Axis Mundi. Racconti della Brianza

totò

di  Gianni Fumagalli

 

MARIETTO  elegia di una vita sorridente

 

Marietto, Marietto, Marietto, pronuncio il tuo nome e mi si spalanca un mondo. Tutte queste t mi evocano la tua magra figura, un po’ Totò un po’ Charlot. Avevi il talento loquace del primo e la movenze geniali del secondo. Ho incrociato la tua vita che ero appena un adolescente e per molti anni ho vissuto della gratitudine che esistevi.

Porti un soprannome la cui origine è ignota a tutti: Pignola, ma per noi sei sempre Marietto. Hai il dono di giocare con le parole con una saggezza che affonda le sue radici nel mondo contadino, ma riceve l’energia e la geniale fantasia dalla tua bella mente. Fai un uso del dialetto come un giocoliere, con rare e impacciate incursioni nell’italiano. Tuo padre, tredicesimo figlio di una famiglia contadina della Brianza, si chiamava Primo ma ironizzava dicendo che era il primo della seconda dozzina di figli. E’ stato lui, raccontavi, a portare in casa il mondo. Gli altisonanti nomi della politica internazionale entravano prepotentemente nel lessico familiare perché il cavallo l’aveva chiamato De Gaulle, l’asino Eisenhower e il maiale Churchill e quando, dal ritorno dal lavoro, cercavi di placare la tua passione per il ciclismo, chiedendo a tuo padre chi aveva vinto la tappa del tour de France, ti sei sentito rispondere: ”veun de bergum” (uno di Bergamo); aveva vinto il belga Van De Berg. Sai cogliere le doti meno evidenti delle persone esaltandole con racconti che incantavano; i lati deboli li trattavi con una ironia che li trasformava in pregi. Ma il meglio di te l’hai dato sul lavoro. Ti ho visto all’opera, quando facevi ancora lo stampatore, su una bicolori Roland grande come un TIR, e l’immagine della tua esile figura che zompava dal mettifogli ai calamai, dai cilindri delle lastre al controllo registro l’ho associata indelebilmente a quella di Charlie Chaplin che fa capolino, dagli ingranaggi di una macchina che lo sta stritolando, in Tempi moderni. Istauravi un rapporto personale  con la “macchina” fondato sulla convinzione che la tua conoscenza esaustiva del mezzo non avrebbe mai potuto tradirti. Raramente ti ho visto perdere il controllo come davanti ad un foglio di stampa refrattario alle tue correzioni; la tua ira sfogava una rabbia tagliente come di fronte a un Padre. Il senso del lavoro lo avevi acquisito come un dovere divino verso le tue prestazioni che, per definizione, dovevano essere assolute. Quando le cose non andavano per il giusto verso le tue invettive raggiungevano le altezze delle lamentazioni di Giobbe; chiamato in causa era lo stesso Creatore a rispondere di un mondo così imperfetto. La tua dirittura morale di stampo calvinista non concedeva  deroghe nemmeno a LUI. Non hai resistito a tanto logoramento e, senza esitazioni, hai buttato vent’anni di esperienza sopraffina per passare alla Falk, al controllo tubi, un lavoro senza dubbi meno impegnativo. La battuta che ha suggellato la tua vita lavorativa è stata degna della sintesi più geniale:”per metà della mia vita ho fatto una madonna (ti riferivi al fatto che spesso stampavi immagini sacre ma l’espressione dialettale fare una madonna ha il significato di non fare nulla) e per l’altra metà ho fatto un tubo 8riferito ai tubi della Falk). Abbiamo avuto la fortuna di attraversare gli anni dei grandi cambiamenti, dalla frequentazione del mondo cattolico alla militanza politica, dalla liberazione sessuale al sindacato. Inutile dire che la tua presenza non passava inosservata, eppure avevi il dono della discrezione associato ad una parola tagliente ed ilare al tempo stesso. Non ti sei mai adattato ad alcun gruppo, chiesa, organizzazione perché la tua mente ipercritica non sopportava steccati di alcun genere: politici, religiosi, mentali. I diversi leaders ti guardavano come un soggetto non allineabile; spesso ti cercavano – ma dov’è finito Marietto – tu eri sempre altrove a sudare fatica su qualche salita o, coi tuoi occhi attenti e stralunati, ad osservare il mondo per rappresentarlo poi con le tue mille metafore. Come dimenticare gli anni del cattolicesimo imperante, quando la presenza in chiesa era massiccia. All’uscita dalla messa, dove Don Innocente, di nome e di fatto, aveva commentato il vangelo della samaritana (evitando di usare il termine prostituta, l’aveva definita una donna disordinata), hai chiesto, facendo in modo che sentissero in molti: ”ma mi spieghi Don cosa intendeva per disordinata, che lasciava una ciabatta da una parte e una dall’altra?” La risposta del Don è suonata come un bonario buffetto: “Marietto fai sempre lo spiritoso”. Povero Prete, lasciato così solo e disarmato ad arginare un cambiamento infinitamente più potente delle battute, pur allusive, di un parrocchiano speciale. Sarebbe arrivata la rivoluzione sessuale a cambiare abitudini e costumi e a trasformare un giovane dell’oratorio in uno spirito senza freni. Ti ho sentito raccontare oscenità che in bocca a chiunque altro sarebbero figurate come insulse depravazioni ma dette da te avevano un sapore liberatorio. Tutta la costrizione cattolica del sesso rompeva gli argini in una esaltazione visionaria. Per anni ti sei sentito libero come un folle di esprimere le tue pulsioni costrette per decenni. Quando incontravi una bella ragazza il tuo viso si trasformava in una smorfia, ruotavi gli occhi, corrugavi la fronte a sottolineare la meraviglia, componevi una maschera ridicola e una vibrazione baritonale esprimeva, nel tuo codice, la fame atavica. Il tutto avveniva nel totale rispetto dell’ “angelo” incontrato, era semmai un tuo modo per celebrare l’eterno femminino. Nonostante questo fuoco, non ti ho mai visto in compagnia di una donna, mai una camminata insieme, una stretta di mano, un bacio carpito per strada. Potenza e coerenza del tuo destino, sei nato per gli altri, per il loro bene, per alleviare il peso della vita con la tua acuta e divertente rappresentazione dell’uomo e del mondo. Di questo ne sono sicuro.­­­­­­­­­­­­ Potevi forse distrarre l’attenzione da una “vocazione” di tale portata? Sono arrivato a pensare-prova a immaginare- che lo zelo della tua coerenza non avrebbe lasciato spazio per una relazione sentimentale. Se nella tua scala di valori, mai enunciata ma concreta, venivano prima gli altri, la famiglia il lavoro, non restava altro per sé. Come conciliare allora la tua esuberante sensualità con il tuo stile di vita? La psicanalisi scomoderebbe complessi e comportamenti compensatori,  tu non risparmieresti una battuta sfrontata, io mi fermo di fronte al mistero di ogni persona.  Eppure so quanto ti sia costata una simile condizione, perché in questo essere persone speciali, “inviate”, c’è anche un isolamento che non è alleviato dalla considerazione e dalla stima del prossimo. Questo isolamento è come un celibato, laico, ma pur sempre un celibato.

Mi hai avviato agli sport più faticosi: ciclismo e corse campestri, perché la fatica era una componente irrinunciabile della tua vita. Non potevi concepire uno sport senza sofferenza; non una salita al disotto del dieci per cento, non una corsa so­­­tto i venti chilometri. Nomi come Stelvio e Gavia li ho sentiti dai tuoi racconti e nella mia fantasia erano strade che portavano in cielo. Forse il soffrire era un modo per compensare il sacrificio evangelico ereditato dalla tua famiglia di semplici credenti e che, con il rifiuto della fede, hai estromesso dal tuo orizzonte. Ma mi sto spingendo oltre e posso immaginare la battuta con la quale liquideresti queste righe.

Ho un’antologia sterminata di storie, aneddoti, battute che basterebbero per un intero volume ma lascio questo privilegio agli amici che integreranno meglio di me questo scarno ritratto. In conclusione vorrei sottolineare un aspetto della personalità esuberante di Marietto che ho solo accennato: la sua capacita critica applicata in ogni contesto, dal gioco delle carte o delle bocce alla politica o alla semplice osservazione della vita. Mi è capitato diverse volte di pensare che forse nel suo albero genealogico ci fosse qualche talmudista, della scuola babilonese o palestinese (da queste sono usciti i più grandi), perché la sua tecnica  critica ricorda il pilpul. E’ consuetudine dei talmudisti non ambire alla soluzione di un problema ma illuminarlo ed espanderlo con una serie di domande che ne amplificano il senso. Marietto era così, ti ubriacava con una dialettica che non trascurava il minimo dettaglio; in più aveva la battuta esilarante che concludeva l’eloquio.

Se per assurdo esistesse una commissione che dovesse decidere sui trentasei giusti la cui vita, secondo la tradizione ebraica, giustificherebbe l’esistenza del mondo intero, e per una ragione altrettanto assurda io fossi scelto in questa commissione, il primo giusto che sceglierei è proprio lui.

Marietto, Marietto, Marietto, chiudo gli occhi e l’intera vita mi si apre davanti sorridente.

 

 

 

 

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