Vivalascuola. Detachment – Il distacco: note su un film e su una malattia

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Negli ultimi 20 anni si è passati dalle permissive baby-pensioni al sistema previdenziale odierno, senza la benché minima valutazione della salute della più numerosa categoria professionale… Solo nel giro dell’ultimo anno si sono avuti: la cancellazione della dispensa dal servizio per i docenti inidonei all’insegnamento; l’abolizione del ricorso alla causa di servizio nel pubblico impiego; il demansionamento nel ruolo ATA sempre per gli insegnanti inidonei… Una sorta di accanimento – ai limiti dell’incostituzionalità – sui “deboli“, resi tali da malattie sviluppate durante il lavoro, dopo aver tolto loro anche la possibilità di richiedere un indennizzo a titolo di risarcimento. Una netta inversione di marcia deve essere attuata dalla politica governativa nei confronti della scuola e dei suoi protagonisti: gli insegnanti. (Vittorio Lodolo D’Oria)

Detachment – Il distacco: note su un film e su una malattia
di Renata Morresi

A metà del film c’è l’episodio del gatto. Il ragazzo con l’apparecchio – un ragazzo dolce, coi capelli mossi che gli cadono sulle spalle – lo prende in braccio con cura. È a scuola, all’aperto, davanti la palestra. Nella scena successiva il ragazzo è in un angolo della palestra, gli stanno intorno due, tre ragazzotti alti, in tenuta da allenamento. Il ragazzo dolce sta battendo nello zaino, ripetutamente. Con una mano tiene lo zaino, con l’altra lavora avanti e indietro. Affonda dentro, come lo sguardo di ciascuno, in silenzio. Di lì a poco la vedremo, è una mano rossa, come un guanto di sangue. La sorprenderà il professore di lettere, che poi è il personaggio principale del film, Henry Barthes, che poi non è che Adrien Brody, anche lui con quello sguardo dolce e tragico e le sopracciglia disperate all’insù a toccare il cielo.

La scena dopo sono tutti nell’ufficio della psicologa della scuola. Ci sono: seduti, il ragazzo e il genitore del ragazzo, in piedi, il prof di lettere e la preside, la psicologa alla sua scrivania che parla al genitore con un filo di voce. Come ti senti, chiede infine il prof al ragazzo. In trappola, fa il ragazzo, con una specie di goffo sorriso da cui brilla tutto l’apparecchio.

All’inizio del film, prima ancora che iniziasse la storia del film, in una rapida successione di inserti documentaristici e clip grafiche s’erano visti estratti da interviste a insegnanti. Parlavano di come avevano cominciato a insegnare. Una dice che avendo una madre insegnante non avrebbe mai, mai voluto né pensato di diventare un’insegnante lei stessa. Le interviste sono alternate ad animazioni in bianco e nero, ad imitare il tratto del gesso sulla lavagna. Disegnini semplici come: una scuola, libri, banchi, campanella, una ghigliottina, le sbarre di una prigione che si trasformano in una clessidra.

La scuola come prigione, non la prigione repressiva che fu di The Wall (1982), ma una trappola più subdola, che in questo film scatta contro gli studenti, gli insegnanti, gli assistenti, e persino la preside. La trappola dell’autodistruzione. Allestita da agenti demolitori ben più potenti di quei poveri studenti, confusi dalla rabbia, di quegli insegnanti malandati, giovani eternamente precari o vecchi ormai disillusi.

Chiariamo: Detachment (2011) non è un film ambientato in un ghetto, in una banlieue, in un quartiere particolarmente degradato. Non è una storia di guadagnata consapevolezza e riscatto alla Freedom Writers (2008). Non emergono particolari problemi legati all’integrazione razziale o alla povertà. Non è una storia in presa diretta sui problemi interculturali come La classe di Cantet (2008). Né la sofferenza e la sfiducia sono compensate dal rispetto della classe per l’insegnante, come in Monsieur Lazhar (2012).

A dire il vero la bella palestra, il teatro, il laboratorio fotografico, l’ufficio della psicologa mostrano, almeno a noi in Italia, quante passioni e competenze e assistenza la scuola potrebbe sostenere se solo ne avesse le risorse. Le risorse qui non ci sono, e anche lì, nel film, verranno tagliate da un vampiresco consiglio di amministrazione guidato da manager e immobiliaristi. Ma il centro della storia non è questo, il centro della storia è il dolore. Anche nei suoi aspetti più sensazionali, nei suoi sintomi più eccessivi.

Il che, per certi versi, mi conforta. Era ora. Dopo La scuola (1993), Caterina va in città (2003), Notte prima degli esami (2006), Il rosso e il blu (2012) e un numero imprecisato di film e fiction all’italiana con macchiette e siparietti tra alunno-simpatica-canaglia e prof-serioso, tra alunno-angosciato e prof-idealista, alunni goliardicamente insieme, uno, ma solo uno, di alunno con la madre alcolista, e almeno sempre uno di alunno bullo o balordo che fa almeno una cosa sbagliata (ma alla fine si pente). Per carità, non ho nulla contro le buone intenzioni dei vari Luchetti, Virzì, Brizzi, Piccioni, ecc. È che accorgersi del dolore a volte libera. Consente di parlare del taciuto. L’autodistruzione, dicevo. O dovrei forse chiamarla “malattia”? O, più semplicemente, “solitudine”?

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Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà” – con questa citazione da Camus esordisce il film.

Che cos’è il “distacco” di cui ci dice il titolo? È l’indifferenza del ragazzo dolce che massacra il gatto? È l’imperturbabile contegno del professor Barthes a fronte dell’aggressività dei suoi alunni? È il senso di umiliazione ed estraneità che schiaccia il professor Wiatt, quello che si aggrappa alla recinzione della scuola sentendosi invisibile? È la facilità con cui la giovanissima Erica si prostituisce con chi capita? È la macchina fotografica, l’unico mezzo con il quale l’altra giovane ferita, Meredith, riesce a dialogare col mondo? È l’ottusa disinvoltura con cui la ragazzetta con sole insufficienze dice alla psicologa che lei se ne frega? È quello che manca alla psicologa stessa quando esplode in faccia alla ragazzetta tutta la rabbia, tutto il disprezzo per la stolida protervia con cui questi giovani rovinano se stessi?

Dietro di loro troviamo il distacco di genitori assenti o arroganti, che a ogni piè sospinto invocano querele e denunce. Il distacco di amministratori totalmente piegati alle logiche dei punteggi dei test e dell’attrarre studenti-clienti. Il distacco di una società civile che svilisce chi insegna e scredita il lavoro della scuola, la svuota di risorse e pretende da essa di fare da sentinella a giovani intontiti dal consumo e dalla deprivazione culturale. “Marketing holocaust”, lo chiama Brody in una scena centrale, in cui appare, invero, tutt’altro che distaccato:

È un tipo di scena-madre ricorrente in questo genere di film: è il momento dell’illuminazione, quello in cui tutti gli aspiranti insegnanti vorrebbero ritrovarsi, quando senti che c’è ascolto, e che stai cambiando qualcosa (anche se gli studenti sono disposti ad ammetterlo solo col senno di poi, dopo molti anni). Nella realtà arriva di rado, si sa.

Più spesso arrivano altri sintomi. Esaurimento emotivo. Senso di alienazione. Stress. Insonnia. Disinteresse, antipatia per gli altri, indifferenza, cinismo. Sbalzi d’umore. Rabbia. Affaticamento cronico. Lassismo. Frustrazione, mancata realizzazione, sensazione di aver sbagliato tutto. Ansia. Rancore. Desiderio di rivalsa. Desiderio di fuga. Vuoto. Sono gli effetti nocivi che possono darsi tra chi esercita le cosiddette professioni di cura e di aiuto, ovvero quei mestieri che implicano un dispendio di energie (psichiche, emotive, fisiche) che può portare alla patologia.

Leggo che il tasso di usura nervosa tra gli insegnanti è secondo solo a quello che riguarda la classe medica. “Anche voler bene stanca” – scriveva Lalla Romano. Figuriamoci curare, guidare, istruire, educare, ‘darsi‘ quotidianamente a un gran numero di giovani distratti spesso ostili, sobillati da genitori diffidenti, pungolati da una opinione pubblica alquanto scettica sulla qualità e l’utilità del loro servizio, umiliati da ministri della Repubblica a caccia di streghe e slogan populisti.

Se per i ragazzi è il bombardamento consumistico e la desolazione relazionale a produrre fatali catene distruttive, negli insegnanti può trattarsi di quello che in inglese chiamano burnout. Anche in italiano: sindrome da burnout (che noi pronunciamo bernàut). È una sindrome da esaurimento cronico. Mi si dirà: con tutti i suicidi tra imprenditori falliti, col tipo di malattie del lavoro che ci sono oggi in Italia, e l’asma e la dermatite e le anemie, adesso dobbiamo preoccuparci anche di questi esauriti dei professori? Beh, sì, direi che dobbiamo occuparcene, dato che sono loro ad occuparsi delle generazioni future. E visto che si tratta di una vera e propria malattia professionale. (Peggiorata dalla precarietà. Non scordiamo, se vogliamo parlare sul serio, che il numero dei suicidi raddoppia tra i disoccupati.)

Quando leggo quali sono le diverse fasi del burnout mi viene da sorridere (le riconosco tutte: in me, nei tanti colleghi, nei prof e negli specializzandi che ho incontrato). Possono esserci, difatti, 12 momenti attraverso cui si manifesta la patologia. Per sintetizzare li riassumo così: all’inizio c’è l’entusiasmo idealistico, il momento in cui si sceglie la strada di prendersi cura degli altri e si è spinti (non solo dal proprio senso di responsabilità, ma anche dall’ambiente lavorativo, nonché dai colleghi ‘concorrenti‘) a dimostrare che si vale ‘di più‘.

Sotto la pressione di eccessivi carichi di lavoro e dello stress arriva la delusione, e l’individuo comincia a sentirsi sfruttato e tradito nelle aspettative, anche perché di gratificazioni economiche non ne arrivano. Poi si apre la fase della frustrazione, in cui ci si sente sfruttati, marginalizzati, insoddisfatti, in ogni caso ossessionati dal lavoro. È allora che si cerca o di riguadagnare terreno sulla propria immagine di sé lavorando compulsivamente, diventando maniacali e pedanti fin nei dettagli, oppure di sfuggire l’ambiente di lavoro con ogni mezzo, schifati da tutto. Infine, giunge la fase della depressione e dell’apatia: non si ama più niente, si perde contatto coi propri bisogni e coi bisogni degli altri.

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Non vorrei (né tanto meno potrei per competenze) proporre una riflessione sistematica sul fenomeno, mi basta qui ripensare a chi sono stata, alle persone incontrate, ai fuggevoli segnali di crisi raccolti negli anni. La collega che mi incontra al bar e per 65 minuti mi trattiene a parlare di come viene perseguitata dal preside. L’amico, supplente da anni, che ha sviluppato una rabbiosa intolleranza verso tutti i colleghi. La mia ex studentessa di Educazione primaria che, chiamata per una supplenza di due mesi, per due mesi ogni giorno scoppia a piangere. Memorie vivide dei miei supplenti delle medie che entravano in classe a leggere il giornale. Certi prof logorroici che parlano del loro divorzio, dei diritti dei cacciatori, di cosa farebbero con una vincita al Superenalotto. Le espressioni di disgusto con cui un gruppo di eterni precari accoglie il curatore del seminario quando parla di “insegnante pro-attivo”. Il precario ‘sissino‘ che sequestra la prof nel suo ufficio (all’arrivo dei Carabinieri scapperà dalla finestra). L’altro che non boccia più nessuno dopo che un genitore ha fatto causa alla scuola. Il collega che fa seminari gratis. La maestra che prepara cartelloni fino alle due di notte. Sono solo squarci, fotogrammi, non compongono alcuna diagnosi. Eppure, nel loro modo impressionistico, mi dicono di cause ben più grandi, le cui radici non vanno ricercate tanto nel singolo, bensì in un ambiente lavorativo fortemente instabile, finanche opprimente, e in un contesto psico-sociale logorato.

Christina Maslach, tra le prime a studiare il burnout e a preparare test di misurazione con cui valutarne la gravità, sostiene che le cause prime di questa sindrome sono da ricercare nella discrasia tra l’ente di lavoro e l’individuo lavoratore circa sei grandi aree riguardanti la vita lavorativa: carico di lavoro, controllo, gratificazione, senso di appartenenza a una comunità, equità e valori condivisi.

Non ci vuole molto a verificare quanto le politiche scolastiche degli ultimi anni abbiano lesionato tali ambiti: andando ad intaccare il riconoscimento sociale per la professione (da Luca e Paolo che mandano un bel vaffa alla prof delle superiori dal palco di Sanremo a Brunetta che dà dei “fannulloni” ai precari) e il carico di lavoro (con riunioni, consigli, programmazioni, aggiornamenti, una punitiva quanto poliziesca burocrazia ed ora, si vocifera, anche ulteriori ore di insegnamento da impartire gratuitamente), promuovendo la disaffezione e il sospetto (tra sissini e tieffini, tra colleghi abilitati, tra insegnanti e genitori, tra insegnanti e presidi, tra presidi e ispettori, ecc.), e rendendo il percorso di accesso alla professione lungo, costoso, involuto, intollerabilmente evanescente e precario. (Molti sono i mestieri logoranti, lo so, ma pochi richiedono di essere ispirati e credibili ogni giorno, di modellare con cura l’anima fragile e aperta dei piccoli della specie.)

Maslach suggerisce che per prevenire il problema occorre equilibrio ed equità nell’assegnazione degli incarichi, coordinamento delle risorse, supporto dei superiori e tra pari, condivisione di progetti e ragioni. Ma Maslach sta a Berkeley, non sa che in Italia stanno buttando dalla finestra graduatorie decennali, tagliando i fondi, abbandonando gli insegnanti e, più in generale, smontando pezzo per pezzo le ragioni dell’istruzione pubblica.

Il professor Henry Barthes, il bravo supplente segnato da un passato tragico e mosso dalla vocazione (privata e didattica) a preservare la libertà della mente e dello spirito, si salverà. Forse grazie alla capacità di staccarsi da se stesso, dai traumi, dalla bruttezza. Forse grazie all’affetto di chi riuscirà a salvare. Non sarà lo stesso per tutti i protagonisti, alcuni inghiottiti dal fallimento o da un più ampio nulla. Non si salverà neanche la scuola. E noi?

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Abbiamo la grande responsabilità di guidare i nostri giovani in modo che non finiscano per crollare o arrendersi, diventare insignificanti” (Henry Barthes).

E’ una faticaccia questa vita. E’ attesa, interruzione, espulsione, incontri coi docenti, rinvii di documenti, genitori assenti e i loro figli pericolosi. Loro sono la paura del dolore. Sputano sulla mia anima. Questa umiliazione finirà. La disciplina verrà ristabilita. I ragazzi ci tengono al guinzaglio. Siamo noi quelli sotto giudizio. E’ come una dannata follia. Ogni ragazzo ha valore? E’ informato e merita un’educazione? Dannati ragazzini che non hanno desideri! Nessun fuoco. Nessuna mente da nutrire.” (Dean Vargas)

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MATERIALI SUL FILM

Dalla recensione di Martina Bartalini

Gli educatori, sebbene non tutti sospinti da una incrollabile vocazione, si trovano a dover scontare di rimando l’alienazione degli studenti, trasformandosi da precettori a veri e propri bersagli sui quali scagliare ogni forma di odio. Henry dal canto suo è una staffetta, non può curare l’anima di nessuno, perché la sua è sospesa dall’infanzia; accompagna i suoi allievi temporanei per qualche mese in attesa che il collega di ruolo torni al proprio posto o venga nominato.

E’ grazie al distacco disincantato e impenetrabile con cui si presenta Henry ai ragazzi che paradossalmente si crea un varco ed un’apertura che prelude ad una possibilità di dialogo. Questo distacco definisce una forma di consapevolezza lucida nei confronti del dolore altrui, quella stessa consapevolezza che offre l’opportunità al nostro protagonista di vedere e cogliere le situazioni e le cose per come realmente sono, dettagli chiave di un ritratto di un’umanità disorientata e disgregata, letteralmente a pezzi. (continua qui)

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Dalla recensione di Chiara Roggino

Detachment si pone come esplorazione sui nervi dell’apparato educativo. Fil rouge, voce narrante della storia è lo stesso Henry, ripreso in primo piano su fondale scuro.

Qual è il dovere di un insegnante? Preoccuparsi di allievi problematici e disagiati o disinteressarsi di loro per innalzare il prestigio della scuola, abbandonarli, integrando il ‘personale allievi’ con ragazzi ‘normali’, motivati all’apprendimento? Il liceo dove Henry presta supplenza sarà presto destinato alla chiusura. “Molti insegnanti qui, ad un certo punto, hanno pensato che avrebbero fatto la differenza. So quanto è importante essere guidati e avere qualcuno che ti aiuti a capire la complessità del mondo in cui viviamo. Io non ho mai avuto nessuno mentre crescevo” (Henry Barthes). (continua qui)

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Dalla recensione di Cristina Piccino

Il distacco parla di questo, ma è pure una storia d’amore, e una critica alla famiglia, a quell’universo chiuso di violenza autorizzata che, al tempo stesso, è il riferimento unico e privilegiato nelle decisioni sociali. Ed è un film sulla scuola, anzi sull’insegnamento, entra nell’intimità di cosa è la relazione particolarissima tra «maestro» e «allievo», scrutandone l’alternanza di vuoti e di pieni che mette in gioco, I’affannosa rincorsa di una verità (possibile) dentro quella che è, proprio come il modello familiare a cui va in sovrimpressione, un’altra geometria codificata rigidamente, dove la possibilità di errore è forse ancora più alta. (…) Ognuno ha i suoi angoli bui, e disperatamente cerca di muoversi, cerca degli appigli al caos. (continua qui)

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Il sistema scuola famiglia società è scoppiato
di Francesco Forlani

La contrapposizione tra io e mondo, nei tre casi (Monsieur Lazhar, Il sospetto, Detachment) si esplicita in quello più personale di io e famiglia, e il teatro di tale drammatica contraddizione è la scuola. Il sistema un tempo perfettamente efficiente, scuola, famiglia, società è scoppiato in mille pezzi. Ogni autorevolezza, fiducia negli educatori è messa tra parentesi, a cominciare dalle gerarchie interne, presidi e provveditori sempre e comunque dalla parte dei genitori e mai dei propri uomini e donne.

Nei tre casi l’inquisizione è infatti mossa dal campo familiare, dai genitori degli alunni, in modo diretto sia nel caso di Monsieur Lazhar che nonostante gli eccellenti risultati ottenuti in classe viene “indagato” e “scoperto” da genitori bianchi e borghesi, mal disposti verso quella invasione di campo, intrusione razziale e culturale, sia nel caso di Lucas demolito dalla falsa testimonianza della figlia del suo migliore amico ; indiretto nel caso di Henry Barthes, responsabile morale del suicidio di una sua studentessa.

Nei tre casi è un gesto a determinare il “crimine”. Che si tratti di uno scappellotto, di un bacio sulle labbra o di un abbraccio consolatorio, il contatto fisico diventa il corpo del delitto, indipendentemente dal motivo, dalla buona fede che lo ha determinato. Il vero distacco sono le leggi, scritte e non, a formularlo e ogni tentativo di “attaccamento” al mondo e alla realtà dei corpi dei propri studenti è infrazione della legge e dunque va punito. (continua qui)

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MATERIALI SUL BURNOUT

Inidoneità dei docenti: le patologie che la determinano
di Vittorio Lodolo D’Oria

Quali sono le “patologie professionali” degli insegnanti? Si tratta unicamente delle “disfonie” causate dalle laringiti croniche riconosciute anche nelle cause di servizio? Oppure vi sono forse altre malattie, magari più frequenti ma sconosciute? Questo è l’interrogativo cui ha cercato di rispondere il presente studio – svolto con la collaborazione del Conbs – che ha esaminato le diagnosi formulate dai Collegi Medici per determinare l’inidoneità all’insegnamento per motivi di salute.

Lo studio dimostra che l’inidoneità degli insegnanti è causata da patologie psichiatriche in oltre il 60% dei casi (il 70% delle quali appartengono all’area ansioso-depressiva), mentre le “disfonie” sono appena il 13% (5 volte di meno). Ne consegue che debbono essere ritenute patologie professionali dei docenti anche e soprattutto le patologie psichiatriche, per poi muoversi di conseguenza con piani di prevenzione e cura nel rispetto del dettato normativo sulla tutela della salute dei lavoratori (art.27 D.L. 81/08).

Il problema, comune ad altre nazioni dove viene però affrontato con risolutezza, vede un Governo italiano distratto, che non attua studi epidemiologici su base nazionale, non valuta la salute della categoria professionale prima di licenziare le riforme previdenziali, ma al contrario penalizza i docenti (l’82% di questi sono donne) che si ammalano (decreto Brunetta, abolizione della causa di servizio, spending review)…

Il mancato riconoscimento delle patologie professionali nei docenti rende impossibile l’attuazione della tutela della salute sul lavoro a dispetto del D.L. 81/08. Lo stesso dicasi per il mancato finanziamento delle attività di formazione e informazione di docenti e dirigenti scolastici. Negli ultimi 20 anni si è passati traumaticamente dalle permissive baby-pensioni al drastico sistema previdenziale odierno, senza la benché minima valutazione della salute della più numerosa categoria professionale, per giunta a prevalenza femminile.

Solo nel giro dell’ultimo anno si sono avuti nell’ordine: la cancellazione della dispensa dal servizio per i docenti inidonei permanentemente all’insegnamento; l’abolizione del ricorso alla causa di servizio nel pubblico impiego; il demansionamento nel ruolo ATA sempre per gli insegnanti inidonei permanentemente in modo relativo. Una sorta di accanimento – ai limiti dell’incostituzionalità – sui “deboli”, resi tali da malattie tra l’altro sviluppate durante il lavoro, dopo aver tolto loro anche la possibilità di richiedere un indennizzo a titolo di risarcimento.

Una netta inversione di marcia deve essere attuata dalla politica governativa nei confronti della scuola e dei suoi protagonisti: gli insegnanti. (continua qui)

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MISURATI LA “FEBBRE”
Alcuni test per misurare la propria temperatura di burnout qui.

Altri materiali sul burnout su vivalascuola qui.

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Burnout e disagio ambientale a scuola
di Giovanna Lo Presti

Perché questo malessere in una professione in teoria tra le più alte ed importanti all’interno di una società civile? Si tratta di una anomalia dei nostri giorni o, anche in passato, insegnare è stato un lavoro insidioso e problematico? Non abbiamo l’ambizione di dare risposta a domande così impegnative, ma vorremmo fornire l’incipit di riflessioni che sarebbe utile sviluppare.

Cominciamo ad esaminare gli aspetti più semplici: il discredito sociale che oggi circonda la figura dell’insegnante è testimoniato da uno stato oggettivo di privazione. I bassi stipendi, uniti alla squalificazione culturale del lavoro  rendono il mestiere dell’insegnante poco attrattivo.

Eppure all’insegnante è demandato il compito importantissimo di educare ed istruire le nuove generazioni. Ecco la prima contraddizione: alla reale importanza del lavoro si associa la mancanza di riconoscimento sociale…

La crescente burocratizzazione del lavoro docente, la tendenza a far passare in secondo piano i contenuti disciplinari a vantaggio dell’ultima moda didattica, i tempi di permanenza a scuola sempre più lunghi e destinati sovente ad assolvere impegni collegiali vuoti di significato sono ulteriori elementi di disorientamento. Di fronte al magma caotico della classe, l’istituzione impone un ordine formale, cartaceo…

Non bisogna però dimenticare che, in qualche misura, le difficoltà sono connesse alla natura stessa del lavoro docente, che oscilla continuamente tra quello del Maestro (una guida non solo verso l’acquisizione del sapere, ma anche figura esemplare per la vita) e quello del maestro con la bacchetta, che fustiga sadicamente inermi bambini e incolpevoli adolescenti…

Ricordiamoci infine che “insegnare” deriva dal latino in-signare, che significa “segnare”, “lasciare il segno”; “educare” deriva da ex-ducere, “trarre fuori”. Nell’insegnare c’è l’idea dell’imposizione di un ordine, nell’educare l’idea di far emergere quello che di buono c’è in ogni bambino, in ogni ragazzo. Conciliare l’esigenza dell’imporre un ordine con quella di aprire alla vita le menti giovani è sempre stato un compito arduo: lo è ancora di più oggi, nella nostra modernità “liquida” e complessa che preme con forza sulle fragili pareti del “recinto” scolastico. (continua qui)

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Studiare non serve a niente. Dopo la scuola media io il diploma me lo compro. Me lo faccio regalare. E intanto mi diverto. Studiare non serve a niente, tanto me lo danno lo stesso il diploma e lo stesso andrò avanti nella vita, perché vanno avanti ladri e ignoranti.

Così, nel racconto di Mila Spicola, l’allievo Andrea. Mila Spicola commenta:

I ragazzi ci guardano. A cosa serve studiare? A cosa è servito per i suoi genitori studiare e tenere dritta la schiena? Quanto eroismo devono avere queste persone osservando i Belsito, i Lusi, i Penati? O anche solo osservando la sproporzione tra chi impone sacrifici a persone che dovrebbero avere ben altri cammini, perché hanno studiato, si sono sacrificate, hanno creduto nello Stato, da vite eternamente cariche di privilegi?…

A che serve studiare poi, se la scuola è trascurata dalle agende politiche e quando invece ne è oggetto, lo è in modo superficiale, sbagliato, non competente e da persone che nulla conoscono o hanno studiato dei sistemi d’istruzione? Se alla scuola si destinano solo slogan e stereotipi di stile ottocentesco pronunciati per lo più da esperti conti e non di educazione di che parliamo?

Le agende della politica. Difatti nelle “agende” delle varie forze politiche sulla scuola si dice poco di chiaro e concreto, come emerge da una analisi di Daniela Sala. La stessa ci propone con un’intervista a Francesca Puglisi alcuni dettagli dei programmi del PD per la scuola. Qui dettagli dei programmi del Movimento 5 stelle, della lista di Oscar Giannino, Fare per Fermare il declino,

Eppure si potrebbe/dovrebbe cogliere l’occasione della scadenza delle elezioni politiche per una autentica riprogettazione. Come scrive Marina Boscaino

Chiedere al centro sinistra e alla sinistra che si stanno candidando a governare il Paese di invertire la rotta è legittimo e necessario: discontinuità adesso o mai più.

L”agenda” di Mario Monti in particolare brilla per vaghezza e assenza di novità:

Niente di nuovo sotto il sole. In appena una paginetta la stessa minestra riscaldata. Un po’ di Brunetta, un po’ di Gelmini, magari strizzando l’occhio anche a Renzi. Nessun accenno al contratto, alle riforme, agli organici funzionali, alle risorse da destinare all’autonomia, all’aggiornamento tanto per citarne alcuni. (Pippo Frisone)

La panacea di tutti i mali per il Professore è la valutazione dei docenti e delle scuole, con il ripristino dei premi di gelminiana memoria ai prof migliori. Va chiarito con quali fondi però, oltre che con quali modalità, visto che il 30% delle risparmi fatti con la riforma Gelmini, inizialmente destinati alla valorizzazione del personale, sono stati assorbiti dal pagamento degli scatti di anzianità. (vedi qui)

I premi evidentemente piacciono molto al Professore, visto che la Legge di Stabilità al comma 149 dispone che, a decorrere dal 2014, “i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento”. Tutto il mondo della scuola e i sindacati in allarme a chiedersi a quali risultati si faccia riferimento.

Come al solito spetta al sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria tranquillizzare:

Scuole finanziate in base ai risultati? Sì, ma solo per quel che riguarda la loro capacità di adeguarsi alla disposizione che prevede che gli acquisti di materiali e servizi – dalla cancelleria all’assistenza tecnica per fotocopiatrici o altro – vengano fatti attraverso il Mepa, il mercato elettronico della Pubblica amministrazione.

Valutazione=risultati=risorse. Ripetutamente però gli ultimi governi hanno collegato nelle loro dichiarazioni d’intenti valutazione, risultati e risorse, nulla di strano allora che adesso questo collegamento lo faccia anche il mondo della scuola. Anche perché parallelamente il Ministro Profumo, benché dimissionario, preme per concludere l’iter del regolamento della valutazione delle scuole, varata ad agosto dal Consiglio dei Ministri, alla quale mancano ancora i pareri del Consiglio di Stato e il passaggio parlamentare nelle commissioni.

Secondo il regolamento, il nuovo sistema di valutazione,  dovrebbe essere gestito dal Servizio Nazionale di Valutazione, composto dall’Invalsi, dall’Indire e dal contingente ispettivo. E la valutazione avverrà in base alle priorità strategiche della valutazione del sistema educativo di istruzione emanate ogni tre anni dal ministero.

La valutazione delle istituzioni scolastiche dovrebbe articolarsi in 4 fasi:

  • Autovalutazione sulla base dei dati del sistema informativo del ministero e dei risultati dei dati Invalsi
  • Valutazione esterna sulla base di indicatori di efficienza ed efficacia definiti dall’Invalsi
  • Ispezione. Sulla base degli esiti delle analisi effettuate si potrà procedere ad una ispezione che avrà come scopo di individuare i punti critici. Quindi entra in gioco l’Indire con la definizione e attuazione degli interventi migliorativi
  • Rendicontazione. Una novità è la rendicontazione sociale degli esiti valutativi, con la pubblicazione, diffusione dei risultati raggiunti.

Maurizio Tiriticco fa sentire alto il suo “non ci sto“:

Ma che cosa significa dire che una scuola è migliore di un’altra? Le scuole non producono saponette o coltelli!… Sono assolutamente contrario, essenzialmente per due motivi, uno teorico, l’altro relativo al nostro… italico costume! In materia di educazione, formazione e istruzione le variabili in gioco sono molteplici e non tutte riconducibili a fattori oggettivamente rilevabili, accertabili e misurabili!

D’altra parte, è sacrosantamente vero che le scuole hanno bisogno di soldi “a pioggia come si suol dire!… Che cosa significa, allora, dare soldi solo ai migliori? Non sarebbe invece il caso di darli ai peggiori, perché sono questi che hanno bisogno di essere sostenuti, rafforzati, incentivati? Con nuove strutture, attrezzature, strumentazioni didattiche, formazione continua del personale, ecc. In un Paese civile non si ricattano le scuole!

Il secondo motivo di preoccupazione riguarda l’italico costume e non è affatto banale. Chi ci garantisce che nelle scuole “peggiori” non si correrà a promuovere sempre e comunque per accedere alla fascia dei privilegiati?

L’allarme non è ingiustificato anche per Benedetto Vertecchi:

Sono molti gli insegnanti che temono che la complessa macchina della valutazione sia stata messa in modo solo per esercitare un condizionamento sulla loro attività. Si aggiunga che l’attività valutativa mostra che con tutta evidenza si procede nelle operazioni all’insegna dell’improvvisazione.

Un sistema così poco conosciuto e devastato da scelte improvvisate sta diventando un terreno dominato, senza neanche la parvenza di un contrasto, dal condizionamento sociale. E in un quadro così dissestato il ricorso ai finanziamenti rischia di rafforzare ulteriormente proprio il condizionamento sociale, senza che ne derivino vantaggi apprezzabili sul versante della qualità del servizio.

Valutazione nell’università: un esercizio burocratico centralizzato. In tema di valutazione, anche l’università denuncia le distorsioni e gli effetti perversi dell’attuale processo di valutazione, come fa ad esempio Sabino Cassese:

Anvur e ministero hanno fatto un grosso errore trasformando la valutazione, che è necessaria come parte del lavoro scientifico, in un esercizio burocratico centralizzato.

Come argomenta Andrea Ranieri, la diffidenza diffusa del mondo della scuola, dell’università e della ricerca neu confronti della valutazione è strettamente collegata al fatto che è comparsa in un periodo di tagli pesanti al sistema, e assumendo, proprio per questo, un connotato assurdamente punitivo.

Le esigenze dell’università italiana sono esplicitate in un ultimo in ordine di tempo e urgente appello che viene dal mondo degli studi e dell’università (primi firmatari A. Arienzo e P. Bevilacqua), così sintetizzato da Adriano Prosperi:

Realizzare un vero diritto allo studio, migliorare e arricchire biblioteche, aule e laboratori, costruire un governo dell’università sottratto alle opposte derive dell’accentramento burocratico e della chiusura corporativa, introdurre forme di reclutamento rispettose del valore reale dei ricercatori; e intanto azzerare l’operato e le strutture dell’Agenzia Nazionale della valutazione (Anvur).

Evitiamo il colpo di coda. Il governo dimissionario intanto vorrebbe legiferare su alcune questioni molto controverse, in particolare in merito a Tfa speciali, valutazione e revisione delle classi di concorso. Il Partito Democratico, per voce della responsabile nazionale scuola Francesca Puglisi, si pronuncia perché il ministro Profumo fermi qualsiasi provvedimento che non abbia alcun carattere di straordinarietà e urgenza su valutazione, ridefinizione delle classi di concorso e insegnanti inidonei. Anche la Flc Cgil diffida il Ministro dall’assumere provvedimenti che travalicano l’ordinaria amministrazione.

Il concorsone. Nel frattempo sono stati resi noti i risultati della prova preselettiva del concorsone. Il “quizzone” (5o domande a risposta multipla in 50 minuti)  è stato superato da poco meno del 50% dei docenti delle scuole superiori. Tra i laureati in materie scientifiche la percentuale salta quasi al 70%, seguiti (66%) da latinisti e grecisti. In fondo alla classifica i laureati in filosofia: passati solo al 33%. Qui ci sono i numeri per tutte le regioni degli ammessi alla prova orale per classe di concorso. Qui il calendario delle prove orali (4 quesiti e 2,5 ore di tempo), che si svolgeranno dall’11 al 21 febbraio.

Fondi sbloccati: per il 10% delle scuole. La cronaca vede un annuncio dato con esultanza: in arrivo i fondi dovuti alle scuole. Sì, ma in parte e solo per 1.076 scuole su un totale di oltre 9.000. Riceveranno complessivamente 54,4 milioni di euro. Lo stanziamento, che potrà oscillare da un minino di 800 euro ad un massimo di 200.000 euro, andrà a coprire le spese per le supplenze e per il personale (progetti e attività approvate attraverso il Pof e gli organi collegiali).

Sbloccati anche fondi per l’edilizia scolastica. È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il DM 3 ottobre 2012, con cui il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha ripartito tra 989 interventi le risorse stanziate dal Cipe con la delibera 114/2008 per l’edilizia scolastica: in pratica sono stati sbloccati 111 milioni e 800.000 euro.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

5 pensieri su “Vivalascuola. Detachment – Il distacco: note su un film e su una malattia

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  3. Trovo molto interessante l’argomento relativo al burn-out, patologia che può senz’altro intaccare l’insegnante.
    Fortunatamente la scuola è un pilastro della società che ha una base forte e quindi per quanto possa essere difficile insegnare, per quanto possa essere “giudicato” il mestiere dell’insegnante, la scuola non cadrà mai dal punto di vista della sua potenzialità e del suo carattere di Istituzione. Ci può essere senso di impotenza nei confronti di alcune situazioni, ci può essere insoddisfazione per i risultati ottenuti e per non riuscire a cambiare le cose. L’insegnante non deve mai dimenticare che la sua presenza nella società è fondamentale.
    Per quanto riguarda il burn-out è importante conoscerne le cause e avere a disposizione strumenti adatti per contrastarlo. In questo senso una formazione dell’insegnante è necessaria.
    Grazie
    Prof. Davide Pallini

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  4. D’accordo, Davide, con quanto dici sul ruolo dell’insegnante e sulla necessità di una adeguata formazione – e quindi attenzione e investimento di risorse. Questo però deve fare i conti con la realtà italiana:

    Nel corso di una ricerca è stato chiesto ai cittadini europei quali fossero i due problemi più importanti per la loro Nazione; in Italia si scopre che solo il 2%, mettendola all’ultimo posto per importanza, ritiene che l’istruzione sia un problema prioritario, mentre in Germania esso è sentito come prioritario dal 21% della popolazione: al secondo posto per importanza.

    Vedi qui:

    http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=42796&action=view

    Grazie, per intanto, della lettura e dell’intervento, e un caro saluto.

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