Vivalascuola. Rileggiamo don Milani

Rileggere Lettera a una professoressa significa tornare alle questioni di base, alla funzione ideologica della scuola e a quella di selezionatrice della classe dirigente… Lettera a una professoressa ci insegna la democrazia, l’esatto contrario dell’Italia contemporanea, corporativa, razzista, opportunista e cinica, dove uomini mediocri – dietro ai quali, tuttavia, ci sono precisi gruppi di potere intelligenti – decidono i destini d’intere generazioni… (Stefano Guglielmin, qui)

L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna
di Franco Toscani

1. La “parola ai poveri”. Una lotta per la cultura e il linguaggio, per l’eguaglianza e la dignità
Lettera a una professoressa – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi.

Una scuola che non contempli più la tragica separazione tra lavoro intellettuale e manuale, come se l’uomo fosse fatto di sola mente o di solo sapere da un lato, di sola prassi o abilità tecnica dall’altro.

Una scuola per la quale la cultura non sia mera chiacchiera da salotto, sterile esibizionismo e ornamento, gergo riservato a pochi specialisti, ma indispensabile caratterizzazione qualitativa ed elemento di crescita delle persone.

Che non indottrini, ma contribuisca a formare uomini liberi e autonomi, in grado un giorno di prenderne le distanze criticamente, sino a deriderla.

Che denunzi e smascheri la violenza come legge del mondo, lotti contro il mondo ingiusto e per l’affermazione della dignità di tutti.

Che alimenti la speranza dei e nei poveri, colga e valorizzi le differenze culturali, il rispetto per le culture di tutti i popoli del pianeta:

“In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità”. (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 80)

Qui davvero Milani e la scuola di Barbiana – assumendo pienamente i risultati dell’antropologia culturale del XX secolo – anticipano la proposta dell’ “uomo planetario” di Ernesto Balducci.

Ma, secondo quest’ultimo, noi ci comportiamo come se le tante “Barbiane del mondo” non ci fossero e come se al mondo ci fossimo solo noi:

Il nostro mondo occidentale è ormai in via di rapida omologazione, senza più Est e Ovest, è un mondo che presume di possedere la cultura autenticamente umana. Di fronte al nostro mondo occidentale, le Barbiane del mondo…, perché Barbiana è un nome emblematico, Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è nell’America Latina. Le Barbiane del mondo dicono che noi ci comportiamo come se il mondo fossimo noi” (E. Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, p. 128; cfr. G. Pecorini, Don Milani. Chi era costui?, pp.  89-91).

L’attenzione va dunque rivolta alle “Barbiane del mondo” e al nostro rapporto con esse. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, sul tema della “parola ai poveri” ha scritto nel 1987 Giancarlo Zizola:

Sono passati venti anni dalla morte di don Milani e la parola ai poveri continua ad essere un messaggio estremamente valido, purché sia reinterpretato alla luce della nuova condizione dei saperi tecnologici oggi. Noi viviamo in un processo di crescente omologazione. Il problema, quindi, non è quello di dare la parola. Essa è data, ma è una parola che fa poveri. Questa è la differenza fondamentale. È una parola che non libera più i poveri, ma li rende schiavi.

Attraverso questi processi di omologazione, omogeneizzazione crescenti, noi abbiamo la parola usata, consumata all’interno dei valori o disvalori del mercato. In diretta connessione con gli interessi del mercato, un modello antropologico che è subalterno e funzionale agli obiettivi del mercato stesso. La parola si fa mercato e il mercato si fa parola.

Nel bagaglio dei poveri, oggi, non ci sono più duecento parole. Ce ne sono duemila, ma non sono parole di liberazione: sono parole di schiavitù. Questo è il punto decisivo della discussione. Per cui, il messaggio di don Milani per ritrovarsi come messaggio identico a sé stesso deve essere riletto sotto quest’aspetto. Lo dico con molta sommarietà e con tutta la sofferenza implicita in questa constatazione che non è facile”. (G. Zizola, in Aa. Vv., Don Milani e la pace, pp. 163-164.)

A distanza di decenni dalla Lettera a una professoressa e dai tempi della scuola di Barbiana, è purtroppo rimasta immutata all’inizio del XXI secolo la miseria culturale delle classi subalterne, che ha soltanto cambiato forma nei nuovi scenari della civiltà consumistica e (come direbbe Günther Anders) “sirenico-spettacolare”.

Le masse odierne sembrano quasi completamente irretite nei meccanismi e nei modi d’essere di tale civiltà. Questo irretimento ostacola e impedisce quella presa di coscienza e quella radicale assunzione di responsabilità che sono il fine essenziale cui mira il processo educativo secondo Milani. Anzi, l’irretimento favorisce i processi tuttora ampiamente in atto che vanno nella direzione dell’eterodirezione, del controllo e della manipolazione politico-massmediatica delle masse, della crescita del conformismo e del populismo.

Su ciò riflette acutamente Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui?:

Identica a quella di allora, immutata, è oggi (nel Mugello come in tutto il nostro mondo ‘progredito’) la miseria culturale delle classi subalterne, cui un po’ di sacrosanto benessere economico e di ubriacatura consumistica sommati a dosi massicce di rimbambimento evasivo-calcistico-televisivo, han tolto la consapevolezza della subalternità. Hanno anestetizzato la rabbia. Hanno dato la persuasione di vivere felici nel migliore dei mondi possibili. Hanno insegnato l’indifferenza, scorciatoia sulla via della droga. Hanno inculcato la presunzione di superiorità sui diversi, radice dell’odio e seme del razzismo. Hanno trasmesso l’orgoglio dei privilegi illusorii. Li hanno persuasi del valore dell’ignoranza. Della necessità dell’obbedienza a ogni moda. Dell’estraneità della politica. Dell’inutilità di qualsiasi impegno. Della priorità dell’interesse personale e privato sul collettivo e sul pubblico. Della superfluità risibile del senso civico. (…)

Le proposte di Lorenzo Milani e di Barbiana restano dunque tutte valide e possibili anche se probabilmente tutte irrealizzabili. Tutte necessarie, quindi tutte irrinunciabili. E su tutte bisogna continuare a puntare e a lavorare. Pur sapendo che forse non si attueranno mai. Anzi: proprio per questo. Perché non è vero che il ‘segreto di Barbiana non è esportabile’.

Lorenzo Milani lo ha scritto nel 1960, ‘cristianamente’ confortando con quel ‘non vi resta dunque che spararvi’ chi gliene domandava. Ma l’aveva scritto soltanto ‘per dar forza al discorso’, come sei anni dopo farà nel testamento. Esportare il segreto della Barbiana del Mugello, che sta tutto negli obiettivi, e ripeterne il metodo, che è tutto di impegno e di coerenza, nelle tante Barbiane del mondo, è l’unica possibilità/speranza che ci resta” (G. Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, pp. 149-150).

La scuola di Barbiana – nella quale il priore amò quotidianamente come propri i figli dei poveri, nella speranza del loro riscatto – fu un piccolo e prezioso experimentum mundi, un laboratorio di “utopia concreta, il cui valore non potrà mai essere adeguatamente compreso dagli intellettuali saccenti con la puzza al naso, contro i quali don Lorenzo polemizzò a più riprese.

Può venir fuori un buon comunista dalla mia scuola. È evidente”, egli disse nell’intervento del 3 gennaio 1962 a un convegno fiorentino di direttori didattici (L. Milani, I care, pp. 90-91).

In tale scuola – che fu per il suo animatore il modo per amare gli ultimi al di là dei dettami dell’universalismo astratto, anche cattolico – si operava per 12 ore dalla mattina alla sera, non si faceva neppure un giorno di vacanza all’anno, il priore incitava gli insegnanti al celibato per offrirsi totalmente all’insegnamento, esortando tutti a non avere alcun tipo di debolezza e a dedicarsi esclusivamente al servizio del prossimo.

Campeggiava a Barbiana una frase di un ragazzo cubano: “El niño que no estudia no es buen revolucionario”, alla quale Milani aggiunse un’altra precisazione fondamentale: “El maestro que no estudia no es buen auctoritario” (cfr. L. Milani, I care, pp. 114-115; E. Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, pp. 46-47, 98). Le due frasi sono da dedicare a tutti quei presunti rivoluzionari e a quei sessantottini che – in nome di uno pseudo-egualitarismo ideologico e di un permissivismo che finiscono col sancire esclusivamente il dominio dei privilegiati – ignorano o sottovalutano il valore della cultura, della ricerca e dello studio.

Il vero educatore è colui che confida nelle capacità creative, nelle possibilità ancora inespresse e latenti negli individui. L’educazione non è dunque essenzialmente in alcun modo indottrinamento ideologico, filosofico, religioso o politico.

Rileva qui con grande lucidità Balducci in Coscienza morale e verità cristiana in don Lorenzo Milani (1984):

L’educazione è risvegliare nelle coscienze la verità che è dentro le coscienze, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista e mai un dato di fatto o un dono radicato.

Questa visione del processo educativo vale in qualsiasi ambiente, in qualsiasi spazio dell’educazione. Ecco perché, senza nessuna indulgenza alla retorica celebrativa, Milani non è una figura del passato, ma una figura che abita ancora il nostro futuro” (E. Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, p. 100).

Nella scuola di Barbiana la centralità della dimensione contemporanea è dovuta alla grande attenzione per il tema dell’altro e della relazione con gli altri, all’esigenza acutamente avvertita non solo di conoscere, di elaborare idee, di possedere il linguaggio e la cultura, ma anche di vivere il presente e di inventare la storia.

La scuola vuole combattere sia l’individualismo sia il collettivismo astratto e statalistico per giungere a una migliore civiltà planetaria, per cambiare il mondo secondo i principi della giustizia e della sobrietà, della solidarietà e della condivisione.

2. L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna
Possiamo leggere in Lettera a una professoressa:

La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale”. (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 113)

Siamo qui di nuovo in presenza di quel rigorismo morale di cui rileviamo gli aspetti discutibili, eccessivi. E tuttavia ci sembra che nel clima di sfiducia, disaffezione e scoramento che costituisce oggi la peggiore tentazione per chi vive nel mondo della scuola, riproporre all’attenzione l’esempio di don Milani e del suo fare scuola sia in primo luogo, per tutti coloro che agiscono nel mondo della scuola, un invito a rimeditare il senso del proprio operare, a ritrovare il piacere – che rischia sempre più di andare drammaticamente perduto – di un lavoro collettivo di crescita umana e culturale.

In Esperienze pastorali l’autore afferma che, per ottenere una buona scuola, non occorre tanto chiedersi “come bisogna fare per fare scuola”, ma, innanzi tutto,

come bisogna essere per poter far scuola. (…) Bisogna aver le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dall’ansia di elevare il povero a un livello superiore. Non dico a un livello pari a quello dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più tutto” (L. Milani, Esperienze pastorali, p.  234; cfr. E. Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, pp.  84-85; L. Milani, I care, p. 90).

Sulle caratteristiche, in particolare sul fascino e sulla “durezza” della scuola di Barbiana, leggiamo la testimonianza di un suo ex-allievo, Nevio Santini:

La scuola di Barbiana era dura, però il priore la faceva molto semplicemente; non ti creava quel peso della scuola. Per me la scuola a Barbiana è stata un divertimento: avevo sempre voglia di imparare anche se durava dodici ore; non ci stancava, cambiavamo argomenti e si riusciva sempre a cogliere i punti più belli in ogni particolare tema. Si andava in profondità. Lui ti dava la voglia di conoscere questo tema fino in fondo. E poi il bello della scuola di Barbiana era quello che il tema se non lo si imparava tutti la scuola non andava avanti” (M. Lancisi, Don Milani. La vita, p. 171).

Tutto ciò va ribadito con forza, perché crediamo che in questi ultimi decenni sia stato operato – non solo a destra, ma anche a sinistra e, in particolare, da determinati settori della cultura di sinistra – un certo travisamento del messaggio proveniente dalla Lettera a una professoressa.

Ha ragione Balducci (nel saggio apparso nel 1977 su “Testimonianze Attualità inattuale di Lorenzo Milani) nel sostenere che la scuola di Barbiana non è e non può essere un modello ideale o istituzionale da proporre e da applicare acriticamente, ma essa ha il valore di un messaggio inimitabile, di “un appello a nuove creazioni” (cfr. E. Balducci, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, pp. 50, 75 e G. Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, pp. 90-93).

Quella di Milani e della sua scuola è una proposta non solo di tipo scolastico o settoriale, ma complessiva, globale, in senso lato antropologica, etica, politica, culturale, ispirata a un profondo rinnovamento spirituale e morale, fondata sulla piena affermazione della laicità, dell’autonomia e libertà della coscienza, dei diritti/doveri dei cittadini sovrani. Essa investe i principi di fondo e i modi d’essere ineludibili di una civiltà democratica. Per questo tutte le interpretazioni di essa ideologiche, settarie, integralistiche, confessionali sono completamente fuorvianti, di qualsiasi colore e orientamento siano.

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La realtà ai margini. Appunti sparsi
di Nadia Agustoni

Leggere Don Lorenzo Milani è prendere atto che il suo pensiero era azione e come tale toccava la vita e le questioni urgenti del proprio tempo.

Questi appunti sono un approfondimento a La parola fa eguali e sottolineano un passaggio del libro che merita attenzione.

A Barbiana la scuola era radicata nella comunità e la comunità viveva l’insegnamento insieme agli allievi. Negli anni Settanta Pier Paolo Pasolini denunciò la distruzione della cultura popolare contadina che trasformava in sottoproletari tanti ragazzi e le loro famiglie. Don Milani lo anticipò e anche se su questo aspetto il suo pensiero è un po’ in ombra è evidente che era cosciente del problema.

Nella Conferenza ai direttori didattici a Firenze il 31 gennaio 1962, ad un certo punto emerge la questione dello spopolamento delle campagne; chiede Don Milani:

Avete sentito parlare di spopolamento della campagna?
A Barbiana non è partita nemmeno una famiglia. Hanno fatto con me l’Avviamento. Io pensavo che, ottenuto il diploma di Avviamento, partissero ad ogni ora, facessero un polverone, andassero a sfruttarlo in fabbrica. C’è lavoro per tutti oggi. Invece sono rimasti lì. Hanno fatto un altro anno, quelli più grandicelli, di disegno tecnico e di tedesco. Con questo altro diploma di disegno tecnico, sono disegnatori qualificati e pensavo: “Ora scappano di certo”. Invece sono rimasti un altro anno. Ora vogliono l’inglese. Nel frattempo, questi grandicelli di 14-15 anni, mi fanno scuola ai piccoli. Io non faccio più scuola ai piccoli. Dunque ho colto un’esigenza profonda dei loro genitori. Non l’ho mica creata io.
[…]“. (La parola fa eguali, pag. 80)

La cultura nel piccolo borgo dell’Appennino aiutò la coesione, ma va detto che quello che la scuola di Don Milani insegnava non era lo stesso dei programmi ufficiali.

Guardi, io non ho mai insegnato a mettere le mine, a mettere le bombe. […] però parliamo dello sciopero come nelle vostre scuole si parla della patria. E si parla della patria come nelle vostre scuole si parla dello sciopero. Si legge moltissimo le pagine sindacali dei giornali e si conosce bene i contratti di lavoro. Si segue attentissimamente tutte le vertenze sindacali, si è letto moltissimo di Gandhi e su Gandhi. Tutto quello che è bello, tutto quello che è nuovo, tutto quello che è totalmente progredito, è il nostro pane quotidiano.” (ibidem, pag. 81)

Parlare della patria “come nelle vostre scuole si parla dello sciopero” è sottolineare l’internazionalismo, il bisogno di confronto con altre culture e un sentimento di vicinanza agli oppressi ovunque siano, non solo dentro i confini nazionali. Questo non li portava, come si potrebbe pensare, a sradicarsi, ma ad avere cura dei luoghi. La cultura si aprì alla comunità perché era cura di sé, dell’altro e della terra a cui tutti appartenevano. Senza tornare a un discorso di caste, discorso del tipo sono figlio di operai faccio l’operaio, sono contadino faccio solo il contadino, apprendere significava poter scegliere e trasmettere il sapere perché chi decideva di restare (c’era anche chi andava lontano com’è ovvio e non è detto fosse per sempre) doveva avere comunque gli stessi strumenti degli altri. Penso a questa lezione di Barbiana come a un atto contro il consumismo e l’emulazione del successo.

Tutto quello che è bello, tutto quello che è nuovo […]” è di chi sa capirlo e di chi lo vuole, ma vivere non è consumarsi nell’imitazione di quello che hanno o fanno gli altri.

La rabbia, coperta da uno strato di ragionamenti filosofici, che uno dei direttori didattici, a un certo punto, non si trattiene dal mostrare, rende chiaro che toccare il discorso di classe è sempre visto come lesivo di alcuni privilegi. Ci si chiede cosa si può fare contro un pensiero che non sa uscire dall’astrazione o la usa per osteggiare quello che in fondo dà fastidio, ma qualche pagina dopo c’è lo strappo di una passione che Don Lorenzo Milani produce non casualmente parlando della lettera di un ragazzo emigrato in Germania.

La Fioretta voleva che vi leggessi qualche lettera del più grandicello dei miei ragazzi. Ha 17 anni ora, è in Germania […] Dedica tutte le sue nottate a far scuola ai suoi vicini di letto, ad aiutarli a imparare un po’ d’italiano e un po’ di tedesco. Vibra di questa passione e si allontana da tutti i vizi, da tutte le bassezze della vita moderna. […]” (ibidem, pag. 96)

Leggendo questo paragrafo mi sono chiesta se oggi sia proponibile uno stare dentro le cose in questo modo. Non posso rispondere, perché non lo so, ma riporto qui un fatto che mi è realmente accaduto alla fine degli anni Ottanta.

Una giovane amica, di cultura libertaria, lasciò il lavoro ben remunerato perché l’azienda in cui stava era poco etica; ricominciò con un lavoro nuovo, meno appetibile e avendo toccato con mano la dispersione politica della sua generazione, che poi era anche la mia, scelse come pratica politica di andare la sera ad insegnare, sia a immigrati che a italiani con problemi di analfabetismo, a leggere e a scrivere in modo accettabile. Ricordo ancora che prima di allontanarsi, in una sera milanese che mi sembrò da tragicomiche tanto ero in conflitto e spaesata, mi disse: “Almeno così i nostri volantini li potranno leggere un giorno”.

Non so perché lo trovai assurdo al momento, o perché sentissi l’urgenza di altro senza saperne dare conto, ma negli anni e tutt’ora, tornandoci col pensiero, non riesco a riprendermi. Una parte di me è sempre lì in quella sera, in quello stupore. Questo non mi fa un gran bene e lo so.

Tornando al presente, autunno 2012, parlo per mail con Massimo Sannelli di poesia e fabbrica. Tocco il problema dell’analfabetismo di ritorno, di vedere e sapere nel luogo di lavoro e non solo, la difficoltà di tanti nello scrivere o nel leggere dei semplici biglietti e lui mi dice di dare qualche poesia ogni tanto, un po’ alla volta, mai un libro intero, solo poche cose, che non spaventino, che possano essere ascoltate, pensate e assimilate.

Mi ritrovo in quella sera milanese, di nuovo l’orologio messo indietro, ma sono da sola davanti al computer e la domanda che mi faccio è la stessa, ed è sulla mia fiducia o meno in un cambiamento possibile. C’è anche un’altra persona che mi spinge da tempo ad aprire di nuovo il discorso sulla fabbrica, ma scrivere di micro-ustioni, di pulizie dei gabinetti, di macchine troppo rapide e di silenzi che salvano la vergogna davanti agli altri, è scrivere dei fatti. Le opinioni ci hanno abituato a cose più udibili. Parlare è infinitamente più facile che vivere.

In Lettera a una professoressa i ragazzi raccontano a un certo punto della lezione di educazione fisica. Loro non sanno giocare a pallacanestro. Il professore li compatisce, anzi dice con disprezzo: “Ragazzi infelici”. Chiedeva a dei ragazzi abituati solo al lavoro “l’abilità in un rito convenzionale”. (Pag. 29).

Ognuno di noi era capace di arrampicarsi su una quercia. Lassù lasciare andare le mani e a colpi d’accetta buttar giù un ramo d’un quintale. Poi trascinarlo sulla neve fin sulla soglia di casa ai piedi della mamma.

M’hanno raccontato d’un signore a Firenze che sale in casa sua con l’ascensore. Poi s’è comprato un altro aggeggio costoso e fa finta di remare. Voi in educazione fisica gli dareste dieci.” (ibidem, pagg. 29-30)

Più o meno è abilità convenzionale quello che molti chiedono alla scrittura. Lo stesso chiedono al pensiero.

Da qui il successo dei programmi televisivi e di internet; ma l’anarchia di internet, quel fare rete, ha in sé forse la possibilità di entrare in contatto con il reale. Non so quanto la rete potrà dare conto della realtà, né come, ma penso che nei più per ora manchi l’urgenza. In ogni caso, manca una verità dei fatti che, anche quando è raccontata in uno dei suoi spaccati, non è creduta o non fino in fondo, perché non si cercano più conferme o rettifiche alle cose difficili.

La difficile scuola di Barbiana si colloca abbastanza lontano nel tempo perché si torni a rileggerla, ma nel suo solco non c’è trascrizione di nuova esperienza, e il lontano nel tempo è quasi certezza del suo non potersi dare di nuovo; comunque è in quei nodi di fedeltà e silenzio che portiamo con noi che Barbiana resiste, come se qualcosa di sbagliato nelle nostre parole aspettasse di essere emendato, o forse capito.

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Due o tre cose che so di don Lorenzo Milani. Una riflessione inattuale (e inattuabile?) sul filo della memoria e della storia personale
di Carmine Marmo

Dopo quasi 50 anni di don Lorenzo Milani si continua a parlare. Incontrarlo, anche solo sui libri e nella memoria dei suoi “ragazzi”, è un’esperienza che non lascia indifferenti. Ho avuto questa avventura ancora ragazzo, maturando la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio di leva, io, figlio di un militare. Più che una recensione, l’ennesima, sul priore, questo è un piccolo viaggio fra le domande e le sollecitazioni che don Milani continua a mandarmi.

Pedagogista, educatore, provocatore, maestro, e ancora tante cose. Di don Milani se ne dicono e se ne sono dette tante. Ma non ricordo nessun cenno da parte sua a scuole o filoni di pensiero pedagogico. Naturalmente la sua storia di educatore è stata annoverata in qualche scuola di pensiero pedagogico, non importa qui quale. Ma non ricordo che lui ne abbia mai parlato. Figuriamoci se non aveva informazioni in proposito! Semplicemente, credo, non gli interessava.

Sarà stata la sua radicale diffidenza nei confronti degli intellettuali? Forse, probabilmente sì. Il fatto è che la sua storia è la storia di una passione maturata nel tempo e vissuta a fondo e fino all’ultimo.

Ci si è trovato a fare quello che ha fatto. Non l’ha cercato. Gli è arrivato fra capo e collo. Il suo “esilio” a Barbiana gli ha regalato il suo percorso. La sua estrazione borghese e intellettuale avrebbe potuto disegnargli una parabola diversa, da intellettuale da salotto. Invece gli ha dato un po’ di ferri del mestiere per fare l’insegnante e il genitore di tanti, nel senso di generare atteggiamenti e curiosità tenaci, che durano nel tempo.

Nella sua famiglia di provenienza importanti filologi e psicanalisti come Edoardo Weiss, Domenico Comparetti e Luigi Milani. Scuole importanti a Milano, compagno di studi di Oreste Del Buono e Saverio Tutino. Poi la decisione della conversione dall’ebraismo e di diventare prete. Avrebbe potuto avere una brillante carriera ecclesiastica, forse. Invece gli incontri, la curiosità di guardarsi intorno e l’ostilità curiale l’hanno portato per altre strade. Per fortuna. E lui, anche amareggiato e deluso, le ha seguite. Ci si è trovato.

Dicevo che non ha mai (o quasi mai, devo lasciare un po’ di requie alla mia memoria…) citato o chiamato in causa riferimenti colti, scuole o filoni pedagogici specifici. È partito dalla provocazione infinita che gli veniva dai ragazzini che ha incontrato, dalle loro domande.

Alle persone che invitava a Barbiana non chiedeva particolari lezioni. Gli chiedeva solo (solo?) di prestare attenzione alle curiosità dei ragazzi, sapendo che le loro domande erano quelle con le risposte più difficili.
Le domande dei ragazzi facevano da starter al “programma”, che lui costruiva con attenzione, pronto a cambiare, se si accorgeva che non dava risposte a loro. È partito dai ragazzi, li ha messi al centro del suo impegno. Da qui in molti hanno fatto discendere suggestioni di libertà educativa, spesso solo di moda e senza un vero filo conduttore, anzi, senza spina dorsale.

In realtà la sua scuola era molto severa e impegnativa. Senza “vacanze”, cioè, senza vuoti, a tempo pieno, prima ancora che se ne parlasse. Molto, molto esigente. Posso solo immaginare le obiezioni delle famiglie di oggi a proposte educative come questa. Oggi sono tutti Pierini. O meglio, tanti, tantissimi, molti di più. I Michele o i Francuccio o i Paolo o gli Agostino ci sono sempre, hanno sempre di più nomi e facce da straniero e domande con risposte forse ancora più difficili e provocatorie. È una proposta solo per loro? Presa così, di sana pianta, forse sì. Ma ci sono le domande difficili e provocatorie anche quelle che vengono da ragazzini già inseriti pienamente nel ciclo continuo del consumo e del lavoro (sì, anche del lavoro, quello delle loro famiglie, quello che li attende, se si fa trovare…). Le nuove povertà, immateriali. Povertà dello spirito e dell’intelletto?

Don Milani ha dato tanto, tantissimo. Ha chiesto tanto, tantissimo. Mi sono fatto l’immagine di un uomo che sapeva essere anche burbero e addirittura autoritario. Forse le teste dei suoi ragazzi hanno conosciuto la scossa di qualche scappellotto o qualche lavata di capo che li richiamava all’attenzione e allo starci con la testa. Ho l’impressione che spesso un Maestro debba porsi come riferimento esclusivo per richiamare l’ascolto, anche in modo brusco. E don Milani probabilmente l’ha fatto. E insieme a questo ha dato tutta la sua esistenza ai suoi ragazzi, travolto dalla passione per loro e per accompagnarli su una strada di riscatto e di realizzazione.

Ne ho conosciuto qualcuno. Ho avuto questa fortuna, qualcuno di loro mi ha accompagnato a Barbiana, nella saletta con ancora appeso quel foglietto con su scritto “I Care”, davanti alla sua tomba, in quel cimiterino isolato. Ci ho portato altre persone, adulti in formazione, per provare a fargli respirare quell’aria di impegno non banale. Chissà se qualcosa è rimasto? Non saprei dire.

A me è rimasto il senso di quella piccola frase: I Care. Tenerci, essere occupati dal tenerci, segno di una fortissima passione e di un investimento personale totale.

Nelle settimane scorse c’è stato il “concorsone” per gli insegnanti. L’ho un po’ seguito sui giornali e su Internet. Il fantasma del “quizzone”, la delusione degli esclusi e i commenti degli esperti, spesso non a favore. Non mi ha colpito tanto questo, visto da alcuni come una specie di lotteria (e forse non avevano torto). Mi sono chiesto quali caratteristiche dell’attività dei docenti venissero sondate. Sicuramente la preparazione disciplinare, la cosa più facile da verificare. Il quiz evidentemente può funzionare per la preparazione generale, per mettere alla prova la flessibilità cognitiva. Forse.

Ma altre cose di sicuro restano fuori e resteranno fuori. Come si può arrivare a verificare e, ancor più, valutare la passione nel proprio lavoro? La dedizione ai “ragazzi”? L’investimento personale nell’impossibile sforzo di educare?

Domande che non hanno risposta. Eppure credo che siano quelle che possono fare la differenza. Quello che credo di aver appreso dal priore (così lo chiamavano ancora i suoi ragazzi) è che proprio queste cose fanno la differenza in un’aula scolastica, momento per momento. Non penso agli scappellotti, non solo non usa più, ma sono giustamente considerati ingiusti e offensivi. Nemmeno penso a organizzazioni del tempo scolastico a tempo pieno e senza vacanze. Penso piuttosto agli insegnanti. Senza passione, senza investimento e coinvolgimento personali, momento per momento, credo che non si possa andare lontano. Senza amare (non trovo termine più appropriato…) le persone e i destini che si hanno davanti non solo non si va lontano, ma si rischia di fare del male a se stessi e agli allievi.

Ma una risposta non c’è. Queste cose non possono essere oggetto di valutazione dall’esterno, né possono essere in qualche modo imposte agli insegnanti. Resto però caparbiamente convinto che questi impegni personali e profondi facciano la differenza.

Per poterci lavorare con serietà occorrerebbe cambiare radicalmente l’architettura e l’organizzazione della professione docente. Togliere di mezzo tanta burocrazia, che anziché garantire equità, qualità e diffusione del servizio, mette in mezzo tante strade impossibili da praticare e tante strade obbligate che non portano da nessuna parte. Forse si dovrebbe pensare a questa professione non più come un impegno a vita e all’immissione in ruolo non più come a una sinecura. Forse sarebbe utile inserire strumenti quali sistemi di supervisione professionale, periodici, e seri, momenti di riflessione e auto-riflessione professionale.
Difficile però anche solo pensarlo.

Don Lorenzo Milani e le due o tre cose che so di lui (e di alcuni altri Maestri) mi suggeriscono che ne vale la pena. Vale la pena di riflettere seriamente sulla professione docente e sulle sue motivazioni. Altrimenti prepariamoci a cambiare il motto: I don’t Care, che somiglia tanto al “me ne frego” che don Lorenzo tanto detestava.

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Una scuola di liberazione e di crescita
di Claudio Santoro

Adele Corradi, insegnante fiorentina di quasi novant’anni, è stata dal 1963 al 1967, anno della morte di don Lorenzo, una delle più strette collaboratrici della scuola di Barbiana e solo adesso ha voluto raccogliere i ricordi del suo rapporto con il priore (Non so se don Lorenzo, Feltrinelli 2012).

Si tratta di pezzi di vita raccolti in modo disorganico, tant’è che l’autrice invita il lettore che cercasse un’opera ordinata e descrittiva della vita e dell’operato di don Lorenzo a rivolgersi altrove.

Ma si tratta di vita autentica e quotidiana, composta da rapporti ed episodi anche taglienti che ricostruiscono un rapporto improntato sempre al rispetto, se vogliamo anche formale, dato che i due si sono sempre dati del lei; non mancano gli spigoli vivi, gli aspetti urticanti che lasciano lividi o abrasioni dell’anima.

Don Lorenzo Milani non è stato una persona facile: la sua ruvida franchezza sapeva essere una sferzante scudisciata che bruciava la pelle e anche i suoi più stretti collaboratori non ne erano risparmiati. La radicalità dei suoi comportamenti e delle sue idee spesso riusciva di difficile comprensione anche alle persone animate della migliore volontà e di un sano progressismo.

Proverbiale il suo atteggiamento di netto rifiuto nei confronti della televisione, dello sport e dei divertimenti in genere ritenuti “alienanti” e fonti di distrazione nei confronti dello studio e della crescita civile dei suoi ragazzi. Ma don Lorenzo aveva fretta e non aveva tempo da perdere. Forse sapeva che doveva fare tutto nell’arco della sua breve vita che sarebbe durata solo quarantaquattro anni.

Molte cose sono state vorticose e repentine nella sua vita, a partire dalla sua conversione al cristianesimo, per lui proveniente da un’agiata famiglia fiorentina dove il padre era ateo e la madre di religione ebraica. Era stato battezzato qualche anno dopo la sua nascita, avvenuta nel 1923 e solo per evitare problemi razziali, dato che si era in piena epoca fascista. Non tutto è chiaro sulla sua conversione, avvenuta intorno ai vent’anni, che l’induce ad abbandonare le sue ambizioni di pittore e che culminerà con l’ordinazione a sacerdote quattro anni dopo.

Come accade spesso ai convertiti, ha abbracciato in modo totale e intransigente la nuova fede e il messaggio evangelico lo ha condotto ad atteggiamenti di radicalità estrema che rifuggivano da ogni accomodamento o compromesso; una caratteristica costante del suo modo di agire, al prezzo di non essere compreso e, alla fine, emarginato nella sperduta parrocchia di Barbiana, nell’Appennino toscano.

Sono gli anni tumultuosi e profondamente innovativi del post-concilio Vaticano secondo e don Milani, nella Firenze di don Mazzi e dell’Isolotto e di padre Ernesto Balducci, abbraccia la causa della scuola popolare, del riscatto culturale degli emarginati, del progetto di fornire loro strumenti di emancipazione come la padronanza del linguaggio per affrontare a viso aperto e ad armi pari la cultura borghese e anti-operaia che, invece, li avrebbe voluti relegati per sempre nel ruolo di ultimi.

Una scuola senza orari, senza vacanze, che funzionava anche la domenica, dove ogni giorno si leggeva il quotidiano e dove, armati di coscienza critica, si smontavano le menzogne forbite ed eleganti del perbenismo, sentinella della classe dominante che aveva bisogno di braccia e di menti a buon mercato per mantenere la sua egemonia. Una scuola intesa come arma di liberazione e di crescita civile e sociale, che ti impegnava fino al midollo e nella quale non si voleva sentire parlare di stanchezza o di elementi di distrazione.

Dalla piccola Barbiana, utilizzando gli strumenti allora disponibili (corrispondenza e visite di persone che si recavano da lui) iniziò ad intessere relazioni non solo con tutta l’Italia, ma anche con l’Europa. Dopo le Esperienze Pastorali e il nuovo catechismo di San Donato Calenzano, è dalla microscopica Barbiana che partono le battaglie civili per l’obiezione di coscienza, temerariamente definita dai cappellani militari in congedo come “un atto di viltà”. L’obbedienza non è più una virtù costa al priore una lunga battaglia giudiziaria che terminerà solo dopo la sua scomparsa e con una sentenza definitiva che proclamava “l’estinzione del reato per morte del reo”. Una condanna, per dirla in soldoni.

E’ a Barbiana dove è stato esiliato che viene messo in pratica un modello di scuola impossibile da ripetere altrove, perché inteso come donazione totale e integrale dell’insegnante ai suoi alunni/figli, provenienti da famiglie contadine e montanare, un comportamento che nessun maestro saprebbe solo lontanamente imitare.

Don Lorenzo era follemente geloso dei suoi ragazzi, pronto a “fare alle fucilate” con chiunque si fosse frapposto nella sua relazione a volte possessiva ed esclusiva con loro. Ma pronto anche a mandarli in giro per l’Europa perché imparassero l’inglese e crescessero come persone e come cittadini.

Risulta molto difficile ripetere esperienze simili, improntate ad un coinvolgimento totale con i propri alunni, anche se molte scuole popolari e di quartiere, espressioni delle comunità di base riconducibili al “dissenso cattolico”, hanno attinto a piene mani dalla scuola di Barbiana in termini di didattica e di strumenti culturali.

Eppure don Milani ha influito in modo marcato sul modo di insegnare e di interloquire con gli alunni, anche nel mondo della scuola. Ancor oggi la sua Lettera a una professoressa, esempio di scrittura collettiva, nel suo nitore e nella sua tagliente critica alla scuola pubblica e ai suoi operatori mantiene un’esplosiva carica di profezia, di voglia di lavorare duramente e tanto, con metodi nuovi fino allo sfinimento pur di raggiungere l’obiettivo del riscatto sociale e dell’emancipazione.

Un profeta dalle lucide provocazioni, dalla coerenza maniacale dei comportamenti, dalla rigorosità feroce con se stesso e con gli altri. Sono trascorsi quarantacinque anni dalla sua scomparsa, ma il suo messaggio rimane attuale e lievito per tutti gli uomini di buona volontà.

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MATERIALI

Barbiana era una scuola
di Adele Corradi

Una volta a Barbiana venne un ragazzo a fare una tesi di laurea sulla scuola. Don Milani gli disse: “Guarda, per fare una tesi sulla scuola di Barbiana bisogna che tu ti fermi qui; noi ti possiamo ospitare due o tre mesi, poi te vai, scrivi la tesi, torni a farcela leggere, e noi ci facciamo due risate”.

Cerco di non parlare mai di don Milani perché era una persona molto sfaccettata, molto complessa, e tutte le volte che ho provato a parlarne mi è sempre sembrato, dopo, di aver detto qualcosa di sbagliato. Alcune volte, andandomene da qualche incontro, mi sono trovata a pensare ‘ho parlato di un’altra persona…’…

In fondo ognuno ha preso di don Milani quello che ha preferito, e c’è chi non ha capito ancora niente

Barbiana era una scuola, e tutto quello che veniva fatto era nell’interesse dei ragazzi. Lo dice chiaro don Milani: la Lettera ai cappellani fu scritta per i ragazzi, perché riteneva fondamentale prendere una posizione davanti a loro. Erano i ragazzi che facevano da fulcro e da movente, e tutto girava intorno a loro. E anche Lettera a una professoressa nacque per loro, quando tre ragazzi furono bocciati. Don Lorenzo mi disse: “Sa che si fa quest’estate?” (anche se poi il lavoro durò molto di più di un’estate) “Si scrive una lettera contro la professoressa, così ci si piglia la soddisfazione di dirgli quel che si pensa, e i ragazzi imparano a scrivere”. Era una cosa che faceva bene ai ragazzi, un esercizio di scrittura collettiva.

Escluderei senz’altro che Barbiana sia stata un modello, perché un modello è qualcosa che si copia. Lo diceva anche don Milani: se uno tenta di fare Barbiana nella scuola di Stato fa un’assurdità. Però non si può dire neanche “si archivia perché irripetibile” – e lo dicono in tanti! Uno dei fraintendimenti, uno degli errori che fanno in tanti, è pensare che questa esperienza fosse dovuta solo e soltanto all’eccezionalità dell’ambiente.

Non si può ripetere Barbiana: una volta ho sentito Michele Gesualdi che diceva che non dev’essere un modello, ma un esempio. E mi torna. Certamente, se uno condivide le idee di Barbiana e trova giusto il messaggio che viene da là, non può non tenerne conto nel fare scuola. È successo anche a me. (continua qui)
(da Gli asini n. 10, giugno/luglio 2012)

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Quando il povero dominerà le parole, la tirannia sarà spezzata
di Nadia Agustoni

La parola fa eguali è lettura intensa perché a ogni paragrafo bisognerebbe stilare una lista di domande da porre a noi stessi oggi. L’idea di una scuola facile per esempio, così lontana dal pensiero di Don Lorenzo Milani, che pretendeva qualità, di un certo tipo, ma qualità. E pretendeva presenza, attenzione, dagli studenti certo, ma più dagli insegnanti. Tutto questo è evidente nella scelta delle parole; linguaggio che non si abbassa sì, ma mai oscuro. La chiarezza dei concetti colpisce allo stomaco, come quando spiega chi paga le tasse in Italia; chi mantiene tutto quanto il sistema per avere briciole e neanche. E se i tempi sembrano cambiati è solo per lo sguardo superficiale dei più. Scrive nella prefazione Michele Gesualdi:

Il monito di Don Lorenzo circa il valore della cultura dei poveri e il valore dell’insegnamento del linguaggio non è stato affatto recepito né dalla società civile né dalla scuola…

La scuola continua a trascurare il problema dell’apprendimento del linguaggio e della capacità espressiva.” (pag. 5)

Don Milani assegnava un grande valore alla cultura contadina e operaia, intesa come capacità e conoscenza legata al fare, ma sapeva che il tallone d’Achille era una lingua mai appresa davvero, che li relegava alla minorità culturale. Sapersi esprimere era anche e prima di tutto essere capaci di chiedere e lottare per i propri diritti, così come comprendere i diritti degli altri; infatti larga parte avevano nell’insegnamento di Don Milani le questioni del razzismo e del colonialismo.

Paolo Freire ne La pedagogia degli oppressi sottolineava una cosa importante:

Gli oppressori… nell’ipocrisia della loro generosità, accusano sempre gli oppressi di instaurare il disamore. E’ ovvio che non danno mai loro il nome di oppressi, ma secondo la situazione li chiamano ‘questa gente’ oppure ‘questa massa cieca e invidiosa…” (pagg. 62-63)

Queste non sono espressioni in disuso.
Il linguaggio postmoderno è ormai usato contro le classi subalterne, i discorsi girati come frittate perché si intenda ciò che non è e lo spregio contenuto in “questa gente… loro… questi qui…” lo percepiamo tutti, ma pochi assumono che dire in un certo modo non è più solo “il modo” della reazione, ma anche di una parte di coloro che si dicono progressisti.
Cosa insegnano dunque le esperienze di scuola agli oppressi?

Rimane un nucleo duro, mai scalfito, di disagio e soprattutto non c’è un confronto con un terzo e quarto mondo che chiede istruzione, libri, scuola e si incarna, non a caso, in volti di bambine, uccise, ferite, asfissiate coi gas dai fondamentalisti religiosi, perché chiamano in causa un privilegio allo studio che non si vuole concedere loro. (continua qui)

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L’importanza di chiamarsi prete
di Piergiorgio Giacchè

Oggi che “la scuola” non c’è più (e tanto meno quella “media unica” riferimento di don Milani e incubo di Pasolini), oggi che “la missione” è diventata aggettivo onorifico di tutti i mestieri (e soprattutto dei militari per la pace e dei medici in prima linea) e sostantivo passato dal cuore delle maestrine dalle penne rosse alla testa dei professoroni di governo… oggi non c’è più spazio né modo per un prete missionario della scuola che insegni a leggere e scrivere e pensare. Ma basterebbe riflettere sulla piaga del nuovo analfabetismo di andata (altro che di ritorno) e sul rapporto dimenticato tra anima e mente (altro che corpo), per avvertire il bisogno di un esercito di missionari dell’educazione, di “preti” almeno di fatto se non di nome.

Oggi allora, un ennesimo libro su don Milani può essere davvero necessario, soprattutto se ha la forza di farcene dimenticare molti, troppi altri. Ed è appunto questo il caso, è questo il libro che ci riesce: felicemente e perfino inavvertitamente supera e liquida gli infiniti commenti e monumenti, sorpassa l’apologetica e affonda la memorialistica per via e per grazia di una vera amicale memoria in grado non tanto di informare quanto di farci direttamente incontrare il Priore di Barbiana e la sua scuola. E’ un libro scritto dalla “professoressa” che ha collaborato e poi continuato, fino alla sua naturale fine, quell’esperienza scolastica missionaria. (continua qui)
(da Gli asini n. 9, aprile/maggio 2012)

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SEGNALAZIONE

Seminario Insegnare e apprendere la storia in ambiente digitale. Percorsi didattici sul Risorgimento. Giovedì 28 febbraio 2013, dalle ore 15 alle ore 18, nella aula a gradoni del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano, in via Respighi 5, si svolgerà il Seminario Insegnare e apprendere la storia in ambiente digitale. Percorsi didattici sul Risorgimento.

Per informazioni: vedi qui.

I percorsi didattici presentati intrecciano competenze storiche, linguistiche, comunicative, espressive e digitali con la complessità storiografica e la profonda attualità della problematica risorgimentale.

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Seminario Siti per la formazione storico-interdisciplinare
. Giovedì 21 febbraio 2013, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 14.30 alle ore 16.30, nella sede della ASP Golgi Redaelli, in via Olmetto 6, a Milano, si terrà il Seminario Siti per la formazione storico-interdisciplinare: come usufruirne e come rinnovarli

Per informazioni: vedi qui.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Meno istruzione, meno ricchezza.

Per il 1950-2010 una ricerca di Robert Barro e Jong Wha-Lee in 140 paesi ha mostrato la correlazione tra lo sviluppo dei diversi livelli di istruzione e la crescita dei redditi nazionali e individuali.

Non è l’unica ricerca a dirlo, lo confermano altri studi citati da Tullio De Mauro. La politica scolastica italiana però non ne tiene conto e continua ad andare in direzione opposta.

Tagli al diritto allo studio: secondo l’Udu il governo uscente intende approvare in extremis il decreto previsto dalla riforma Gelmini che prevede nuovi e più rigidi vincoli per l’accesso alle borse di studio che in un anno farebbero diminuire i beneficiari del 45%. Aggravando una situazione che già pone l’Italia agli ultimi posti in Europa e tra i paesi Ocse per gli interventi per il diritto allo studio.

Il ministro uscente Francesco Profumo smentisce, eassicura e auspica “toni meno allarmistici e più aderenti alla realtà di un lavoro che, con serietà, si sta ultimando“. Ma le associazioni studentesche confermano e illustrano i dettagli dei nuovi criteri più restrittivi: lo fa in particolare Link-Coordinamento Universitario.

Calano le iscrizioni all’università. Arriva la denuncia del Consiglio Universitario nazionale (Cun): in dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (anno accademico 2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). E’ come se in un decennio fosse scomparso un intero ateneo di grandi dimensioni, ad esempio la Statale di Milano. Si riduce anche il numero dei professori: in sei anni (2006-2012) il calo è del 22%. E’ il risultato di anni di tagli. Ricordiamo che quanto a laureati, l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse: al 34° posto su 36 Paesi.

Per giunta, studiare non basta per assicurarsi un futuro. Questa è la convinzione di sei ragazzi su dieci secondo un sondaggio recente. Il 25% dei giovani imputa la mancanza di lavoro ai turnover bloccati, percezione che sale ancora di più tra gli universitari (31%). Il 36% dei laureati, invece, indica le difficoltà maggiori nei costi del lavoro troppo elevati (12%), poca attitudine al rischio e all’innovazione (12%) e al mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro (12%). E ben un giovane su 4 (26%) afferma che la difficoltà maggiore ad entrare nel mercato del lavoro è dovuta alla scarsa propensione delle aziende ad assumere, percezione che sale tra gli universitari (34%).

Più studenti, meno docenti. Per il prossimo anno sono previsti 30.000 alunni in più, soprattutto alla primaria, ma il numero dei docenti in organico rimane invariato. E uno su tre è precario, con evidenti disagi per ragazzi e famiglie. Si prevede un aumento delle “classi pollaio. Per quanto riguarda il sostegno, la presenza di oltre 200.000 alunni disabili rende insufficiente il tetto dei 63.348 posti di organico di diritto.

Un anno di scuola in meno. E sempre più insistenti si fanno i progetti governativi di diminuire di un anno il percorso degli studi, facendolo teminare a 18 anni tagliando di un anno la scuola secondaria superiore. Il motivo? Secondo i tecnici si risparmierebbero 1.380 milioni di euro. Se l’obiettivo è permettere il conseguimento del diploma a 18 anni, un’alternativa c’è, dicono alcuni: iniziare la scuola a 5 anni.

Sempre di più scuola di classe. Le conclusioni di Massimo Cacciari su la Repubblica sono inequivocabili:

Siamo un paese in decadenza, chiaro? Estrema decadenza… l’Italia sta arretrando dal punto di vista sociale, culturale e politico… in barba al ’68, gli atenei sono tornati ad essere luoghi “di classe.

Come quelle di Giuseppe Caliceti su Il manifesto:

Una politica scolastica vecchia, da Paese vecchio e agonizzante che non ha nessuna fiducia in se stesso e nel proprio futuro.

O quelle di Giuseppe Provenzano su l’Unità:

E’ l’Italia che si impoverisce, e nella crisi perde pezzi di futuro… Oggi pesa la crisi, la difficoltà delle famiglie a farsi carico del costo di mandare i figli all’università. Tuttavia, la ragione principale va ricercata proprio nella promessa mancata sul lavoro, nel tradimento alle nuove generazioni… È la forma più grave di “scoraggiamento” sociale: matura l’idea che investire nel sapere, e dunque in se stessi, alla fine non serva, altri sono i modelli di affermazione sociale.

Come anche quelle di Gian Arturo Ferrari sul Corriere della Sera:

Non si riesce a vedere il nesso tra una scuola rabberciata, una formazione professionale spregiata, un’università sgangherata, tassi di lettura desolanti e la loro logica conseguenza, cioè una bassa, bassissima produttività.

O di Giorgio Isreael su Il Messaggero:

dell’istruzione… molti non vogliono parlare perché è un tema “noioso”. Le agende elettorali, nello scarso spazio che gli concedono, sono desolanti fotocopie su cui domina il mantra di un vacuo managerialismo.

Antonio Cocozza mette in evidenza la necessità di pianificare un intervento strategico decisivo sulle tematiche dell’istruzione, dell’alternanza scuola-università-lavoro e dell’apprendimento permanente, sulla base di dati drammatici riguardanti

tasso di disoccupazione generale ormai alla soglia critica dei 3 milioni (2.870.000 persone); elevato tasso di disoccupazione giovanile al 37.1%; indice di inattività al 38%, ancora peggiore il dato del Sud; dispersione scolastica al 19.7%, mentre la Strategia Europa 2020 vorrebbe ricondurlo al 10%; 2,2 milioni di giovani Neet, che non studiano e non lavorano.

Da tanti che denunciano carenze di investimenti nell’istruzione si distingue l’ex ministro Maria Stella Gelmini, per la quale è un “problema di mentalità più che di risorse. Opinioni non dissimili sono espresse dall’on. Elena Centemero, responsabile scuola del Pdl.

Cronache scolastiche. Una mentalità che possiamo vedere in azione nella ordinaria amministrazione delle cronache scolastiche.

Le iscrizioni on line. Sicuramente la rivoluzione digitale nelle iscrizioni on line rivela una mentalità che risolve il problema semplicemente negandolo: così è per la realtà fotografata dai dati Istat 2011: solo il 58,8% delle famiglie possiede un computer, solo il 54,5% ha accesso a Internet. A cui si deve aggiungere il fatto che la richiesta – tra i campi obbligatori – del codice fiscale per completare la procedura di iscrizione non permette ai genitori stranieri sforniti di permesso di soggiorno la possibilità di iscrivere i propri figli alla scuola dell’obbligo.

La questione delle iscrizioni ha messo drammaticamente a nudo la maniera dilettantistica con cui – tra sbadataggine, incuria, ignoranza – si infligge al più debole la discriminazione da cui, in un Paese civile, dovrebbe essere esente. (vedi qui)

Concorsone. A pochi giorni dall’inizio (11 febbraio) delle prove scritte degli 88.000 ammessi a questa nuova fase del concorso a cattedra, in buona parte d’Italia mancano i commissari e sono stati riaperti i termini per presentare le domande. Il motivo è presto detto: partecipare alle commissioni di concorso significa dedicare tempo e forse anche denaro. Il Miur autorizza gli USR alla nomina diretta di “esperti di comprovata esperienza nelle materie del concorso“. D’ora in avanti presidenti e commissari saranno reclutati fra docenti e dirigenti “benestanti“.

Nuove classi di concorso. Il ministero uscente vorrebbe procedere prima della conclusione del mandato alla revisione delle classi di concorso, che da 122 diventerebbero 56, di cui 6 di nuova istituzioni (danza classica, moderna, logistica, calzature, sostegno per secondaria di primo e secondo grado). I docenti tecnico-pratici erano 55 diventano 26, di cui una classe di nuova istituzione. Obiettivo dichiarato dell’accorpamento proposto dal ministero attraverso decreto (per ridurre i tempi ed evitare il parere delle commissioni parlamentari) è di evitare l’eccessiva parcellizzazione degli organici, dare maggiore flessibilità ai docenti, rivedere la formazione universitaria. Ma nelle pieghe del decreto, e soprattutto delle tabelle di confluenze delle vecchie nelle nuove maxi classi di concorso, i sindacati riscontrano mancanze ed errori, e soprattutto il venire meno di tutele per gli abilitati delle vecchie classi di concorso. Denunciano inoltre rischi di abbassamento della qualità della scuola e di creare nuovi esuberi. Viene fatto osservare che il provvedimento sarebbe facile bersaglio dei ricorsi, perché l’articolo 64 del decreto legge 95/2012 prevede che l’accorpamento delle classi di concorso vada fatta con regolamento (e non per decreto).

Nuove nomine all’ultimo minuto. Il governo insomma pare non voglia smettere di legiferare con procedure eccezionali e forzature della normativa. Proteste ha suscitato anche il fatto che il 25 gennaio il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato sul proprio sito un Avviso di chiamata pubblica alla candidatura per la presidenza e a componente dei consigli di amministrazione dell’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire) e dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi).

Sulla vicinanza tra questo avviso e la scadenza elettorale interviene la Flc Cgil, che giudica “molto strana” la nomina, da parte di un ministro prossimo alla scadenza dall’incarico, di “ben due Presidenze di enti di ricerca, l’INDIRE e l’INVALSI, con annessi i consiglieri d’amministrazione”.

Anche Pierfelice Zazzera, vicepresidente della commissione Cultura e candidato nella lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, commenta:

Nominare ora, a poche settimane dal voto, i vertici di Indire e dell’Invalsi, certifica la mancanza di rispetto da parte del governo dei tecnici. Ci troviamo davanti a un mercato delle vacche degli incarichi, a un vecchio stile politico basato su lottizzazioni e spartizioni. Dov’è l’urgenza e l’opportunità di queste nomine?

Lo schema di decreto sul sistema Nazionale di Valutazione. Non ci si spiega il perché di tanta fretta anche in altri casi. Nonostante i minuziosi rilievi espressi dal Consiglio di Stato, il Governo decide di proseguire in tutta fretta l’iter di approvazione dello schema di decreto sul Sistema Nazionale di Valutazione in materia di istruzione e formazione. Nel provvedimento non viene chiarito il rapporto tra il potere di indirizzo assegnato al Ministro e il ruolo dell’Invalsi, non viene precisato come si intenda assicurare effettivamente l’indipendenza e l’autonomia del corpo ispettivo, né si fissano dei criteri generali per la selezione e la formazione degli esperti destinati a comporre i nuclei di valutazione esterna, compito affidato all’Invalsi. Né tantomeno appare recepito il suggerimento di fondo espresso dal Cnpi di rendere le scuole autonome protagoniste, e non puro oggetto della valutazione.

Per la valutazione universitaria, continua a essere discussa l’Anvur, l’agenzia creata dalla Gelmini che dovrebbe valutare l’intero sistema dell’università e della ricerca in Italia. Quella che avrebbe dovuto essere un’agenzia indipendente si è rilevata una tecnostruttura ministeriale sempre più potente, con un comitato direttivo di nomina politica. L’agenzia non è ancora stata accreditata come ente autonomo di valutazione dalla rete europea di agenzia per la qualità della ricerca. E questo è l’ente che decide la vita e la morte di dipartimenti, facoltà e corsi di studio universitari. Un potere enorme che rischia di limitare fortemente l’autonomia culturale dell’accademia italiana.

Ma finalmente la scuola entra nel dibattito politico. Ci entra con una proposta presente in una bozza sulla riforma del mercato del lavoro redatta dai centristi durante una riunione nello studio del giuslavorista ex Pd Pietro Ichino:

Le vacanze estive durino solo un mese… Va ipotizzata una riforma del calendario scolastico in modo da limitare ad un mese le vacanze estive.

La proposta, che fa il paio con quella di aumentare di 6 ore l’orario settimanale di lezione degli insegnanti a parità di retribuzione, riceve gli applausi dell’ex ministro Brunetta. Mentre cominciavano i confronti, che portavano a dire che non è vero che in Europa ci siano meno vacanze, la proposta viene smentita da Mario Monti. Il premier uscente esplicita la sua idea di scuola: vuole insegnanti soddisfatti come quelli finlandesi, ma con stipendi italiani.

Per Pierluigi Bersani

Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche. Le scuole devono stare in piedi… facciamo una deroga al patto di stabilità, e facciamo manutenzione straordinaria delle scuole, così diamo anche un po’ di lavoro in giro.

Intanto i partiti vanno precisando i loro programmi per la scuola, in vista della prossima scadenza elettorale. Il PDL conferma l’intenzione di estendere al territorio nazionale il modello lombardo basato sul buono scuola (dote scuola) per le famiglie che decidono di iscrivere i propri figli in una scuola non statale come mezzo per favorire la “libertà di scelta“; propone un reclutamento sulla base di concorsi biannali dai quale reclutare il 50% dei docenti, mentre il restante 50% dovrebbe provenire dalle graduatorie ad esaurimento; interventi sull’edilizia scolastica, grazie anche all’intervento di privati.

Ampie e articolate sono invece le proposte della Cgil, che presenta un suo Piano per il Lavoro. dove si legge che

L’istruzione e la scuola pubblica nazionale e laica sono uno straordinario patrimonio del nostro Paese in sofferenza per i tagli subìti e per il continua opera di disinvestimenti.

Tra gli obbiettivi, nella parte dedicata alla scuola, vengono richiamati:

  • l’innalzamento dell’obbligo a 18 anni (rafforzamento dell’istruzione tecnica)
  • contrasto alla dispersione scolastica
  • educazione-apprendimento permanente
  • diritto allo studio che aumenti gli iscritti all’università e il numero dei laureati
  • effettiva gratuità dell’istruzione soprattutto nell’obbligo

Tra i progetti si dà grande risalto alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla digitalizzazione di tutta la pubblica amministrazione, alla stabilizzazione del precariato, alla contrattualizzazione piena del rapporto di lavoro pubblico.

Il testimone passa ora alle forze politiche e a quanti, dopo le elezioni, saranno chiamati alla guida del governo di questo Paese.

Il Coordinamento Nazionale per la Scuola della Costituzione invita le associazioni ed organizzazioni della Scuola ad organizzare nei giorni dal 15 al 19 febbraio nelle diverse realtà locali incontri pubblici con i candidati alle elezioni politiche per conoscere l’opinione e gli impegni che intendono portare avanti concretamente e già sin dai primi cento giorni. I programmi finora conosciuti sono generici; dopo tanti impegni verbali ed affermazioni rituali sulla centralità della scuola statale, la Scuola deve avere risposte puntuali ed impegni concreti e verificabili. Per informazioni: coordnazscuolacostituzione@gmail.com – 349.7865685.

Il problema è infatti che finora nella stragrande maggioranza dei dibattiti televisivi di scuola non si è parlato, come se il mondo dei ragazzi e dei giovani non esistesse e come se l’istruzione e la cultura, con la promessa di cittadinanza alle nuove generazioni, fosse un mondo alieno. Pasquale Almirante ci propone una sintesi dei programmi dei partiti per la scuola così come finora si sono venuti delineando.

Da parte di alcune associazioni scolastiche è partito un appello: Non vi voteremo se:

Siamo circa 30.000.000 di persone: metà del Paese; siamo studenti, genitori, insegnanti, collaboratori scolastici, siamo il popoloso mondo dell’Istruzione Pubblica.

Per una volta tanto siamo decisi a non votare chi non si impegnerà solennemente, davanti a noi e al Paese, ad investire nella scuola, nell’università e nella ricerca una quota di spesa pubblica pari almeno alla media europea.

Non votare chi non si impegnerà solennemente, davanti a noi e al Paese, a restituire alla scuola pubblica la dignità, la qualità e la libertà che la nostra Costituzione le assegna.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. Rileggiamo don Milani

  1. fra un compito da correggere ed una lezione da preparare mi tuffo in questo mare dove “naufragar” non è possibile, perchè Don Milani per me è stato un faro, sia nello scautismo, sia oggi nell’insegnamento. Credo tuttavia che del suo metodo sia possibile esportare solo qualche strumento, per il resto nessuno di noi ha il suo carisma e i suoi talenti. Del resto non dimentico anche che la sua era una scuola privata-cattolica!!! Senza preside, carte e registri!!

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