Vivalascuola. E cosa faccio adesso?

Sugli scritti che seguono, soltanto due annotazioni, di segno opposto. La prima, ha a che fare con il ruolo della scuola che, sebbene con qualche critica, risulta essere stata per tutti e tre i ragazzi (nonostante tutto) positivo. La seconda concerne l’assenza (o la troppo vaga presenza) nei tre scritti di una possibile via d’uscita collettiva dalla condizione di impasse in cui il nostro Paese si trova. Chi ha vent’anni oggi ha assimilato per osmosi l’individualismo, l’egoismo sociale, la menzogna meritocratica. Ecco quindi un compito degno per i più adulti: ricordare ai ragazzi che l’uomo è una creatura politica e che l’indebolimento dei legami sociali e solidali e la loro sostituzione con l’arida contabilità del pareggio di bilancio dello Stato non porterà molto lontano. (Giovanna Lo Presti)

La scuola è finita, rimbocchiamoci le maniche
di Pierluigi Matozzo (neodiplomato Itis, Milano)

Era incredibile, sì, è successo solo qualche mese fa, ma ricordo vividamente come mi sentivo: l’apparente sensazione che tutte le mie preoccupazioni fossero finite, mi sentivo padrone della mia vita… Insomma, la libertà…

Per carità, non prendetemi come il solito illuso con delle aspettative infrante, sapevo benissimo che nell’arco di due settimane avrei dovuto iniziare a rimboccarmi le maniche e capire che fare della mia vita, ma decisi di assaporare la mia vittoria in ogni suo momento: in fondo, ero riuscito come tutti a prendere un diploma.

L’importanza che ebbe per me quel momento trova spiegazione nel passato, all’Istituto  Galvani, quando avevo sentito il mio prof. di meccanica perdere le speranze con me, e dirmi che ero una “testa calda” irrecuperabile. Certo, ammetto di non essere stato lo studente medio, ma nell’ultimo periodo scolastico sono riuscito a riscattarmi e ad assimilare tutte quelle piccole lezioni di vita che in passato ho sempre ignorato. Quelle stesse lezioni mi hanno preparato, in un certo senso, ad affrontare le conseguenze delle mie attuali scelte.

Oggi, a circa 7 mesi di distanza, sono ancora alla ricerca di una mansione in ambito tecnico. Questa mia scelta, apparentemente normale, nasconde un sacco di conseguenze personali incresciose; infatti, se cercare un lavoro è di per sé discretamente difficile, con la crisi attuale è diventato ancora più complesso, e si è generato in me (ma non sono il solo) un ampio senso di inadeguatezza per questo nuovo mondo.

Tuttavia, questo senso di inadeguatezza tende ad essere surclassato dalla mia ambizione, e quindi, a parte che in qualche momento, non mi scalfisce troppo. Ma, a detta non solo mia, ci sono altre “conseguenze” concui ogni neodiplomato deve fare i conti, per esempio l’incertezza del futuro stesso. Indipendentemente dall’opportunità di trovare un lavoro o andare all’università, mi sono subito reso conto che i progetti a lungo termine sono, specialmente ora, soggetti ad imprevisti e quindi a ritardi.

A prescindere da chi ne ha la colpa (la crisi, noi…), questa presa di coscienza può in effetti portare a demolire le strade che ambiziosamente, nella propria testa, ci si era creati in favore di strade più incerte, non prevedibili, con una conseguente confusione mentale che può essere a dir poco destabilizzante.

Insomma, tutte le mie inquietudini, che credo di condividere con la maggior parte dei neo diplomati, fanno riferimento ad un futuro remoto, che nessuno può conoscere. Anche il presente può essere più o meno problematico. Suppongo che chiunque abbia scelto un percorso universitario, come unica preoccupazione abbia quella di studiare ed essere in regola con i tempi, rimandando di parecchi anni quello che attualmente vivo io.

Infatti, per chi, per un motivo o per un altro, ha scelto una strada più professionale, il presente è una costante che, anche se piccola ed istantanea, ha un suo certo spessore: in questo periodo di crisi, occorre sapersi adattare a ogni tipo di lavoro che si presenta, poiché è molto difficile, adesso, trovare subito il lavoro dei sogni, e una volta trovata una certa stabilità si può sistemare il futuro.

Molte delle difficoltà che ho riscontrato nella ricerca della posizione a cui ambisco sono dovute ad una selezione marcata da parte delle aziende che, vista la crisi, non sono propense a investire tempo e denaro nello “svezzare” i giovani, ma preferiscono risorse con esperienza, oppure, se decidono di investire tempo e denaro, selezionano il meglio del meglio (molte aziende mi hanno chiesto il mio punteggio all’esame di maturità, arricciando il naso quando dalla mia bocca usciva “settantasei”).

Questo comporta una ricerca di lavoretti che permettano di pagare corsi di aggiornamento che aiutino a migliorare la propria posizione in ambito lavorativo, con la spiacevole conseguenza di generare sempre più ritardo nel realizzare le proprie ambizioni. Infatti, anche io sto cercando altri tipi di impieghi che mi permettano di guadagnare abbastanza da pagarmi un corso di aggiornamento, ma la crisi si fa sentire ovunque, creando un circolo vizioso. Ho anche provato a iscrivermi a un paio di corsi offerti dalla regione, ma oggi, a circa tre mesi dalla mia iscrizione, non sono ancora partiti.

Ma i problemi non sono finiti qui: futuro e presente saranno anche due grosse gatte da pelare, ma non più grosse di quelle delle fregature.

Per farvi capire meglio: su un giornale trovai un’inserzione nella quale vi era scritto un’azienda stava cercando dei magazzinieri, anche alla prima esperienza, da inserire nel magazzino. Chiamai, e mi fissarono un primo colloquio in cui mi parlarono dell’azienda, e in cui mi dissero che avrebbero voluto una persona giovane da inserire, invitandomi così ad andare per un giorno di prova. Questo primo colloquio durò cinque minuti. Andai quindi alla giornata di prova, e scoprii che era una perdita di tempo: un “porta a porta” con provvigioni misere. Infatti si trattava di un’azienda che, per conto di terzi, gestiva la vendita di contratti per la fornitura della luce per una nota compagnia energetica.

È vero che bisogna adattarsi a tutti gli ambienti di lavoro, ma in questo caso proponevano di stare in giro dieci ore al giorno, con pioggia e neve, in cambio di una misera percentuale sulla vendita del contratto: se fosse andata bene e fossi riuscito a chiudere almeno un paio di contratti, avrei potuto dire che il mio guadagno ammontava a 2 euro all’ora. Inutile dire che nelle ore in cui fui con loro in giro per Milano, non chiudemmo neanche un contratto, in barba a tutto ciò che dicevano loro: almeno 2 contratti in un’ora.

Con questo non voglio dire che tutte le aziende che forniscono questo genere di servizio siano delle lestofanti, ma che di sicuro alcune di esse sfruttano giovani appena usciti dalla scuola per poterli manipolare a loro piacimento: è un dato di fatto.

Scegliendo di lavorare, quindi, occorre avere e migliorare in continuazione alcune doti. Serve molto carattere per gestire eventuali rifiuti lavorativi, molto istinto per capire qual è l’opportunità migliore, e serve soprattutto un’elevata capacità di adattamento e di apprendimento: doti di non banale entità.

La scuola può dare una mano a scegliere almeno parte del proprio futuro, ma non sempre indirizza sulla strada migliore. C’è da dire che i prof non sono degli dèi scesi in terra, ma sono persone: gran parte dei professori crede di capire totalmente ogni studente, vista la pluriennale esperienza, ma in realtà molti non danno il minimo ascolto alle esigenze e ambizioni dell’alunno andato a chiedere consiglio. Ne possono derivare suggerimenti e dichiarazioni errate: per esempio, se avessi dato retta ad alcuni prof, probabilmente io non avrei avuto un diploma.

In momenti come questo, sfortunatamente, lo studente è costretto a un grosso lavoro di introspezione individuale, cosa assai difficile nella confusione tipica dei vent’anni.

Ma a parte ciò, posso dire che personalmente la scuola mi è servita, mi ha dato modo di testarmi, di verificare le mie capacità sia nel bene che nel male e, cosa fondamentale, mi ha donato la capacità di vedere le cose da più punti di vista. Infatti, le conseguenze delle mie scelte errate (per esempio i contrasti con i professori) mi hanno portato a capire qual è la dinamica che normalmente adotto per risolvere i problemi e ho capito che per trovare una soluzione occorre, spesso, analizzare ogni punto di vista, così da capire quale strategia può rivelarsi più efficace, invece di impuntarsi senza capire l’altro.

Per concludere, grazie alla mia carriera scolastica ho avuto modo di rafforzarmi mentalmente e avere la forza di andare avanti e non abbattermi, anche se le difficoltà sono molte e le delusioni ancora di più a causa di uno Stato affranto dalla crisi sociale, economica e individuale.

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Adesso che finisce la scuola cosa faccio?
di Ricardo Ripamonti (neodiplomato liceo artistico, Milano)

Questo periodo della vita è il momento in cui molti si fanno la stessa domanda: “Adesso che finisce la scuola cosa faccio?”. E’ una domanda importante da porsi e ancora più importante è trovare una risposta a questa domanda, ma come fare? Come si può così ad un tratto trovarsi di fronte alla scelta più importante della propria vita? Che decidere per il nostro futuro? Scegliere l’università, o andare a lavorare, o scegliere di viaggiare o altro? Siamo realmente pronti ad affrontare questo tipo di scelta? E qui entra in gioco il mio discorso sulla scuola.

Ma abbiamo davvero una scelta?
Eppure è proprio la scuola, vista come istruzione pubblica (comprendente scuola dell’infanzia, elementari e medie) che si assume il compito di prepararci al meglio a questa scelta. Ed è proprio a conclusione di un percorso scolastico che si risveglia la domanda dentro di me: “Ma abbiamo davvero scelta?

Penso che non esista tanta scelta, arrivati a questo punto, e per vederlo non bisogna analizzare le varie strade che si possono imboccare alla fine della scuola superiore, bensì l’unica e singolare strada che tutti abbiamo percorso per arrivare a questo bivio. Se la scuola forma le persone tutte allo stesso modo, ponendole poi tutte di fronte a mille o anche a un miliardo di strade diverse, quante probabilità ci sono che esse prendano ognuna una strada diversa? Una strada originale? Ecco, questa è la condizione delle persone che si ritrovano alla fine della scuola superiore.

Ken Robinson: la scuola uccide la creatività
Un professore universitario nato in Inghilterra e poi trasferitosi in America ha tenuto nel 2006 un discorso ad una conferenza che vide riuniti filosofi, scienziati, scrittori e artisti, nella quale ognuno teneva un discorso su ciò che voleva purché esso fosse riferito al presente, all’attualità. L’argomento scelto da Ken Robinson per il suo discorso fu l’educazione e il titolo del suo discorso era “School kill creativity” (La scuola uccide la creatività). Esordisce nel suo discorso presentando 3 temi importanti che sono emersi proprio in quella conferenza:

1-Evidenza straordinaria della creatività umana in tutte le sue manifestazioni, per varietà e diversità.
2-Incertezza del futuro. Ci si trova in una situazione nella quale non si ha nessuna idea di quello che succederà in futuro, nessuna idea di come si svilupperà il mondo che ci sta attorno. Eppure si affida alla scuola il compito di prepararci ad un futuro incerto. Basti pensare che i bambini che iniziano la scuola oggi andranno in pensione nel 2070 e non si sa nemmeno come sarà il mondo tra 5 anni.
3-La straordinaria capacità creativa che hanno i bambini. Capacità di innovazione, di originalità. Tutti i bambini hanno un enorme talento, ma lo si spreca senza pietà.

Se i bambini non sanno qualcosa ci provano, non hanno paura di sbagliare. Questo non vuol dire che sbagliare è uguale ad essere creativi, però se non siamo preparati a sbagliare non ci verrà mai in mente qualcosa di originale, al contrario ci si conformerà agli altri “andando sul sicuro”. Quando si diventa grandi si perde quella capacità di rischiare perché terrorizzati di sbagliare. Le aziende oggi si basano sulla previsione dell’errore, abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono le cose più gravi che si possano commettere e così sul questa base si educano le persone abituandole via via a rigettare la propria capacità creativa. Picasso diceva: “Tutti i bambini nascono artisti”, il problema però è rimanerlo da adulti.

Gerarchie tra le materie, gerarchia nella società
Ogni sistema d’istruzione del mondo ha la stessa gerarchia delle materie: 1° scienze, matematiche e lingue; 2° discipline umanistiche; 3° l’arte. La stessa arte poi si classifica gerarchicamente (pittura, scultura, architettura, moda, design, danza, teatro etc.).

Non esiste nel mondo una scuola che insegni il teatro per lo stesso numero di ore della matematica, perché? La risposta è tutto sommato abbastanza semplice: ci si concentra maggiormente su imparare e avere abilità prima di tutto utili in ambiti economici o accademici e non che soddisfino le tendenze personali. In secondo luogo tutte le materie creative hanno la caratteristica di essere imprevedibili, la creatività porta a un pensiero originale, nuovo e, appunto, imprevedibile. Cosa che per uno stato non è possibile: la scuola viene modificata dallo Stato a seconda delle proprie necessità, basti pensare alla riforma Gentile fatta nel 1926 durante il regime fascista. La riforma imponeva ai ragazzi a 10 anni di scegliere se frequentare le medie per poi fare il liceo e l’università oppure frequentare l’avviamento professionale per poi lavorare assicurandosi così che solo coloro che potevano permettersi tutto il percorso scolastico sarebbero stati gli intellettuali e le teste pensanti della nazione, quindi i ricchi industriali e l’alta borghesia. Tutto il resto del popolo povero rimaneva a lavorare nei ceti bassi e così rispondeva alle necessità dello stato.

La gerarchia è fondata su 2 punti principalmente:
1° Le discipline che servono per il lavoro sono in cima a tutto, quindi il principale scopo della scuola è quello di puntare a formare per un lavoro.
2° Le abilità valorizzate dalla idea d’intelligenza prevalente sono quelle finalizzate a conseguire l’ammissione all’università.

Tante persone di talento, brillanti e creative credono di non esserlo, perché la cosa per le quali erano bravi non veniva valorizzata. Secondo l’UNESCO nei prossimi 30 anni si laureranno più persone che in tutta la storia dell’università. Però ad un tratto i titoli di studio non hanno più valore, un tempo se eri laureato avevi un lavoro assicurato, ora invece si trovano una montagna di studenti laureati a casa a giocare ai videogiochi. La situazione assurda è che nonostante sia di poco valore la laurea, essa è indispensabile, un po’ come dire: “non trovi lavoro con la laurea, figurati senza”.

Ed è una realtà inevitabile. Riprendendo il discorso iniziale, quello che manca a questa società è proprio l’innovazione. Il motivo per cui una persona laureata fa fatica a trovare lavoro è perché come essa esistono milioni di altre persone nella stessa situazione e con le stesse abilità e quindi nessuno riesce a distinguersi rispetto a gli altri. Si riduce a fare infiniti concorsi sperando di essere quella vincente tra una moltitudine di persone uguali. La realtà lo dimostra: le persone che sono state capaci di portare una novità in questo mondo sono spesso persone che non hanno finito nemmeno la scuola superiore! Ma che hanno avuto l’originalità di pensare a qualcosa di creativo e il coraggio di credere in quell’idea senza la “paura di sbagliare”.

La varietà delle intelligenze
Howard Gardner è professore di pedagogia e psicologia all’Università di Harvard. E’ noto per la sua teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale esistono sette intelligenze diverse e relativamente indipendenti tra di loro: Intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, musicale, corporeo-cinestesica, interpersonale, intrapersonale. Non dunque semplicemente sette abilità cognitive che riflettano una qualche intelligenza unitaria e sovraordinata, ma proprio sette moduli mentali distinti, anche se interagenti.

La cosa che colpisce è che la scuola non riesce a valutare e a prendere in considerazione tutte queste intelligenze. Per esempio nel mio caso specifico il mio liceo mi fa lavorare secondo le prime 2 intelligenze, le altre 5 non le prende in considerazione. Magari in un altro liceo si prenderanno in considerazione altre intelligenze, ma mai tutte insieme. E questo è un peccato e un problema, perché le abilità di ogni persona sono varie, e non sempre ognuno di noi sa a quale intelligenza si è più portati. E la scelta della scuola da frequentare diventa solo una scelta di quella che si avvicina di più al nostro interesse ma che non lo completerà mai.

Coltivare il proprio futuro
Non bisogna confondere questo discorso con una sentenza di condanna nei riguardi della scuola, ma semplicemente come l’ipotesi di uno sviluppo di essa. La scuola originariamente era nata con lo scopo di riuscire a trasmettere e allargare il più possibile la conoscenza, creando luoghi nei quali le persone potevano studiare per essere capaci di vivere e analizzare il proprio presente. Il punto è che mentre il mondo è avanzato e si è sviluppato, la scuola è rimasta come ai “vecchi tempi”. La scuola risponde a una domanda di formazione dell’epoca della rivoluzione industriale. In questa nuova società le domande sono cambiate, si hanno altre necessità e si ha bisogno di altre persone. Per rispondere alle sue esigenze e alle esigenze dei nuovi individui bisogna modificare la strada della formazione senza ricadere però nello stesso errore.

Bisognerebbe lasciare libertà alle persone di coltivare la propria creatività, il proprio talento, la passione nella quale uno sente di poter fare grandi cose. Bisognerebbe poter individualizzare lo studio, la conoscenza personale.

L’accesso al sapere e all’informazione un tempo non poteva essere individuale, il sapere era trasmesso inevitabilmente da un’altra persona (un insegnante) che aveva l’incarico di spiegare le varie discipline a una classe di studenti, per i quali l’unico modo per imparare era seguire l’insegnante. Nell’epoca contemporanea però l’informazione non è più così nascosta come prima, con l’avvento di internet l’informazione ha avuto una grande espansione, mentre Bill Gates con Windows ha reso il computer accessibile a tutti.

Certo ciò non vuol dire che la scuola non serva più a nulla e che basti internet, ma individualizzare lo studio porta anche a una maggior possibilità di scelta e di approfondimento delle proprie passioni. Ciò consente di passare dallo “studio perché devo” allo “studio perché mi interessa”. Per quanto riguarda la scuola, penso che essa, più che assumersi il compito di insegnare tutti i contenuti delle varie materie, possa concentrarsi nel: dare le basi per un accesso al sapere; sensibilizzare gli studenti e stimolare a studiare, facendo capire il potere e l’importanza dell’informazione e del sapere; insegnare un metodo efficace per imparare a studiare.

In pratica occorre che la scuola sappia porre le basi per uno studio anche autonomo e lasci alla persona la completa e libera scelta di quali argomenti studiare e quali materie approfondire per la propria formazione, così che autonomamente si creino tante teste singolari, originali e creative, cresciute con l’idea che ciò che fanno lo fanno per interesse personale e non per dovere verso la scuola o famiglia. Capace di proporre idee innovatrici e creative, prima tra le materie che sviluppano la creatività, è proprio l’arte.

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Bella o brutta, l’importante è come la vivi
di Francesca Donini (neodiplomata liceo scientifico, Milano)

Poco più di sei anni fa mi trovai nella comunissima situazione di dover scegliere la scuola superiore da dover frequentare. Qualche idea passava per ma mente, ma la certezza della scuola giusta non c’era. Nella confusione di un nuovo mondo da scoprire mi infilai nella turbolenta corrente di open day, campus, presentazioni, test propedeutici e stage. Con il passare delle informazioni un’idea si schiariva in mezzo a molto altri nomi.

A prima vista non era la scuola ammirata, conosciuta e apprezzata dalle persone che in quella situazione mi stavano vicino o dalle persone che tentavano di avere un ruolo ed aiutarmi nella scelta. La struttura non era delle migliori e tutti i miei compagni e amici non l’avrebbero mai scelta. Ma io sì. E così passò l’estate della terza media con tutte le amiche che tentavano di convincermi ad andare nell’omnicomprensivo in cui andavano loro, a cambiare sede e tanto più indirizzo, ma ormai la scelta era stata fatta e c’era qualcosa di molto forte, ma non definibile, che continuava a dirmi che quella era la scuola giusta.

Arrivò settembre e il primo giorno di scuola iniziò a suonare come le campane di Natale. Entro, aspetto, cerco qualche informazione e qualche sguardo, poi una voce: “I ragazzi della prima liceo mi seguano”. Un corridoio lungo, giallo e stretto si palesò davanti a me, il cammino delle superiori era iniziato. Inizialmente mi era assolutamente impossibile esprimere un parere o un commento sulla strada iniziata, ma continuavo a sentire la voce della certezza. Passò il primo anno e le prime conclusioni cominciarono ad arrivare. Il piccolo numero degli studenti che componeva la mia classe a tratti rappresentava uno svantaggio, ma per la maggior parte delle volte un grande punto di riferimento: non ero un numero in mezzo a tanti, non ero una studentessa o una compagna di classe qualsiasi, ero Francesca.

Arrivò il secondo anno, che si caratterizzò con il suo passare veloce. Il numero dei compagni di classe era aumentato, ma non era aumentato l’essere tutti delle persone ben precise e non dei semplici esseri seduti dietro un banco ad ascoltare il momento di gloria dei professori che si susseguivano. Si era persone, considerate come tali, punto, certo con il rispetto dovuto e reciproco, ma persone. Alcune volte continuare il cammino non era la cosa più semplice, i momenti difficili e gli scivoloni c’erano, ma arrivava sempre qualcuno ad aiutarti, e allora la strada da percorrere si riilluminava e quella che sembrava una salita diventava sempre una discesa.

Gli ultimi tre anni passarono uno dietro l’altro e la fine di questo percorso era sempre più alle porte. Tra un’ora di laboratorio, inglese, biologia, italiano e ginnastica, si presentavano dei progetti interessanti, che oltre ad avere un fine prettamente scolastico, aprivano un ampio ventaglio di possibilità, conoscenze, esperienze e divertimento. Forse sono stati proprio i progetti, la possibilità che mi veniva ripetutamente offerta di partecipare ad esperienze non prettamente curricolari, ma che comunque mi avrebbero dato la possibilità di imparare cose che nel futuro mi sarebbero servite, come lavorare in gruppo, porsi degli obiettivi e raggiungerli, ricevere degli incarichi e saperli gestire, che mi hanno confermato che la scelta fatta anni prima era stata quella giusta.

La quinta era iniziata e l’esame di maturità, che come una lancetta dei secondi batteva il tempo, non rappresentava solo una verifica di quello che avevo vissuto in quei cinque anni, ma rappresentava anche il momento di mettere a frutto tutto quello che mi era stato trasmesso per iniziare un altro percorso.

Esame: fatto. Fatto con i prof che erano più in ansia dei genitori, con i prof che, oltre a fare da supporter tecnici, facevano da supporter psicologici, offrendo consigli, appoggi e certezze nei momenti più difficili. L’estate non è finita, anzi è appena iniziata, ma i test d’ingresso all’università sono a pochi passi. Gli alphatest danno una mano, ma quello che fa sentire sicuri nell’affrontare i test è la preparazione ricevuta nei cinque anni precedenti.

Ora il test d’ingresso è stato superato e non nego che l’atmosfera, i giorni, i momenti difficili e divertenti, le persone, i riti che ho vissuto nella Mia vecchia scuola mi mancano e quelli che trovo non riescono a soddisfarmi e a piacermi come quelli che avevo prima.

Il più grande insegnamento che mi è stato trasmesso nei cinque anni di scuole superiori è che non importa quanto sia vecchia, brutta o mal vociferata la scuola che frequenti, perché l’importante è come la vivi e come te la fanno vivere. Se nell’incoscienza di sei anni fa non avessi fatto quella scelta forse non avrei ricevuto lezioni di vita come mi è stato possibile riceverne nella piccola, vecchia e brutta scuola di periferia.

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Equità
di Giovanna Lo Presti

Mi è stato chiesto di introdurre i tre scritti di giovani che rispondono alla domanda: “Cosa fare dopo la scuola?”. Poiché le testimonianze presentano notevoli diversità l’una rispetto all’altra, vien difficile condurre un discorso unitario che non sia molto più lungo – e magari anche più noioso – delle testimonianze stesse. Affronto quindi il mio compito aggirando l’ostacolo e puntando al cuore del problema, che mi sembra sia l’interrogarsi su cosa fare delle proprie esistenze in un momento di forte crisi sociale. Interrogativo che vale per tutti, non soltanto per i più giovani.

Sugli scritti che seguono, soltanto due annotazioni, di segno opposto. La prima, ha a che fare con il ruolo della scuola che, sebbene con qualche critica, risulta essere stata per tutti e tre i ragazzi (nonostante tutto) positivo. La seconda concerne l’assenza (o la troppo vaga presenza) nei tre scritti di una possibile via d’uscita collettiva dalla condizione di impasse in cui il nostro Paese si trova. Chi ha vent’anni oggi ha assimilato per osmosi l’individualismo, l’egoismo sociale, la menzogna meritocratica. Ecco quindi un compito degno per i più adulti: ricordare ai ragazzi che l’uomo è una creatura politica e che l’indebolimento dei legami sociali e solidali e la loro sostituzione con l’arida contabilità del pareggio di bilancio dello Stato non porterà molto lontano.

Nel 2003 Miguel Benasayag e Gérard Schmit pubblicavano il saggio Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale. Preferisco citare il titolo originale piuttosto che quello, pur suggestivo della versione italiana (L’epoca delle passioni tristi) poiché in esso è contenuto uno dei nuclei tematici più importanti del libro che gli autori, due psicoterapeuti con una vasta esperienza nei servizi sociali, mettono a fuoco nel loro saggio: la sofferenza psichica così diffusa nella nostra società, in particolar modo nelle fasce giovanili della popolazione, più che avere origine in una condizione individuale affonda le proprie radici nella crisi che caratterizza la nostra società.

Se questo era vero dieci anni fa, tanto più lo è oggi: la crisi pervasiva che ci circonda, il forte e diffuso sentimento di precarietà (peraltro confortato – eccome! – dai fatti) hanno fatto sì che all’idea di un futuro-promessa si sia sostituita quella di un futuro-minaccia. Il senso di insostenibile precarietà della propria esistenza intanto si allarga, come una macchia d’olio malefica, e contagia un numero sempre più vasto di persone: non sono soltanto i ragazzi ad essere inquieti rispetto al futuro.

Altrettanto inquieti sono i loro genitori – e persino i nonni non se la passano meglio. Perciò io sono tentata dal rovesciare quella vulgata che individua nei giovani il nodo problematico della nostra società. Inizierei a chiedermi cosa farà nel futuro prossimo la generazione dei nonni, quella che è “responsabile” dell’allungamento della vita media, avendo superato gli ottant’anni. Quali per loro le prospettive di una vecchiaia dignitosa in un paese che taglia senza pietà la spesa sociale? Quella di finire i loro giorni accanto ad una badante che magari, tra qualche anno, tornerà nel suo paese di origine con la “sindrome Italia” (pare si definisca così, in Romania, lo stato depressivo di donne che hanno lavorato nel nostro Paese assistendo gli anziani) mentre i figli fanno i salti mortali per pagare la badante e sostituirla nei suoi periodi di riposo? Voglio aggiungere che questa prima ipotesi è ancora tra le soluzioni migliori, poiché presume la presenza di figli accudenti e di famiglie in grado di pagare uno stipendio regolare alla badante. Si tenga conto che attualmente entrare in una buona casa di cura in una città come Torino presume, peraltro, la disponibilità di tremila euro al mese all’incirca, visto che l’ASL non si fa più carico della quota ospedaliera; mi esimo dal commento.

Passiamo alla generazione di mezzo: a mio modo di vedere, la più disperata (e non lo dico soltanto perché per età vi rientro). E’ la generazione di chi ha cominciato a lavorare, magari a fatica, magari svolgendo mansioni insoddisfacenti, ma con la convinzione che esistesse un percorso abbastanza lineare per la propria esistenza. A questa generazione, a partire dagli anni Novanta, hanno spiegato che ci si deve adeguare alla flessibilità ed a una progressiva cessione di diritti, quei diritti che i loro padri avevano conquistato con l’impegno e con la lotta. I nostri governanti ne hanno insultato l’intelligenza stravolgendo l’uso delle parole: i diritti conquistati dai lavoratori sono diventati “privilegi” da abolire, si è avuto il barbaro coraggio di definire “riforme” interventi di chiara marca reazionaria, si è dato del “conservatore” a chiunque si battesse per un minimo di giustizia sociale.

Un esempio per tutti: uno dei primi atti del governo Monti (DECRETO-LEGGE 6 dicembre 2011, n. 201), all’art. 24 presentava le disposizioni in materia di trattamenti pensionistici come misure per “l’equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi”! Vale a dire: una pensione da fame per tutti, dai più vecchi ai più giovani. Da qui al famoso “Guerra è pace” di 1984 il passo è breve. Ed ora mi chiedo: come possono vivere sereni i ragazzi che vedono i loro genitori cinquantenni che hanno perso il posto di lavoro o che sono preoccupati per il fatto di poterlo perdere o che ancora, nella migliore delle ipotesi, vedono indefinitamente allontanarsi il momento della pensione ed hanno la consapevolezza che, quando ci arriveranno, quella pensione sarà misera? I giovani come possono pensare di essere in grado di governare il loro futuro se assistono allo spettacolo inquietante dei genitori sgomenti di fronte al deragliamento delle loro certezze?

Chi ci governa ci vuole precari dalla culla alla tomba: ormai è un progetto chiaro. Non resta che dire di no: il primo passo è simbolico, ma è il più importante. E’ un mutamento che deve avvenire nel nostro modo di pensare: non dobbiamo più credere ai profeti del futuro-minaccia, non dobbiamo più pensare che la politica sia un ambito subordinato alle (presunte) leggi dell’economia. Dobbiamo invece renderci conto dell’enorme spostamento di ricchezza che nel nostro Paese è avvenuto a favore dei ceti dominanti e, con tutti i mezzi, dobbiamo cercare di arrestare questa deriva.

C’è stata una dura lotta di classe, nell’ultimo quarto di secolo; l’ha stravinta (purtroppo anche con la complicità di quelle forze politiche e sindacali che avrebbero dovuto almeno arginarla) quel dieci per cento della popolazione italiana che detiene metà della ricchezza nazionale. Spieghiamo ai nostri figli che la soluzione individuale di un problema sociale non è possibile e che non c’è possibilità di equità laddove le sperequazioni economiche sono scandalose: poi potremo andare avanti, insieme, per combattere la stessa battaglia, che ha come obiettivo una vita dignitosa, per tutti.

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MATERIALI

I percorsi di studio e di lavoro dei diplomati nel 2007

L’Istat ha pubblicato l’indagine 2011 su diplomati del 2007 ed ha rilevato che nel 2011 risultava occupato il 45,7% dei diplomati che hanno conseguito il titolo nel 2007.

Di questi, 8 su 10 svolgono un lavoro di tipo continuativo, cioè un lavoro svolto con cadenza regolare, anche se di durata prefissata (a termine); il 16,2% è in cerca di lavoro e il 33,7% è impegnato esclusivamente negli studi.

Rispetto alla precedente edizione dell’indagine (condotta sui diplomati del 2004 intervistati a tre anni dal titolo), la quota degli occupati si riduce di circa 5 punti percentuali (nel 2007, infatti, era superiore al 50%).

Tra i giovani diplomati poco più del 9% è uno studente lavoratore, il 6,8% lavora e cerca una nuova occupazione; il 7,2% studia e cerca lavoro; poco meno del 2%, oltre a lavorare, è impegnato a studiare e cercare un nuovo lavoro. Quattro anni dopo il diploma poco più del 4% non studia e non lavora.

Mentre tra i liceali prevale la scelta di continuare gli studi (quasi il 94%), chi proviene dai percorsi più professionalizzanti si orienta verso il mercato del lavoro (l’87,8% tra chi ha studiato in un istituto professionale e il 74,1% di chi proviene da un istituto tecnico).

I più elevati livelli di disoccupazione (superiori al 34%) si registrano tra i diplomati che hanno ricevuto una formazione artistica, liceale o magistrale, mentre i più bassi si rilevano tra i diplomati tecnici (22,4%) e quelli degli istituti professionali (21,4%).

Poco più dell’80% degli occupati svolge un lavoro di tipo continuativo, mentre il 19% lavora in modo occasionale o stagionale. Gli occupati con contratti a termine sono il 34,6%: il 27,3% ha un contratto a tempo determinato e il 7,3% ha un lavoro a progetto.

Nelle regioni del Mezzogiorno la quota di diplomati disoccupati a quattro anni dal titolo è più che doppia rispetto a quella che si rileva nelle regioni settentrionali (23% rispetto al 10,6% nel Nord-ovest e al 9,1% nel Nord-est). (da qui)

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La disoccupazione giovanile in Italia

Il tasso di disoccupazione, a ottobre, è schizzato all’11,1% dal 10,8% di settembre (all’11,8% se si considera il dato non destagionalizzato): si tratta del livello più alto registrato dal 2004, anno d’inizio delle serie storiche mensili. Se si considerano i dati trimestrali è il dato più alto dal primo trimestre del 1999. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a ottobre è al 36,5%, è il livello più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia dall’inizio delle serie trimestrali, IV trimestre 1992. Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 639 mila. (vedi qui)

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Giovani, “choosy“, accettano lavori inferiori alle competenze
di Agnese Ananasso

Guadagnano poco, sono disposti a lavorare il sabato e la domenica e accettano impieghi anche al di sotto delle proprie competenze, per meno di 900 euro al mese. Questi sono i giovani “choosy” (schizzinosi) al loro primo impiego.

Purtroppo un maggiore livello di istruzione non garantisce né la qualità del lavoro né la sicurezza del domani. A ottenere subito un contratto a tempo indeterminato oggi sono solo il 26 per cento degli under 30, nel 2007 erano il 33 per cento. Il più gettonato è il contratto a termine, che passa dal 46 al 55 per cento. Una formula, questa, che non serve più alla formazione o a circoscrivere un periodo di prova,  ma che spesso cela uno sfruttamento e una “precarizzazione consolidata” del lavoro.

Abbiamo notato come stia crescendo tra i laureati il fenomeno dell’overeducation, vale a dire il fatto che i laureati svolgano mansioni che tendenzialmente potrebbero essere svolte anche senza una laurea“. Non solo, sono anche disposti a lavorare, oggi più del 2007, in periodi cosiddetti “disagiati” o “asociali“, come il sabato (50 per cento dei neoassunti under 30) o la domenica (quasi il 25 per cento), la sera (22 per cento) o la notte (11 per cento). E un neoassunto mediamente guadagna 850 euro al mese, 130 euro in meno rispetto agli under 30 occupati nel loro complesso. Più schizzinosi di così. (vedi qui)

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All’inizio più difficoltà per i laureati

Sembra un paradosso, ma è impietoso il segnale lanciato dall’Istat nel suo annuario nazionale. Almeno per quanto riguarda il primo impiego, chi è passato dall’università incontra più difficoltà di chi è soltanto diplomato. Nel 2011, infatti, il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 29 anni raggiunge per i laureati il 16%, un livello superiore sia a quanto registrato dai diplomati nella stessa fascia d’età (12,6%) sia alla media dei 25-29enni (14,4%).

In realtà, per i laureati la rivincita arriva, ma più tardi. E con l’avanzare dell’età chi è in possesso di un titolo accademico recupera il terreno perso a confronto con i diplomati a causa del ritardo dell’entrata sul mercato.

Quindi se si guarda in generale alla disoccupazione per titolo di studio, per il 2011 si conferma il vantaggio relativo ai laureati, che presentano il tasso di disoccupazione più basso (5,4%, in calo di tre decimi di punto rispetto 2010). Per coloro che si sono fermati al diploma il tasso complessivo è invece al 7,8% (10,4% per la licenza di scuola media inferiore e 11,6% per licenza elementare/senza titolo). (vedi qui)

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Triplicato in 10 anni il numero di laureati che lasciano l’Italia

Negli ultimi 10 anni, dal 2002 al 2011 è quasi triplicato in numero dei giovani laureati italiani che ha lasciato il Paese verso mete più appetibili, mentre è diminuita l’emigrazione italiana classica, quella fatta di lavoratori con appena la licenza media. Le principali mete dei “cervelli” italiani sono la Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia, che ne “assorbono” il 44%. Fuori Europa, i giovani sono attirati da Stati Uniti e Brasile. (vedi qui)

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La fuga dei cervelli ci costa quasi un miliardo di euro all’anno
di Salvo Intravaia

L’Istat nel 2011 ha rilevato un vero e proprio boom di laureati con oltre 25 anni di età in fuga verso l’estero, soprattutto in cerca di occupazione.

In Italia nel 2011 il tasso di disoccupazione dei laureati di età compresa fra i 30 e i 34 anni supera, seppur di poco, quello dei diplomati di pari età: 8,3% contro 8,2%. Una situazione che tra i Paesi più industrializzati si verifica soltanto in Italia e che giustifica la fuga dei laureati oltre i confini italiani. In Germania, tanto per rimanere in Europa, si verifica esattamente il contrario: 2,6% di disoccupati tra i laureati e 6% tra i diplomati.

E tornando in Italia, l’anno scorso si è registrato un forte incremento – più 29% – di laureati che hanno scelto l’espatrio: oltre 10. 600. Nel 2010, erano poco più di 8.200. Le mete più gettonate sono i Paesi europei: Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Ma anche Stati Uniti e Brasile.

Secondo l’Ocse, sommando la spesa sostenuta dallo Stato per consentire a un giovane di raggiungere il diploma – in 13 anni di studi, nella migliore delle ipotesi – e successivamente di laurearsi – altri cinque anni – in Italia si spendono 164mila dollari, pari a circa 124mila euro, che anziché essere utilizzati in Italia se ne vanno altrove.

Moltiplicando ognuno dei 68.00 laureati in fuga dall’Italia per i 124.000 euro che ha speso la collettività per formarli, nell’ultimo decennio si raggiunge la considerevole cifra di otto miliardi e mezzo di euro. Un investimento che sfuma nel momento in cui i giovani vanno a lavorare all’estero. E un danno economico al quale si dovrebbe aggiungere anche la perdita di competitività del nostro sistema produttivo.

E’ su questo aspetto che la Commissione europea ha impostato una parte della strategia di Lisbona: incrementare la percentuale di laureati di età compresa fra i 30 e i 34 anni dal 32 al 40% entro il 2020 per fare di quella europea l’economia più sviluppata del pianeta. L’Italia per numero di giovani laureati, con il suo 20,3 per cento, è uno dei fanalini di coda in Europa e le prospettive non sono delle migliori. (vedi qui)

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Il lavoro nero salva i paesi in crisi
di Andrea Mollica

L’economia nascosta ammorbidisce gli effetti sociali della recessione”, rimarca il professor Friedrich Schneider dell’università di Linz, autorità internazionale nel campo del lavoro nero. L’occupazione irregolare in questo momento funziona come una rete sociale di supporto agli sconfitti della crisi, e permette all’economia di avere risorse senza le quali la contrazione dei consumi e delle entrate sarebbe ancora peggiore.

Secondo le stime di Schneider l’economia nascosta in Germania rappresenta il 13% del prodotto interno lordo, una percentuale che sale al 19 in Spagna e raddoppia quasi, al 24%, in Grecia. Il circolo vizioso di recessione e austerità ha ridotto il reddito reale ellenico di quasi un quarto dall’inizio del 2010, mentre la disoccupazione colpisce un quarto della popolazione. (vedi qui)

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Gioventù
di Sandro Moiso

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)

Il lavoro dovrebbe essere la principale attività della specie umana, quella che la distingue dalle altre specie animali. Ma l’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale, permettendogli di progettare l’ambiente e la realtà che lo circonda, diventa, sotto il regime sociale capitalistico, un’attività coatta, non libera, estraniata, continuamente ricercata e rifuggita.

Essere separati dal lavoro e dal suo prodotto significa essere separati dal proprio futuro, poiché non si può contare su una vita sociale autonoma; significa vedere annichilite le proprie potenzialità che rimangono sprecate; significa veder mortificate le proprie energie proprio nel momento in cui potrebbero esprimersi al grado più alto. Il giovane separato dal lavoro non può che volerlo mentre allo stesso tempo lo odia perché è fonte del suo disagio mentre ne osserva le conseguenze su coloro che da esso sono schiavizzati.

L’impatto giovanile con il lavoro è in genere traumatico perché non vi è ancora stata assuefazione allo sfruttamento. La disoccupazione giovanile, la difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, l’enorme discrepanza tra titoli di studio e le speranze in essi riposte e gli impieghi effettivamente offerti, il tutto accompagnato dalla chimera della fama, del successo e della carriera, fanno sì che spesso siano proprio i giovani in cerca di una prima, introvabile, occupazione a sperimentare sulla propria pelle le contraddizioni di una società in cui gli esseri umani sono costretti a vivere separati dal proprio lavoro e dal prodotto dello stesso, ovvero separati da ciò che dovrebbe costituire la manifestazione specifica dell’essere umano. (vedi qui)

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Giovani: progetti in crisi
di Franco Buccino

I sogni dei nostri ragazzi s’infrangono ogni giorno contro il muro della realtà. Una realtà grigia, fatta di ingiustizie, soprusi, cattivi esempi; di sacrifici, difficoltà, volti dei genitori spesso tristi e tirati; di una scuola poco accogliente, sempre più povera, condannata ad essere selettiva e luogo di disparità sociale, più di prima.

Cresce in loro la rabbia per essere tenuti ai margini dei processi attraverso i quali è pianificato il loro futuro, anticipato già oggi da una condizione diffusa tra i precari di ridotti diritti fondamentali: lavoro, welfare, partecipazione e beni comuni. E i loro progetti si ridimensionano profondamente.

Le scuole, naturali interpreti dei loro sogni e delle loro aspirazioni, assistono sgomente a questa metamorfosi: i giovani da animatori e protagonisti del cambiamento a spettatori inerti e vittime di questa strana stagione politica e sociale. Nella quale si è deciso di uscire dalla spaventosa crisi economica, salvando pochi e condannando molti, con il consenso dei più. Ma non dei giovani; e neanche delle scuole, che vedono e denunciano lo stravolgimento della loro missione.

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SEGNALAZIONE

Tuttoscuola propone un riepilogo dei principali avvenimenti che hanno riguardato la scuola italiana nell’ultimo anno.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Il bilancio del ministro. Il 2012 si è concluso con un sospiro di sollievo della scuola per la fine della gestione Profumo del ministero dell’Istruzione. Dal mondo della scuola non c’è stato nessun rimpianto per il governo Monti e per il ministro Profumo, come ha scritto un’insegnante:

Penso proprio che l’unico vantaggio che avremo dalle dimissioni annunciate da Monti sia proprio per la Scuola.

Come insegnante mai mi sono sentita così disprezzata ed umiliata da un Ministro ed anche dal Premier che ha manifestato in modo chiaro la sua disistima nei nostri confronti… La mia speranza è proprio che il nuovo Governo ci porti un Ministro che ci rappresenti, che difenda l’istruzione pur evitando sprechi.

Il 2013 si apre con un allarme. Mario Monti ha invitato Francesco Profumo a candidarsi come capolista in un collegio di Torino. Prima sembrava Profumo dovesse trovare posto in lista col Partito Democratico; poi il pericolo sembrava essersi allontanato con l’annuncio di Bersani che nelle liste del suo partito non ci sarebbero state candidature dei ministri tecnici“; adesso torna a materializzarsi il pericolo di ritrovare all’Istruzione il ministro dei tablet, del “concorsone” e della proposta di innalzare a 24 ore di lezione frontale l’orario di lavoro degli insegnanti a parità di retribuzione.

Lo stesso ministro nella sua lettera di auguri a lavoratori della scuola, studenti e famiglie trova poco da dire nel bilancio del suo mandato ministeriale. Il ministro confessa il “mancato stanziamento di 300 milioni per il fondo di finanziamento ordinario delle università” (il ministro infatti ha aspettato la caduta del governo di cui è stato parte per rendersi conto che i tagli ai fondi per l’università decisi dallo stesso governo rischiano di affondare gli atenei italiani, facendone fallire la metà) e che la scuola “quasi mai ha rappresentato una priorità per il Paese e le sue classi dirigenti“. In quanto a realizzazioni, il ministro ricorda il concorso e l’entrata in vigore del plico telematico negli esami di Stato.

A proposito di concorsi. Concorso che intanto ha visto lo svolgimento della prima fase: la preselezione tramite quiz. Oltre 320mila candidati per 11.542 posti. Sono 88.610 (pari al 33,5%) i candidati che hanno superato il 17 e 18 dicembre le prime prove. Il calendario degli scritti sarà pubblicato dal ministero nella Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio 2013.

C’è qualcuno, come Mario Pirani, che si stupisce che “invece di accoglierlo con fuochi d’artificio e plausi generali, l’atteso evento sia stato salutato da raffiche di protesta“. In effetti sono molti a ritenere che “questi test siano assurdi, sbagliati“. Per Giorgio Israel

Forse si riuscirà a far passare una simile cosa contraria al merito nel modo più assoluto – è l’unica sostanza dell’agenda Monti per l’istruzione (test+Invalsi+Anvur+h-index+IF+mediane+…) ma resterà una cosa demenziale, ignorante e becera, con la quale si fabbricheranno generazioni di ignoranti e di incapaci.

Intanto si ritorna a parlare di un concorso “fantasma, quello per ispettori scolastici. Quasi cinque anni per giungere alla correzione degli scritti di un concorso pubblico. Le prove orali sono annunciate a metà febbraio, data da desfinire. La selezione per 145 “dirigenti tecnici” fu bandita nel 2008 dall’allora ministro Fioroni. Tra febbraio e marzo 2011 si sono svolti gli scritti. Per la correzione ci sono voluti 21 mesi.

Eppure, dei 335 ispettori previsti, al momento la macchina scolastica del Paese ne conta solo 36. E anche quando i 79 ammessi agli orali dovessero tutti entrare in servizio, rimarrebbero scoperti ben 220 posti: il 65% del totale.

Il bilancio della scuola. Anche la scuola fa il suo bilancio, che è nettamente in passivo: 8 miliardi in meno in 4 anni. E adesso emerge anche dai dati sullo stato della pubblica amministrazione che i dipendenti della scuola sono poco più di un milione, un terzo del totale circa, e che in quattro anni il loro numero è calato di oltre 120.000 unità.

Nel 2012 con la Legge di Stabilità si sono aggiunti nuovi tagli alla scuola: tagli in particolare al Fondo di istituto pari a 47,5 milioni, che si devono sommare ai tagli previsti a seguito dell’accordo all’ARAN per il pagamento degli scatti di anzianità. Viene confermato il finanziamento di 223 milioni di euro a favore delle scuole paritarie.

Fa parte del lascito della Legge di Stabilità la disposizione contenuta nel comma 149 secondo cui, a decorrere dal 2014, “i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento”. La norma, commenta La Tecnica della Scuola

è piuttosto sibillina in quanto il testo non chiarisce a quali risultati si dovrà fare riferimento. Oltretutto le risorse per il funzionamento sono già ora inadeguate e non si capisce davvero come possano essere ulteriormente riviste ed eventualmente ridotte.

I sindacati in allarme. “Non riusciamo a comprendere – confessa Domenico Pantaleo, leader della Flc Cgil – la logica di questa norma e cosa si intenda per “risultati””. E Di Menna della Uil Scuola:

Ammesso che si possano verificare gli apprendimenti, qual è la ratio che porta a tagliare le risorse alle scuole con risultati peggiori? Semmai, occorrerebbe assegnare a queste scuole più risorse.

Altri tagli col “dimensionamento“: una enorme illegalità. 2.611 scuole sono state soppresse illegittimamente nell’a.s. 2012/13: metà di esse (1.404) sono scuole dell’infanzia, primarie e circoli didattici, 2.375 del primo ciclo di istruzione, 39 istituti professionali, 174 istituti tecnici e 23 licei. Un accorpamento di istituti per ricavarne un risparmio per le casse dello Stato di 172 milioni di euro.

Senonché una sentenza della Corte Costituzionale del giugno scorso (la 147) ha dichiarato l’illegittimità di questo provvedimento: il Governo aveva messo da parte le Regioni, che hanno competenza in materia. E ora, alla vigilia delle pre-iscrizioni alle scuole, il caso degli istituti-fantasma minaccia di mettere in difficoltà le famiglie che si trovano a scegliere tra istituti che potrebbero cambiare fisionomia prima del settembre 2013.

Per quanto riguarda le cronache scolastiche, le uniche novità riguardano, come da qualche tempo a questa parte, gli avanzamenti della informatizzazione dei servizi. Il milione e 600.000 famiglie che, dal 21 gennaio al 28 febbrario saranno chiamate a iscrivere i figli a scuola potranno farlo solo via internet. Salvo Intravaia fa notare che l’Istat ha rilevato che 45 famiglie italiane su cento non hanno accesso ad internet per vari motivi. La percentuale si abbassa al 21 per cento, se si prendono in considerazione i nuclei familiari con almeno un figlio minore, quelli interessati alle iscrizioni a scuola. Per fortuna quest’anno la circolare ministeriale prevede che le famiglie possano avere il supporto delle segreterie delle scuole, anche se ciò creerà prevedibili intoppi vista la drastica riduzione del personale scolastico.

Ed è ancora la tecnologia ad infiammare il dibattito delle vacanze, avviato da Maria Pia Veladiano, che lancia la sua accusa: il registro elettronico è una illusione educativa, voti e assenze online permettono ai genitori di controllare tutto in tempo reale e da casa, ma così si smaterializzano i rapporti e vengono meno l’incontro e la fiducia:

Sapere tutto subito placa l’ansia ma non sostituisce la fiducia. Il registro elettronico può diventare un abbaglio che ci permette ancora una volta di non vedere quel che capita. Una fondamentale vita di relazioni che si perde…

Più avanza il possibile della tecnologia, più bisogna custodire la materialità delle relazioni. La relazione educativa è incontro.

Le risponde il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria: “È un passo necessario e inevitabile. il risparmio di tempo sarà utilissimo. L’uso di Internet non sostituirà il patto educativo”.

Verso le elezioni. Ma l’attenzione di tutti è ormai proiettata verso le elezioni politiche. Varie analisi sono fatte delle proposte contenute nell’attuale Offerta Politica, in particolare quelle di Matteo Renzi, Beppe Grillo, Nichi Vendola, Pierluigi Bersani, Mario Monti, proponiamo quella di Anna Maria Bellesia.

A sentirli parlare, i politici, dicono tutti che la scuola è “centrale“. Anche il Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno ha parole per i giovani, a cui, dice, devono essere offerte delle opportunità che devono arrivare soprattutto da politiche pubbliche di istruzione e formazione. Ma della scuola “reale” poco si parla e poco si scrive.

C’è bisogno di invertire la rotta” si legge addirittura nella Agenda del premier uscente Mario Monti, anche se poi, come commenta Ernrico Maranzana, “Non si dice quali siano le strategie, i modi, i tempi, le risorse per conseguire gli obbiettivi. In mancanza di queste notizie è difficile esprimere approvazione o dissenso”.

Così esprime la sua sorpresa per la sortita del premier Vincenzo Pascuzzi:

Dopo tre anni e mezzo di gestione Gelmini e un altr’anno di gestione Profumo, qualcuno, che è addirittura il capo del governo, riconosce anche che la rotta è sbagliata, addirittura “va invertita”, non solo corretta! E il nocchiero responsabile, tal ministro Francesco Profumo, è ancora al suo posto e se ne ipotizza, o vocifera, addirittura la riconferma nell’incarico nel 2013?

Il programma di Mario Monti per la scuola viene analizzato in un puntuale articolo di Nadia Urbinati, che innanzitutto domanda:

Ma quale segnale ha dato il governo Monti per far credere agli elettori che questa sarà davvero la priorità del suo nuovo esecutivo? Ricordiamo che tra le ultime decisioni prese dal suo governo vi è l’attribuzione di 223 milioni di euro alle scuole private e il taglio di 300 milioni di euro ai Fondi di Finanziamento Ordinario della formazione pubblica.

Poi entra nel merito di quali investimenti per l’istruzione e la ricerca sono prospettati da Monti:

La proposta è di incentivare “gli investimenti del settore privato, anche mediante agevolazioni fiscali e rafforzando il dialogo tra imprese e università” e di usare “i fondi di ricerca europei”. Quindi il privato e l’Europa sono gli erogatori del bene “collettivo del “capitale umano” italiano. Davvero molto poco e generico, incerto negli esiti e contraddittorio.

Il Professore è addirittura bocciato perché non preparato sul sistema universitario italiano:

Il documento parla infatti di un’università che non c’è o non c’è più quando sostiene che bisogna “rilevare per ogni facoltà in modo sistematico la coerenza degli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, rendendo pubblici i risultati”. Chi ha scritto questa frase non sembra essere al corrente del fatto che l’università italiana non ha più le facoltà perché la riforma Gelmini le ha abolite (Legge n. 240/2010) e sostituite con una sorta di federazioni di dipartimenti.

La continuità tra governo Berlusconi e governo Monti nella gestione della scuola è ribadita dai sindacati, che lanciano un appello al futuro governo affinché si torni a investire nella scuola se si vuole uscire dalla crisi. Per Domenico Pantaleo della Flc Cgil il governo Monti

ha proseguito la politica dell’esecutivo Berlusconi e non ha invertito un cammino diretto verso la privatizzazione degli atenei, maggiore precarizzazione dei docenti della scuola e generale peggioramento della qualità dell’offerta formativa.

Benedetto Vertecchi fa una analisi delle linee generali dei governi precedenti:

la Destra (e i tecnici) hanno considerato prioritari obiettivi che investono il breve periodo (l’esempio più significativo è rappresentato dalla proposta delle tre i (inglese, impresa, informatica) che costituì la bandiera degli interventi del ministro Moratti, orientata a favorire l’acquisizione di capacità immediatamente spendibili nel mondo del lavoro. Un orientamento progressista, culturalmente e socialmente più consapevole, nella politica scolastica dovrebbe invece tener conto prioritariamente del medio e lungo periodo. Questa scelta strategica consentirebbe anche di contrastare le tendenze regressive che negli ultimi decenni si stanno manifestando.

Affinché dopo le elezioni si possa “ristabilire un rapporto di fiducia e collaborazione fra la scuola e la società” Vertecchi propone una Consultazione nazionale per salvare la scuola:

Si potrebbero prevedere diversi livelli di consultazione, nei comuni, in territori con caratteristiche affini, in ambito regionale. La consultazione nazionale assumerebbe un carattere di sintesi, mentre quelle locali porrebbero in evidenza esigenze specifiche (edilizia, trasporti, servizi, andamento della domanda eccetera).

Marina Boscaino nell’auspicare che

tra i criteri individuati per determinare il proprio voto ci sia anche l’esplicita dichiarazione di interesse e di impegno da parte dei candidati prescelti sul tema della scuola statale, inclusiva, laica e democratica

suggerisce al futuro governo le seguenti priorità:

1) Innanzitutto parlare di scuola.
2) Innalzamento dell’obbligo scolastico.
3) Generalizzazione della scuola dell’infanzia ed effettiva laicizzazione della scuola.
4) Lotta alla dispersione scolastica.
5) Un piano speciale per l’edilizia scolastica
6) Personale della scuola: sistema di reclutamento, formazione iniziale
7) Infine, democrazia scolastica.

Un appello La scuola in Parlamento lanciato da esponenti dell’ Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica e da altre associazioni e personalità del mondo della scuola esprime la necessità che nella prossima legislatura la scuola diventi un punto qualificante dell’azione politica.

Anche il Sole24Ore avanza il suo suggerimento ai candidati alle elezioni: tagliare di un anno il percorso d’istruzione.

Una buona notizia: i TFA pagati: in Francia. Per una buona notizia ci spostiamo all’estero. In Francia mancano insegnanti e il governo francese ha deciso di assumerne 40.000 per il prossimo anno e 60.000 nel corso del mandato, ma si potrebbe arrivare con il turn over a 140.000 assunzioni. Il nuovo percorso abilitante francese sarà molto simile a quello italiano, ma con una differenza molto importante: mentre in Italia, considerando che gli aspiranti insegnanti sono tantissimi, il Tirocinio Formativo Attivo presso le università sarà pagato dai corsisti e anche in modo piuttosto salato (in media più di 2.000 euro), in Francia i futuri insegnanti saranno remunerati, per permettere a tutti i giovani che vogliono diventare insegnanti di avere i mezzi economici per poterlo fare. In Italia viene chiesto di pagare la retta senza conoscere l’organizzazione dei corsi.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

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