Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Noi
dovevamo macinare le loro ossa
e gettarle nel fiume: bisogna fare spazio ai morti più recenti, dicevano. Così
il fondo del fiume era un bianco deposito di polvere umana. In un attimo tutto il paesaggio.

Sed libera pueros a malo

Sono triste perché ho visto gli uomini camminare verso la morte.
Eravamo una massa che proseguiva ciecamente sui morti.
Eravamo noi stessi un omicidio di massa compiuto in parte.
Macinavamo chilometri e macinavamo corpi. Eravamo raggiunti dall’odore. Solo
certe donne non reggevano: le madri erano rotte dalla pietà
le madri non volevano che i loro figli
assistessero a tutta quella morte
data di proposito. Nessuna madre vuole che un bambino sopporti l’esperienza del male, io capisco: quei bambini venivano da un altro mondo, erano stati concepiti tutti
per fiducia e per gioia.
Se il corpo di una donna dice sì a un figlio è per la fiducia istintiva, bellissima, che il suo corpo ha nella bellezza del mondo, qualunque cosa lei ne dica. Per ciò, nell’evidenza
del male, alcune tagliavano le vene ai figli e poi si davano la morte.
Pausa. Respiratorio.

Un uomo spera, anche pigiato al buio del crematorio
con centinaia di altri che come lui
sperano, perché nessuno crede veramente al male.

Dopo che tutti erano stati pressati all’interno del Krematorium – circa 300 persone per carico – i cristalli bluastri di gas Zyklon (ciclone) B venivano spinti all’interno attraverso sottili fessure praticate sui lati ciechi del muro.
I granuli erano composti di polpa di legno o terra diatomacea impregnata di acido cianidrico.
Le esalazioni di acido cianidrico inibiscono la respirazione cellulare fino alla completa anossia, ovvero alla soffocazione delle cellule dei tessuti vivi. Il corpo che si è spento in questo modo si presenta rosso violaceo, livido, per l’eccesso di ossigeno inutilizzato dal sangue.
All’interno del Krematorium è buio, ognuno è solo nella circoscrizione sempre più piccola e deserta del proprio corpo.
Il buio amplifica il terrore. I nazisti provano piacere nell’annientare la compassione, ovvero le fondamenta della mia umanità, prima dell’animale del mio corpo.
I nazisti hanno bisogno della conferma che loro sono uomini e io no.

Pausa. Esperimenti su uomini vivi.

Questa è l’umiliazione insopportabile: mi hanno mostrato fino a dove posso strisciare per fame e terrore. Il male commesso da altri, il male fuori di me, era una visione incomprensibile che riuscivo a respingere. Istintivamente si è portati a negare quello che pure vediamo nitidamente.
Ma il contagio: il contagio è insopportabile. Il male dentro.
L’ossessione dei sopravvissuti è la quantità di male inoculata in se stessi, è la colpa per quello che noi stessi siamo stati capaci di compiere. Per il tozzo di pane che abbiamo sfilato dalle mani
del più debole. Per il triangolo di coperta che abbiamo fatto scivolare dalle spalle del nostro compagno, profittando del suo sonno cinereo. Così, diventavamo estranei a noi stessi.
Ma soprattutto, lo stato di ininterrotta violenza ha finito per suscitare in noi quello che veramente non perdoniamo. Più
che questa guerra sorda per le briciole, forse ancora pietosamente umana, sebbene fatta da uomini alti quanto fili d’erba, noi non ci perdoniamo
la nostra indifferenza verso il dolore e la morte degli altri.
Gli uomini per lo più sono sensibili. Se non lo sono, non li riconosciamo come uomini. Nemmeno più come creature vive. Nei campi di sterminio i fatti di eroismo e di solidarietà o di semplice compassione venivano immediatamente azzerati dalla uccisione del temerario. Dunque si era costretti in sé.
Le vittime umane erano indotte a non riconoscere come vittime umane le altre vittime umane.
Scomparsa la identificazione con il dolore dell’altro. Niente ci brutalizza più di questo ripiegamento primario. Niente ci rende più estranei a noi stessi.
Io non mi conoscevo in questa solitudine, in questa ermetica interruzione dell’anima. È una scelta. Alla quale siamo stati forzati. Ma è una scelta.

Pausa. Disposizione.

Ora i cristalli sono caduti a terra, dunque il fumo sale dal basso. Dunque i forti salgono alla cieca sopra i corpi degli altri per respirare.
Il carico impiegava circa 15 minuti a morire del tutto.
Ma tutti, per istinto, si gettavano verso le porte.
Il carico si dirigeva sistematicamente verso la fonte di luce.
Dunque quando riaprivano le porte del Krematorium la catasta di uomini e donne morti cercando aria e luce veniva giù come un precipitare di massi paonazzi da un camion che si fosse improvvisamente aperto per una buca nel terreno.
Molti restavano marmorizzati in posizione di sollevamento.

Pausa. Apertura.

Dopo la caduta dei primi corpi si evidenziavano i bambini.
I bambini apparivano sempre alla base della valanga, sempre compressi sotto quella sconnessa piramide di corpi umani.
Spesso i padri erano montati al buio sui propri figli. Già quasi soffocati dall’angoscia e dal fumo, per respirare avevano premuto alla cieca i calcagni sulla faccia dei figli e i piccoli cadaveri presentavano delle lacerazioni. Alcuni riportavano sfondamenti del cranio o della cassa toracica.
Ma quasi tutti, grandi e piccoli, avevano ferite, perché nel buio avevano combattuto. I cadaveri perdevano sangue dalle orecchie, dal naso.
Lo sgocciolio del sangue dagli orifizi era il solo movimento in quell’asfissiato muro di corpi violacei.

Io potevo guardare perché ero morto, come ho detto. Prova.
Vieni a leccarmi il cuore, prova: rimarrai avvelenato.

Pausa. Sommossa.

Quando ha paura l’essere umano si svuota. Per esempio
quando sboccavano nello spogliatoio sotterraneo come una primitiva catena di morte, lì capivano cosa li aspettava: himmelweg, la via del cielo.
Ma una volta ci fu come un coro, il canto invase tutto lo spogliatoio: l’inno nazionale cecoslovacco e poi la tikka
e allora io improvvisamente decisi che volevo morire con loro, io d’improvviso per la forza del canto ritornai umano e finalmente
non compresi più la ragione della mia cieca
sopravvivenza
ma la mano di una delle donne mi fermò e la sua voce disse: no!, tu sarai il Testimone.

Roma, 18 febbraio 2011

Nota. Nessun perdono.

A ogni apertura dei crematori si notava che intorno ai luoghi dove erano cadute
le pasticche di veleno rimaneva un vuoto irregolare. Noi
volevamo contrastare lo spreco di tutta questa bella carne che voleva vivere come l’albero
vuole vivere. Ma quelli erano impassibili: guardavano e basta
mentre la vita degli altri come cataste di alberi
bruciati vivi si consumava sotto i loro occhi e – sa, la legna umana brucia molto bene. Restano angoli di rigidità dove filtra il vento
e il fuoco prende
alle spalle e i tendini del mio collo si erano quasi
rotti a causa di uno sforzo per il quale il mio corpo non era fatto: la mia azione è
meccanica, secca, militare: io sono
come malato, in posizione di difesa tra mucchi
di spazzolini, occhiali
e capelli di donna stesi ad asciugare. Sì, in principio avevano pensato
di utilizzare completamente i corpi: i capelli venivano tessuti; della pelle facevano
paralumi e fodere
di poltroncine per gli alloggi
degli ufficiali. Un piccolo vezzo
di conservazione – sa, come del maiale, che
non si butta niente: neanche i denti, le ossa (era noto già allora che la complessione
umana reagisce come quella del maiale). Le nostre ossa
erano concime. Ma alla fine non si sapeva che fare di tutti
quei paralumi e così
ci bruciavano, con la pelle e tutto. Io
non potevo più credere che questo
fosse comunque umano. Dunque sono più cieco di un oggetto,
mi sono fatto
cosa: – spazzolino, matita, portafogli. Solo
in certe notti
io subisco quel buio senza uomini, io penso ancora:
sono l’ultimo ebreo, ora aspetto
mattina, ora aspetto i tedeschi, questa specie mortale.

Ecco. Vi vengo incontro. Di pari passo. Primo Levi. Häftling (pezzo) 174 517. Funzionante.

Roma, 16 marzo 2011

*

Ghetti, 8
di Charles Reznikoff
basato sugli atti del processo a Adolf Eichmann
(traduzione di Renata Morresi)

Uno delle S.S. prese una donna con un neonato tra le braccia
La donna cominciò a scongiurarlo: se lei doveva morire
il bambino vivesse.
Era vicina alla rete che divideva il ghetto da dove vivevano i Polacchi
e alcuni Polacchi di là della recinzione erano pronti a prenderlo
e lei stava proprio per passarglielo quando era stata catturata.
Il soldato delle S.S. le prese il bambino dalle braccia
e le sparò due volte
e lo teneva tra le mani.
La madre, agonizzante ma ancora viva, strisciò ai suoi piedi.
L’S.S. scoppiò a ridere
e squarciò il bambino come se strappasse uno straccio.
Poi passò un cane randagio
e l’S.S. si chinò ad accarezzarlo
e prese una zolletta di zucchero dalla tasca
e la diede al cane.
(da Holocaust)

*

Visita al campo di Auschwitz
di Donato Salzarulo

Quando visitammo
il campo di concentramento e sterminio
di Auschwitz-Birkenau,
evitammo alle bambine
la vista di alcune sale.
Troppo crudo mostrare
la massa di capelli
a ciocche, a trecce
tramati come stoffe.
(Non ricordo se frammenti d’ossa
fossero bottoni).
Non tutto
diventava cenere tra betulle
e nel fiume. Spoglie spaventate
prima d’essere infornate andavano
ulteriormente spogliate.
I capelli di donne
potevano diventare parrucche,
morbido tessuto di pantofole,
spago per giunti a tenuta stagna
dei sottomarini e con le pelli
produrre paralumi, grasso per sapone.

Shlomo Venezia ha raccontato
d’aver tagliato sacchi di capelli
ed il fratello d’aver cavato
migliaia di denti d’oro alle bocche
gassate. Insieme agli anelli
venivano fusi in lingotti,
gioielli da rivendere.

Follia?… Basta avere sotto gli occhi
la pianta generale del campo
per capire quanto fosse accurato
il progetto: ingresso dei treni,
torre principale di controllo,
primo, secondo e terzo settore,
campo per le donne, per gli uomini,
rampa ferroviaria per la “selezione
iniziale”, zona delle fosse
di cremazione a cielo aperto,
crematorio II, III, IV, V
con annesse camere a gas.
Comando del campo. Magazzino.

Fu qui dentro che all’arrivo dei russi
furono trovati
293 sacchi di capelli
femminili.
L’Istituto di Medicina legale
di Cracovia
ne analizzò 25 chili e mezzo
e stabilì la presenza indubbia
di acido cianidrico.

Le bambine vedono con noi
la montagna di barattoli vuoti
di Zyklon B in cristalli. Sciolti
sprigionavano il gas che avrebbe
ucciso per asfissia
migliaia di prigionieri.
Soffocamento, dico, soffocamento.

C’è un fatto
che durante la visita m’inquieta.
E’ la temperatura emotiva,
le nostre reazioni.

Ci spostiamo silenziosi
da un punto all’altro,
entriamo-usciamo, ascoltiamo la guida,
guardiamo il cumulo di scarpe,
l’ammasso di protesi ortopediche,
la montagna di valigie, la bambola,
le spazzole, le foto dei giovani
liberati dai russi il 27
gennaio del ’45, i letti
a castello per i prigionieri,
le latrine, il muro per le
fucilazioni, il blocco 11,
gli occhiali, i lavatoi…

Tutto, tutto scorre.
Siamo persone consapevoli,
composte. Persino meste.
Partecipi di un lutto.

Cos’è che non va allora?
Forse è questo consumare
l’abisso in due ore,
l’incapacità dell’immaginazione
di star dietro momento per momento
all’orrore.

Zyklon B. Soffocamento.
Ma i nostri occhi, le nostre orecchie,
le narici sanno come muoiono
in dieci-dodici minuti
centinaia di persone
ammucchiate in una stanza?

Ascoltano i pianti dei bambini,
le urla strazianti, l’accalcarsi
dei corpi in cerca d’aria?

Avvertono la vergogna
di restare nudi, l’umiliazione,
il timore, lo spavento di varcare
la soglia dell’annientamento?

Sentono salire in gola il vomito
per l’odore nauseante
dei cadaveri bruciati
e in dissoluzione?…

Penso di no.

Per quanto s’indossino i poveri
panni dei prigionieri, le tute a strisce,
per quanto ci si finga affamato-assetato,
scheletrito-umiliato,
picchiato-violentato-torturato,
insozzato-infangato,
l’immaginazione è troppo debole
per rendere vivi i quadri del degrado.
Uomo-cosa, uomo-straccio, morto ambulante
da bruciare. Uomo che vale meno
di un cane delle SS. Maiale
da scannare. Vitello da sparare
in fronte o, peggio, alla nuca
da non guardare negli occhi.
Escremento. Concime per i campi,
cenere per il bosco di betulle.

Campo di betulle.
Questo significa Birkenau.
La lingua del Terzo Reich
è piena di eufemismi.
La camera a gas
è quella delle docce.
L’arrestato è un prelevato.
L’assassinato un morto per
insufficienza cardiaca
Lo sterminio di un popolo
è la soluzione finale.

Lingua della menzogna.
Lingua di chi mente
sapendo di mentire.
Oggi è la lingua di chi nega
che ci sia stato Auschwitz
con le camere a gas,
i sacchi di cenere
di milioni di persone
ridotte a non-persone,
schiacciate come insetti,
mineralizzate,
liquidate,
evaporate,
cancellate.

Dei cinque forni crematori attivi,
oltre alle fosse a cielo aperto,
durante la visita vediamo
le bocche di uno soltanto.
Gli altri, spiega la guida,
furono distrutti
prima dell’arrivo
dei soldati russi.
Cancellare le tracce
dei propri crimini.

Avesse dichiarato guerra
al popolo ebraico,
una guerra regolare
per mare, cielo e terra,
ovunque si trovasse
probabilmente il Reich
non avrebbe potuto
trucidare sei milioni
di persone disperse
in vari Stati d’Europa.
Persone che, spesso, erano
olandesi, francesi, polacchi,
ungheresi, prima d’essere ebrei..
O italiani, greci e lituani.

Guardiamo la montagna di valigie,
gli occhiali, le protesi.
Impossibile risalire ai nomi
dei singoli proprietari.
E questo foglio scritto da una bambina?
E questa bella bambola
da quali mani è stata pettinata?

Salmen Gradowski,
ebreo polacco,
nato a Suwalki,
vicino al confino lituano,
nel 1909,
ha temuto così tanto
che nessuno potesse immaginare
quanta barbarie accadesse nel campo
da scrivere e scrivere e seppellire
sotto il terreno del crematorio
i suoi quaderni.
«Caro lettore, troverai in queste righe
il racconto delle sofferenze e dei tormenti
che noi, le più infelici creature di questa terra
abbiamo subito…»
Si augurava
che l’eventuale scopritore
rintracciasse presso i parenti,
di cui forniva l’indirizzo,
la foto sua e quella della moglie
per unirla ai manoscritti
e che, contemplandole,
versasse «almeno una lacrima
per un pianto, un sospiro».
Gli sarebbe stato di grande conforto,
confessa, sapere che lui e la sua famiglia
non erano scomparsi da questo mondo
senza una lacrima.

A Francesca, che allora aveva sette anni,
domando cosa ricorda
della nostra visita ad Auschwitz.
I salici piangenti, risponde.
Tanti salici piangenti all’entrata.

Capodanno 2013

*

Auschwitz, 3 marzo
di Francesco Tomada

(a Daniel)

Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati

volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore

ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati
(da L’infanzia vista da qui)

*

pret’ ianch’ (pietre bianche)
di Salvatore Pagliuca

… Lu tren’ vaj chian’ chian’, s’ ferm’,
s’ abbij ancor’, fren’, quas’ ca r’ trasì
s’ appaurass’. Oswiecim s’ legg’ gruoss’
ncim’ a na pertich’ r’ fierr’.
‘P’ l’ anim’ ru lu pruhatorij, nu
poch’ r’acqu’’ e na taccherriàt’ mmuss’
m’ fac’ abberè tutt’ rr’ stegghj.
Curcuàt’ ndò nu liett’ a mbastapàn’
– assapurann’ lu sangh’ r’ li rient’ –
cu n’ onghij sengh’ sop’ a nu tavulazz’
‘li riciannov’ a ottovr’ ru
lu quarantatrè’ …

Ngarràm’ a uocchj quegghja parlat’,
quigghju ‘zu frunz’ raspent’ ca vol’
ric’ chi ven’ a ess’ lu padretern’ e
chi p’ semp’ addà chjecà la cap’.
‘Men’! Mettitiv’ a fil’ a fil’!
Luuativ’ st’ zenzel’ ra nguogghj!’
Sim’ allanùr’, sul’, cu rr’ mman’
nnant’ a rr’ vrehogn’ com’ intr’
a quigghju cuadr’ gruoss’, accèr’ a
lu santissim’ a la chiesamadr’:
rannàt’ accimentat’ ra riavil’
scatenat’ …

Frecat’ sott’ a rr’ funtan’
a rummugghjà li sienz’,
m’ allìsc’ a piezz’ a piezz’,
m’addòn’ si na form’ tengh’ ancor’
si sò luèr’ o m’ sò sunnàt’
e strech’ fort’ a l’aqcu’
stu ianch’ e nìur’ senza culor’ …

Na fil’ r’ mamuocc’ s’ strascìn’
intr’ a rr’ matìn’ nfracitat’, ndò
li chiasciùn’ ca scurrìscin’
dulur’ r’ cagghj e r’ visciol’.
Osc’ carescj fierr’ p’ cannùn’
ca s’ anna fà r’ press’ (semp’
cchiù gruoss’, semp’ cchiù sanizz’):
stu viern’ pot’ cangià lu munn’, s’
ioch’ a chi spurtos’ meglj rr’ terr’,
li campanàr’ cu rr’ vij, rr’ cas’ e
li palazz’, li pont’ ra nu paìs’ a l’ at’ …

Addret’ a nuj na peggia malasort’
attocch’ a li nisciùn’, li senzanom’
ch’ apparan’ li cunt’ cu la croc’.
‘Anna patì li chiuov’ ndò rr’ carn’’
ricij na vot’ Peppìn’ Furnaciegghj,
nu sagrestan’ r’ Avellin’ – lu cchiù
mmaletich’ suldat’ carcerat’ –
ca facij cummèrc’ r’ sigarett’
e pan’, e r’ quacch’ ata cusaregghj ancor’.
A centanàr’ n’ sgravon’ li tren’,
famiglj san’ cu rr’ stegghj mpiett’,
cu li verrigghj e cu li cchiù viecchj.
E mbrucessiòn’ s’ abbian’ allascur’
dret’ a nu casermon’, e rr’ cunnùc’
nu puzz’ senza funn’ ngiel’ …

Il treno va piano piano, si ferma,/riparte ancora, frena, come se di entrare/avesse paura. Oswiecim si legge in grande/su un’asta metallica./‘Per le anime del purgatorio, un/ po’ d’acqua’ e una bastonata in bocca/mi fa vedere tutte le stelle./Disteso in un letto a forma di madia/- assaporando il sangue dei denti -/con un’unghia traccio su un tavolaccio/ il diciannove di ottobre/del quarantatré’.

Indoviniamo a senso quella lingua,/quello ‘zu frunz’ pungente che vuole/ dire chi è il padreterno e/ chi per sempre deve inchinarsi./‘Avanti! Disponetevi a diverse file!/Toglietevi questi stracci di dosso!’/Siamo nudi, soli, con le mani/davanti al ventre come dentro/a quell’affresco, di fronte/alla cappella del Santissimo Sacramento della Cattedrale:/dannati torturati da diavoli/scatenati.

Spinti sotto le docce/a rammollire i sensi,/mi accarezzo pezzo per pezzo,/mi rendo conto se ho ancora una forma/se sono vero o mi sono sognato/e strofino forte all’acqua/questo bianco e nero senza colore.

Una fila di fantocci si trascina/nelle mattine infradiciate, nelle/scarpe rotte che sgocciolano/dolori di calli e di infezioni./Oggi trasporto ferro per cannoni/che bisogna costruire in fretta (sempre/più grandi, sempre più robusti):/quest’inverno può cambiare il mondo, si/gioca a chi buca meglio i terreni,/i campanili con le vie, le case ed/i palazzi, i ponti da un paese all’altro.

Dietro di noi una peggiore malasorte/spetta ai nessuno, i senzanome/che pareggiano i conti con la croce./‘Devono patire i chiodi nelle carni’/disse una volta Peppino Fornacello,/un sagrestano di Avellino – il più/malvagio soldato prigioniero -/che commerciava con sigarette/e pane, e con qualche altra cosettina ancora./A centinaia ne partoriscono i treni,/famiglie intere con le stelle in petto,/con i più piccoli e con i più vecchi./E in processione s’avviano nell’oscurità/dietro un casermone, e li inghotte/un pozzo senza fondo in cielo.
(da pret’ ianch’)

*

Sulla strada per Leobschütz
di Daniele Santoro

le regole del campo

Jaworski un giorno cercava alla bacheca le regole del campo
ti incontra il capoblocco, lo avvicina
e col dovuto ossequio chiede ragguagli perché non sa la lingua.

quello lo guarda come esterrefatto
gli sferra in faccia un pugno da spaccargli il mento e
aggiunge «eccoti bello pronto il mio regolamento!»

nel fango

non è la prima volta che nel fango
scivoli l’internato sugli zoccoli. però
noi figurarsi se ridiamo
o tanto meno lui che in fretta si rialza
e si dà gran da fare a ripulirsi. la divisa
guai se la sporchi, Guai se è fuori posto.

l’impiccato

I

ancora resta lì, ancora non lo scendono tra noi
non sventola nemmeno più il suo orrore, è immobile
talmente è fatto ghiaccio, è un indice negli occhi
un chiodo, un ago dalla cruna spalancata, un grido

II

dicono – due giorni ancora deve rimanere
in mostra nel piazzale dell’appello
«bisogna che la punizione sia esemplare
e che dimostri il buon funzionamento, le virtù del campo,
il deterrente.»

il capo del plotone

il capo del plotone è un tipo in gamba
uno di quelli a cui non sfugge niente
è tiratore scelto, ha militato nei reparti
mobili di stanza in Lituania, nella Bielorussia.
con lui si può star certi che i massacri
filano lisci che è una meraviglia,
d’altronde vanta già un curricolo esemplare
sopravvissuti zero e mai incidenti
coi giustiziati che si avviano alla fossa.
piuttosto, terminata la fucilazione, non è raro
che te lo vedi scendere nel terrapieno
compiere meticolosa l’ispezione.

gira e rigira prima o poi lo sgama
chi ancora non ha reso l’anima al signore
estrae la sua pistola di ordinanza
allora addio speranza!
(da Sulla strada per Leobschütz)

*

Zyklon B – I vui da li’ robis (Gli occhi delle cose)
di Giacomo Vit

I. Ociai

Lint rota ch’a ciacara da la so
imperfession, nostalgia di piel,
ombrena di vuli ch’a si moveva
par brincà li’ ròbis sparnissadis
tal curtil dal mond. Lint ch’a grata
i to’ vui ciùmps tal bosc di stangiètis
e stagions…

Occhiali
Lente rotta che parla della sua/imperfezione, nostalgia di pelle,/ombra d’occhio che si agitava/per acchiappare gli oggetti sparpagliati/sul cortile del mondo. Lente che gratta/i tuoi occhi sbilenchi nel bosco di stanghette/e stagioni…

II. Scarputa

Grota par la bistiuta dal
piè, strenta di cialt bon,
ànzul vuardian di ‘na pissula
ciar, se fatu, ades? Ti vuàrdis
ator-ator in sercia dal las
ch’al ingropava i ràis
dal soreli che pì a nol
nas…

Scarpina
Grotta per la bestiolina del/piede, stretta di caldo buono,/angelo custode di una piccola/carne, cosa fai, ora? Guardi/attorno in cerca del laccio/che annodava i raggi/del sole che più non/nasce…

V. Fotografiis di feminis

lujza, marianka, esta, e tu
charlotta, magda, biela jeanette,
gigiuta da vui neris, e nena cun
sent ains in tal pùin, virginia
vacia dai sperimints, e tu bionduta
cul non dislagàt, e tu miute-stec
scalsàt dal vint, alina-cuarda ch’a
nissa un brut siun, patricia cul
rastiel dai dinc’, beta ch’a ciucia un got
di timp mars, la piel sbregada di tatiana,
e rachele ch’a siga il nuia il nuia il nuia.

Fotografie di donne
lujza, marianka, esta, e tu/charlotta, magda, bella jeanette,/luigina dagli occhi neri, e maddalena con / cento anni nel pugno, virginia/vacca da esperimenti, e tu biondina/col nome liquefatto, e tu miute-stecco/calciato dal vento, alina-corda che/dondola un brutto sogno, patricia col/rastrello dei denti,/elisabetta che succhia un bicchiere/di tempo sfatto, la pelle scorticata di tatiana,/e rachele che urla il nulla il nulla il nulla.

XIV. S’ciatuluta di gras pa lustrà li’ scàrpis

…il creatòur di ‘sta bala
ch’i clamìn Mond, forsi
a nol varès mai inmaginàt
che ‘na s’ciatuluta di lata
a varès vivùt pi da la man ch’a la
viarzeva, ch’a ghi giavava
il gras pa dàlu sù a li’ scàrpis,
ch’a sintìvin cuma un sgrìsul
cuant che la piel a li tociava
pena pena…

Scatoletta di lucido per scarpe
… il creatore di questa palla che chiamiamo Mondo, forse/non avrebbe mai immaginato/che una scatoletta di latta/sarebbe sopravvissuta alla mano che/l’apriva, che le toglieva/il lucido per spalmarlo sulle scarpe,/che provavano come un brivido/quando la pelle le sfiorava/appena…
(da Zyklon B – I vui da li’ robis, Gli occhi delle cose)

*

Oswiecim (Auschwitz)
di Giovanni Nuscis

Non le dimentichi
le valige di quel viaggio
giunto al capolinea;
dietro pareti trasparenti
accatastate lì senz’aria
corpi asfissiati.
E poi colline di capelli
pròtesi scarpe occhiali
fino a raggiungere il soffitto.
E volti che ti osservano dall’alto
nel corridoio
coi nomi le date lo sguardo
imprigionato un giorno da un lampo,
in uno studio fotografico
tedesco polacco ceco…
Pupille che chiamano pupille
memoria che richiama altra memoria.

*

(sono queste le righe che cercavo per Rose)
di Francesco Tomada

Cosa c’è nel museo di Auschwitz

ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione

occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa

valigie per milioni
di possibili ritorni a casa

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
– non posso chiamarlo proprio vivere –

c’è una stanza intera piena di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti
(da A ogni cosa il suo nome)

*

Oh quelle scarpette rosse
di Liliana Zinetti

Il campo di Birkenau fu il principale campo di sterminio del complesso concentrazionario di Auschwitz. Qui furono imprigionate parecchie centinaia di migliaia di deportati, in diversi sotto-campo, e trovarono la morte circa 1,1 milioni di persone. (fonte Wikipedia)

Oh quelle scarpette rosse
tra la neve e la luna!
Calzavano piedini gelati
spezzati all’inizio della corsa
tra l’onda breve dell’erba e i graffi
sui muri disperati di Birkenau.
Polvere di stelle spente, fiamme,
brandelli di luce impigliati ai reticolati.

L’orrore è muto, non ha nomi
a significare. Sui ginocchi piegate
bianche betulle strisciano sangue
sulla neve.
Chi può dire questo male inconcepibile,
il dolore? L’eco è l’ululo del ghiaccio
quando gli inverni spaccano gli alberi di gelo.

Così il silenzio di un secolo inferocito
con l’occhio di una tetra luna
ci scruta e ci rinnega.

*

non avremo più niente
di Nadia Agustoni

i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo
di nuvole immobili, dove è già accaduto
e accade per sempre mentre guardi, il giorno
vicino alla luce.

con nomi magri e tempo limpido di prati crescono:
“è stato ancora nascere
vedere in fila treni binari
l’heimat è un’aquila bionda e la pura lingua tedesca”.

l’appello è interminabile, sbatte
sul rovescio di finestre, nel ritorno del vento
e i cani corrono contro qualcosa
case e terra senza rumore.

laggiù i vivi hanno spighe, cercano nei volti
qualcuno amato e la pioggia ripete
il fiato si sgola: “non avremo più niente”,
dal mondo trapassano pietre, le mani

sono corteccia, nomi di betulle il bene:
una volta le parole erano la giubba dei re
ognuno viveva per vivere ognuno
chiedeva perdono molte volte.
(da Il peso di pianura)

*

Birkenau, 24 ottobre 2012
di Anna Maria Curci

Il vento non serpeggia, il vento attizza
l’abbaiare di voci e pastori tedeschi.

La voce ferma e tremante di Sami
non pronuncia il nome, ma «links!» e «rechts!»,
spartiti per straziare corpi e storie.

Al crematorio due, al lato opposto
del suo Sonderkommando, il suo ricordo:
dov’era, Shlomo, ai giorni, Shekinah?

Di fronte alla baracca dei bambini
Andra e Tatiana parlano di Sergio,
del passo avanti e l’orrore di Amburgo.

Non sediamo sui fiumi a Babilonia,
ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento.

*

da Lettera da Praga
di Francesco Marotta

[…] mio padre coltivava sogni
dietro il filo spinato di terragne lune tra cumuli di vite
lasciate a marcire
e una viola
spuntata per caso in pieno gelo
li allevava nel piscio nel vomito
di bocche smembrate proprio i sogni
che resistono alla deriva degli anni
quelli che lasciano una traccia indelebile ad ogni risveglio

un papavero che vigila le messi un
fiammifero
che
urla alla marea un’ala
trafitta di chiodi
un frammento di buio strappato a un delirio di luci

forse
già da bambino abitava il fuoco
che il giorno porta iscritto dentro il palmo
gabbiano insonne
che misura il naufragio della storia
come si guarda il tempo di una vela
in balìa delle onde
del crepuscolo –

ora dal reliquiario delle sue sacre ombre
qualcuno libera serpi
a impastare il pane delle stelle

solo la sua mano
ancora
s’illumina
all’oracolo sapiente della spiga
recita parole d’esilio
esorcismi contro l’artiglio
uncinato della grandine
una preghiera a un dio senza altari
un breviario di immagini
dove il fumo che spunta dai camini
non è alito di ceri e d’incenso ma un respiro
che ieri
aveva occhi
e voce

era
dita smagrite d’infanzia
che disegnavano rotte di astri splendenti
sulle pareti dell’inferno
nei corridoi di Terezin
o tra le case sventrate del ghetto –
era
bambini che ritagliavano ali di luce
scavando coi denti nell’ombra
incidendo brandelli di pelle
sul corpo inesplorato degli anni
dove non sarebbero stati –

rischiaravano la pianura boema
annerita da nuvole d’acciaio
solcata da transiti di uomini cavie
stipati nel ventre
di carri bestiame…

… se ti fermi e accarezzi la terra
che conserva il calore
la linfa di giorni infiniti
mai nati
ogni stelo che spunta ai tuoi piedi
ha la forma di un calice –
simbolo perenne di un unico rito
il ritorno
ai deserti di un grido […]
(da Hairesis)

*

Parla la Memoria
di Adrienne Rich
(traduzione di Renata Morresi)

[…] parla la Memoria:
non puoi vivere solo di me
non puoi vivere senza di me
io non sono nulla se sono solo un fotogramma
fermo-immagine da un mondo dissolto
fisso screziato muto
lasciato a un’altra generazione
da restaurare e incorniciare
non posso essere restaurata, incorniciata
non posso rimanere fissa
sono qui
nel tuo specchio
la gamba che preme la tua gamba
invasiva impropria amara lampeggiando
di ciò che mi rende inuccidibile, anche se uccisa.
(da An Atlas of the Difficult World, Un atlante del mondo difficile)

*

Memorie del futuro
di Adam Vaccaro

La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti

di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –
se questo è un uomo
(da 25 poeti per il giorno della memoria)

*

Sachsenhausen
di Gianni Montieri

I

Ho ascoltato il silenzio parola per parola
nella piazza dell’appello
ho raschiato i nomi dalle croci
e vi ho chiamati

chiedere scusa a ognuno
a giustifica parziale del non essere
nato in tempo, non aver tirato fuori
nessuno dal solco della storia.

II

Giù dalle scale è tutto bianco
di piastrella in piastrella: agghiaccia
ovunque è il lucido a tenere banco
due tavoli di marmo contro il muro
dalla finestra un raggio opaco
una rasoiata rosso sangue.

III

Appena fuori dal paese
il campo di concentramento
dentro il campo, il carcere
un solo angusto corridoio
celle a sinistra, celle a destra
un metro per un metro
nessuna finestra, poca aria
per gli ospiti nessuna cortesia.

IV

Non lo diresti sotto questo cielo azzurro
in questo agosto luminoso
Berlino dietro l’angolo e qui
tutto questo verde, questa pace
non diresti dei trenta letti in pochi metri
dei cessi scavati nel terreno
del tanfo, ancora nelle cucine
non diresti mai che fra una fine e l’altra
sui muri si disegnava
qualcuno sorrideva prima di morire.

V

Sto seduto su una lapide
Roberta e Daniela
tornate a Berlino al sicuro,
lo sguardo è smarrito
a ogni angolo del campo
a ogni torre di vedetta

con una camicia da escursione
mi sento stupido, mi sembro niente.

VI

Andando avanti oltre l’ultimo museo
dietro le baracche russe: il cimitero
un cancello elettrico piantato
in mezzo al nulla
oggi basta premere il pulsante.

VII

Faccio al contrario il percorso
dal campo al treno: 1,5 km
penso di nuovo a voi
trascinati in colonna
verso il cancello di ferro
mi domando chi fosse l’ultimo
a chiudere la fila
quanta aria in più
avrà potuto respirare.

*

Dopo la lettura di Sachsenhausen di Gianni Montieri

di Anna Maria Curci

Tredici mesi fa a Sachsenhausen
corteggiava la neve il paradosso
dietro l’angolo, oltre il passeggio e quei
villini; in fila sgranavamo muti
nomi, biglietti, lembi di presenze.
Nel pomeriggio di fine febbraio
c’era chi preferiva altre visioni,
stracci colorati, East Side Gallery.
C’incontrammo la sera in Friedrichstraße.

22 marzo 2011

*

Ad Auschwitz
di Giovanni Fierro

Tra la neve e il suo bianco
c’è una crepatura

è lo sguardo, quando
non corrisponde alla parola pronunciata
che spingi dalla bocca

è evidente che qui
neanche la natura ha tenuto

si è sfaldata come una bugia
quando viene scoperta.

Per chi mai, qui
la neve ha promesso
il Natale?
(da Il riparo che non ho)

*

Wannsee, venti gennaio millenovecentoquarantadue
di Giovanni Nuscis

Nel salone che dava sul lago
fu una riunione come tante
tra gerarchi a discutere
d’un problema qualunque.
Si parlò dapprima di un’isola
in Africa dove spedirli tutti.
Ma troppa era la distanza
gravoso il carico che infatti
fu reso leggero come aria.
Di quel giorno d’inverno
resta un verbale di gelo
che stride col luogo di vacanza
dove molti prendono il sole
sdraiati sulla riva erbosa;
senza che nessuno si bagni,
come se non fosse acqua
ma altro.

*

56/58 am Gross am Wansee

di Carmine Vitale

Ho qui davanti a me la sedicesima copia.

C’è il loro sangue che guizza dalle pareti verso l’aria fredda e
una cartolina di Natale appena passato,

ma nessun dono,
solo una speranza che va spegnendosi.

E allora muoversi non si può più aspettare:
lei si occuperà dei treni e mi raccomando posti
comodi vicino ai finestrini

“non vi è alcun dubbio che una gran parte verrà a mancare per
decremento naturale”.

“Quanto all’eventuale residuo che ala fine dovesse ancora
rimanere, bisognerà provvedere in maniera adeguata, dal
momento che esso, costituendo una selezione naturale, è da
considerare, in caso di rilascio, come la cellula
germinale di una rinascita”.

Così si è aperta la strada per la morte del sole
e i treni andavano come formiche viste dall’alto,
come pennellate senza colori.

L’uomo dei treni disse lo stesso che non toccava a lui decidere,
che le canzoni portavano lontano
che le canzoni ricordavano la giovinezza:
i libri da salvare,
le mani da legare,
un futuro da negare,
un lavoro da finire

Nota: Il 20/1/1942 a Berlino, Am Grossen Wannsee n. 56/58, si tenne una riunione per decidere sulla soluzione finale della questione ebraica e i metodi da applicare per lo sterminio di massa. Furono predisposte trenta copie del verbale della conferenza da Adolf Eichmann. Una sola minuta (la sedicesima del lotto), appartenente a Martin Luther, sottosegretario del Ministero degli Esteri, è stata ritrovata. Oggi il documento è conservato nell’archivio politico del Ministero degli Esteri tedesco ed è servito a costituire l’accusa nel processo di Norimberga, come una delle prove più importanti della Shoah.
La morte nero su bianco.
(da Il Leviatano di Melville e altre poesie)

*

Porta tutto via
di Rachel Blau DuPlessis
(traduzione di Renata Morresi)

17.

Porta tutto via,
via nessuno è
ammesso,
mai sarà, noi mai
capimmo, mai fu nulla
come questo; niente come qualsiasi
altra cosa, eppure altre enormità
sono e possono e furono e accadranno
spiegate in echi ingenui di parole
come da un regno di ombre.
Una ad una
le foglie cadono
sull’erba
in volate casuali
su rotte madide
il giorno
dedicato
a un silenzio
non riconciliato
così tante foglie, vi erano
così tante ossa.
(da Draft 52: Midrash, Bozza 52: Midrash)

*

C’è…
di Marco Scalabrino

C’è tanfu di morti e scrusciu di guerra.
C’è in giru arrè pi st’Europa lasca
crozzi abbirmati cu li manu a l’aria.

C’è surci di cunnuttu assimpicati
chi abbentanu ogni notti di cristallu
li picca l’esuli l’emarginati.

C’è forbici ammulati di straforu
chi tagghianu di nettu niuru e biancu
lu sud lu nord lu pregiu lu difettu.

C’è vucchi allattariati di murvusi
chi masticanu vavi di sintenzi
cu ciati amari chiù di trizzi d’agghia.

C’è svastichi c’è fasci c’è banneri
chi approntanu li furni a camiatura
cu faiddi di libra e di pinzeri.

C’è culi ariani beddi e prufumati
chi strunzianu fora di li cessi.
C’è di quartiarisi; c’è di ncugnari.

C’è catervi di cazzi di scardari
– droga travagghiu paci libirtà
giustizia malatia puvirtà …

e c’è na razza sula: chidda umana.

C’è…
(versione in Italiano di Flora Restivo)

C’è lezzo di morte e brontolio di guerra.

C’è ancora in quest’Europa lacerata
scheletriche braccia
le falangi contorte alzate al cielo,
le orbite ridotte vermicaio.

C’è topi di fogna assatanati
che azzannano
in notti di cristallo rosso-sangue
i deboli, i reietti, i senza-voce.

C’è subdole forbici affilate
che separano senza pietà
il bianco e il nero, il sud e il nord
chi ha diritto di vivere e chi può morire.

C’è bocche ributtanti
che vomitano sentenze dal fiato greve
più di spicchi d’aglio.

C’è svastiche c’è fasci c’è bandiere:
divampano i forni assassini
e ottuse lingue di fuoco
divorano sapere e civiltà.

C’è culi ariani lisci e profumati
che stanno facendo del mondo una latrina.

C’è da stare alla larga;
c’è da tenerci stretti e far barricate.

C’è cataste di rogne da grattare
– droga, lavoro, pace, libertà
giustizia, malattia, povertà …

e c’è una razza sola: quella umana.

*

Nel giorno della memoria 2013
di Annamaria Ferramosca

Quei campi che visitiamo in silenzio
quel silenzio che fa dei campi cattedrali
la terra che calpestiamo ondeggia
– o è il nostro trasalire –
lei spettatrice dell’inconcepibile

sentiamo il grido che udiva Uri Orlev
di bambino alla madre prima del soffio azzurro
ma io quest’anno ero stato buono

così pure le cattedrali esplodono
per voglia atroce di un’insurrezione
vivi e ombre insieme, a capovolgere la storia
albero sradicato dal fulmine
che mostra le radici ferite e pure
la forza ribelle dei germogli:
noi sentinelle
nel mondo 2punto0
dove ancora si replica
quel rumore di stivali ottusi
l’obbediente cecità che azzera

Quei campi che calpestiamo piano
solenni come cattedrali
dove un organo suona il notturno
un organo a sei milioni
di canne di gole
interrotte sulla domanda perché

Quei campi dove numeri si trascinavano
fra bisbigli, scambi furtivi, minimi
stratagemmi di sopravvivenza
quell’orlo lacerato di speranza
ci trapassa la fronte perfora il tempo
contagia il futuro:
noi sentinelle
in ascolto acuto della ragione
che parla anche se sprofondata
sentirla oh sentire
l’uguaglianza di sangue di cuore
di quel nostro profilo di sapiens così fragile

pure abbiamo inesorabile
quella tenerezza della nascita
– nudi e inermi ci offriamo alla terra –
e bisognosi , di mutuo bisogno
di rifletterci luce, di senso

Su quei campi dove torneremo
in rinnovata dissonanza
con l’umano che resta in noi di noi
su quei campi a nutrire vergogna e vigilanza
per sei milioni di anni
o fino a quando
quel perché suonerà incomprensibile
quel suono d’organo ricorderà l’inumano

*

le architetture dell’orrore
di Natalia Castaldi

[premessa per entrare nelle stanze dell’orrore

La delicatezza deve possedere la volontà di un gesto deciso
È un bilico continuo reggere il confronto
tra apparenze e distanze che il verbo deve assoggettare
all’attimo che precede ogni dire
L’intuizione
che niente si spegne con la fine.

I.

l’odore degli oggetti, il letto, la parete
lo scheletro delle parole dentro il taglio netto della continuazione
ferita o congiunzione retta tra muro e muro
tra dentro e dentro e ancora più dentro
e ancora più vuoto

II.

per contare i giorni
da questo niente alla fine
incrociamo un passo, un altro
poi un respiro
si sentono parlare le pietre
il sangue [ricordi il nostro sudore?
quello di ieri
quello che avevi

III.

ci siamo messi in processione
senza parole per pregare

la luce era un’ombra leggera
nascondeva le paure

si sentivano le caviglie
i polsi chiacchierare
un fruscio mesto
come un addio
un silenzio infame

IV.

[i letti a castello per i bambini
sono montagne troppo alte da scalare:

quanti sogni potranno ancora
le stelle
quanti giorni ancora
di neve

– fa freddo –
la puzza è un profumo
da annusare fintanto che siamo]

V.

una ninnananna ancora
una litania, quasi un singhiozzo

“Un coniglio parigino aveva un parasole
Portava rose e viole
Un coniglio parigino ieri l’altro l’han mangiato
Com’è buono, com’è buono lo stufato”

si addormenta
tengo il tempo del respiro

domani è l’alba di ieri
i giorni ci accartocciano ai muri
i piedi sono freddi
il pavimento non ha colore.

VI.

quanti morti ancora dovremo contare
la tacca sul muro dice è aprile
domani maggio se si potrà arrivare

forse qualche fiore, un filo d’erba:
cerco papaveri con gli occhi
per sperare

VII.

Le stanze hanno una loro naturale esistenza
le puoi riempire e vuotare
le puoi ruotare, camminare ossessivamente
tracciando diagonali nel sonno delle vite ai suoi estremi

Le puoi violare le stanze
le puoi maledire
ma hanno una loro naturale esistenza
che contiene e va oltre noi.

VIII.

La vecchia ripete il movimento del corpo
come un pendolo che va al contrario.
Detesto osservarla scandirmi il tempo
col viso scarno di chi non dà tregua
alla speranza.

IX.

Ora mi sento in colpa per averla odiata
ho sperato che fosse proprio lei
la prima
È stata la terza in successione

Quando l’ho vista incamminarsi
ho sentito sporche le mie mani
come i pensieri
che qui si mischiano ai rimorsi
di chi nel dolore sa trovare lo spazio vitale
per sferrare il colpo e farsi attore
di una scorciatoia tra bene e male,

come se tutto qui fosse normale
accettando le cose nel loro rituale orrore
segnato dalle dita secche di pelle e i ricordi
di una bellezza che era concessione scontata
ai colori dell’incarnato

che si spegne
nel terzo numero in successione
che mi porta via con sé
nell’attesa di un pendolo che all’incontrario
segni il tempo della fine.

X.

ogni addio necessita un taglio netto
un’incisione acuta
la traduzione di uno stato d’ansia
che s’arrota le lame in silenzio

XI.

non importa dove siamo
ma la meta
tu cura il traguardo, l’ombra viva del pensiero
perché sia memoria.

(da dialoghi con nessuno)

*

Storia e memoria
di Giuseppe Panella

Per tutta la vita cerchiamo di dimenticare:
i sogni, i desideri, il dolore, il fallimento,
gli amori marciti nell’attesa della morte,
le aspirazioni mancate e mai risolte
nel momento in cui trovano una svolta

Per tutta la notte in un morbido letto di piume
insopportabile come la panca di ogni galera
il ricordo e il rimorso si susseguono e incalzano,
fatti della stessa sostanza e della stessa angoscia,
privi di sostanza, eppure forti come una condanna

Per tutto il giorno il tempo si succede e si avvinghia
come un serpente nascosto nel deserto di sabbia
in cui la vita lo ha condannato a strisciare
e per il quale la felicità consiste nel cercare
vittime imprudenti di fronte al suo potere

Per tutto quello che rimane la Storia è l’incubo
in cui incastonare la nostra storia personale,
per trovare una via d’uscita possibile e banale
che in fondo consiste nel saper dimenticare
e seppellire in via definitiva il nostro male

Ma la memoria si contrae e si configge
come una freccia piantata nella mente,
impedisce all’oblio di subentrare
e costringe il ricordo a lavorare
come al rimorso di tornare e continuare

I morti del passato sono là,
tutti ancora vivi nel ricordo,
i corpi derelitti e incombusti
nonostante lo strazio, nonostante
l’accanimento feroce del delitto,
insieme al gioco assurdo e assoluto
del disprezzo

Le vite del passato sono ancora intatte
quando la memoria le riscatta
e ne ritrova fondamenti e valori,
bisogni insoddisfatti,
necessità primarie rimaste irrisolte
e desideri che sono eguali per ognuno,
brucianti e travolgenti come un sogno

La memoria di tutti è un sobrio patrimonio
che rimane indiviso e mai taciuto
quando sembra che tutto sia finito nel nulla,
e non ci sia più né salvezza né speranza
di poter resistere e trovare
uno sbocco possibile e opportuno
al peggio che incalza…

* * *

La giornata della memoria: il nocciolo di quanto abbiamo da dire
di Donato Salzarulo

«E’ avvenuto,
quindi può accadere di nuovo:
questo è il nocciolo
di quanto abbiamo da dire.»
(Primo Levi)

La Shoah è la sintesi di tutte le violenze del Novecento. Spesso è difficile trovare le parole per raccontare l’orrore consumato, il livello di degrado raggiunto dagli esseri umani. Incontrano questa difficoltà, innanzitutto, i testimoni, i sopravvissuti. Diversi, infatti, traumatizzati, sono rimasti in silenzio per anni. Temevano di non essere creduti. C’è chi, invece, era spinto a scrivere, a seppellire i propri manoscritti da qualche parte, sotto i forni crematori, pur di far conoscere a chi stava fuori le tante crudeltà, sofferenze, violenze patite. Come dice il titolo di un bel libro di Pier Vincenzo Mengaldo, «la vendetta è il racconto».

Chi desidera conoscere, può farlo. Le fonti e gli strumenti a disposizione sono molti: dai libri di vario genere (memorialistica, storia, letteratura) ai film, ai disegni, alle immagini fotografiche. Anno dopo anno, la spietatezza delle morti porta via i sopravvissuti. La memoria viva, individuale, quella di chi ha visto con i propri occhi i campi di concentramento e vissuto sulla propria pelle la struttura sadica dei lager, s’inabissa. Il testimone passa. Tocca a noi, ai nostri figli e nipoti organizzare il ricordo, tramandare la memoria dello sterminio, dell’esperienza-limite al quale milioni di esseri umani sono stati costretti. Fare storia con la consapevolezza che Auschwitz può avere i suoi cloni.

L’orrore è ripetibile. Diceva Primo Levi:

«E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire»

Ma perché questa possibilità non si ripeta, occorre non limitarsi a descrivere l’inferno, a presentarne i gironi: la designazione della vittima, la ghettizzazione, la deportazione, l’arrivo al campo, la selezione iniziale, la camera a gas, il forno crematorio, il fumo e la cenere… Dalla descrizione è necessario passare all’interpretazione. Occorre capire il perché e il percome. Le condizioni che hanno reso possibile la barbarie. Le tribù umane non hanno ucciso i loro simili soltanto ad Auschwitz. La storia è piena di orrori. Vampira gigantesca, si nutre del sangue di milioni di persone. Le stragi sono il suo forte, gli omicidi di massa, gli stermini. Più progresso, più male. Vuoi mettere ammazzarsi con frecce, spade, catapulte e distruggersi con un missile a testata nucleare, con una bomba atomica capace di togliere il respiro in un sol colpo a tutto ciò che è vivo in vaste aree terrestri?

I campi di concentramento non sono stati inventati dai tedeschi e allestiti soltanto da loro. Non hanno l’esclusiva. Pare che i primi siano stati creati nel 1896 dagli spagnoli a Cuba. E poi gli inglesi, tra il 1900 e il 1902, durante la seconda guerra contro i Boeri, rinchiusero in recinti simili intere famiglie. Morirono di fame e d’inedia non meno di 26.000 donne e bambini. Certo, i campi di concentramento sono diversi da quelli di sterminio. A Treblinka si passava direttamente dalla piattaforma di arrivo alla camera a gas. Ma c’è qualche tratto comune a tutti? Lager nazisti e gulag stalinisti sono equivalenti?

Che cosa ha di specifico, di unico Auschwitz? Il suo essere, allo stesso tempo, campo di concentramento e di sterminio? E’ importante per noi fare paragoni, cogliere analogie e differenze. Proprio per stare in guardia, per vigilare, riconoscere, denunciare e combattere gli eventuali cloni dell’orrore. In fondo, è questo il compito che ci affidano i sommersi e i salvati di Levi: ricordare per rendere omaggio alle vittime, per “vendicarle” col racconto, per elaborare un lutto ma, soprattutto, per evitare che inferni simili si ripetano.

Ebbene, come è stato possibile Auschwitz? Ad una domanda simile cercò di rispondere Hannah Arendt con un libro pubblicato nel 1963 e diventato giustamente famoso: La banalità del male. È il reportage del processo ad Adolf Eichmann che, in quanto responsabile della sezione IV-B-4 dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, aveva coordinato e organizzato i trasferimenti degli ebrei nei campi di concentramento e di sterminio.

Agli occhi della filosofa, Eichmann appariva un uomo comune, mediocre, superficiale. Le azioni erano state mostruose, ma chi le aveva compiute era una persona normale, banale. Non aveva nulla di mostruoso o demoniaco. Egli sosteneva di aver obbedito agli ordini ricevuti e di essersi mosso sempre all’interno dei limiti previsti dalla legge. Sembrava una persona incapace di pensare autonomamente, di giudicare e valutare i contenuti e gli effetti dei propri atti. Un burocrate del male. Lo sterminio, quindi, appariva perpetrato da uno stuolo di obbedienti burocrati, resi tali dalle circostanze e dalle condizioni di lavoro. Il fenomeno scioccò la filosofa. Il male non nasceva da patologie schizofreniche o paranoiche, da malvagi interessi egoistici e personali, da avidità, bramosia, particolari aggressività, sete di potere. Era tutto più banale. Più legato alla rimozione della facoltà di pensare, di giudicare norme prima di applicarle, di valutarne i contenuti morali.

Quasi certamente, pensando a questi impiegati obbedienti, disposti a parteggiare sempre per il potere costituito e a sottoporsi a ciò che è più forte come norma, Theodor W. Adorno, in una conferenza sull’educazione dopo Auschwitz, trasmessa alla radio dell’Assia il 18 aprile del 1966 (si può leggere in Parole chiave. Modelli critici, Sugarco, 1974) , insiste sul promuovere l’auto-riflessione critica, la conoscenza dei meccanismi anche psicologici (cita ripetutamente Freud) che possono produrre tali comportamenti, la necessità di spingere gli educanti verso l’autodeterminazione, il non fare ciò che fanno gli altri, la capacità di liberarsi positivamente dal contesto, dalla “gabbia d’acciaio” che preme invisibile su ognuno di noi. Questo perché Adorno è convinto che fino a quando persistono le condizioni economiche, sociali, politiche, culturali che produssero le fabbriche dello sterminio, la possibilità che Auschwitz si ripeta c’è tutta. È la stessa civilizzazione a produrre, dal canto suo, il principio anti-civilizzatore e a rafforzarlo sempre più.

Proprio su questa ambivalenza, su questa moneta a doppia faccia della civilizzazione moderna indaga uno studioso come Zygmunt Bauman in un libro ormai classico del 1989 Modernità e Olocausto (Il Mulino, 1992). Il sociologo polacco è d’accordo con Adorno. Il campo di sterminio è una possibilità sempre latente delle nostre società moderne.

Nessuno di noi può liquidare Auschwitz come un fenomeno superficiale, un’aberrazione, un errore, un incidente di percorso, un drammatico episodio di follia del popolo tedesco o della sua élite dirigente. Il razzismo biologico, l’antisemitismo sono importanti. C’entrano. Conta pure l’ideologia, l’utopia di una “società pura e perfetta”, di un giardino abitato esclusivamente da ariani purosangue, vigorosi, sani e non affetti da patologie varie: malati di mente, disabili, omosessuali, nomadi… Queste sono gramigne, erbe cattive, che un buon giardiniere deve distruggere, sterminare coi disinfestanti (lo Zyclon B). Tutti fattori indubbiamente importanti. Ma non bastano a produrre le fabbriche della morte.

E’ necessario il “monopolio legittimo” della violenza diretta, la sua centralizzazione e istituzionalizzazione nelle mani dell’amministrazione statale. Serve un complesso apparato burocratico e la diffusione di quella forma di razionalità che è stata giustamente definita “strumentale”, applicata secondo i ben noti criteri dell’economicità (rapporto costi/benefici), dell’efficienza e dell’efficacia. Ridurre in cenere milioni di persone fu problema risolto a tappe, con approssimazioni successive, secondo la metodologia del problem solving e avvalendosi del contributo di vari esperti e tecnici (ingegneri, chimici, architetti, avvocati, industriali, ecc.). «Sezione amministrativa ed economica» così si chiamava ufficialmente il reparto incaricato, presso il quartiere generale delle SS, della soppressione degli ebrei europei.

Se Bauman spinge la sociologia a confrontarsi con l’imperativo disciplinare e morale di “spiegare Auschwitz”, un filosofo come Giorgio Agamben è impegnato da anni in una ricerca che mira, tra l’altro, ad una sorta di “ontologia della politica”. L’intento è definirne i concetti-chiave: stato, sovranità, potere e bio-potere, nuda vita, potenza, gloria, ecc. I frutti delle sue riflessioni si possono cogliere in libri come: Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita (Einaudi, [1995], 2005), Mezzi senza fine. Note sulla politica (Bollati Boringhieri, 1996), Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone (Bollati Boringhieri, 1998).

Per Agamben, Auschwitz è il paradigma esemplare, la “matrice nascosta”, il Nómos dello spazio politico in cui ancora viviamo. Che cos’è un campo?, si domanda in un capitolo di Mezzi senza fine. Note sulla politica. Invece, di ricavare la definizione dalla quantità di barbarie perpetrata, propone di invertire l’orientamento prevalente e cerca di ricavarla dalla struttura giuridico-politica che l’ha reso possibile. Tale struttura è quella dello «stato di eccezione e della legge marziale» sulla cui decisione si fonda il potere sovrano. Sovrano, infatti – e qui Agamben segue il teorico del decisionismo Carl Schmitt -, è colui che può dichiarare lo “stato d’eccezione”, decidere la temporanea sospensione del normale ordinamento (che sia diritto civile, penale o carcerario) e mettersi, per così dire, al di “fuori della legge”. E’ un tale stato che ha consentito la disumanizzazione delle persone, la loro riduzione a nuda vita: corpi, nient’altro che corpi, o “pezzi” come venivano chiamati dai guardiani deportati nei lager. La definizione, a questo punto, proposta è la seguente:

«Il campo è lo spazio che si apre quando lo stato di eccezione comincia a diventare la regola» (pag. 36).

Trattandosi di una zona posta fuori dal normale ordinamento giuridico, diventa uno spazio di eccezione in cui «tutto è possibile».

Secondo Hannah Arendt è questo il principio del dominio totalitario. Campo e stato d’eccezione risultano costitutivamente connessi. Il prigioniero, il catturato, l’internato che lo abita è una persona spogliata di ogni statuto politico, è un custodito ridotto a nuda vita. Secondo la terminologia di Agamben è “homo sacer”, una persona, cioè ritenuta responsabile di un “delitto” (nel caso degli ebrei, il solo fatto di essere ebrei…), che non può essere offerta in sacrificio a qualche divinità, uccidibile da chiunque, senza che il suo assassino venga condannato per omicidio. Il “musulmano” è la figura limite che incarna nel campo l’homo sacer. E’ il prigioniero che ha perso ogni speranza, privo ormai di consapevolezza, “cadavere ambulante” ridotto al solo fascio di funzioni fisiche in agonia. Lo scheletro in piedi, il sommerso. Per Levi è il “testimone integrale”, colui che ha vissuto fino all’ultimo grado il processo di disumanizzazione.

Cogliere quella che Agamben chiama “l’essenza” del campo, isolare ed evidenziare la presenza giuridico-politica di una relazione (campo-stato d’eccezione) non significa ovviamente che tutti i campi siano stati uguali. Si rischia così di non tener conto delle ricerche degli storici. E’ vero che lager nazisti e gulag stalinisti possono essere il risultato di uno stato d’eccezione diventato la regola. Ma ci sono differenze? E, se sì quali?

L’unicità, la specificità, l’esperienza-limite dei campi di sterminio nazisti è sostenuta, a ragion veduta, da molti autori, a cominciare da Primo Levi. Questo non significa dimenticare le sofferenze, le violenze, le torture patite nei gulag, né dimenticarne i morti. Da qui il limite della riflessione filosofica di Agamben. Molto utile e stimolante per cogliere l’attualità di certi fenomeni, a rischio di eccessive semplificazioni quando si tratta di entrare nel merito delle differenze storiche.

In conclusione, sono d’accordo con uno storico come Enzo Traverso. Se proprio vogliamo trovare un tratto comune tra i molti orrori e le diverse violenze di quel “secolo armato” che è stato il Novecento, possiamo individuarlo nell’agente principale di queste violenze: lo Stato. Mi permetto, a questo punto, una lunga citazione:

«È questo il legame che unisce vicende così eterogenee come il massacro di Verdun, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, le camere a gas di Auschwitz, il gulag siberiano, le risaie cambogiane e le epurazioni etniche compiute in Bosnia o nel Kossovo. Studiare queste violenze significa inevitabilmente prendere in esame le aporie di un processo di civilizzazione che le scienze sociali, da Weber a Elias, hanno sempre identificato con la costruzione del monopolio statale dei mezzi di coercizione. In tempi normali, questo monopolio libera la società dalla violenza, ma in tempo di crisi crea le premesse dell’eruzione di una violenza di stato ben più mortifera dei conflitti delle società arcaiche. Le macchine statali che permettono il buon funzionamento delle società fondate sulla regolazione razionale e legale dei conflitti si rivelano spesso perfettamente compatibili con la violenza estrema che cancella le conquiste del processo di civilizzazione.» (Enzo Traverso, Il secolo armato. Interpretare le violenze del Novecento, Feltrinelli, 2012, pag. 140).

Si torna così alle riflessioni di Bauman, al suo mettere in relazione la Shoah con la razionalità strumentale e la dimensione burocratica e industriale della modernità.

Dopo Auschwitz, aveva detto Adorno, nel 1949, scrivere una poesia «è un atto di barbarie». Il filosofo, è noto, in Dialettica negativa nel 1966 corresse tale affermazione e la precisò meglio:

«Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia… È però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena

Credo che meriti di essere ricordata anche la replica di Primo Levi alla prima affermazione di Adorno:

«La mia esperienza è stata opposta. Dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz

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SEGNALAZIONE

Delle tante manifestazioni per la “Giornata della Memoria” segnaliamo questa, all’interno della quale sarà proiettata una parte del film Shoah di Claude Lanzmann, considerato unanimemente “il più grande documentario
mai girato sulla storia contemporanea
” e anche “l’opera definitiva” sulla shoah:

memoria

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MATERIALI

Un viaggio della memoria

Racconti del “viaggio della memoria” a Mauthausen, Gusen e Hartheim di una classe di studenti milanesi. L’impegno di tanti studenti e docenti nell’affrontare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio nel cuore dell’Europa è quasi eroico, non solo per l’argomento ma anche per la condizione in cui è stata ridotta la scuola italiana, la cui qualità si affida sempre più alla buona volontà di chi vi partecipa. (vedi qui)

Auschwitz, la memoria e il presente
Se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse? (Stefano Levi Della Torre, qui)

Come insegnare Auschwitz?
Se ricordare è un dovere e se il riconoscimento del valore politico e civile di tale memoria non può essere un’acquisizione naturale ma il frutto di un’educazione oltre che dell’istruzione, come educare a ricordare? Come insegnare Auschwitz? (Luigi Monti, vedi qui)

Le leggi razziali
A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica… Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica… Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. (vedi qui)

piccoli consigli al ventenne che in italia studia la shoah
Diffida delle mode. Oggi la Shoah è una moda… La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista. (Alberto Cavaglion, piccoli consigli al ventenne che in italia studia la shoah, qui)

Dati storici, testimonianze, documenti, filmati sono disponibili nella pagina dedicata alla “Giornata della memoria” su ForumScuole.

Una bibliografia a cura degli Amici della Biblioteca di Sesto San Giovanni qui.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Agli italiani non interessa l’istruzione. Ai partiti neanche. Nel corso di una ricerca è stato chiesto ai cittadini europei quali fossero i due problemi più importanti per la loro nazione; in Italia si scopre che solo il 2% ritiene che l’istruzione sia un problema prioritario (anzi è all’ultimo posto per importanza), mentre in Germania il problema è sentito dal 21% della popolazione: al secondo posto per importanza. Ma non solo. Come scrive Marina Boscaino,

Il dramma reale è che la scuola non pare avere nemmeno alcuna importanza concreta… nei programmi dei partiti politici e delle coalizioni che si stanno candidando a governare.

Il fatto che solo Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd e candidata al Senato, abbia esplicitato intenzionalità sulla scuola… fa sospettare che il tema scuola sarà gestito dalle prossime Camere – per quanto riguarda il centro-sinistra – in modo marginale, senza dialettica e posizioni motivate da studio, ricerca, esperienza.

Difatti la Lega Nord ha un programma molto scarno sulla scuola. Al capitolo istruzione l’unica voce presente è l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Il Senatore Mario Pittoni, Capogruppo Lega Nord in Commissione Istruzione del Senato, ha presentato una proposta di riforma che prevede  l’istituzione di Albi regionali e un concorso deciso a livello nazionale ma organizzato direttamente dagli Uffici scolastici regionali. Qui è intervistato da Daniela Sala.

Il Popolo della libertà depositerà in questi giorni il suo programma. Su dieci punti, uno sarà dedicato alla scuola. Alcune anticipazioni sono fornite da Elena Centemero, responsabile scuola del Pdl, alla stessa Daniela Sala: si tratta della conferma della linea politica dei precedenti governi

Noi partiamo da un altro punto di vista e cioè che negli ultimi dieci anni la scuola è stata riformata completamente e ora ha bisogno di consolidamento e non di ulteriori riforme…

Concordo con il fatto che i finanziamenti non possono essere erogati a pioggia, ma devono servire a incentivare le scuole che hanno la migliore offerta formativa…

Per quanto riguarda il problema del precariato è giusto che sia reintrodotto il sistema dei concorsi.

In settimana è il programma del Partito Democratico ad alimentare la discussione. Nella sintesi di Francesca Puglisi, che annuncia che

tutto sarà fatto in collaborazione con la comunità della scuola. Promuoveremo una fase costituente con una grande consultazione nazionale

si programma di riportare gradualmente l’investimento per la scuola al livello medio dei Paesi OCSE (6% del Pil), si parla per le scuole elementari di ripristinare tempo pieno e compresenze, alle medie di allungare il tempo scuola, alle superiori di istituire un biennio unitario per garantire un effettivo obbligo di istruzione fino ai 16 anni e “affinchè la scelta non sia fatta in fretta in terza media, ma maturi dopo i primi due anni della secondaria di secondo grado“.

Puglisi parla anche di un piano straordinario per immettere in ruolo i precari e al tempo stesso un nuovo reclutamento per aprire ai giovani migliori laureati; e infine di un nuovo contratto con orari diversificati per i prof, con uno stipendio più alto e possibilità di fare carriera per chi decide di fare l’orario lungo.

E’ quest’ultimo il punto destinato infatti a far discutere maggiormente. Per alcuni, come per Vincenzo Pascuzzi, questo rappresenta una “delusione completa“, mentre per alcuni presidi del Gruppo di Firenze tale proposta non può essere attuata “decorosamente” nella maggior parte delle scuole per totale mancanza di spazi; inoltre è discriminante e “tradisce smania di controllo e di irreggimentazione“. Per Stefano Stefanel la proposta è interessante ma “talmente onerosa e composita da essere impraticabile“.

Una delle poche proposte innovative in tema di istruzione viene dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso:

L’innalzamento dell’obbligo scolastico è stato in passato un elemento di grande avanzamento per il Paese. Oggi l’obbligo andrebbe ulteriormente innalzato… collocato naturalmente alla fine del secondo ciclo della scuola superiore, a 18 anni di età.

Una scuola per fare cassa. D’altra parte, come leggiamo in una lettera ai Candidati di tutte le forze politiche alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento scritta dai Presidenti dei Consigli di Circolo e d’Istituto della provincia di Bologna, la Repubblica, all’art. 3 della Costituzione,

assegna alla scuola il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Ebbene, negli ultimi anni, tali ostacoli non solo non sono stati rimossi, ma anzi sono accresciuti. Si è smesso di pensare alla scuola come al luogo di formazione primario per garantire uguaglianza di opportunità e mobilità sociale, come risorsa ed investimento sul futuro.

Alla scuola si è guardato con il solo occhio ingordo del fare cassa (sottratti 8,5 miliardi di euro e meno 150.000 tra insegnanti e collaboratori scolastici), ignorandone le drammatiche conseguenze.

Per non parlare dei disagi e delle situazioni caotiche che ha creato e continuerà a creare il prossimo anno il mancato accordo tra Miur e Regioni relativamente al dimensionamento scolastico, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n.147/2012 che riconsegna alle Regioni il diritto di decidere sulla rete delle istituzioni scolastiche.

Non va meglio sul piano della democrazia e delle relazioni sindacali, e anche Osvaldo Roman denuncia che Monti e Profumo vogliono applicare il metodo Marchionne anche alla scuola.

Adesso che il governo è dimissionario, anche il sottosegretario all’Istruzione, Marco Rossi Doria, dalle pagine del quotidiano La Stampa si accorge dei tagli effettuati in questi anni nella scuola.

La scuola italiana è stata indebolita da un disinvestimento culturale e politico che si è tradotto in tagli per 8,4 miliardi di euro nel triennio 2008-2011. E’ una somma enorme, che ha intaccato da allora le risorse correnti… Ci vuole una stagione – suggerisce – capace di produrre un’inversione di tendenza, un cambio di rotta. Bisogna, infatti, passare dalla logica della spesa a quella dell’investimento.

La realtà però è che la stagione dei tagli non è finita: gli ultimi atti del governo uscente priveranno le scuole italiane ancora di fondi e risorse pari a 570 milioni di euro tra il 2012 e il 2013. L’accordo sugli scatti di anzianità comporterà infatti tagli a fondo di istituto, funzioni strumentali, incarichi specifici ATA e ore eccedenti.

I tagli all’istruzione hanno indotto anche Telefono Azzurro a denunciare come essi abbiano penalizzato l’apprendimento e a presentare alle forze politiche un Manifesto per l’infanzia, per invocare che “La politica deve dare segnali chiari che vuole investire nei cittadini del domani“.

Concorsone: 800 per 1 posto. E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio 2013 l’avviso relativo al calendario delle prove scritte del concorso a cattedra. Sono confermate le date già pubblicate dal Ministero il 10 gennaio sul sito istituzionale. Le prove si svolgeranno dall’11 al 21 febbraio.

La Flc Cgil rende pubblica una sua elaborazione sul rapporto tra ammessi concorso ordinario e posti disponibili, da cui risulta che per ogni posto a concorso si va da 5,40 candidati per Lettere alle medie (A043) a 219,24 per Fisica (A038). Se si analizzano i dati per regione, si conferma ancora di più la scorrettezza nel fornire dati medi senza specificarne la collocazione regionale.

Solo a titolo di esempio, possiamo citare per Fisica (A038) i 789 ammessi in Sicilia a fronte di 1 (un) posto a concorso, oppure i 617 del Veneto per 3 (tre) posti disponibili. Per gli altri insegnamenti numerosi sono i casi di oltre 150 candidati per ogni posto a concorso.

Valutazione: Regolamento bocciato, valutatori che non si autovalutano. Il 16 gennaio scorso è stato reso noto il parere del Consiglio di Stato sullo Schema di Regolamento sul sistema nazionale di valutazione previsto dall’articolo 2, comma 4-undevicies della legge 26 febbraio 201, n. 10. Il Consiglio di Stato chiede sostanzialmente una riscrittura complessiva dello Schema per mancanza di coerenza con la legge di riferimento. Per la Flc Cgil il parere del Consiglio di Stato conferma l’assoluta necessità di fermare l’iter di approvazione del Regolamento.

E già si inizia a parlare dei test Invalsi, con testimonianze che ne mettono in discussione la validità, come quella del prof. M.M., secondo cui per esplicito boicottaggio, o per superficialità, una parte degli studenti evidentemente ha risposto a caso ai test. L’Invalsi, nell’elaborare i dati, non ha filtrato quelli palesemente inattendibili. Qui altre testimonianze, e la conclusione di Vincenzo Pascuzzi:

La conclusione è che nelle scuole si studia per i test Invalsi (a scapito della didattica), i presidi forzano i collegi docenti e l’Invalsi fa statistiche grossolane.

Intanto dalla Relazione sulla performance del CIVIT (Commissione indipendente per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle amministrazioni pubbliche) emerge che anche il Miur e l’Invalsi non hanno effettuato valutazione della loro amministrazione. Come sintetizza Marco Barone

quasi tutte le amministrazioni si sono dotate di un Sistema di misurazione e valutazione della performance, ad eccezione del Ministero dell’Interno. Invece la valutazione individuale per quanto concerne il personale non dirigenziale è stata effettuata solo in quattro Ministeri (Ministero della Salute, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, Ministero degli Affari Esteri), mentre per gli altri Ministeri in alcuni casi la valutazione individuale è stata sospesa (Ministero della Difesa, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) o in altri non è stata propria avviata (Ministero della Giustizia, Ministero dell’Interno, Ministero dello Sviluppo Economico).

Come commenta Giorgio Israel

il potere se lo prende la corporazione che si autodefinisce come insieme dei “saggi”, o “competenti” (come si dice oggi). Alla faccia della democrazia

Inefficienza e approssimazione anche nell’Università, come denuncia Federico Vercellone:

Si è proceduto cambiando tutto in un clima caotico e affannoso, dai concorsi alla governance universitaria e a tutte le strutture portanti degli atenei italiani. Come tutte le operazioni pletoriche anche questa è fallita. In assenza di un chiaro orientamento relativo al peso e al significato dell’istruzione universitaria nel nostro Paese, si sta così giungendo all’implosione delle strutture. L’impressione complessiva è che in realtà si volesse ottenere una cosa sola: tagliare i costi.

A proposito di costi, secondo il rapporto annuale OCSE sull’istruzione, gli studenti italiani pagano le tasse più alte d’Europa dopo i colleghi inglesi ed olandesi. In cambio ricevono i peggiori servizi in termini di borse di studio raggiungendo un non invidiabile ultimo posto nella classifica dell’area Ocse.

Ancora peggio sarà il prossimo anno, dato che nella Legge di Stabilità, approvata poco prima delle dimissioni del governo Monti, è previsto un taglio di 300 milioni di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario delle università, pari al 4,3 %, dopo che negli ultimi anni i tagli erano stati di circa il 20%. In questo modo i soldi a disposizione delle università sono insufficienti a coprire persino le spese fisse per gli stipendi. Come porre rimedio a questa situazione? La proposta in campo è l’abolizione di qualsiasi limite in alto alle tasse universitarie, che colpirà gli studenti meno abbienti spingendo ancora più in basso la già bassa percentuale di laureati in Italia. Inutile ricordare che nelle migliori università del mondo la contribuzione studentesca è una piccola parte del budget annuale.

Precari: ricorso all’Europa. Sono circa 20.000 i precari della scuola che hanno alle spalle 36 mesi di supplenze, ovvero tre anni, quanto sarebbe bastato perché venisse riconosciuto il contratto a tempo indeterminato. Se non fosse per una legge, la 106 del 2011, che, con efficacia retroattiva, ha escluso i precari della scuola dalla procedura di stabilizzazione. Una legge che potrebbe essere giudicata incostituzionale, ma che al giudice di Napoli, il 2 gennaio scorso, è parsa intanto in contrasto con le norme comunitarie, e in particolare con una direttiva europea, la 70 del 1999, che due anni dopo è stata recepita anche dall’Italia. Adesso si attende il pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea a Strasburgo.

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SCADENZE

2 febbraio 2013
, ore 14, Roma. Manifestazione con corteo nazionale indetta dal Coordinamento Nazionale Scuola.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

37 pensieri su “Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

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  4. Il mio ringraziamento a Giorgio Morale, per avere ospitato il mio contributo, e a Giorgio e a tutti il mio cordiale saluto, Marco Scalabrino.

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  5. Grazie Giorgio,
    per la ricchezza di materiale, per la qualità degli scritti. Documenti necessari per parlare oggi di ciò che è stato senza cadere nella retorica. Ho apprezzato molto il primo scritto , se ne potrebbe fare una lettura teatrale accompagnandolo con la poesia successiva di Salzarulo, molto immediato e incisivo anche il suo saggio finale,ricco di spunti bibliografici, aiuta a capire che non è solo passato ma presente immediato, se non siamo vigili fino in fondo. Infine, la lingua del dolore in dialetto attraversa ogni confine.
    Grazie ancora
    Giulia

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  6. Il lavoro che fa Giorgio Morale in questo blog per la scuola è straordinario. tutte le settimane ci apre mondi dall’interno. Questa volta tratta una questione che dovrebbe diventare oggetto di riflessione, così da capirne sempre più l’indicibilità feconda che la alimenta.
    un cordiale saluto

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  7. basta appropriarsi della tragedia che non è vostra e che è immane, sì, per compensare queste scritture piccole piccole. una violenza ennesima, ultima.

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  8. Sono contento di aver prestato le mie ruvide parole all’iniziativa. Un grazie a Giorgio Morale per aver raccolto tutte queste necessarie testimonianze.
    salvatore pagliuca

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  9. Un grande grazie di cuore a chi legge e agli autori che hanno permesso la realizzazione di questa antologia poetica per la “Giornata della Memoria”, un’opera collettiva dove ogni voce è unica e necessaria.

    Per Anna Maria, e per chi volesse inviare un proprio contributo: si può scrivermi a questo indirizzo: moralegiorgio@gmail.com oppure aggiungere i testi nei commenti, poi provvederò io a inserirli nel post. Grazie anche per i nuovi contributi, allora!

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  10. Non ci si stanca di dire che tutto ciò è accaduto, e che si deve ricordare perché non si ripeta. Il fatto è che si ripete: nel Gulag di Yodok, in Corea del Nord, come nei laogai cinesi (almeno stando ai rapporti di Amnesty International: se sono tutte esagerazioni della propaganda anticomunista, tanto meglio), ora, mentre scriviamo, accadono cose non troppo diverse da quelle che accadevano nei lager nazisti. Ma, a quanto pare, la memoria del presente non è altrettanto viva e sentita quanto quella del passato: il che è paradossale, dato che per il presente qualcosa (anche se poco, dalla nostra posizione di persone comuni) si potrebbe ancora fare. E non vorrei che la frequente ipostasi della Shoah come Male Assoluto impedisse di comprendere, di studiare e di comparare le varie forme in cui il Male, operato dallo Stato, o dalla degenerazione dello Stato, contro gli individui, dal potere contro i popoli, si è manifestato, eminentemente, nel Novecento, “il secolo delle idee assassine” – idee che non erano solo nazionalsocialiste -, e perdura, in certe realtà, ancor oggi.

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  11. Così, di prima mattina, mentre il giorno stenta a farsi luce, il mio cuore si è fatto piccolo come un misero granello di sabbia e un profonda vergogna per ciò che, in qualche modo, ci ha accomunato a questa immane tragedia, mi prende, insieme all’emozione e alla rabbia per chi, ancora, ha l’improntitudine di essere “negazionista”.
    Grazie a Giorgio Morale e a tutti i signori che hanno dato il loro contributo, con scritti che trasudano di lacrime. E’ un lavoro meritorio e importante, affinché gli orrori di ieri si confrontino, nell’atrocità, a quelli di oggi e di domani, a perenne memoria del fondo abisso di male in cui l’uomo può sprofondare.
    Non potevano non sapere, non è possibile che nessuno vedesse il fumo, sentisse il puzzo dei corpi bruciati e, tranquillamente, si sedesse a tavola, a consumare il pranzo.
    Grazie anche all’amico Marco Scalabrino, che mi ha permesso di essere presente, anche se come traduttrice, a questo meritorio e commovente progetto.
    Vorrei dire:”Speriamo che cose simili non accadano più”, ma sento che il male non lo si sconfigge e la storia è maestra distratta.
    A tutti, scusate la tirata e un saluto.
    Flora Restivo.

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  12. La provocazione dell'”Anonimo” è bene che stia lì, come palese conferma della necessità della memoria.

    E’ vero che, secondo il richiamo di Matteo Veronesi, la memoria, soprattutto quando è formalità e ritualità, non è una formula che tutto assolve e che dispensa dall’impegno, né la panacea dei mali della storia.

    Ma è altrettanto vero che qualsiasi azione non può prescindere dalla memoria: una memoria, s’intende, pienamente vissuta e alimentata da testimonianze veritiere e scientificità delle ricostruzioni.

    In quanto alla constatazione di Matteo Veronesi “Il fatto è che si ripete”, la troviamo già da Adorno a Bauman, come ricordato nell’articolo qui proposto da Donato Salzarulo: “il campo di sterminio è una possibilità sempre latente delle nostre società moderne”.

    D’altra parte, proprio in pro di quell’impegno che sopra si richiede, non è il caso di fare qui disquisizioni di filosofia della storia o sulla natura dell’uomo che pure hanno altrove il loro spazio.

    Questa puntata di vivalascuola non è la ricerca della formula della fine della storia e della liberazione da tutti i mali una volta per tutte, questo è un invito a informare e ricordare come opera altamente formativa, ogni giorno, soprattutto in ambito educativo.

    Tanto è vero che chi alimenta la memoria non solo una volta l’anno è anche chi è vigile affinché quanto successo non si ripeta.

    Mentre chi nega quanto successo come l’anonimo e il suo “scienziato” è oggettivamente un sostenitore dei crimini.

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  13. “La Verità è tale nella misura in cui la si lascia stare” (Durrenmatt).

    “Ci sono fatti che sono accaduti, ma non sono veri; altri che sono veri, anche se non sono mai accaduti” (Elie Wiesel).

    “La Storia è ciò che una determinata epoca reputa utile considerare vero relativamente alle epoche che l’hanno preceduta” (Burkhardt).

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  14. Come cerco di dire col mio testo, e come è stato detto da Giorgio – che ringrazio anch’io vivamente – e da altri, la memoria deve essere lievito umano e alimento di azione critica, rispetto agli orrori del presente, finalmennte senza limiti verso uno o l’altro popolo, fede ecc., Altrimenti la memoria diventa ritualità che non (ci) serve per costruire un futuro degno dell’umano, ma replica arroganza di figli prediletti e fonte di altri orrori – come quelli che continuano purtroppo, anche da parte del governo israeliano nei confronti dei Palestinesi.

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  15. Il revisionismo sulla Shoah è stato discusso in modo assai efficace da Pierre Vidal-Naquet in Gli assassini della memoria. È importante ricordare sempre che i cosiddetti revisionisti non possono essere considerati «storici»: i loro lavori non obbediscono agli standard minimi di accuratezza che qualifica un lavoro storico, ma sono propaganda, né i revisionisti fanno parte della comunità degli storici.
    Cito dal libro, a proposito di Faurisson ed epigoni: “Ogni società ha le sue sette e i suoi farneticanti. Punirli non servirebbe ad altro che a moltiplicarne la specie. Con questi personaggi ci si deve comportare come con gli agenti segreti della polizia o le spie: una volta identificati, bisogna sorvegliarli e controllarli; se li si arresta o li si espelle, ne prenderanno il posto altri, che saranno più difficili da individuare. La repressione giudiziaria è un’arma pericolosa che si può ritorcere contro chi la usa. (…) A giudicare dalla massa di pubblicazioni apertamente o velatamente revisioniste che [vi] si pubblicano, non si ha la sensazione di una grande efficacia. Il disprezzo è forse un’arma più sicura.” (1987)

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  16. Devo una risposta a Matteo Veronesi. Ho ripreso dal filosofo Agamben una definizione di campo costitutivamente connesso con lo “stato di eccezione”. Il che significa che è sempre possibile, da parte di un’autorità statale, in nome dell’emergenza, di una situazione eccezionale, sospendere l’ordinamento giuridico normale e chiudere persone dentro un campo: dal “campo di accoglienza” al “campo per terroristi” di Guantanamo ai Laogai cinesi, ecc.

    Ho anche scritto che questa definizione, se da un lato ci fa cogliere, quella che Agamben chiama l’”essenza” di un campo, dall’altro non ci permette di distinguere un “campo di accoglienza” da un “campo di lavoro” o da un “campo di sterminio”, ecc. Gli storici, per quanto riguarda il passato e noi (per l’oggi) siamo interessati alle differenze: chi sono i soggetti rinchiusi in un campo? Per quale reato (reale o presunto)? Quale pena stanno scontando e come potranno essere rimessi in libertà? Quale statuto giuridico hanno e quali diritti conservano? Come è organizzata la vita del campo? Sono rispettati di diritti umani? ecc. ecc. Sono tutte domande importanti, che abbiamo il dovere di porci. Lei capisce che non è la stessa cosa allestire campi di lavoro forzato per delinquenti (o supposti tali) ed oppositori politici e far funzionare a ciclo continuo fabbriche di sterminio di un popolo soltanto perché ebreo o zingaro (razzismo biologico), provvedendo anche a “disinfestare” la pura razza ariana da disabili, malati di mente, omosessuali, testimoni di Geova, ecc. (quella che Bauman chiama l’ideologia della società giardino).

    Ciò detto, credo che sia giusto condannare il sistema cinese dei laogai (e quello nordcoreano). Mi risulta, tra l’altro, che la Commissione Affari esteri del Parlamento italiano, il 15 aprile del 1998, ha approvato all’unanimità una risoluzione in cui, tra l’altro, «impegna il Governo a porre in essere ogni sforzo politico e diplomatico per promuovere negli organismi internazionali, in particolare presso il Consiglio d’Europa e le Nazioni Unite, iniziative in favore del rispetto dei diritti umani nella Repubblica popolare di Cina, e, in particolare, nel Tibet, nel Turchestan orientale ed in Mongolia inferiore per la immediata scarcerazione dei detenuti politici e per la chiusura dei Laogai.».

    Per quanto mi riguarda, non ho problemi, parliamone pure e denunciamo la situazione. Senza dimenticare Auschwitz, unico perché orrore degli orrori.

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  17. Il comunismo “razzizza” una classe sociale (la “borghesia capitalista”) nella stessa misura in cui, e allo stesso modo che, il nazionalsocialismo “razzizza” un’etnia. Reputare (come fa tipicamente la storiografia marxista) che l’orrore della Kolima, delle Solovky, di Pitesti, e oggi di Yodok o dei laogai, fosse e sia sostanzialmente diverso da quello dei lager nazisti equivale o rischia di equivalere, implicitamente, a legittimare, o a considerare meno atroce, l’annientamento fisico (poco importa se per fame, freddo, lavoro o con altri mezzi: il lavoro – come del resto teorizzava la “circolare Pohl” proprio in àmbito nazista – resta la principale arma di sterminio nel mondo, poco cambia se per volontà, per sfruttamento, per incuria) del “nemico di classe”. “Nemici di classe”, “forze controrivoluzionarie” erano anche i bambini, i vecchi, erano interi popoli (basti pensare all’Holodomor in Ucraina: se nel caso della Shoah manca, com’è noto, un qualsiasi ordine scritto da parte dei gerarchi, una chiara “volontà genocidiaria” emerge invece da atti ufficiali di Stalin, e lascia poco spazio a quelle sottili interpretazioni e disquisizioni tra “funzionalisti” ed “intenzionalisti” che invece popolano, giustamente, la storiografia sull’Olocausto). A ciò si aggiunga che il Comunismo perseguitava (e perseguita) anche per motivi religiosi. E una persecuzione per motivi religiosi è, stando alla definizione ufficiale di Norimberga, genocidio.
    Diversa, e assai delicata, la questione del cosiddetto “negazionismo” (meglio “revisionismo radicale”). Mi limito a citare due studiosi che certo negazionisti non sono: Hobsbawm e Pressac (quest’ultimo, forse, il massimo esperto di Auschwitz). Il primo: “Nessun serio storico negherebbe che ci sono lacune o incertezze – circa fatti, numeri, luoghi, motivi, procedure e molto altro ancora – che circondano la storia del genocidio. Lo studioso serio del soggetto, dunque, tratta il genocidio come un campo di studio in cui disaccordo e discussione, anche circa i più indicibili aspetti – per esempio il numero delle vittime, o la natura e l’estensione dell’uso del gas Zyklon B – sono naturali e indispensabili. Non può ridurre la sua funzione essenzialmente alla denuncia, o alla definizione e alla difesa di una versione accettata della verità. Eppure è proprio questo il pericolo in alcune letture dell’Olocausto appassionatamente sostenute, specialmente quelle versioni che hanno, a partire dagli anni ’60, sempre più trasformato la tragedia del popolo ebreo dell’Europa continentale durante la Seconda guerra mondiale nel mito legittimante per lo stato di Israele e la sua politica. Come ogni mito legittimante, esse trovano la realtà scomoda. Di più, ogni critica del mito (o delle politiche da esso legittimate) è destinata ad essere bollata come qualcosa di simile alla ‘negazione dell’Olocausto'”. Il secondo (intervistato da una storica del “negazionismo” proprio in quanto esponente dell’antirevisionismo): “Quanto al massacro degli Ebrei, molte nozioni fondamentali devono essere completamente corrette. Le cifre proposte dalla storiografia ufficiale sono da rivedere da cima a fondo. Il termine di “genocidio” non conviene più. La questione dei campi di sterminio è putrefatta. L’attuale forma, pur tuttavia trionfante, della presentazione dell’universo dei campi è condannata. Tutto ciò che è stato così inventato attorno a delle sofferenze troppo reali è destinato alle pattumiere della storia”.

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  18. Qualche precisazione: una risoluzione del 2007 dell’Onu condanna senza riserve il negazionismo e invita i Paesi ad adottare misure contro di esso, e difatti in vari stati il negazionismo si configura come un reato. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ritiene che i negazionisti commettono un abuso di diritto, facendo un uso perverso della libertà di espressione.

    Più subdola è l’azione dei riduzionisti, quale è quella qui sostenuta da Matteo Veronesi, che nel secondo intervento esce allo scoperto: i riduzionisti non negano in linea generale gli orrori nazisti, ma li minimizzano e ne negano la specificità. Così, ogni volta che si parla degli orrori dei lager, spostano il discorso facendo riferimento agli orrori dei gulag o dei laogai o simili, cercando, equiparando le colpe, una discolpa del nazismo.

    Al di là delle differenze argomentative e metodologiche, il risultato finale è lo stesso: intorbidare le acque e minimizzare i crimini nazisti facendoli rientrare in una prassi normale.

    Detto questo, prendo atto che abbiamo avuto la visita sia dell’una che dell’altra posizione, a conferma dell’importanza di mantenere viva l’informazione e la memoria; adesso penso che non sia il caso di continuare questa discussione, perché attribuirebbe loro una credibilità e una dignità che non hanno.

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  19. A ciò si aggiunga che lo stesso Vidal-Naquet, unitamente a molti storici francesi, si è schierato contro la legge anti-“negazionista”, la Loi Gassot, proprio in nome della libertà della ricerca.

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  20. Pingback: Dopo Auschwitz | Di poche foglie

  21. Pingback: Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz? « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  22. … Mi scuso dell’impaginazione, Natalia, diversa dall’originale, ciò è dovuto ai miei limiti “tecnici”… la stessa cosa devo dire per “Lettera da Praga” di Francesco Marotta. Dell’una e dell’altra composizione i lettori possono visionare gli originali nei link indicati.

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  23. grazie Giorgio, è un’emozione stare insieme a tutti gli altri che hanno voluto e saputo mantenere viva la memoria di questa pagina di storia che non si deve e non si può mai considerare conclusa.
    Come ben riportato in questo ottimo lavoro di ricostruzione storica, Levi risponde ad Adorno – che polemizzava soprattutto con la poetica del giovane Celan – “La mia esperienza è stata opposta. Dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz”. In un appunto trovato tra le carte di Celan si legge: “Nessuna poesia dopo Auschwitz: qual è la concezione della poesia posta sotto accusa? La presunzione di chi ha il coraggio, ipoteticamente-speculativamente, di considerare o raccontare Auschwitz dalla prospettiva dell’usignolo oppure del tordo”. Celan non accetta, non può accettare l’accusa di barbarie per aver parlato dell’orrore di Auschwitz, egli conosce bene il valore del monito, l’importanza dell’accusa, il nesso sottile che lega il sopravvissuto alla memoria dell’amato defunto (scriveva Osip Mandel’štam, poeta molto caro a Celan, “Nella distanza della separazione, i tratti di una persona a cui si vuole bene si sfumano. E allora cresce in noi il desiderio di dirle cose importanti che non abbiamo potuto dirle quando la sua figura era davanti ai nostri occhi, in tutta la sua concretezza”), tutta la poetica di Celan si dipana da quel nodo, da quel doloroso ricordo, da quell’esigenza di mantenere vivo lo strappo dai genitori, dalla madre, strappo che solo i versi possono perpetrare, mantenendo in vita il respiro con la dignità della memoria dell’orrore, e scriverà:

    Madre, madre
    Strappata dall’aria
    Strappata dalla terra.

    Giù
    Su
    trascinata.

    Ai coltelli ti consegnano scrivendo,
    con abile mano sciolta, da nibelunghi della sinistra, con
    il pennarello, sui tavoli di teck, anti-
    restaurativi, protocollari, precisi, in nome della inumanità da distribuire
    di nuovo e giustamente,
    da maestro tedesco,
    un garbuglio, non
    a – bisso ma (*)
    a – dorno
    scrivendo,
    i reci-divi,
    consegnano
    te
    ai
    coltelli.

    nota: (*) la traduzione di Michele Ranchetti mette in evidenza il gioco di parole che polemicamente fa riferimento alla concezione poetica di Theodor Wiesengrund Adorno – traducendo quello che nell’originale tedesco è reso con “ab – gründig e ab – wiesen” in “a-bisso e a-dorno”.

    Tra il poeta e il filosofo da quel momento si avviò un intenso “botta e risposta”, testimoniato dal lavoro di ricerca e ricostruzione redatto da Paola Gnani, nel volume “Scrivere poesie dopo Auschwitz – Paul Celan e Theodor W. Adorno”, che seppure non portò ad un vero e proprio incontro tra i due uomini, senza dubbio segnò una svolta nel pensiero del filosofo riguardo la concezione dell’arte dopo Auschwitz, tanto che negli ultimi anni della sua vita, nella Dialettica negativa, Adorno ebbe a raddrizzare il tiro scrivendo:

    “Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia […] L’arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come un problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena”.

    Non a caso, Ladislao Mittner definì Celan come “il più grande poeta emerso dalla tragedia della seconda guerra mondiale” attribuendo alla sua poesia l’intensità dolente “di un grandissimo requiem ideale sui dieci milioni di ebrei sterminati dai nazisti”.

    ***

    Per concludere e per ringraziarti ancora per la gentilezza nei miei confronti ti lascio un altro testo, secondo me fondamentale per la memoria di Auschwitz quale simbolo di un olocausto mai cessato, perché rappresentazione della natura *banalmente maligna* dell’essere umano, perciò ripetibile, perciò sempre da vigilare, ricordare:

    NON SENTITE L’ODORE DEL FUMO
    AUSCHWITZ STA FIGLIANDO

    Le più grandi risorse
    erano la speranza e la dignità.
    Chi si rassegna, muore prima.
    Non so se i giovani hanno appreso.
    Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
    se ci si lascia cristallizzare
    si diventa una cosa
    gli altri ci diventano cose.
    Molti ancora non sanno:
    Auschwitz è tra noi. è in noi.
    Non so se i giovani sanno
    in ogni parte del mondo:
    non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
    ai giovani occorre
    l’esperienza creativa di un mondo
    nuovo davvero.
    Ad Auschwitz ci torno volentieri.
    mi da la misura dei fatti.

    Danilo Dolci

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  24. Grazie anche per questo intervento, Natalia, che completa e chiarisce l’ispirazione di questo post nato nell’ombra di Celan, evocato nell’immagine di apertura anche se finora mai nominato.

    Vivalascuola desidera essere uno spazio collettivo e per fortuna talvolta questo si realizza compiutamente, come in questo caso, quando è necessario sentire che vive in tanti la consapevolezza che “Auschwitz è tra noi. è in noi”.

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  25. Il numero é terribile, e devo dire che alcuni pezzi o passaggi mi hanno davvero fatto soffrire. Vuol dire che é venuto bene, come doveva.

    Penso sempre che tutti i ragazzi dovrebbero entrare in contatto “emotivo” con la Shoa, perché davvero traccia un confine per l’umanità; ma anche, come ripete Donato nell’ultimo pezzo, tutto può anche succedere di nuovo.

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  26. “tutti i ragazzi dovrebbero entrare in contatto “emotivo” con la Shoa”

    E’ proprio così, Marina, ed è quello che è successo in questi giorni in molte scuole italiane, dove tanti insegnanti hanno visto gli studenti grati e coinvolti per aver vissuto incontri veri con i testimoni.

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