Memoria e coscienza della Shoa

memoria

 

di Gianni Fumagalli

La nostra breve riflessione sulla memoria e sull’urgenza di una consapevolezza collettiva, in particolare per le nuove generazioni, sempre più orfane dei testimoni della shoah, prende origine da una domanda fondamentale: quale esperienza negativa ha potuto generato una frattura di civiltà così incolmabile; in nome di quali oscuri ideali si è potuto distruggere le premesse fondamentali dell’agire umano inteso come interazione tra culture diverse? Il nazismo, nei dodici anni di potere, ha scavato una voragine spaventosa contro la cultura ebraica e gli altri popoli non “degni di esistere”, slavi, rom, asiatici ed africani in genere. Per tentare di rispondere a questa grande domanda seguiremo tre direttrici: quella della memoria; dell’antisemitismo e dell’etica.  

 

Comprendere e ricordare

Verso la fine degli anni venti, al circolo degli scrittori yiddish di Varsavia, tra le animate e ricorrenti discussioni sul destino della letteratura, del popolo ebraico e dell’ umanità in genere, avremmo potuto ascoltarne una simile: ”Jaques ieri ho letto Il Castello del tuo Kafka. Interessante, molto interessante, ma dove vuole andare a parare? E’ troppo lungo per essere un sogno. Le allegorie devono essere brevi.”

 Jaques Kohn  trangugiò in fretta il boccone che stava masticando.”Accomodati”gli disse.”I maestri non sono tenuti a rispettare le regole.”                                     .                                                                                                                                       

“Ci sono regole che anche loro devono rispettare. Nessun romanzo dovrebbe essere più lungo di Guerra e Pace, e anche quello è troppo lungo. Se la Bibbia fosse in diciotto volumi sarebbe stata dimenticata da un pezzo.”

“Il Talmud è in trentasei volumi e gli ebrei non l’ hanno dimenticato.”

“Gli ebrei hanno la memoria troppo lunga. E’ la nostra disgrazia. Sono duemila anni che ci hanno cacciati dalla terra promessa e adesso cerchiamo di tornarci. Pazzesco no? Se la nostra letteratura riflettesse questa pazzia sarebbe grande, e invece è stranamente equilibrata”.

Per gli ebrei la memoria rappresenta un elemento fondamentale della loro tradizione storico-religiosa. G. von Rad, un grande studioso di ebraismo, coniò un’immagine molto efficace per definire la loro concezione della storia: l’ebreo è rappresentato come un rematore che procede verso il futuro con lo sguardo rivolto al passato e le spalle orientate alla meta. Lo sguardo dell’ebreo è costantemente proiettato verso la sua origine, verso quei  tre eventi peculiari che più di qualsiasi altro fatto o episodio rappresentano la sua identità : l’Alleanza, l’Esodo e la Terra Promessa. Sono esperienze speciali, collocate agli esordi della storia ebraica ( 1800-1200 a.C. ) che furono elevate ad articoli di fede ed inserite in un credo chiamato in seguito: credo storico d’Israele. Questa variegata esperienza fu così intensa e significativa per il nascente popolo ebraico da  costituire una categoria esistenziale solida ed inamovibile, verso cui riferirsi ogni volta che le tempeste della storia e i dubbi della fede ne segnavano l’urgenza. Dai grandi fatti della storia ai piccoli episodi della vita quotidiana tutto viene raffrontato, commisurato, interpretato alla luce di quegli eventi originari. E’ verso quella polla di sacralità che è costantemente rivolta la memoria dell’ebreo: la libertà ottenuta attraverso l’esperienza dell’Esodo, l’Alleanza che sancisce l’incontro tra uomo e Dio e la Terra Promessa che rappresenta il topos, non solo geografico, dove poter sperimentare la libertà storica e religiosa. Un simile modello, collocato nel tempo mitico dell’origine, cattura la memoria singola e collettiva (cfr. Es. 13, 25-26.) rilanciandola verso un futuro carico di fondata speranza. Su questa tensione, tra principio e speranza, l’ebreo gioca tutto il suo destino.

Eppure questa categoria, monumento dell’ebraismo, ha subito una diabolica minaccia dalla shoah. Non solo l’ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio non può ricordare, ma, quando lo fa, spesso non è creduto, oppure arriva alla parola dopo una vita di tormentato silenzio, o, peggio ancora, la sua è una memoria devastata, rivelatrice di nuove e tragiche patologie (a questo riguardo appare esemplare il romanzo di David Grossman, Vedi alla voce amore).

    La storia del popolo eletto sembra giunta con la shoah ad un tragico compimento dove i drammi del passato sono inghiottiti in un vortice infinitamente più grande, il cui mistero supera abbondantemente l’impianto tradizionale della metafisica del male. Un nuovo male si è affacciato all’orizzonte dell’umanità e l’ebreo ne è stato lo strumento involontario di trasmissione. Di fronte a tale urto le tradizionali categorie terapeutiche della memoria si sono rivelate inadeguate, al punto che alcuni scrittori hanno tentato di percorrere la via del silenzio come nuovo linguaggio interpretativo della memoria stessa. Come davanti all’Ineffabile divino, il Salmista sceglieva il silenzio : “Lekhà dumia tehila

(A Te, solo il silenzio si addice come Lode) così davanti all’Indicibile della shoah il testimone sceglie  il silenzio.

André Schwarz-Bart  nel romanzo L’ultimo dei giusti, un’opera che,  come l’autore stesso  ebbe a dire in un’intervista qualche anno dopo la pubblicazione del libro, conobbe ben cinque rifacimenti, volle progettare una cattedrale del silenzio, un tempio fatto di parole adoranti il silenzio. Il romanzo si conclude con la tragica rappresentazione delle esortazioni smorzate, dei lamenti soffocati e delle preghiere strozzate nelle gole dal gas delle camere della morte. La parola, conscia del limite del proprio dire, si fa serva del silenzio, un silenzio dolorosamente più misterioso di quello precedente la creazione.

Paul Celan, poeta di lingua tedesca proveniente dalla Bucovina austro-ungarica divenuta poi regione rumena, vide l’intera famiglia distrutta dalla follia nazista. Unico superstite, visse l’esilio parigino in un tormentato isolamento che lo porterà al suicidio. La sua poesia, orientata verso un ermetismo sempre più rigoroso, riflette la necessità dei grandi testimoni della shoah di dire l’indicibile attraverso un percorso illuminato dal silenzio. Occorre una nuova parola, ma la ricerca di poeti e scrittori è spesso sfociata, come è stato il caso di Celan, in un linguaggio essenziale, paradossalmente definito dalle categorie del nuovo abisso, più che dalle urgenze linguistiche di una nuova poetica.

Questa via del silenzio convive con la recente via della testimonianza, che potremmo definire del: per non dimenticare.

Dopo la fase dell’immediato dopoguerra – che ha visto numerosi sopravvissuti incappare nell’incubo del non essere creduti  (paura che P. Levi descriveva con un sogno ricorrente che lo vedeva a tavola con i famigliari increduli ad ascoltare la sua storia),  l’imperativo di trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza della shoah ha alimentato negli ultimi tre decenni uno sviluppo crescente e inarrestabile di studi, memorie, opere narrative e cinematografiche.

 

   L’antisemitismo

 

Per la visione del mondo nazista, l’antisemitismo ha costituito il cemento emotivo che ha permesso: di legare strati diversi della società tedesca; di affrontare immensi sacrifici, economici e di vite umane; di rischiare l’autodistruzione scatenando una guerra senza precedenti contro il mondo intero. Capire meglio questo fenomeno significa non liquidare il nazismo come una follia della storia, una caduta accidentale rispetto ad un percorso lineare, ma saper valutare i reali rischi nascosti nel tessuto stesso della società occidentale e, illuminandoli,  mostrarli all’umanità.

Raul Hilberg, in un poderoso saggio dal titolo La distruzione degli ebrei, individua tre momenti fondamentali del processo antisemita. La prima tappa, definita antigiudaica, è connotata da un antisemitismo a matrice  religiosa. Le autorità cristiane imputavano, erroneamente, agli ebrei la responsabilità della crocifissione di Cristo. L’accusa è di deicidio, una macchia infamante che affonda le radici nel sentimento religioso e che resterà impressa come marchio indelebile per duemila anni  causando infiniti lutti e sofferenze  a tutte le comunità ebraiche della diaspora. L’ingiunzione della chiesa verso gli ebrei aveva questo tenore: se non vi convertite non siete degni di vivere con noi.

   Le autorità laiche medioevali, ereditando dalla cristianità la forte avversione nei confronti degli ebrei, continuano la tradizione di ostilità “depurandola” però della sua componente religiosa. Ora l’ingiunzione poteva suonava in questo modo: non siete degni di vivere con noi (il primo ghetto per isolare gli ebrei dalla comunità ospitante sorge per volere della serenissima a Venezia nel 1516).

L’avvento del nazismo non fa che estremizzare un processo antisemita bi-millenario portandolo alla soluzione finale. Hitler e il nazismo semplicemente decretano nei confronti degli ebrei: non siete degni di vivere.

   L’ultima fase dell’antisemitismo conosce  uno sviluppo così complesso ed articolato da non poter essere trascurata anche se qui ne toccheremo solo gli aspetti essenziali.

A partire dalla seconda metà dell’ottocento l’antisemitismo si “arricchisce” di un nuovo elemento: la razza. Esso si avvale degli studi di C. Darwin  sulle diversità antropologiche utilizzandone i risultati per affermare la supremazia dell’uomo occidentale. Da questo momento l’antisemitismo razziale servirà a giustificare ogni forma di violenza e distruzione; nella corsa ad accaparrarsi le colonie da parte degli stati imperialisti, per mantenere la schiavitù e per  poter eliminare le razze indesiderate lavandosi la coscienza da ogni rimorso.

Ma le metamorfosi ottocentesche del razzismo hanno fatto dell’Europa il laboratorio della violenza del 900 e di Auschwitz il prodotto autentico della civiltà occidentale. Con la prima guerra mondiale l’uomo non scopre solo di essere mortale ma di poter tornare alla barbarie; è la fiducia nell’uomo ad essere distrutta e a vincere è solo la guerra. Le tecniche di sterminio sperimentate dalla Germania nella guerra coloniale in Namibia contro gli Herero prima, e perpetrate nella grande guerra poi, hanno fatto da laboratorio sperimentale per il genocidio nazista.

L’antisemitismo razziale riceverà con il nazismo una spinta propulsiva senza precedenti trasformandosi, nel volgere di un ventennio, in: antisemitismo  demonologico, redentivo per concludersi poi come antisemitismo eliminazionista. Identificando l’ebraismo come male assoluto, Hitler lo demonizza per potersi mostrare agli occhi del popolo tedesco come un nuovo messia. Ponendo la battaglia su un piano metafisico si sgombera il campo da ogni possibile critica storica e si mostra al tempo stesso il carattere religioso di questa guerra dove, a vincere sul male (ebreo) sarà il bene (ariano).

Bisogna allora redimere, con un atto decisivo, il popolo tedesco dalla presenza “nefasta” della minoranza ebraica e, all’occorrenza, eliminarla completamente.

  

La questione etica

 

La nostra riflessione sulla questione etica si ispira prevalentemente  ad un capitolo de I Sommersi e i salvati dal titolo: la zona grigia.

La scoperta sorprendente che P. Levi ha fatto ad Auschwitz riguarda una materia refrattaria ad ogni accertamento di responsabilità, egli è riuscito a isolare un nuovo elemento etico che chiama la zona grigia. E’ il luogo nel quale si snoda la lunga catena di congiunzione tra vittima e carnefice, dove l’oppresso diventa oppressore e il carnefice appare a sua volta come vittima. Si tratta di una zona indefinita dove bene e male e, con essi, tutti gli elementi dell’ etica tradizionale, sono portati ad un punto di fusione.

Questa nuova terra di irresponsabilità e di impotentia iudicandi non si situa al di là del bene e del male ma  al di qua di essi. Con un’ azione simmetricamente opposta a quella di Nietzsche, Levi sposta il campo dell’etica in un al di qua, e, senza che riusciamo a dire perché, sentiamo che questo al di qua  è più importante, che gli interrogativi sul sottouomo ci coinvolgono infinitamente di più di qualsiasi riflessione sul superuomo.

La figura estrema della  zona grigia è il Sonderkommando. Con questo eufemismo, degno della più diabolica mistificazione, le SS chiamavano un gruppo di detenuti cui veniva affidata la gestione delle camere a gas e dei crematori. Essi dovevano condurre i prigionieri nudi nelle camere a gas e mantenere l’ordine tra di essi; trascinare poi fuori i cadaveri chiazzati di rosa e di verde per effetto dell’ acido cianidrico e lavarli con getti di acqua; controllare che negli orifizi dei corpi non fossero nascosti oggetti preziosi; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli delle donne e lavarli con cloruro di ammonio; trasportare poi i cadaveri nei crematori e sorvegliarne la combustione ed infine, liberare i forni dalle ceneri residue. E’ incomprensibile come tutto ciò abbia potuto essere pensato da mente umana, ma l’averlo concepito ed organizzato è stato  il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Attraverso questa istituzione – prosegue P. Levi – si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime,il peso della colpa, talchè, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti.

   Sapere questo immenso dramma consumato in un ordinario quotidiano attraverso la spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male compiuto  da un esercito di irreprensibili ed efficienti burocrati e uomini comuni, come ebbero  a dire H. Arendt e Christopher Browning. Ai carnefici si unisce la schiera dei sottouomini, condannati, per uno scampolo di vita aggiuntiva, alla corresponsabilità nel male. Ferisce le nostre coscienze poco inclini a queste riflessioni scendere in un simile moderno inferno. Sgomenta l’opulento occidente sapersi aperto a tali rischi; prendere coscienza dalla “lezione di Auschwitz” e cioè che la condizione di offeso non esclude la colpa. Ma Auschwitz è anche il fallimento del contratto sociale, del concerto delle nazioni che sanciscono il diritto di esistere alla diversità. La modernità, eretta a monumento dei paesi civili, svela il suo limite abissale; la shoah li precipita ad un nuovo anno zero poiché essa è l’assoluta negazione della diversità.

Miklos Nyiszli, uno dei pochi superstiti dell’ ultima squadra speciale, fu testimone della partita di calcio giocata ad Auschwitz tra una squadra delle SS contro una formazione del Sonderkommando. Questo episodio, apparentemente di poco conto, ci offre lo spunto per una riflessione conclusiva.

A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo a un orrore infinito – Sostiene Giorgio Agamben nel saggio  Quel che resta di Auschwitz – Ai  mie occhi, invece, come a quelli dei testimoni, questo momento di normalità, è il vero orrore del campo. Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontano da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente. Essa è la cifra perfetta ed eterna della “zona grigia”, che non conosce tempo ed è in ogni luogo. Di là viene l’angoscia e la vergogna dei superstiti… Ma anche la nostra vergogna, di noi che non abbiamo conosciuto i campi e che pure assistiamo, non si sa come, a quella partita, che si ripete in ogni partita dei nostri stadi, in ogni trasmissione televisiva, in ogni quotidiana normalità. Se non riusciremo a capire quella partita, a farla cessare, non ci sarà mai speranza.”

 

 

piccola  bibliografia

 

 

   Saggi                                                                                                                  

 

                                                                                                 

AA.VV., Enciclopedia Derlla Shoah, UTET.

Agamben G., Quel che resta di Auschwit, Boringhieri.

Arendt H., La banalità del male, Feltrinelli.

Browining C., Uomini Comuni, Einaudi.

Friedlander S., La Germania nazista e gli ebrei, Garzanti.

Hilberg R., La distruzione degli ebrei, Einaudi.

Mosse G.L., Il razzismo in Europa, dalle origini all’olocausto, Milano.

AA.VV., Pensare Auschwitz, Rivista Pardès, Milano 1989, Edizioni Thalassa De Paz.

 

opere

 

Grossman D., Vedi alla voce amore,Mondadori.

Levi P., I sommersi e i salvati, Einaudi.

Schwarz- Bart A., L’ultimo dei giusti, Feltrinelli.

Singer  I. B., Un amico di Kafka, Longanesi.

Celan P., Poesie, Milano 1999, Mondadori.

 

 

 

 

 

 

  

 

   

 

4 pensieri su “Memoria e coscienza della Shoa

  1. È molto importante non dimenticare e sono felice che, su questo blog, ogi anno ci sia lo spazio per ricordare.
    Sono grata a tutti gli autori.
    Grazie dal profondo del cuore…
    Cri

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  2. Ricordare per sapere chi siamo. Perché, a differenza di altre tragedie storiche il nazismo è un male assoluto, sempre in agguato nell’animo umano. Quasi nessuno, oggi, farebbe apologia dello stalinismo, dei gulag o di altri orrori storici. Invece i miti della superiorità, l’antisemitismo, le scritte sui muri, le tombe ebraiche profanate, l’odio per zingari, gli omosessuali, e per tutti i ”diversi” sono ancora vivi e striscianti. Ricordare, per ricordare che siamo figli di un progetto di bene universale.

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  3. cattedrale del silenzio, un tempio fatto di parole adoranti il silenzio.
    Il silenzio vale più di tante parole , in esso è racchiusa la veridicità dei fatti , ricordare e non dimenticare ,per donare alle vittime della shoa l’identità perduta, poichè essi non sono un numero,ma sono tutt’ora persone a cui gli è stato tolto ogni diritto umano.
    Dobbiamo ricordare ,per non dimenticare che nessuno è diverso in quanto siamo tutti figli di Dio.

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