LA MEMORIA DI AUSCHWITZ: “LA NEVE NELL’ARMADIO”, DI ENRICO MOTTINELLI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il giorno di Auschwitz, il giorno della memoria. Quest’anno l’ho affrontato in un’intervista con Enrico Mottinelli, autore de La neve nell’armadio (ed. Giuntina), un libro che scava nel significato profondo della terribile esperienza storica di Oświęcim. L’opera, nella parte conclusiva, presenta anche una conversazione con una sopravvissuta a questo e ad altri campi di sterminio, la scrittrice ungherese Edith Bruck.

(da lasestina.unimi.it)

– Ogni anno si celebra il giorno della memoria, focalizzato sull’olocausto, e legato in modo particolare ad Auschwitz. Alla luce del quadro di orrori globali che la storia anche recente presenta, avrebbe senso pensare di fare di questa ricorrenza un giorno dedicato al ricordo e alla condanna di tutti gli stermini?

Il Giorno della Memoria è stato collocato il 27 gennaio perché in quella data l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, peraltro già abbandonato dai tedeschi poco prima. Quella data è diventata il simbolo della fine di quella vicenda, sebbene gli ultimi campi siano stati raggiunti anche mesi dopo.

La questione che poni mette in evidenza un tema molto ampio, ovvero l’unicità di Auschwitz (inteso non come un singolo campo, ma come simbolo dello sterminio). Auschwitz è diverso dai tanti stermini che la storia dell’uomo ha conosciuto prima e dopo? Credo di sì. Lo è da un punto di vista direi “filosofico”, come scrive George Steiner. Auschwitz è stato qualcosa di più e di diverso da uno sterminio di essere umani per mano di altri esseri umani. Volendo sintetizzare, direi che ad Auschwitz l’uomo ha tolto il velo del senso che aveva costruito fino a quel momento, e sfruttando tutto il meglio delle cose che sa fare (scienza, tecnologia, organizzazione, diritto ecc.) ha messo in scena una catastrofe immane. Ad Auschwitz l’uomo ha distrutto il senso e si è affidato al non senso. Fare memoria di quell’evento significa tenere presente che, qui e ora, ognuno di noi deve sapere che convive con questo baratro di caos, che si porta dentro da quando ad Auschwitz si è reso possibile e manifesto.

Mettere insieme tutti gli stermini della storia per commemorarli vorrebbe dire perdere l’unicità di Auschwitz, privandoci di una occasione unica di consapevolezza; in sostanza, finirebbe per svuotare di senso, ancora una volta, le cose che accadono.

– Il tuo libro scava nella ricerca di questo “senso sventrato”. Siamo in un’epoca anch’essa povera di senso. Quanto l’umanità, oggi, è “reduce di se stessa”, e in che modo la memoria degli eventi di cui parli nel tuo libro può scuoterla e rimetterla in carreggiata?

Nel libro ho indagato, per quanto ho potuto, il tema della vergogna. Auschwitz suscita una vergogna che non è quella del senso di colpa, ma sta a indicare qualcosa di più profondo. Primo Levi l’ha chiamata “vergogna del mondo”. È la vergogna dovuta allo scoprimento di una realtà, di una verità. L’uomo è quell’essere capace di non senso. Provare la “vergogna del mondo” è il segno del riconoscimento di questa realtà e la percezione del limite che è stato oltrepassato.

Questa non è un’acquisizione che si possa ottenere una volta per tutte. E d’altra parte non abbiamo difese nei confronti del non senso. L’unico scudo di cui possiamo disporre è la nostra consapevolezza, la nostra capacità di vergogna. Se da questo possa derivare la capacità di stare in una qualche carreggiata non lo so. Certo l’umanità oggi (ma forse è sempre stato così) vive un momento cruciale (almeno per quanto riguarda il mondo occidentale) e deve decidere che ne sarà di se stessa nel prossimo futuro. Tenere presenti alcuni dati del passato, come appunto la “vergogna del mondo” messa in luce ad Auschwitz, può certamente aiutarla a orientarsi con qualche sicurezza in più.

– La letteratura è un modo per navigare nell’assenza di senso e per reperirlo, questo senso, nel mondo. Può – come è stato per alcune delle vittime dello sterminio – svolgere laicamente la funzione che, sul piano spirituale, svolge la fede? Si può avere una “fede nella cultura”?

Credo che la letteratura, ovvero l’arte di imbastire storie che addensino senso intorno a una vicenda, sia fondamentale per l’uomo proprio per questo motivo: gli serve per darsi una rotta da seguire. L’accostamento al tema di Auschwitz che ho voluto tentare va proprio in questa direzione. Non sono uno storico, non sono un testimone né un filosofo, ho però voluto affrontare il tema partendo da un’emozione (la vergogna) che fosse in grado di addensare del senso intorno a un evento che è il non senso quasi per antonomasia. La cultura, intesa come accumulo dei tentativi di raccolta del senso, credo sia per l’uomo l’unica possibilità che ha a disposizione. In fondo anche le religioni sono un’espressione di questa ricerca del senso che si organizza in un quadro forse più articolato, ma anche più vincolante, che è la cultura. Non so però se mi spingerei fino a proporre una “fede nella cultura”. Si fa notare spesso che la culla della cultura della modernità, ovvero la Germania del primo Novecento, alla fine ha prodotto Auschwitz. No, non credo che la cultura possa salvarci. La fede va semmai riposta in qualcosa di più salvifico, e quello credo si celi nel cuore di quella persona che, come insegna Edith Bruck nella conversazione che c’è nel mio libro, è “capace di dividere il proprio pane con chi non ce l’ha”, qualunque cosa ciò possa significare; e quella persona può essere chiunque, a partire da noi stessi.

– E questo ci porta ad un tema su cui, su Postpopuli.it, ci siamo occupati spesso nella sezione “Psiche e Anima“: il rapporto dell’uomo con la dimensione del Profondo. Se perfino la cultura può diventare strumentale rispetto a scopi criminali, come la storia del Novecento ci ha insegnato (e del resto è stato così, nel tempo, anche per varie religioni), c’è però un fondo ultimo, il Cuore dell’uomo, dove la miglior anima della cultura, dell’arte e della spiritualità sembrano convergere. È qui che dobbiamo arrivare, per salvarci dal rischio della Caduta? Per dirla con Tolkien: per vedere Valinor, ci aspetta un lungo viaggio fino a Monte Fato?

Forse sì, se capisco bene quanto dici. Penso che il “cuore dell’uomo” (anche qui, qualunque cosa ciò possa significare) sia quel luogo della propria umanità in cui è custodita la fonte da cui può scaturire un gesto di salvezza, che è appunto un gesto di compassione e condivisione. Edith Bruck racconta spesso, e lo ha fatto anche nel mio libro, di alcuni episodi in cui uno dei suoi aguzzini gli ha lasciato un guanto bucato per scaldarsi un po’ le mani, o un residuo di marmellata nella gavetta da pulire perché potesse nutrirsi di qualcosa, o semplicemente gli ha chiesto il nome. Questi gesti hanno significato per lei “la luce”, la possibilità di sperare di salvarsi; sono bastati quei singoli e rari gesti in mezzo al mare di violenza e dolore, per darle la forza di vivere. E di un gesto di condivisione e compassione possiamo essere capaci tutti, anche se fosse uno solo in tutta la nostra vita. È suggestivo pensare che nel luogo più profondo di noi stessi si celi, dopotutto, un gesto così elementare. Ed è altrettanto suggestivo pensare che i gesti più elementari, ma anche più umani, hanno bisogno di radici tanto profonde.

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