“BISCOTTI SELVAGGI”, DI FRANZ KRAUSPENHAAR

Recensione di Giovanni Agnoloni

Biscotti selvaggiBiscotti selvaggi, di Franz Krauspenhaar

Marco Saya Edizioni

Le poesie di questa raccolta di Franz Krauspenhaar, Biscotti selvaggi, sono un condensato potente di impressioni di vita, di grumi di ricordo e sprazzi di eterno calati nella densità materica del presente.
La poesia è onesta profonda. Dove c’è odio, dice odio, dove c’è noia, dice noia, e dove c’è amore – amore assoluto, viscerale –, accenna appena e lascia in sospeso, come una musica che ognuno deve continuare a modo suo. Perché la poesia è un’approssimazione a questo punto, che non chiede più parole, ma silenzio.

Si va dalla fiammata acida dello stomaco che reclama la sua dose di Maalox al metallico rinculare degli articoli da spesa sul carrello del supermercato; dalle solitudini di novembre, che ritornano ogni anno, alla solitudine di una vita, fattasi abitudine, consuetudine non gradita ma in fondo consolante, perché sa pur sempre di quella libertà che è meglio di cose peggiori.

C’è il rifiuto di un’umanità del cazzo, alacre ma finta, e un coacervo di sentimenti rabbiosi di ribellione contro un mondo che va dappertutto tranne che al centro, al cuore delle cose. C’è il senso dell’ineluttabilità di un destino inzuppato di città, proprio come i biscotti fanno col caffellatte. Ma qui la bevanda è più aspra, più tossica.

Eppure questo mondo è anche un dolce anestetico e un’atmosfera inevitabile, imprescindibile, ineluttabile. La poesia di F.K., definita una “playlist impazzita” nella prefazione di Federico Federici, ha una sua musica interna, dodecafonica o magari rap, in ogni caso spiazzante ma inequivocabilmente armoniosa: dove l’armonia nasce da un incastro bilanciato di dissonanze.

Poi, alla fine, c’è quella dichiarazione d’amore che dicevo. Che potrebbe essere quanto di più trito si possa immaginare, perché diretta alla madre. Ma F.K. non fa cose trite. Sarebbe un biscotto frollo, non selvaggio.
La madre, lui, prima l’ha (verbalmente) “killerata”, chiedendo la prefazione a Stephen King. Ora, fatta questa giusta tara ai sentimentalismi, non rischia più di scadere nel melodramma, e parte dal ricordo di un’altra rottura sentimentale, l’ennesima, per poi far entrare in scena la mamma, la donna dell’amore totale, quella la sola idea della cui mancanza fa sentire la solitudine assoluta. Ma il poeta non si sottrae al confronto anche solo mentale con questo inferno, condito dalla sorda consapevolezza dell’impossibilità (o dell’estrema improbabilità) di un amore più completo. Non c’è melodramma, qui, ma la consueta, cocente oggettività di F.K. E in questo pensiero c’è la scintilla di eterno che dicevo prima: l’eterno che è radicato nel e solidale con l’umano.

Perché la vera libertà, e la vera felicità, è comunque un asintoto. È al di là del confine. È Amore.

12 pensieri su ““BISCOTTI SELVAGGI”, DI FRANZ KRAUSPENHAAR

  1. …alla fine rimane tutta la curiosità, o il desiderio, che si fa sempre più fremente, di leggere almeno una mezza poesia di K,
    chessoio qualche verso, con i metalli che rinculano, le dosi di maalox, i destini inzuppati l’umanità del cazzo, i rifiuti e i biscotti
    nella tazza del latte che debordano, e poi quella musica interna,quell’armonico incastro d’assonanze, insomma non è che si capisca molto più di nulla da questa recensione.
    E io sono un amico e un fan di K, cazzo.!

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  2. E’ qui che volevo arrivare, caro Giovanni.
    Per capire se, come sospettavo, – appunto –
    la tua era una finissima …paraculata.
    comprerò il libro…forse. ( ne ho troppi da leggere,
    ancora)

    Vivissimi complimenti.

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  3. Io non faccio il paraculo a nessuno, Augusto. Franz è un amico anche mio, è vero, ma pure uno dei miei scrittori preferiti, perché scrive di pancia, coi visceri. Non offendere la mia onestà intellettuale. Se ti dico di comprare il libro non è perché tiri la volata a nessuno. Franz non ne ha certo bisogno. Le recensioni, da che mondo e mondo, servono a far venire la voglia di comprare i libri. Un saluto

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  4. Nessuna intenzione di offendere la tua onestà intellettuale, ci mancherebbe altro. Anzi, hai tutta la mia stima.
    Ne ho avute millanta di accuse in tal senso, presentando libri che – a detta di certi uditori , che poi li hanno letti –
    non valevano molto più di nulla. E tuttavia io non volevo ingannare nessuno di loro , cercavo solo di estrarre
    il meglio da ciò che avevo in mano , fili sottilissimi d’oro immersi nella “blenda”. Ma per far questo dovevo necessariamente citare qualche esempio (verso, brano, passaggio, etc) direttamente dal libro. Tutto qui, caro Giovanni. Ad majora.

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