenzo, più dei suoi baffi asburgici, del suo sguardo orientale sempre un po’ in tralice, della sua calma olimpica, della sua figura alta e piacevole. Una voce un po’ nasale, niente di particolarmente suadente o musicale ma amichevole nel timbro e coerente nella sostanza. Una voce sorridente, solare, ammiccante, una voce che sa raccontare, che cattura e diverte: “io sono nato nel secolo sbagliato, trecento anni fa sarei stato un perfetto cicisbeo”, lo sentii dire una volta, potenza dell’autoironia. Continua a leggere