FELLINI, REGISTA DEL SOGNO, E LA VISIONE DELLO SPETTATORE

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Durante le riprese de La città delle donne, a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio.
«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate», dichiarava il regista, interrogato nel documentario di Damian Pettigrew: Sono un gran bugiardo.

Federico Fellini (da Wikipedia)

Il cinema felliniano è, da un punto di vista dei contenuti, un’auto-rappresentazione inconscia, fatta esplodere in auto-celebrazioni epiche (come in 8 e ½) o riparata in riflessioni nostalgiche, volte a riaprire il dialogo con i vivi (come in Ginger e Fred).

Federico Fellini è, senz’altro, il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero.

Ma avere come parametro, come continuo rimando, come logica creativa gli esercizi di recupero del materiale dell’inconscio può, in una certa misura, impedire l’ottenimento di una salvezza su questo mondo. Le escursioni a tutto tondo nelle stanze dell’inconscio lasciano a bocca asciutta rispetto alla ricerca del messaggio. In questo senso, ne rimane deluso colui o colei che vorrebbero veder suggerita una strada precisa su ciò che è collettivamente ritenuto buono o cattivo. Forse un atto di sdegno verso il crescente criticismo e indipendentismo dello spettatore e l’incalzare – vissuto come tragico – di nuove modalità di fruizione come la televisione. Lo spettatore è una sorta di orfano al quale è richiesta un’opera di straniamento, di presa di distanza, un terzo al quale è consentito di assistere a una confessione. Le scene a cui assiste sono concepite per essere falsificazioni di falsificazioni, vite a tratti più pregnanti e veritiere di quello che supponiamo di toccare con mano nell’esistenza reale. Fa parte del gioco, perdersi in quella collezioni di visioni.

Un mondo chiuso esattamente come un sogno. Un maestro che dirige gli astanti delle sue stesse proiezioni, plasmando le condizioni per riuscire a stupire ancora coloro che trovano una nicchia soltanto nella realtà, coloro che non vogliono o non riescono più ad avere visioni di altri mondi.

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