Da La neve, di Francesco Filia

pioggia 2

(VI frammento, Napoli 2007)
Il corpo di Napoli

La pioggia gronda dai palazzi lungo le strade, fino a valle
portando con sé un omissis di parole e pupille graffiate dall’aria.
Ci aggiriamo per trovare quel che abbiamo perso… un centesimo
caduto da tasca o il più remoto dei nostri ricordi, il luogo
dove batte il cuore di ogni cosa dove si riflettono
i nostri volti nell’acqua, immobile, di questa pozzanghera.
Gli occhi si sgranano falcata dopo falcata e il vento
entra dentro, fino alle lacrime e allora saprò che in questa notte
non avrò fratelli nell’ultima fuga d’amore e panico ma solo
l’allungarsi dei passi su gradoni bagnati, tra siringhe
e i due desideri impigliati nell’ultimo respiro del giorno.
Ogni gesto conduce a questo gelo di piazze senza nome
a un orrore di statue erette da millenni
alle nostre sagome impresse sul selciato a queste braccia
che ti chiedono di non abbandonare una terra di colline
e radici marce, di non aspettare che sia troppo tardi
per dire: “sì!”
Di ascoltare il rumore sordo di questi vicoli, il sottofondo
d’imprecazioni e vite ostinate, di fissare il niente e il suo contrario
negli occhi del ragazzo che ti punta la pistola al petto e
solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
non avremo paura di dire: “addio!”

(XVI frammento, Napoli 21 marzo 2005)
L’ultimo agguato

“Il filo dei pensieri si è spezzato alla penultima
svolta della strada, quando lo specchietto retrovisore
non riflette più il suo viso appoggiato alla mia spalla
ma la macchia di sangue che si allarga sul selciato oltre
il colpo alla nuca e i miei occhi sbarrati. Era già scritto
in questa morte venuta da lontano, nel giorno
in cui una fine e un inizio coincidono. Prima
ho dovuto seppellire un figlio morire con lui
e rinascere contro me stesso e la mia famiglia di re
dallo sguardo impunito dalla miseria rimossa
da una catena d’oro al collo.
Tutto si è compiuto sotto un telo steso in una strada
lontana dalle offese della mia infanzia, non sono
altro che cronaca cittadina e un numero tra i reati irrisolti.
Non sono morto per il passato che ho lasciato alle spalle
e che mi porto in questi occhi chiari in questa pelle scura
nella lucentezza dei miei zigomi alti nella camminata larga
e sfrontata che ho appreso da ragazzo ma per questo
domani che si addensa come un’acqua, che mi trascina a fondo
che non mi dà più tregua.”

Nota biografica

Francesco Filia vive, insegna e scrive a Napoli. Sue poesie sono presenti in numerose riviste e antologie, tra cui “Il miele del silenzio” a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Ha pubblicato i poemi in frammenti Il margine di una città, con prefazione di Raffaele Piazza e dieci tavole di Pasquale Coppola (Il Laboratorio, 2008) e La neve (Fara editore, 2012) vincitore del concorso “Faraexcelsior” 2012.

8 pensieri su “Da La neve, di Francesco Filia

  1. “solo allora potremo dire di esser pronti a
    rinascere, quando
    non ci guarderemo più alle spalle o quando
    finalmente
    non avremo paura di dire: “addio!”

    …….

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  2. solo allora potremo dire di esser pronti a rinascere, quando
    non ci guarderemo più alle spalle o quando finalmente
    non avremo paura di dire: “addio!”

    Sembra assurdo , ma è proprio cosi si rinasce quando smetti di aver paura di morire e questo capita quando comprendi che ogni giorno potrebbe essere l’ ultimo perciò ogni giorno va vissuto fino in fondo,dove le energie che prima vengono sprecate solo nell’aver paura di quello che accadrà o di quello che potrebbe succedere,ora vengono utilizzate per produrre qualcosa di buono perché sai che potrebbe essere il tuo ultimo giorno ,ma non importa se al tuo passaggio fai nascere un fiore.

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  3. non sono
    altro che cronaca cittadina e un numero tra i reati irrisolti.

    Per qualcuno si è semplicemente un numero,ma per qualcun’altro si è una persona con nome ed una sua identità che ahimè ora non è più.

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