Il contro in testa e le prospettive future del mito anarchico carrarino

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Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia (Edizioni Laterza) l’ho letto nel giro di poche notti ma ci sono voluti mesi perché mi decidessi finalmente a scriverne. Un libro che parla della propria terra, e che lo fa alla maniera in cui è riuscito a farlo Marco Rovelli, ovvero con dedizione e rispetto, e poesia, e analisi critica e rabbioso disinganno, è un’entità difficile da approcciare, una madre su cui si fatica ad esprimere un giudizio e dalla quale si è quasi intimoriti, perché ogni frase nasconde un ricordo, ogni parola un’aspettativa, ogni descrizione un sogno e una speranza andate spesso, e come dire?, fatalmente, deluse.
Quando poi dalla propria terra ci se n’è andati, anche per i motivi di cui parla l’autore, e nondimeno ci si ostina a tornarvici, allora ogni tentativo di recensione diventa immersione in se stessi più che nelle pagine che ci stanno davanti, e l’analisi del testo si trasforma in ragionamento sui motivi che ne hanno resa necessaria la scrittura.
Rovelli conosce bene quello di cui parla, e ce ne fa racconto attento e affascinante, muovendosi in bilico tra coinvolgimento personale e distacco critico, con un approccio che potremmo definire ‘dialettico’ – perché mai conciliante né apologetico –, nel quale i brani di narrativa si alternano agli slanci lirici e alle riflessioni, e i fatti storici fanno da presupposto, più che da contraltare, al sostrato mitico che avviluppa l’intera ‘questione’.
La ‘questione’ è Carrara capitale dell’anarchia, e l’autore pagina dopo pagina ne rivela protagonisti e aneddoti, attraverso la sua personale frequentazione delle cantine e dei loro avventori, senza però tirarsi indietro nel momento in cui c’è da spingere la narrazione dentro una città che adesso appare smarrita, e nella quale le canzoni anarchiche sembrano rivolgersi più ai fantasmi di chi un tempo le cantava che alle orecchie di chi ancora oggi potrebbe ascoltarle.
Non c’è mito che non porti con sé i germi della propria negazione, in fin dei conti, e l’autore su questi germi s’interroga e ci interroga, nutrendo il mito di Carrara anarchica nella misura in cui lo scompone, e celebrandolo nell’istante in cui lo denuda: quello che alla fine resta, al di là dell’immagine di tempi lontani relegati nella dimensione epica e suggestiva del racconto, è la relazione combattuta con un territorio prigioniero di un sogno (un ideale?) andato perso.
Un vecchio detto recita più o meno così: ‘occorre essere svegli per fare dei propri sogni realtà’. Con le dovute proporzioni, e perdonando alla frase l’assenza di quel romanticismo che in questi casi è d’obbligo, quello che pare essere successo a Carrara (e in questo senso, come sottolinea lo stesso Rovelli, essa è immagine di parte dell’Italia) è l’essere passati dalla dimensione dell’ideale a quella del sogno, e poi in questo sogno esservisi calati, bicchiere dopo bicchiere, fino a restarvici imprigionati – come in una fiaba dei fratelli Grimm, come in un incantesimo da noi stessi creato – al punto di vivere nel racconto mentre la realtà del risveglio si faceva sempre più distante.
In casi del genere diventa quasi impossibile individuare dove finisca la propria responsabilità e dove cominci quella del luogo in cui si vive, a maggior ragione quando, come ne Il contro in testa, ogni capitolo costringe al confronto coi propri ricordi e con le proprie convinzioni: è questa una cosa su cui a mia volta rifletto da tempo, e con la quale da apuano ed emigrante non posso fare a meno di confrontarmi. Alcune delle cantine di cui parla Rovelli le conosco, e ovviamente è capitato anche a me di frequentarle, sebbene – lo ammetto – quasi sempre di sfuggita, e più per una forma di curiosità o per una sorta di doveroso tributo alla mia carrarinità, che per un’intima convinzione politica e/o poetica. Alle montagne, d’altra parte, pur sentendomici legato a doppio filo e a profondità a me stesso ignote, ho sempre preferito il mare, e ai racconti dei tempi che furono ho sempre affiancato la capacità d’immaginare e dar forma a quelli che verranno. Nondimeno ho sempre anteposto Bakunin a Marx, e a chi me lo chiedeva in giro per il mondo, ho sempre risposto d’essere di Carrara e quindi, ipso facto, anarchico.
Mi pare che intorno a questo punto (ovvero all’interrogativo sulla progressiva scomparsa di quel sostrato cittadino che costituiva una sorta di base d’appoggio del movimento anarchico apuano) si concentri uno degli snodi più interessanti del libro di Rovelli: tale sostrato è andato lentamente diminuendo a partire dal secondo dopoguerra, e come un fiume in cerca del mare è defluito dalle piazze nelle cantine, per poi, quando le cantine stesse hanno cominciato a chiudere, dissolversi.  Dall’ideale al sogno, e dal sogno al rifiuto della realtà.
Ora non so se Rovelli concordi o meno con queste mie parole, e cioè che l’ideale si sia negli anni trasformato in sogno e che il sogno abbia poi coinciso con la rinuncia ad affrontare la realtà. In materia non possiedo le sue competenze e mi rendo conto che l’intera questione sia troppo complessa per poter essere riassunta in queste poche righe. Resta però il fatto che le ragioni di questa sorta di ripiegamento interiore e di distacco da una realtà in rapido cambiamento sono forse gli spunti più importanti su cui riflettere leggendo Il contro in testa, e non è certo un caso che il tema dell’isolamento – che talvolta coincide con la cima di una montagna e talaltra con le mura di una cantina – sia una sorta di leitmotiv che informa la narrazione dall’inizio fino alla sua conclusione.
Ciò che personalmente ho sempre trovato nelle cantine durante i miei brevi passaggi è il racconto poderoso e appassionato dei tempi che furono: uomini che portavano avanti un ideale di giustizia e libertà in un mondo profondamente ingiusto e autoritario. Quello che mi è sempre mancato, e in cui di tanto in tanto avrei voluto imbattermi, è la progettualità, l’attitudine a volgere il proprio sguardo e le proprie analisi al domani, l’istinto di chi vuol traghettare la propria lotta nel mondo attuale. In fin dei conti, per quanto il rifiuto della modernità faccia parte di molti dei movimenti di rivendicazione sociale della seconda metà dell’Ottocento (non a caso fu la Rivoluzione Industriale a farli nascere), non esiste lotta che possa astrarsi dal tempo a cui appartiene né ideale che non debba fare i conti col mondo in cui si trova a vivere.
Rovelli questo lo sa, e infatti con equilibrio delicato e al tempo stesso deciso rende il dramma vivido e doloroso di un mondo perso nella sua transizione, e nel quale il culto del passato sembra non essere sopravvissuto all’impatto devastante con una contemporaneità in continua mutazione.
Gli anarchici di oggi, al di là dell’immagine da Black Bloc che i media amano presentare alle masse per continuare a tenerle a bada, sanno usare i computer e conoscono internet, creano siti che divulgano informazioni che i governi vorrebbero mantenere segrete, parlano dell’oggi (e con l’oggi) usando il linguaggio che tutti, oggi, conoscono.
Forse è questo che a Carrara è venuto a mancare. Il passaggio da ieri a oggi, e  dall’oggi al domani.
Il libro di Rovelli in questo senso non dà risposte, e fa bene, perché quando si ha a che fare con un passato così ricco di vicende e significati è facile, se non addirittura comprensibile, venire schiacciati sotto il peso della propria storia.
In fin dei conti la bellezza e la forza de Il contro in testa sta più nelle riflessioni che instilla che nelle spiegazioni che offre, nei sentimenti che suscita più che nei giudizi che sottende.
Col ‘contro’ in testa a Carrara ci si continua a nascere. Chi più chi meno, anarchici e non, io come mio padre, lui come il suo. Ma il ‘contro’, per quanto affascinante e per molti anni addirittura formante, ci ha forse condotti al contrario di ciò che eravamo e che volevamo essere: ad essere contro noi stessi. Alla perdita della nostra identità e delle prospettive che ad essa potevano essere ancora connesse.
Qualunque siano le risposte che possiamo trovare alla scomparsa del sostrato anarchico e alla crisi d’identità del territorio apuano, resta centrale la domanda di fondo, che poi è lo spunto da cui credo sia scaturita l’idea del libro di Rovelli: ‘quali sono le prospettive del mito anarchico carrarino?’

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