da “Ruggine”, di Marilena Renda

gibellina renda

Il primo giorno c’è un sole piccolo che illumina

ciò che rimane del nulla, e il nulla non ha fretta.

Le ossa piegate, il respiro interrotto ai tessuti vitali,

i capillari, i contorni dei vivi e dei morti.

Ci sono da raccogliere solo i morti, e i morti

 

non hanno fretta. La madre-pia è una madre-

pelle, una coperta che muori se la perdi.

Ma chi ha rovesciato i bordi della veste?

Chi ha rivoltato i margini, le ombre

alla superficie eterna degli accadimenti?

 

In fondo in fondo alla diaspora del fango

un terreno di quiete che dimentica il cemento.

La tenda, la faglia diventano da subito

una cosa stabile, un sentimento e una malattia.

Due sibili, due cani avvertono i passanti:

 

fuori della proprietà del vento è rischioso passare,

lasciare i capelli appassire. Sola vita quella che cuce

i fili delle braccia attorno a un nodo di faesite,

un groppo d’aria asciutta, una parola spersa.

La distanza fa polvere, la polvere diventa offesa.

 

*

 

I venti alti sulle case sospendono il calore.

Il legno sboccia come acqua di distanza,

zampa di cane, tagliola di carne a vivo.

La sua pelle porta fiato alla vertigine,

poi fiorisce in carta, in coagulo di cenere.

 

La mano che copre la vergogna delle ossa

resituisce l’ossigeno all’aria corrosa,

alla carne astutata. La neve tra le api

è appesa, briciola bianca su punta di foglio,

mentre ripara i corpi nudi alla febbre.

 

Bambina di cenere, la fine è arrivata,

bambina morente, tartaruga smarrita

nel solco della polvere tu spegni le dita.

Bevi succo di piante da una lancia

spezzata, figlia orfana di terra bruciata.

 

Lasci la nave priva di tutto, lasci la pelle

che è un teatro muto, bambina molle

dal ventre asciutto, ago della battaglia

sul dorso dell’onda cucita, bambina perduta,

di infinito niente, come erba, coperta.

 

*

 

Le case sono bambole assembrate su e giù.

Le case sono bambole senz’occhi, che d’un tratto

hanno perso la carne rosaspina. Gli inguini, i polsi,

i visi allisciati, le gambe, le pieghe del volto

sono abitati dal morbo della rapprensione.

 

La baracca copre e discopre, offende e difende:

l’amianto infetta e punge, il cemento pesa, è amico,

è un’anima di muratura presa tra peste e aria,

e nel mezzo una stanza, da cui non passa il mondo,

e non ha finestre, e nemmeno tocca il cielo.

 

Amianto bianco, fibra stellare, non sente

il peso del calore che abrade, si tende come lana,

lana di salamandra, non muore e non si strappa.

La sua purezza è la nostra corruzione,

il suo fuoco inestinguibile è vulcano che svapora.

 

La bambina lì dentro, l’amianto la battezza, la consacra,

la veste e le dà forma, la chiude in una cellula.

L’amianto la rischiara al posto della luna,

è fiammifero e fosfene, è culla di polietilene.

Al buio i suoi occhi brillano quasi fossero crisoliti.

 

*

 

Una volta una cascata nascondeva una fortezza.

Una volta una sposa ascoltava la voce dei pozzi.

Una volta una madre usciva una città dal ventre.

Una volta il palazzo del re era trasparente,

era una miniera, e tu le sedevi in grembo.

 

La trama del luogo, se la guardi rasoterra, è una fuga

di punti impastata di sassi, incrostata alla madre,

una distesa di segni che ruggisce al tatto.

Non gli leggi le radici, non gli mordi la miseria,

non tocchi la pena che sta sotto il perdono.

 

*

 

Estratti da Ruggine, di Marilena Renda (Dot.com Press 2012)

(Foto di Marilena Renda: Gibellina)

*

4 pensieri su “da “Ruggine”, di Marilena Renda

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