MI HANNO DETTO DI OFELIA – di Cristina BOVE

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1

 HUACA

Ondate sul display, sono disposta

a pixel. Dall’era quaternaria

distante come i piedi dai capelli

approdo  a  sassi di memoria inscritta

selce mai polvere

né arresa

sorpresa forse in segmenti

incisa

a mano libera in sanguigna e calce

campitura perfetta dell’affresco

dove riporto storie. Mi trovate

se non vi  basta un coro, quando

scandisco palpiti in assolo

al dio dei rebus

io l’Arlecchino di losanghe

fossili.

2

NON PIÙ

Pregai col viso ch’era più un torrente
mani artigliate alla stadera delle
speranze equanimi
quel tanto da pensare che lo fossero
ma sapeva la parte del mio cuore
quella più esposta al pianto
che non avrebbe bilanciato curve
né spazi vertebrali
tantomeno le creste dei bi_sogni

il dilatare imboccature al tempo
non sarebbe servito ad un travaso
nemmeno di un minuto

e vengo allora con le scarpe in mano
a scuoterle dai sassi
ma non ti chiederò quel che non puoi
se quello che non sai
è l’ultimo dei mondi sul confine
di un’ ignota galassia

3

DECODIFICANDO GODOT

Siamo arrivati fin qui

noi che giocavamo con la sabbia

i trenini di latta

le bambole di pezza

noi che nessuno c’insegnò a barare

seduti composti taciturni

– son discorsi da grandi –

le malizie sostavano in cortile

in trecce scarmigliate

ciuffi rimessi a posto col sapone

inamidato il cuore oltre ai colletti

e sandali d’inverno

chi ci chiede il sapore di quegli anni

innesca micce

ma qui, sediamo tutti intabarrati

pesanti d’anni e di malinconia

stampigliata nel codice l’origine

la data di scadenza indecifrabile

pescatori di nebbia

nell’attesa di vivere davvero.

4

MI HANNO DETTO DI OFELIA

Voci di corridoio (locuzione scontata)
eppure dice
che l’oggetto ci sembra in dedicato
verbale
allora qui domando se qualcuno
l’ha vista nello scorrere del fiume
o dormire
o morire
o l’uncino di un albero di acacia
l’abbia trafitta in salvo

a me pareva
d’averla tra-lasciata
a tra-spirare in vasi di cantina

Nel dilemma
mi annebbio e mi dibatto
considerato che
se sono matto, se racimolo aut-aut
dalle rovine
di un castello di carte (Elsinore, sapete,
è un luogo scritto) niente di fatto
non sono più sicuro del mio nome
e dell’Ofelia
ho perso ogni contatto. Mi darete notizie?
Mi farete sapere se son morto?..

vostro
Amleto

5

Minime (?) COSE

Una tazza da tè nel lavandino

sul pensile barattoli

allineati

la sinfonia dal nuovo mondo, Dvořák

risuona gocciolando nell’immenso

madreperlacea lunula il mio dito

scrosta minuti da una vecchia pendola

la fila di coperchi

le casseruole vuote

i panni stesi

sul davanzale il vaso di basilico

il sole nell’ampolla dell’aceto.

ondeggiano del glicine

tralci leggeri al vento, tra le foglie

sospesa una figura mi sorride…

Un paio di rose

scolorano di petali il giardino.

6

CONTROMISURE

Oh, beh, sì,

potrei parlare di dolcetti al miele

certo potrei

anche di quel loukhoum pistacchi e rose

e poi tutta la gamma dei colori

potrei metterci un tango

o il quartetto per archi in fa maggiore

potrei farvi venire

una crisi glicemica

invece no,

giro la sedia a vite

in calzamaglia

immagino trent’anni e lui be-bop

muscoli e fiato

forse una spruzzatina di far west

e

pupa vieni qui, fatti baciare

pizzi neri e due fucsie tra i capelli

odore che – miodio –

potrò mai farti giungere in ritardo

oh, beh, certo che sì

va tutto bene

hai portato le coppe mon amour?

Vedrai, stanotte un angolo di luna

la cantilena a mantice di un gatto

suggerire deliri

e tu lo vuoi.

7

CHE SIA COSÌ?

Forse mistificazione

a sfavillare dove

resta il grumo a stagnare

e penne d’avvoltoio

mimetizzate da paradisea

una parte asseconda il sé

di meridiane e traffici illusori

l’altra spinge ed assedia

è quello che misura il do di petto

dei polli da spennare

il rigetto di cavoli e caviale

si sdilinquisce a  “molcere”

(quale parola-orrore)

sa di moccio, di scivolata in sol_chi

ma tu

quale
ansare ti porta sulla porta?

Qual’effrazione pratichi all’udito?

E per salvarmi  appendo alla pineale

il  guitto colpo di tosse

a calare di tela

e adesso dimmi pure una parola

tipo “catalogna” chessò…

ti spiego di verdura ripassata in padella

ti piace l’aglio?

Se hai fame non ti vendo

la poesia

8

D’IN_SOLITO ANDARE

Mi sono ricordata a sera tarda

nel togliermi le scarpe

la misura del raggio

dai miei piedi

al centro della Terra

collegamento all’esserci

che mai potrà la mente

coi suoi voli pindarici

conoscere tal quale

le vie del brulicare che

mi scorrono sotto.

M’improvviso entomologa

nel definire il mio cammino immoto

su superficie instabile

nella maniera esatta si direbbe

un tapis roulant

e noi si avanza

– visibilmente scollegati dagli

ipogei del mondo –

la testa immersa in nugoli di cielo

9

FUORI DAL CAMPO

Io non conosco le misure estreme, nacqui

nelle terre di mezzo e attraversai poco profonde

acque, lambire appena i piedi

e spendevo gli spiccioli di un giorno qualsiasi

le briciole di pane di un lunedì

oppure di una festa

di altre minime cose nelle tasche

e venivo a guardare dalla ruggine

di una vecchia ringhiera

lo svolgersi di un fiume tra le case

passavano tetri con le mani

serrate al petto gli habitués degli eccessi

e a guardarli mettevano brividi

eppure si sedevano nel campo di papaveri

neri, a simulare rose.

Ridatemi il mio cielo terso, il mio restare

in disparte, quello che chiedo, infine,

è camminare ancora a testa alta.

un sereno e sicuro silenzio

e poi dormire.

10

VERSO il TACERE

Saranno secoli? Attimi che mi giro

a tascapane, a giustacuore, a scudo

e di necessità virtù mi allaccio scarpe

camminare dovrò

per la carrozza han già preso la zucca

a me non resta che la mezzanotte

la mia fata madrina s’è distratta.

Mi cucio sulla lingua un che di fiato

zenzero e cinnamomo retrogusto

enzima di saliva mordiefuggi

e mi farò bastare ancora il gioco.

Tanto mi sveglierò, verrà il silenzio

quello che non sopporta ancora voci

né le cose sospese

quello che non s’inganna con le impronte

di parole calcate nella sabbia.

E avrò la colpa d’essere poeta

per abuso di suono.

*

CRISTINA BOVE

MI HANNO DETTO DI OFELIA

EDIZIONI SMASHER (2012)

*

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal ‘63.
Ha pubblicato tre raccolte di poesie per la casa editrice Il Foglio Letterario:

Fiori e fulmini (2007) Il respiro della luna (2008) Attraversamenti verticali (2009)
E’ presente in diverse antologie:
Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi) Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli)
La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo) Antologia del Giardino dei poeti (cura da lei e da altri poeti)

 

 

21 pensieri su “MI HANNO DETTO DI OFELIA – di Cristina BOVE

  1. Pingback: su La poesia e lo Spirito « cristina bove

  2. Cara Cristina,
    Mi sorprendi sempre piu piacevolmente, stavolta fino alle lacrime, se la poesia che hai dentro e’ questa allora abusa di suono e anche del mio leggere.

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  3. Cara Cristina come sai ho letto molto delle tue poesie, le ho trovate a volte sconvolgenti, a volte ricche di profondo filosofare, sempre ad altissimo livello e bellissime. Qui ti sei superata. Non ho parole per dirti il mio piacere, la mia commozione, il mio stupore nel leggerti. Decisamente sei grande. Un caro saluto ed un grazie per ciò che sai dare. Piero

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  4. Uno stile nudo, raffinato, dove la capacità espressiva è potenziata al massimo delle forze che il pensiero umano può sopportare. Dentro ognuno di noi, uomini e donne, abita Ofelia, coi suoi misteri, segreti e le sue acque, chissà, forse affogata o salvata in extremis, comunque infelice, malata del mal di vita che si intreccia e fonde col mal di morte. Tu continui il passaggio dalla tua umanità personale a quella storica e universale e ti dici e dici la storia a trafitture dolenti eppure soavi.

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  5. Un poeta sa che tutto è ugualmente importante e ben poco è irrinunciabile; viviamo in un mondo si sovrabbondanze , lo sguardo potrebbe esserne catturato, o, forse potremmo farne oggetto di analisi. Un poeta è un demiurgo più che un dio: ri-crea e ri-dice- , fa rilucere le sue scelte, fa cadere gli ingombri. .. Capita talvolta che si senta creatura del mondo con un dolore artrosico, una cefalea, insomma un male molto diffuso. Non è questo che fa il poeta: egli un flauto di canna, una laringe per suoni, per parole che non sanno restare dentro la gola.
    Narda

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  6. Semplicemente, dal cuore, vorrei dire che i versi di Cristina Bove mi colpiscono sempre…
    “noi che nessuno c’insegnò a barare”!

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  7. Grazie a Fabrizio per l’ospitalità e a Giovanni per aver ritenuto validi questi testi.

    Stella Maria, è sempre una piacevole sorpresa, per me, riscontrare che ci sono anime che “sentono” ciò che ho provato a esprimere e a condividere.
    Sono a mia volta commossa della tua commozione. Grazie!

    Piero, mi fa molto piacere che tu mi segua e riscontri i miei miglioramenti. Ti ringrazio ddi essere presente anche qui con i tuoi apprezzamenti.

    Mimma, che sai entrare così profondamente nell’anima, che riesci a intuire anche il non detto, che sai leggere tra le parole e gli spazi… Grazie infinite!

    Cara Narda, che sorpresa leggere il tuo commento, le tue considerazioni sulla poesia che condivido in pieno. Grazie di infinite anche a te!

    M&C, che dire? sintesi che conforta. Grazie!

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  8. Pioggia innocua di precise frecce di Hermes verso i nostri bersaglio-cuori, melodia di laiche giaculatorie che fecondano la meditazione perfetta.
    Grazie per cio’ all’autrice e a chi pubblica.

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  9. Finché continuerà ad essere letto Amleto non muore mai, come le poesie che Cristina Bove scrive perché esse continueranno ad essere lette nel tempo.
    Grazie, Cristina

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  10. Gum, a mia volta ringrazio chi mi legge e chi mi ospita.
    e sono felice che le mie “frecce” arrivino al centro del cuore.

    Raffaella, il mio grazie anche a te che prospetti alla mie poesie un futuro di condivisione.
    Spero che lascino almeno un’eco della mia anima…

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  11. Lieto di aver postato questi testi di Cristina.

    I suoi versi musicali e ben costruiti molto dicono dell’autrice e di una generazione, con onestà di sentimento e di dubbio, senza compiacimento, pensando che qualcosa di meglio possa/debba ancora venire (“chi ci chiede il sapore di quegli anni/innesca micce/ma qui, sediamo tutti intabarrati/pesanti d’anni e di malinconia/stampigliata nel codice l’origine/la data di scadenza indecifrabile/pescatori di nebbia/nell’attesa di vivere davvero.”). Il mondo ormai alle spalle era davvero il miglior mondo, come molti ex giovanotti di allora insistono a dire? Cristina sembra prendere le distanze sia dalle certezze sia dagli estremismi (“Io non conosco le misure estreme, nacqui/nelle terre di mezzo e attraversai poco profonde/acque, lambire appena i piedi/…/passavano tetri con le mani/serrate al petto gli habitués degli eccessi/
    e a guardarli mettevano brividi/eppure si sedevano nel campo di papaveri/neri, a simulare rose.”).
    Ciò che davvero conta, in fondo è: “il mio cielo terso, il mio restare/in disparte, quello che chiedo, infine,/è camminare ancora a testa alta./un sereno e sicuro silenzio/e poi dormire.” Come recitano alcuni versi di Pasternak (Essere famosi non è bello), “…bisogna vivere senza impostura,/vivere così che alla fine/ci si attiri l’amore degli spazi,/che si oda l’appello del futuro./…/E neanche d’un nulla tu devi /venire meno all’uomo,/ma essere vivo, vivo e null’altro/vivo e null’altro fino alla fine”.

    Giovanni

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  12. Sono contenta, Giovanni, che tu abbia dato risalto a questi versi da me molto sentiti.
    E di averne colto l’essenziale.
    Molto bello il riferimento alla poesia di Pasternak.

    Ancora grazie di cuore a te e a Fabrizio di avermi ospitata in questo luogo dello sprito.

    cristina

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  13. noto con piacere che Dvořák ci accomuna
    sinfonia dal nuovo mondo
    che respiro!

    Mi complimento con l’arlecchino di losanghe per questi versi stupendi!

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  14. Carla, sono felice di condividere la passione per Dvořák, in particolare io non mi stanco mai di sentire ” “Song to the moon” (Rusalka) e la preferisco tra tutte cantata da Renee Fleming.
    quando scrivo versi ascoltandola, vado in un altro mondo…
    grazie, cara!

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