dieci testi

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***
**
(flectar)

Fosse il fresco
del costone purgatoriale
a confortare
la transigenza del giunco,
trasmutazione come di verghe
in piaghe, della fonda infanzia.
Al pronunciare latino dona
e preda, nel ferimento
del maggio, suo rigoglio.

**

(sapere dell’alba)

S’arruffiana ad un lutto senile,
bureau presbite, del ghiaccio
a memoria di golfo ignoto
l’onda di screziatura torva,
coltiva all’alba
simile addiaccio di ghiaia.

**

(espiatorio)

Rigermina l’osso del capro
inchiodato, lumino d’attesa
al nartece, acciottola,
albeggia novèna, mosaico di felce,
dal tendine incunea, dal cotto
alla feccia.
Principio sospeso del corno.

**

(cantina greca)

Solo a ruminazione,
poiché non si distilla
dal luogo e dal trofeo
del sanguine,
no, non la voce, la sibilata
usanza dell’urna,
adorazione e florida vigilia
(ah, pietre aguzze, scaglie,
nel dedalo catòio
sull’angelo ramingo…).

**

(tramontana)

La formula impetrata del conforto
dona un lacerto del mondo riapparente
al pozzo-luce voce declamante
non di un suo serro estremo di borea
e di rena monastica trascorsa,
sì uguale seta all’occhio
fiume del danno e mare del consólo.

**

(ars)

Aveva immaginato,
a tratti, di comporre
ossa, lacerti della carità nostrale.
Comunicava con la stirpe
con impercettibili segnali
di fumo, vapori da tegami
in terracotta.
Credeva poi alla buona sorte
del tronco – da incidere,
scolpire…

**

(grazia)

Tributario del nome dei morti
tra nottola e furetto si sottrae.

**

(il no del nome)

Agita il no del nome con l’assente,
la lode orbata l’orma minerale.
Non soppesa la rappresaglia
al tempo dell’angoscia.
Nel prescritto del nuvolo
ferace, notturno
e cieco spasimo,
al defraudato
si rammenta della brama
d’amplesso e buia vampa,
non oltre il rintocco,
il puro tocco in hora

**

(leggenda del vallone Lazzaro)

Nullo consorzio, il mutilo signore dei cippi
dimentica il legno del ponte, la sorgente
delle felci e il serro dell’origano.
Qui non s’arrende il disertore Diego.

**

(in rotta)

Dimenticata l’ira dei puri
s’allontana conforme tra i muri.
Con la lingua corrosa dei puri
s’incolonna conforme tra i muri.

6 pensieri su “dieci testi

  1. i miei complimenti Enrico!
    *cantina greca* è un vero gioiellino, trasuda sangue ramingo dalle sue spore…
    così come i lacerti trecenteschi.
    la simbologia degli elementi è potente quando chi legge riesce a costruirne l’insieme.

    un carissimo saluto
    c.

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  2. Pingback: dieci testi « Gianluca D'Andrea

  3. complimenti, Enrico, per la sapienza metrica, la fulminea esattezza di un dettato secco e preciso: un deciso diniego e una potenza d’ira e amore. Mandami roba, il tuo Giacomo.

    "Mi piace"

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