Axis Mundi. Racconti della Brianza

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di  Gianni Fumagalli

 

FIORENZO

 

Ci sono cose che di una persona colpiscono e restano indelebilmente impresse, quasi a ricordarti che, ogni volta che la incontri o che la richiami alla mente, quelle peculiarità, quegli elementi singolari sono la persona stessa, più di ogni altro aspetto, più della stessa persona nella sua interezza. Per me la voce è Fiorenzo, più dei suoi baffi asburgici, del suo sguardo orientale sempre un po’ in tralice, della sua calma olimpica, della sua figura alta e piacevole. Una voce un po’ nasale, niente di particolarmente suadente o musicale ma amichevole nel timbro e coerente nella sostanza. Una voce sorridente, solare, ammiccante, una voce che sa raccontare, che cattura e diverte: “io sono nato nel secolo sbagliato, trecento anni fa sarei stato un perfetto cicisbeo”, lo sentii dire una volta, potenza dell’autoironia.

Verso la metà degli anni settanta lo incontravo spesso nel nostro piccolo paese della Brianza e si accompagnava sempre alla sua moto di grossa cilindrata. L’equipaggiamento era stile vecchio motociclista ma ricercato, giubbotto di pelle nera, casco e occhiali alla Nuvolari, guanti anni cinquanta. Ricordo il gesto un po’ plateale di scendere e appoggiare la moto al cavalletto mentre, togliendosi casco e occhiali per appoggiarli al serbatoio, avviava la conversazione col gruppo che attendeva incuriosito le sue novità. L’impressione che dava era di un viaggiatore appena sbarcato da un lungo viaggio ma già in procinto di ripartire per un altro. Un giorno, dopo una lunga assenza, lo vidi arrivare con un grosso adesivo di Don Bosco visibilmente appiccicato sul serbatoi della sua Guzzi California nera. Aveva un’aria eccessivamente euforica, sospettosamente esuberante e cantava con ostinata ripetizione l’incipit della canzone dedicata al santo degli adolescenti:”Don Bosco rimani tra i giovani ognor…”  sostenendo che il grave incidente motociclistico che aveva subito, con conseguente operazione alla testa e coma indotto per rimuovere l’ematoma, avrebbe avuto esiti drammaticamente diversi se non ci fosse stato il diretto intervento del Santo degli oratori. Qualche amico scuoteva la testa a significare il danno sconcertante che aveva trasformato un intelligente, brillante e critico soggetto sociale in un anacronistico e petulante bigotto. Continuò così per un certo periodo poi lo ritrovai il solito Fiorenzo, quello ironico, affascinante affabulatore, dongiovanni impenitente. Lina Mandelli, per tutti “La Lina”, la grande, adorabile, immensa insegnante di lettere della scuola media del nostro paese, quando parlava di Fiorenzo, intesseva una serie di elogi ridendo gustosamente. Apprezzava la fresca intelligenza associata ad un estro originale e ad una indomabile libertà sia mentale che fisica. Il numero non ben precisato di figli che ha disseminato, o forse questa è una leggenda cresciuta attorno al singolare personaggio, testimonia in parte la sua originalità. Il suo fascino incantava le donne che, senza giuramenti solenni, gli dichiaravano amore eterno. Gli si affezionavano tramutando l’amore in attenzioni, cure, dedizione per un eterno adolescente poco incline alla premura di sé; sprovveduto di quella minima misura di egoismo necessaria per affrontare le tempeste del nostro tempo. Tutte queste donne hanno costruito nuove relazioni, generato affetti, corrisposto amori, sostenute però dalla riserva che in qualsiasi istante avrebbero potuto abbandonare tutto e correre nuovamente tra le sue braccia.

Poi, dopo un lungo periodo di silenzio qualcuno mi disse: “sai che Fiorenzo fa  un ottimo formaggio di capra”; salii a trovarlo e mi mostrò la stalla con le numerose capre che accudiva come un navigato pastore-allevatore ma col distacco esistenziale che poneva per ogni cosa terrena. L’attività era stata avviata da suo fratello, poi affidata a lui per assicurargli un’occupazione stabile. Due fratelli incredibilmente diversi, Fiorenzo, estroverso, solare, grande affabulatore, inaffidabile se l’impegno richiedeva un investimento troppo prolungato; Livio introverso, taciturno, responsabile in modo ostinato. Nei suoi molti vagabondaggi Fiorenzo aveva avuto occasioni per ottimi lavori; le aveva trascurate senza esitazioni in nome di una libertà alla quale rinunciava solo per un tempo determinato, il tempo per rendersi conto che era un valore irrinunciabile.

Sono salito molte volte alla stalla per comprare il miele e il  suo ottimo formaggio e mi sembrava di incontrare il personaggio di una canzone di Guccini che recitava: “parlava il tedesco e il latino, parlava di dio e Shopenhauer”. Nei panni del pastore Fiorenzo intratteneva discussioni dotte con tutti coloro che avevano scampoli di tempo da dedicargli per rompere  l’insostenibile solitudine di giorni indistinti, sempre uguali, festività solenne comprese. Resistette molto tempo, più di ogni pessimistica previsione, poi dovette abbandonare. Il costo sempre in crescendo dell’affitto della stalla, i ricavati sempre uguali, insufficienti a coprire le spese sempre in aumento, un mercato industriale troppo competitivo e, forse, la sua determinazione, minata dalla richiesta di un impegno costantemente inderogabile, lo fecero desistere. Fiorenzo si perse al nostro sguardo per un po’ di tempo, impegnato in lavori saltuari, occupazioni in cooperative sociali, attività di vario genere, viaggi della durata e verso luoghi non ben precisati. Le sue ricomparse, sempre più rare, lasciavano il sapore agrodolce della nostalgia, il personaggio non ha mai tradito la sua luminosa identità.

L’ho incontrato poco tempo fa per strada e fu lui a chiamarmi arrivando in bicicletta da dietro e, come in un lampo, la sua voce si rivelò, prima ancora della sua figura. Sembrava un gentleman inglese, ricercato nel vestire ma semplice e sobrio al tempo stesso. Non mi sfuggì il confronto con quei tempi quando, al posto della bicicletta, aveva tra le mani la sua grossa moto.

 

 

Un pensiero su “Axis Mundi. Racconti della Brianza

  1. Fiorenzo aveva avuto occasioni per ottimi lavori; le aveva trascurate senza esitazioni in nome di una libertà alla quale rinunciava solo per un tempo determinato, il tempo per rendersi conto che era un valore irrinunciabile.

    Forse la libertà poi non è nemmeno poter fare ciò che si vuole senza limiti, ma piuttosto saperseli dare. Non essere schiavi delle passioni, dei desideri. Essere padroni di sé stessi.
    (Fabio Volo)

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