38. Credevo

da qui

Lo sapevi che sarebbe accaduto. Accennando alla svolta della vita, hai innescato un meccanismo che ti rende impossibile pensarla al di fuori dell’evento che ha iniziato a trasformarla. E’ come se, da allora, fossi cresciuto a due velocità: quella dello spirito, che t’aveva conquistato, e quella della carne, che reclamava i suoi diritti e protestava imperterrita contro il regime borghese della tua famiglia. Sì, perché era questa l’eredità che non riuscivi a tollerare; e per reazione assumevi la maschera del poeta maledetto, del bohémien sempre pronto a stupire coi suoi gesti fuori dagli schemi. Di qui l’altalena continua tra i momenti felici, in cui lasciavi che la novità interiore guidasse le tue azioni e scendesse a ristorare i fondali opachi dell’anima, e i giorni, i mesi, gli anni, in cui vivere era abbattere la coreografia posticcia in cui ti sentivi soffocare. Ecco, cosa vedi? Vedo il mercatino coi foulard, il ragazzo stravaccato col registro degli acquisti, le auto parcheggiate in fila davanti al supermarket. E poi? Il 708 che, come un cetaceo esausto, spruzza fumo nero, il negozio di scarpe con la saracinesca sigillata, la donna che cammina ancheggiando, con una busta stretta tra le mani. E poi? Non ti fermare. Mi vedo col vestito da soldato, al corso ufficiali di Cesano, marciare con un caldo allucinante, gli anfibi che s’incollano all’asfalto, e il sergente che grida fuori le palle, femminucce!. Già: tu invece pensi a lei, a cosa farà mentre sei qui come un automa, costretto a vegliare nella notte, sentinella assonnata e un po’ spaurita: soprattutto se intercetti un rumore, oltre la rete che separa la caserma dall’aperta campagna; adesso, addirittura, ti accorgi di un fumo che si alza lentamente, a spirali regolari, che subito ti azzanna la voglia di fumare, ma qui non puoi permetterti nulla, la sentinella è una propaggine della garitta, lei sì, libera di trasformarsi, screpolarsi, forse anche crollare su se stessa, in un giorno di forti temporali; tu no, devi resistere immobile sullo sfondo della notte, attento a ogni minimo fruscio, ai segnali di presenza del nemico: chissà che troverebbe nella polveriera; eppure qualcosa ci dev’essere se dicono che potrebbero ammazzarti, magari sul più bello, mentre immagini lei che sta dormendo nel letto dove tante volte… E se ci fosse un altro? Se t’avesse dimenticato già da un pezzo, mentre avanzavi, stravolto, sotto il sole insopportabile d’agosto, o sparavi col fucile automatico leggero che pareva sfaldarsi tra le mani, da un momento all’altro, e lo stesso ti toccava smontarlo e ripulirlo pezzo a pezzo, ungendolo fino all’ultimo millimetro, che il sergente lo scopriva subito se provavi a fare il furbo – fuori le palle, femminucce! -, e lei chissà che sogni accarezzava nella notte in cui la rete, laggiù, oscillava come una foglia d’eucalipto, e il fumo s’avvolgeva in spirali crescenti e non potevi esorcizzare la paura con le Marlboro rosse lasciate in camerata, e allora, a un tratto, ti attaccavi al bottone dell’allarme, pur sapendo che i colleghi, appena addormentati, te l’avrebbero fatta pagare, il turno dopo. Cosa vedi, ora? Il mio elefante di peluche: è ancora qui; credevo che, mentre guardavo nella via, me l’avessero rubato.

24 pensieri su “38. Credevo

  1. L’elefante di peluche mi ricorda la coperta di Linus, così come l’orsetto rosso di quando ero bambina e la fochina bianca di mia figlia: oggetti capaci di dare sicurezza e addirittura affetto, che tutti abbiamo avuto e che sono impossibili da dimenticare.
    Fatidico ed indimenticabile anche il giorno in cui abbiamo deciso che ormai eravamo diventati troppo grandi per continuare ad averlo sempre accanto e lo abbiamo messo da una parte, divisi tra l’orgoglio del gesto maturo e la paura di sentirsi soli ed indifesi.
    La realtà è che, nella maggior parte dei casi, l’oggetto non è stato dismesso, ma semplicemente sostituito da altro, e finchè vivremo nella paura di essere derubati, non saremo mai così cresciuti da poter essere sicuri e felici.

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  2. Gli oggetti a noi più cari come le persone possono essere sostituiti o scomparire,ma non potrà mai essere sostituito l’ amore o l’ affetto che si ha per loro,ne mai verranno dimenticati perché essi ci hanno accompagnato nel periodo più importante e più significativo della nostra vita.

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  3. Cielo e terra ,spirito e carne due elementi differenti l’ uno dall’altro ,due elementi lontani ma al tempo stesso vicini,due elementi che convergono in un solo punto per formare una cosa sola un tutt’ uno con l’ universo.

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  4. Il primo passo è credere,il secondo passo è amare,il terzo passo è sperare,è cosi che si cresce con il proprio elefante di peluche al proprio fianco.

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  5. Spaccato nel mezzo, come fosse sopraggiunto un sisma che ha lasciato in eredità un crepaccio, da cui vomitare convenzioni , facciate e finte felicità, per fare spazio a quella libertà sognata e sospirata, talvolta contraddetta o confusa da sguardi languidi e divise militari, da ingoiare tutta con avidità e farla arrivare nel punto più profondo, quello che brucia di più e che dall’alto della garitta è difficile osservare, forse perché è troppo alta o forse perché la notte è troppo buia; è proprio quello il punto in cui cercare la strada della vita, è proprio lì, che pensieri e riflessioni sono lucidi e incontaminati. E’ proprio lì, l’elefantino di peluche

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  6. I ricordi, comuni a tanti, di inutili ore trascorse di guardia in un’altana, mi offrono lo spunto per un omaggio a Dino Buzzati. Mi aiuta Wikipedia nel riportare incipit e finale di Il deserto dei Tartari; in mezzo, un altro passo del libro, contenente un’affermazione sulla solitudine che, credo, sarà presto smentita da questo romanzo, con il prevalere, via via, della vita alla velocità dello spirito.


    Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
    Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
    Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

    A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su si sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine nella vita.

    La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna.
    Farà in tempo, Drogo, a vederla, o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

    Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari – 1940

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  7. ”Il mio elefante di peluche: è ancora qui; credevo che, mentre guardavo nella via, me l’avessero rubato.’

    Forse il nostro più grande salto di qualità è riuscire ad affidarsi e arrivare a coniugare il verbo credere al presente e al positivo, come un tempo che non finisce mai, come una certezza che niente della nostra vita viene sottratto, ma solo aggiunto al meglio.

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  8. “fuori le palle,femminucce!” -ma guarda po’! certo! questo è una offesa! la discriminazione!!!
    Potrei dire al questo sergente,che io in liceo ero migliore tiratore sul campo di tiro! sul 50 punti,ho fatto 48 punti,meglio di maschi! io femminuccia! sergente.

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  9. “chissà che potrebbero ammazzarti,magari sul più bello,mentre immagini lei che sta dormendo nel letto dove tante volte…”avete fatto amore
    almeno avresti una bella morte,con ultimi belli pensieri…(sono senza pietà!)

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  10. “Il pensiero è soltanto un lampo tra due lunghe notti,ma questo lampo è tutto”

    Jules Henri Poincarè

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  11. Le due velocità….mi pare l’immagine più naturale e più vera al crescere le domande e le necessità dello spirito. Quando si passa a considerare il credere davvero qualcosa di concretamente reale, non possono che sperimentarsi diverse velocità, e senza pensarne una più veloce o più lenta rispetto all’altra. Ci sono per la nostra umanità, che è terra, concretezza, realismo, ma che cresce nelle sue domande e nei suoi bisogni, e volge lo sguardo in alto, perchè in ascolto o in attesa, o per risposta.

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  12. “Lo sapevi che sarebbe accaduto”
    Ogni appuntamento tanto paventato prima o poi arriva: l’esame di maturità, una separazione, una malattia, un dolore. Prima o poi ci si trova in ginocchio davanti ad un altare, da soli. Quale sacrifico pretenderà la divinità per continuare a guardarci con occhi benevoli? Forse un dio qualunque potrebbe pretendere l’elefante di peluche. Ma ce n’è uno che non pretende niente perché conosce il dolore, e a quella domanda: perché?, rimane muto, non ci parla. Le parole non possono superare una soglia, rimangono al di qua, impotenti. Ma il silenzio sì, ed è l’unica risposta possibile.
    Forse è proprio questo il mistero.

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  13. Reblogged this on Semplicemente Stella Maria and commented:
    Non sappiamo consacrarci se non all’immagine di noi riflessa, la paura di aprirsi ed essere feriti, il timore di perdere, di essere rifiutati, di darsi e non essere accolti genera il lupo cattivo, l’uomo nero, il ladro di sogni impedendoci di vedere o portandoci a rifiutare la felicità. Un elefante è un enorme pachiderma, l’animale più pericoloso della savana africana, enorme, stabile, presente, visibile, l’unico che si muove quando il pericolo è vero e non c’è modo di fermarlo, bisogna augurarsi di fare in tempo a scappare, di non essere nella sua traiettoria. Ma di peluche rimane solo un compagno fedele, il pachiderma che puoi non vedere ma sta lì pur se non hai voglia di giocare, di stringere, di stritolare o raccontargli di te, scomodo a volte per la sua rassicurante presenza silenziosa. Nella vita di ognuno c’è una presenza così, c’è Dio, ma anche molto meno, un amico, un fratello, un genitore, una ragazza … un pachiderma che canta “credimi, non sono io quello che stai cercando…”

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