Vivalascuola. La scuola nell’agenda dei partiti

Nella campagna elettorale dei vari partiti la scuola è la grande assente. E’ invece dal mondo della scuola che partono appelli (ad es. Non vi voteremo! Se…) e proposte di incontri pubblici (come fa ad es. il Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione).

Anche vivalascuola ha chiesto ai responsabili nazionali della scuola dei partiti italiani di rispondere a due domande: 1. Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nell’iniziativa politica? 2. Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

Abbiamo rivolto le domande anche a Scelta Civica, Udc, Fli, M5S: qualcuno non ha risposto, qualcuno ha promesso risposte che non sono arrivate, qualcuno non ci ha saputo indicare un responsabile nazionale. Ci hanno risposto Elena Centemero (Pdl), Francesca Puglisi (Pd), Mario Pittoni (Lega Nord), Giulia Rodano (Idv), Simonetta Salacone (Sel), Vito Meloni (Prc), che ringraziamo. Introduce Marina Boscaino.

Parole che attendono la verifica dei fatti
di Marina Boscaino

Essere insegnanti, per molti che la pensano come me, per molti compagni di battaglie degli ultimi anni, non è semplicemente una condizione lavorativa. Avete idea di quante persone, nella scuola, lavorano – con gli stipendi che conosciamo – a fronte di curricula di tutto rispetto, di bagagli culturali ed esperienze politiche ricchi e significativi?

Per molti di noi essere insegnanti rappresenta un elemento identitario talmente forte e talmente prevalente da giustificare una scelta economica così poco appetibile rispetto ad un lavoro non semplice, di responsabilità enormi; giocato su delicate possibilità di incidere in maniera irreversibile – in positivo e in negativo – sulla vita delle persone. Perché non si tratta solo del fatto che ognuno di noi ha in mente almeno un insegnante che gli ha raccontato il libro che lo ha aiutato a capire; ma del fatto, ancora più ampio e ancora più impegnativo, che – a prescindere dall’empatia e dalle scintille, che sono anche questione di carisma, umanità, capacità di relazione e di comunicazione – la scuola può rendere liberi o no, attraverso la maggiore o minore centralità che assegna allo spirito critico.

Negli anni passati non si è quasi mai parlato di scuola. O meglio, lo si è fatto attraverso lenti di ingrandimento che mai hanno focalizzato l’interesse costruttivamente sull’essenza della scuola, sulla sua funzione, sulle sue potenzialità, sulle sue criticità; su una discussione ampia e culturale sul cosa, come, perché insegnare: l’egemonia dell’economia ha cancellato nei fatti l’atteggiamento e lo spirito che hanno dato vita alle esperienze degli anni ’70 e ‘80: fucine di sperimentazioni, con al centro didattica, pedagogia, relazione, integrazione.

Si viveva, allora, in un Paese che – sperimentando e stabilizzando una democrazia sempre più complessa, consegnava concordemente alla scuola dello Stato la funzione emancipante che la Costituzione le assegna; si fidava dei suoi maestri; credeva intransigentemente in laicità, inclusione, pluralismo nel contrasto al Pensiero Unico. In quegli anni è nata la scuola che, assicurata la media obbligatoria, e la scuola materna statale, poteva consentirsi di lavorare sui “contenuti” a 360°, determinando quei capolavori di democrazia che sono i decreti delegati, i programmi della scuola elementare, i programmi della scuola media, la legge 104/92, il Progetto Brocca.

Tempi passati. Oggi i nostri problemi sono il diritto al lavoro negato, che si riverbera su un diritto allo studio indebolito. Le classi pollaio e il 65% degli edifici scolastici non in sicurezza; proposte scellerate sulla nostra professione, che tentano di aggirare contratto e buon senso; lente e inesorabili arretramenti sul fronte dell’incursione dei privati nella scuola della Costituzione; istituti che vivono sui contributi che, con un sarcastico eufemismo, continuiamo a chiamare “volontari” delle famiglie; modelli di valutazione e determinazione del merito che poggiano volgarmente sul vecchio motivo – un evergreen – della carota e del bastone e sulla necessità – nonostante “ce lo chieda l’Europa”, che però viaggia in direzioni opposte – di creare un sistema di controllo del ministro di turno attraverso la valutazione di un suo diretto dipendente, l’Invalsi.

Un sistema in cui – all’italiana – non si sa chi valuti i valutatori. E poi, la piaga del precariato e concorsi (da dirigente, da docente, da Ata non so, ma suppongo sia anche lì così) che sono tutto, tranne qualcosa per abilitare realmente alla Scuola: la vita è tutto un quiz, si cantava in una vecchia trasmissione televisiva. Nella sterilità di una possibilità – l’unica “giusta” – si contraggono le potenzialità infinite di individui (che su quelle potenzialità dovrebbero fondare il senso della propria professione) e – quel che è peggio – di bambini e ragazzi in formazione.

Dove sono gli studenti, dove sono gli insegnati, dove sono lavagne di ardesia, banchi e sedie che hanno accolto generazioni e generazioni, gli arredi spesso obsoleti, le aule docenti con 2 computer per decine di insegnanti, con gli armadietti – i vecchi armadietti – e l’assenza di possibilità di concentrazione? Eppure è lì che dovrebbe svolgersi la nostra consistente attività ulteriore (intellettuale, valutativa, di studio, di relazione, di confronto informale con i colleghi), quella che ha resa scandalosa dal primo istante l’ambiguità, parlando delle 18 ore settimanali, che sono di lezione, tra ore di lezione – appunto – e ore di lavoro? Sono sullo sfondo, cancellati dalle trovate mediatiche di un 2.0 che esiste solo nella mente di ministri che con la scuola reale non hanno mai avuto nulla a che fare; o ridotti – gli individui, studenti e insegnanti – a numeri di un calcolo che ha sempre il segno meno davanti.

Molti di noi avrebbero ardentemente desiderato che la scuola assumesse una posizione centrale, nelle strategie dei partiti e nella campagna elettorale. Lo abbiamo fatto con appelli – in particolare ai partiti e alle coalizioni piccole – di candidare in posizione utile qualche esponente del mondo della scuola. Perché c’è bisogno di vigilanza democratica, di competenze concrete, di esperienza sul campo, di modelli politici che siano transitati attraverso lo studio attento di quanto è accaduto negli ultimi anni; e di conoscenze. Cosa si è messo in campo, ad esempio, da quando – nel 2009 – abbiamo evinto dal fallimento di Lisbona 2010 che le competenze di lettoscrittura dei quindicenni scolarizzati (il cui innalzamento era uno dei benchmark) sono drasticamente diminuite nel nostro Paese dal 2000 a quell’anno? Un dramma culturale che è rimasto privo di risposte e persino di piccole azioni di contrasto.

Così come, a fronte di un parziale “svecchiamento” dei candidati e di un rinnovamento degli schieramenti in lizza, l’appello ai partiti è rimasto completamente inascoltato. Un giorno – se le cose continuano così – qualcuno dovrà render conto di questa disattenzione.

Qui di seguito leggerete dalla voce diretta dei responsabili scuola dei partiti e delle coalizioni che stanno animando la competizione elettorale le risposte ad alcuni quesiti (e altri stanno facendo altrettanto) che abbiamo voluto porre loro. Si tratta di risposte che, al di là dell’indubitabile buona fede degli intervistati, attendono la verifica dei fatti. Perché attuare o meno politiche di sostegno alla scuola dovrebbe essere un’istanza comune, una sorta di impegno collettivo. Persino la volontà di un ministro non è sufficiente a determinare le condizioni del cambiamento.

Occorre determinare una sinergia di fattori: culturali e politici, innanzitutto, ma anche economici, di contesto, di opportunità rispetto alle priorità che si vorranno o no far emergere. Finché la convinzione della società tutta non sarà concretamente e tangibilmente che la scuola è centrale, nulla potrà realmente accadere. Finché la massa critica che esigerà risposte da coloro che delegheremo a rappresentarci sarà limitata, nessuno si sentirà davvero in dovere di fornire spiegazioni e profondere impegno.

Perché, è bene sottolinearlo, non c’è solo una pessima politica che ha determinato il destino della scuola negli ultimi anni. (“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”, come scriveva Italo Calvino). C’è stata l’incuria di tanti cittadini – e di tanti insegnanti! –che si sono arresi all’inerzia o hanno delegato (dalla propria nicchia rassicurante o cercando rifugio dalla propria delusione) ad altri qualsiasi intervento.

Noi – come altri – continuiamo a porre domande, le cui risposte saranno verificate nel tempo.

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Elena Centemero (Popolo della Libertà)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

La scuola è sempre stata centrale per il PDL. Abbiamo riformato l’intera filiera scuola e università favorendo la centralità dello studente e la libertà di scelta delle famiglie. In linea con l’Unione Europea per noi le parole d’ordine della prossima legislatura saranno autonomia, responsabilità, valutazione e occupabilità. Per essere centrali nel nostro sistema infatti le scuole devono legarsi al territorio, coinvolgendo famiglie, imprese ed enti locali in rete con una progettualità mirata e che riceva fondi in relazione ai risultati.

Valutare e rendere trasparente la qualità di un istituto sulla base di standard nazionali e regionali permette di valorizzare il ruolo delle nostre scuole per la crescita del Paese e della formazione dei giovani. Nella attuale crisi economica e occupazione poi è necessario che la scuola e l’università diano competenze professionali forti ma anche trasversali che consentano l’inserimento in un mercato del lavoro europeo. È chiaro che bisognerà ripensare alle risorse a disposizione innanzitutto riqualificandone l’attuale utilizzo. E poi i docenti: formazione e reclutamento.

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

LIBERTÀ di SCELTA, AUTONOMIA, e le indicazioni europee: OCCUPABILITÀ e INCLUSIONE SOCIALE. La libertà di scelta è alla base del buono scuola, che in Lombardia ha permesso a tante famiglie di scegliere all’interno di un sistema di istruzione integrato, statale e paritario, e che ha garantito il diritto allo studio. Il Pdl ha previsto nel suo programma che questo strumento possa essere utilizzato a livello nazionale. Una scuola autonoma è innanzitutto una scuola responsabile, che rendiconta alle famiglie e al territorio come usa le risorse e con quali risultati, Dunque valutazione dell’offerta formativa e una diversa modalità di assegnazione delle risorse, a partire dallo sviluppo di reti di scuole. In una parola la scuola italiana deve abbandonare definitivamente l’autoreferenzialità che la ha caratterizzata e connettersi sempre di più al territorio e al mondo del lavoro. Formare i nostri giovani perché abbiano competenze spendibili e richieste dal mondo del lavoro non solo italiano, ma anche europeo e dal mercato globale è una mission che non può più essere prorogata!

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Vito Meloni (Rifondazione Comunista)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

Noi partiamo dalla considerazione che sulla scuola negli ultimi 15-20 anni si sono abbattuti provvedimenti che ne hanno snaturato la funzione istituzionale. Le responsabilità degli ultimi due governi, in assoluta continuità tra di loro, sono gravissime, così come quelle delle forze politiche che hanno sostenuto il governo Monti. Il risultato è un sistema scolastico sempre più impoverito nelle risorse, nel tempo e nella qualità, di ispirazione apertamente classista, sempre più lontano, dunque, dal dettato e dallo spirito della Costituzione.

Per invertire questa tendenza, riteniamo indispensabile aprire una fase di nuovo investimento – economico, culturale e politico – sulla qualità dell’istruzione, riaffermando che il sapere è un diritto di tutti. Il diritto allo studio non si garantisce solo con il sostegno economico ma creando le condizioni strutturali perché gli studenti riscoprano il piacere di imparare.

Puntiamo sul coinvolgimento e sul protagonismo degli insegnanti, oggi mortificati nella condizione economica, nel ruolo professionale, nella considerazione sociale e, in tanta parte, da una precarietà pervicacemente costruita e mantenuta.

Malgrado i disastri degli ultimi anni, la scuola pubblica conserva ancora energie straordinarie. Compito della politica è quello di prendersene cura, di favorire i processi di trasformazione positiva, di dare segnali chiari nella direzione della salvaguardia – o, meglio, del recupero – delle esperienze più avanzate, oggi annichilite, come il tempo pieno nelle scuole elementari e il tempo prolungato nelle scuole medie. Alcuni dei punti di forza del sistema scolastico italiano, quelli che hanno consentito di raggiungere i risultati migliori, sono stati la partecipazione democratica di tutte le componenti e la cooperazione professionale. Collegialità e cooperazione sono state umiliate da una concezione dirigistica dell’autonomia scolastica, con una mortificazione del ruolo degli organi collegiali e la concentrazione dei poteri nelle mani dei dirigenti scolastici.

Noi vogliamo, invece, che insegnanti, ATA, studenti e genitori, nella distinzione dei ruoli, possano realmente contare nelle scelte organizzative e didattiche delle proprie scuole. Detto per inciso, tutto il contrario di quello che si stava tentando di fare con l’approvazione del disegno di legge ex-Aprea, sostenuto da PD, PDL e UDC. Pensiamo, insomma, che vada ricreato nelle scuole un clima che favorisca l’impegno, la condivisione e la partecipazione.

Il PRC parteciperà alle elezioni con la lista Rivoluzione Civile, con Ingroia candidato presidente, insieme ad altre forze politiche e ad esponenti della società civile. Il programma per la scuola della lista – che recepisce, nella sostanza, le proposte del mio partito – è stato costruito su una condivisione dei contenuti tra le varie anime che la compongono, senza alcuna necessità di complicate mediazioni. È un ottimo viatico perché l’iniziativa politica e l’azione parlamentare si sviluppino con coerenza rispetto alle premesse programmatiche.

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

Prevediamo un ampio spettro di interventi sulla scuola, dalla generalizzazione della scuola dell’infanzia pubblica all’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, dall’assunzione dei precari su tutti i posti disponibili alla revisione degli organici per renderli effettivamente adeguati alle esigenze di funzionamento delle scuole, all’introduzione dell’organico funzionale, solo per citarne alcuni. Sono tutti interventi indispensabili per ricostruire la scuola pubblica, per fare in modo che essa “ritorni alla Costituzione”. Tuttavia nessuna ricostruzione è possibile se prima non si sgombra il campo dalle macerie che si sono accumulate.

Per questo proporremo innanzitutto la cancellazione dei provvedimenti varati dalla Gelmini e riconfermati da Profumo. Sappiamo che non sarà semplice. I guasti prodotti sono profondi: sono stati distrutti i modelli didattici migliori, come il tempo pieno e prolungato, si è accentuata la separatezza tra gli indirizzi della scuola superiore, l’obbligo scolastico è stato snaturato, sono state ripristinate forme arcaiche di valutazione del rendimento scolastico e di controllo autoritario sugli studenti. Se non si aggrediscono subito questi punti, c’è il rischio di un loro ulteriore consolidamento che renderebbe il processo di arretramento del sistema più difficilmente reversibile.

Il secondo impegno riguarda la restituzione dei finanziamenti tagliati e l’incremento graduale delle spese per l’istruzione. Occorrono investimenti adeguati se si vuole veramente combattere la selezione, che continua ad avere un segno di classe, incrementando le risorse per il diritto allo studio e per l’integrazione degli alunni stranieri, garantendo il sostegno alle persone con disabilità, potenziando gli organici e investendo sulle strutture, come biblioteche e laboratori. Le risorse ci sono, noi proponiamo che vengano recuperate dalle spese per armamenti, da quelle per le missioni di guerra e dagli scandalosi e anticostituzionali finanziamenti alle scuole private.

Il terzo impegno riguarda l’assetto democratico del sistema.

Vogliamo fermare il processo di frammentazione e privatizzazione del sistema scolastico che va avanti ormai da molti anni. Da un lato, le scuole sono spinte ad atomizzarsi e a mettersi in concorrenza tra loro, dall’altro si è accentuato il controllo politico sul sistema, al punto che il ministro di turno può decidere persino i contenuti delle discipline e le modalità del loro insegnamento. A questo proposito condividiamo le proposte avanzate dal Coordinamento per la scuola della Costituzione e ne faremo oggetto di una nostra iniziativa legislativa.

In conclusione, anche sulla scuola occorre una vera alternativa alle politiche liberiste che hanno caratterizzato una intera fase. È quanto hanno chiesto con forza i movimenti in difesa della scuola pubblica in questi anni. La nostra ambizione è che le istanze per le quali ci siamo battuti, insieme a tanti altri, nelle scuole e nelle piazze, abbiano finalmente una rappresentanza anche in Parlamento.

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Mario Pittoni (Lega Nord)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

Presentare proposte praticabili. Non è più tempo di spot: i cittadini chiedono fatti che – se arrivano – portano consenso e conseguentemente attenzione da parte della politica. Nella legislatura che si chiude, per quanto riguarda la scuola, come Lega Nord abbiamo ottenuto una serie di circolari ministeriali che estendono la responsabilità su quanto dichiarato nelle autocertificazioni, agli uffici (con il risultato che sono aumentati i controlli), vari disincentivi” agli spostamenti degli insegnanti iscritti nelle graduatorie provinciali ad esaurimento (che hanno garantito un minimo di continuità didattica), il riequilibrio nell’assegnazione dei posti alle singole regioni e l’azzeramento di fatto dei punti in più per chi vanta valutazioni insolitamente elevate (concentrate in alcune aree del Paese) per quanto riguarda il nuovo concorso degli insegnanti. Successi con cui puntiamo a consolidare l’attenzione trasversale che già c’è sulla nostra proposta di riforma del reclutamento dei docenti (DDL S. 2411), che punta a correggere l’accentuata disomogeneità di valutazione oggi presente sul territorio, segnalata anche dalle ricerche internazionali.

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

Correzione delle distorsioni nella valutazione; ottimizzazione del servizio, penalizzato in certe aree da enormi sacche di spreco nell’utilizzo del personale; implementazione del dialogo tra scuola e mondo delle imprese. Per quanto riguarda i meccanismi di selezione del corpo docente, la nostra proposta – basata su albi regionali e prove di preparazione che sostituiscono in buona parte il tradizionale punteggio base – presenta almeno quattro vantaggi:

1) Funge da calmiere” agli spostamenti dalle zone con meno opportunità di lavoro ma valutazioni “generose”, a quelle con più posti disponibili ma maggiore rigore nei voti, evitando che candidati valutati con manica larga in altre realtà possano scavalcare chi effettivamente merita.

2) Toglie appetibilità ai corsi on line più o meno fasulli (spesso ridottisi a puro “mercato” dei punti) e allo scambio di favori tra strutture private e docenti (in particolare ore di insegnamento gratuite in cambio di punti). Che senso avrebbe, infatti, spendere migliaia di euro per corsi che intervengono solo su 1/5 del punteggio base e non garantiscono la preparazione necessaria per puntare a una buona valutazione nella prova di preparazione che incide per i 4/5?

3) Mette in “competizione” gli aspiranti all’insegnamento iscritti ai vari albi regionali spingendoli a migliorarsi. Un candidato bravo, ma iscritto in una regione dove i bravi sono tanti, sarà infatti spinto a iscriversi nella regione vicina che magari ha meno bravi e offre più opportunità di lavoro. A quel punto però gli iscritti in quella regione avranno tutto l’interesse a darsi da fare per crescere professionalmente e non farsi sfuggire l’opportunità di conquistare la cattedra.

4) Crea le condizioni per poter allargare le maglie dell’accesso ai corsi di abilitazione. Il candidato, una volta reso edotto della presenza di un efficace filtro del merito nel percorso che porta alla cattedra, si troverà di fronte a una pura scelta di coscienza della quale sarà totalmente responsabile.

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Francesca Puglisi (Partito Democratico)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

Restituire centralità alla scuola significa restituirle risorse, stabilità e fiducia.

In questi anni, abbiamo subito l’attacco alla scuola pubblica dei governi Berlusconi. Il ministro Gelmini non ha fatto altro che seguire ed eseguire la linea ideologica impostata dal ministro Moratti: destrutturare la scuola pubblica in nome di un imprecisato diritto delle famiglie a scegliere. A scegliere cosa, verrebbe da chiedersi, quando in realtà l’unica scelta possibile – nel disegno berlusconiano – sarebbe data dal censo, dal reddito, dalla classe sociale, e dunque non una scelta, bensì una strutturazione dell’istruzione per caste sociali.

Il governo Monti avrebbe dovuto invertire la tendenza, e invece, dopo timidi passi in cui sembrava voler restituire fiducia al mondo della scuola, non ha fatto altro che continuare i tagli di Tremonti.

Se tocca a noi governare, intendiamo rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo e, poiché non raccontiamo favole, sappiamo che per farlo dovremo agire sul bilancio dello Stato. Vogliamo riportare gradualmente l’investimento in istruzione almeno al livello medio dei Paesi OCSE. Taglieremo altrove, poiché consideriamo l’istruzione un investimento e non una spesa.

Ma più risorse non bastano. Occorre restituire prestigio sociale al mondo della scuola tutto, dai docenti agli studenti, dai genitori al personale ATA. Adoperando le parole di Piero Calamandrei, la scuola è un vero e proprio organo costituzionale”, è lo strumento che garantisce “uguaglianza e libertà”, come ci chiede la nostra Costituzione, è l’unico vero ascensore sociale, per ridare slancio ad una società bloccata. Un docente non è un inculcatore (Berlusconi dixit) né un fannullone (Berlusconi) né un conservatore (Monti), è, invece, la persona cui affidiamo il futuro delle giovani generazioni.

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

La scuola ha bisogno, innanzitutto, di fiducia, e questo vuol dire basta con le riforme calate dall’alto. Anche sulle nostre proposte, peraltro già ampiamente discusse, non vogliamo interrompere il confronto con il mondo della scuola. Se dovesse toccare a noi governare, credo che le prime tre urgenze riguardino l’organico funzionale, la dispersione e l’edilizia scolastica.

Sappiamo che l’unica vera riforma l’ha fatta il centro sinistra e si chiama autonomia scolastica. Le scuole autonome oggi hanno bisogno di risorse umane e finanziarie certe su cui poter contare per dispiegare appieno la libertà di insegnamento e un’autonoma organizzazione didattica per raggiungere un unico obiettivo: permettere agli studenti di arrivare al proprio successo formativo e scolastico. Per questo vogliamo assegnare un organico funzionale (dotazione di personale sia docente sia ATA) stabile per almeno un triennio ad ogni scuola.

Se siamo al primo posto in Europa per il precariato scolastico, siamo agli ultimi posti per il successo formativo e scolastico degli studenti e delle studentesse. La sfida che si troverà di fronte il nuovo governo è quella di abbattere, in solo sette anni, il 18% di dispersione scolastica (la media europea è del 13% e dobbiamo arrivare al 10% entro il 2020). Il problema è particolarmente grave per i figli di famiglie immigrate, soprattutto quelli nati all’estero, che presentano i maggiori rischi di abbandono.

L’insuccesso e la dispersione scolastica, i bassi livelli di apprendimento degli studenti e delle studentesse rispetto ai propri coetanei europei, si manifestano nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Come tutti sappiamo, il punto di sofferenza è lo snodo che va dagli 11 ai 16 anni, che coincide con il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza e costituisce il punto debole dell’azione orientativa. E’ qui infatti che si registra il tasso più alto di dispersione scolastica, con punte del 30%, soprattutto nel primo anno degli istituti professionali e tecnici.

I dati ci dicono che un quarto degli studenti non consegue un titolo di istruzione di secondaria superiore, in altre parole solo il 75% degli studenti consegue un diploma e/o una qualifica contro una media dell’88% della Francia e del 90% della Germania.

A fronte di questi numeri desolanti, gli obiettivi di Lisbona 2020 prevedono che i diplomati nei Paesi dell’Unione Europea, quindi anche dell’Italia, arrivino al 90%.

Gli interventi da mettere in atto dovrebbero essere molteplici, a cominciare dall’assunzione, tramite un apposito concorso, di una leva di insegnanti specializzati nella didattica per quella specifica classe di età (preadolescenza e adolescenza). Inoltre, il Pd pensa a un biennio unitario fortemente orientativo e formativo, che eviti il fenomeno del drop-out dovuto a precoci scelte sbagliate. Andranno rafforzate le politiche di orientamento (nel primo biennio e nel quinto anno in uscita verso l’università e o il mondo del lavoro) e messe in atto azioni che rendano possibile la transizione dalla scuola al lavoro, da inserire nella didattica ordinaria, attraverso esperienze di alternanza scuola-lavoro da attuarsi, a partire dal secondo biennio, in tutti gli indirizzi della secondaria di secondo grado.

Occorre ripensare e potenziare tutta l’istruzione tecnica e professionale, con azioni che vedano protagonisti gli insegnanti e i dirigenti scolastici per rinnovare gli impianti culturali delle discipline, in rapporto anche alle nuove tecnologie. L’obiettivo è quello di avere un sistema di istruzione secondaria capace di fornire agli studenti una solida e unitaria cultura generale perché possano esercitare il diritto di cittadinanza attiva.

Siamo tra gli ultimi anche nella terza priorità che il governo dovrebbe affrontare subito: l’edilizia scolastica. E’ urgente un piano straordinario poiché oggi il 64% delle scuole non rispetta le norme di sicurezza. Siamo di fronte, dunque, a una vera emergenza nazionale. Servono interventi urgenti, primo fra tutti l’allentamento del patto di stabilità interno per quegli enti locali che investono nella ristrutturazione o nella edificazione di nuove scuole, e quando si costruisce il nuovo occorre prevedere ambienti di apprendimento innovativi ed eco sostenibili. Dobbiamo rifinanziare la nostra legge 23, che permetteva un’accorta pianificazione degli interventi di concerto con gli enti locali e dobbiamo offrire ai cittadini e alle cittadine la possibilità di destinare l’8 x mille dello Stato, in modo mirato all’edilizia scolastica.

Sono tre priorità assolute, ma, più in generale, il Pd ribadisce che la prima cosa che il nuovo governo dovrà fare è avere il coraggio di andare a tagliare altrove la spesa statale, rimettendo l’istruzione al primo posto per rilanciare la crescita e garantire a tutti condizioni di uguaglianza.

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Giulia Rodano (Italia dei Valori)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

La priorità per noi è ricominciare ad investire nell’istruzione, nella scuola, nell’università e nella ricerca iniziando con il restituire a questo settore le risorse che sono state sottratte in questi anni. Sono stati tagliati alla scuola, prima da Tremonti e poi da Monti, oltre otto miliardi di euro, accrescendo la povertà del sistema, riducendo l’offerta formativa, causando la perdita di migliaia di posti di lavoro, condannando migliaia di insegnanti a un destino di precariato, che ha creato il fenomeno delle classi pollaio, che ha ridotto la possibilità del tempo pieno, determinato difficoltà nella continuità didattica.

Il problema non è di risorse, ma di scelte. Molti f35 in meno, una lotta seria per il recupero dei capitali illeciti e per l’evasione fiscale, potrebbero essere sufficienti. Il problema è decidere: l’Italia non deve tagliare sulla scuola. Anzi sulla scuola occorre investire. Nel movimento di Rivoluzione Civile sono presenti quelle forze che in questi anni si sono opposti senza se e senza ma alle politiche della Gelmini e di Profumo. Rivoluzione Civile condivide lo stesso impegno.

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

Oggi si tratta di rimettere la scuola al centro della attivitá e delle scelte del governo. ci sono decisioni ormai indifferibili e che vanno assunte il prima possibile.

In primo luogo, insisto, occorre decidere con i primi strumenti finanziari, di ricominciare a investire, ricominciare a restituire risorse anche di spesa corrente alla scuola. Occorre investire in un piano straordinario per mettere in sicurezza le nostre scuole, restituire pienezza di possibilità di funzionamento alla scuola primaria e dell’obbligo, cancellando le misure regressive e i tagli della Gelmini, confermati da Profumo e dalla sua maggioranza.

Occorre infine accrescere l’offerta formativa nella scuola, ripristinando le tante ore di lezione tagliate, le attività di laboratorio, la possibilità di rinnovare la didattica e soprattutto e in primo luogo avviare un percorso certo di stabilizzazione dei precari e di creazione di una situazione che a partire dalla certezza delle risorse, dalla delineazione di un organico funzionale e di percorsi formativi e abilitativi certi e trasparenti, impedisca la creazione di nuovo precariato.

Occorre inoltre mettere fine a ogni velleità di frammentazione o privatizzazione dell’unitarietà del sistema di istruzione pubblica, come si è tentato nella scorsa legislatura con la proposta di legge Aprea, mentre occorre rilanciare la partecipazione della democrazia e della partecipazione delle componenti scolastiche.

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Simonetta Salacone (Sinistra Ecologia Libertà)

Che cosa pensa di fare il suo partito per restituire centralità alla scuola nella iniziativa politica?

Siamo consapevoli, noi persone di scuola vicine a SEL, che non basta mettere fra i primi punti di impegno programmatico la difesa della qualità della scuola statale, perché nei fatti questo si traduca in dichiarazioni, impegni ed azioni dei politici capaci di scuotere un’opinione pubblica distratta dai temi dell’emergenza a cominciare dal lavoro che non c’è, dalla precarietà che aumenta, dal welfare che si riduce.

Eppure noi siamo convintissimi che i temi della qualità dell’istruzione e degli investimenti sulla scuola statale, quella di tutti, siano strettamente intrecciati ai problemi cruciali che oggi il nostro Paese si trova ad affrontare.

Il sistema dell’istruzione pubblica è stato sistematicamente e programmaticamente distrutto dal centro destra, in particolare dall’ultimo governo Berlusconi, attraverso i tagli di Tremonti e le pessime riforme di Gelmini.

Il Governo Monti, purtroppo, si è posto sulla medesima strada.

Uno sviluppo ad alto contenuto di conoscenze. Non c’è alcuna possibilità di sviluppo sano (e non di sola crescita dei consumi) se non si punta sui campi, tutti ad alto contenuto di conoscenze, nei quali il nostro Paese ha presentato e presenta ancora risultati di eccellenza: dalla ricerca nei diversi campi delle scienze e degli studi umanistici, della tecnologia, della valorizzazione del patrimonio ambientale, storico ed artistico …

La ricchezza culturale e la storia del nostro Paese ne fanno, inoltre, un ponte fra l’Europa, l’Asia e l’Africa e ne possono rilanciare il ruolo centrale per le politiche di sviluppo sociale ed economico dei Paesi mediterranei, oggi messi in crisi dalla crescita, molto veloce, sia demografica che economica dei Paesi che si affacciano sul Pacifico

Ma senza una solida preparazione di base, che si realizza a scuola, non si avranno buoni ricercatori, né professionisti, né tecnici, né cooperatori, né lavoratori capaci ed appassionati e all’altezza dei compiti richiesti.

Una società più coesa. Una società in crisi rischia di aggravare l’egoismo sociale e le tensioni che ne derivano: solo la scuola può far fronte a questa deriva mediante una sana educazione alla cittadinanza critica, al pluralismo delle idee e alla laicità del confronto, alla solidarietà e alla consapevolezza che dalle difficoltà ci si risolleva solo attraverso un impegno comune.

Una più approfondita conoscenza delle culture a noi contigue può far superare, in un mondo sempre più globale, banali stereotipi e predisporre al dialogo e alla ricerca di percorsi comuni di coesistenza e sviluppo compatibile.

L’Europa, la democrazia, il welfare. La crisi dell’ Europa unita può diventare crisi del modello di democrazia faticosamente raggiunto nel tempo e del sistema di welfare che ne ha contraddistinto lo sviluppo economico-sociale: solo una ricca capacità di memoria storica, rinforzata da scambi culturali e costruzione di un orizzonte di formazione europea fra i giovani (con l’incremento di progetti di studio e lavoro fra studenti e giovani lavoratori dei diversi Paesi europei, con la diffusione della conoscenza delle lingue e delle culture europee) può aiutare a trovare soluzioni che vadano in direzione di non disgregare questo patrimonio e di consolidare gli anticorpi contro la competizione fratricida che per secoli ha dilaniato questo continente.

Come si vede, è facile, se si argomenta a partire dal concreto, far emergere che quella sulla scuola e sull’istruzione non è una spesa superflua, ma un investimento sul futuro.

Un’inchiesta e una Conferenza sulla Scuola. Chiediamo che, dopo le elezioni, un nuovo Governo (che ci auguriamo di centrosinistra!) avvii una Inchiesta sullo stato della Scuola sul tutto il territorio del Paese, per ottenere una effettiva conoscenza delle situazioni, che risultano essere molto critiche e frammentate, dopo i provvedimenti degli ultimi anni.

Al termine e in tempi medio-brevi, riteniamo utile che, a partire dai dati raccolti e per promuovere una riflessione di alto livello sul complesso del sistema istruzione, si indìca una Conferenza Nazionale a cui invitare non solo politici, esperti dell’Amministrazione e operatori scolastici, ma anche rappresentanze di tutti i soggetti della governance , a cominciare da Regioni ed EELL, intellettuali e ricercatori , operatori della comunicazione e dei “media” .

La Conferenza dovrà affrontare prioritariamente i seguenti problemi:

• come adeguare la scuola alla complessità sociale ed economica dei tempi e allo sviluppo rapidissimo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione

• l’ingegneria di sistema (durata del percorso dell’obbligo, cicli, orientamento e raccordo con la FP, gli ITS, il percorso universitario)

• la revisione e l’adeguamento delle discipline, della metodologia e della didattica

• la prima formazione e la formazione in servizio dei docenti

• la “governance” complessiva del sistema dell’autonomia scolastica e l’intreccio delle competenze dello Stato e delle Regioni

• la predisposizione di uno strumento per la valutazione nazionale del sistema dell’istruzione, da affidare ad un organismo terzo rispetto al Ministero e alle Scuole; i contenuti e le modalità della valutazione

• il rientro nei termini di costituzionalità della legge sulla parità scolastica

• un piano nazionale di edilizia scolastica

Quali sono le tre cose imprescindibili che caratterizzano il programma del suo partito sulla scuola?

Pur se nell’ottica di una riflessione complessiva e ampia sul sistema si istruzione e formazione di cui sopra si è detto, riteniamo che le prime azioni di un governo di centrosinistra debbano riguardare i seguenti problemi:

1. Un piano triennale con impegni precisi nelle leggi finanziarie a restituire gradualmente le risorse finanziarie e di organico tolte nel triennio dal ministro Gelmini (8,5 mld) e dai successivi tagli lineari del ministero Monti.

2. Conseguenti a questo punto sono:

– L’abolizione degli articoli 2, 3, 4, 5 della legge 169/2008 (con il ripristino del Tempo Pieno e del Modulo, con compresenze, nella scuola primaria e l’abolizione del maestro unico, del Tempo prolungato nella scuola secondaria di primo grado, del giudizio mediante i voti nella scuola del primo ciclo)

Il ripristino della percentuale di organico tagliato per effetto della legge di natura finanziaria n 133/2008 e del conseguente Piano Programmatico, riportando ai livelli precedenti il numero massimo e minimo di alunni per classe e il rapporto docenti di sostegno/disabili

– la definizione legislativa dell’obbligo scolastico almeno fino a 16 anni da realizzarsi nel sistema dell’istruzione (e non nell’apprendistato o nella FP)

– l’assegnazione alle Scuole di un organico funzionale, non direttamente corrispondente al numero delle classi, stabile per un triennio, sufficiente a garantire la gestione di laboratori, biblioteche, sperimentazioni e percorsi di prevenzione della dispersione scolastica.

3. La soluzione in tempi certi e senza nuove prove per il personale precario, inserito nelle graduatorie degli aspiranti ad incarico, che ha già subito selezioni e ha effettuato percorsi concorsuali o formativi (SSIS) e mediante prove riservate per chi ha svolto, comunque, incarichi di insegnamento di durata almeno annuale. Contestuale varo periodico di nuove forme di assunzione.

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SEGNALAZIONE

Seminario Insegnare e apprendere la storia in ambiente digitale. Percorsi didattici sul Risorgimento. Giovedì 28 febbraio 2013, dalle ore 15 alle ore 18, nella aula a gradoni del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano, in via Respighi 5, si svolgerà il Seminario Insegnare e apprendere la storia in ambiente digitale. Percorsi didattici sul Risorgimento.

Per informazioni: vedi qui.

I percorsi didattici presentati intrecciano competenze storiche, linguistiche, comunicative, espressive e digitali con la complessità storiografica e la profonda attualità della problematica risorgimentale.

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Seminario Siti per la formazione storico-interdisciplinare
. Giovedì 21 febbraio 2013, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 14.30 alle ore 16.30, nella sede della ASP Golgi Redaelli, in via Olmetto 6, a Milano, si terrà il Seminario Siti per la formazione storico-interdisciplinare: come usufruirne e come rinnovarli

Per informazioni: vedi qui.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Tempo di elezioni, tempo di favole.

Silenzio o quasi… a meno di due settimane dalle elezioni. La scuola è la grande assente.

Così Marina Boscaino il 12 febbraio. Giuseppe Caliceti arriva alle stesse conclusioni, mettendo in evidenza

Tempo di elezioni, tempo di promesse. Anche a scuola. Anche sulla scuola. Come si parla di scuola in tempo di elezioni? Poco e male.

Tra le sparate più grosse il primo posto spetta a Scelta Civica di Mario Monti, che, dopo aver tagliato tutto il tagliabile e non avere ancora smesso negli ultimi giorni del suo governo, promette alla scuola

580 milioni nel 2013, 1.28 miliardi nel 2014, 1.82 miliardi nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 2.25 miliardi nel 2017

Subito dopo viene quella, già sentita, di Silvio Berlusconi:

A scuola ci sono gli insegnanti di sinistra, dunque le famiglie devono avere un bonus per mandare i propri figli nelle scuole private cattoliche.

Tanto è vero che Girolano De Michele così introduce una sua ampia analisi dei programmi elettorali delle forze politiche di sinistra:

L’esame dei programmi elettorali che possono in qualche modo riguardare gli elettori di sinistra può dare, a una prima lettura, l’impressione di un libro delle favole.

Per poi concludere:

Che ci siano tagli e spostamenti di risorse da un settore all’altro, non sarò certo io a negarlo: ne attesta la fattibilità anche quest’anno il Rapporto Sbilanciamoci 2013, e nel mio La scuola è di tutti l’ho sostenuto, conti alla mano (e su qualche punto mi è stata data ragione dai fatti). Ma non è certo con i soli tagli agli F 35, o con la stanca retorica sull’evasione fiscale che si mettono in atto politiche strutturali…

Come sia poi possibile una radicale riforma di senso e di strutture della scuola in un quadro generale che resta immutato, e dunque sottoposto agli effetti della crisi, resta quantomeno misterioso, almeno per me.

Per chi volesse approfondire segnaliamo comunque una elaborazione grafica dei programmi dei vari schieramenti, una guida ragionata ai programmi elettorali sulla scuola di Pasquale Almirante, uno speciale di Orizzonte Scuola, interviste ai candidati di vari partiti sulla scuola su Il sussidiario.

Per chi volesse andare alla fonte indichiamo dove trovare i programmi di Fare per Fermare il declino, Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Rivoluzione Civile, Scelta Civica, Sinistra Ecologia Libertà.

Le ultime di Profumo. Il 15 febbraio la commissione Istruzione e cultura del Senato ha espresso parere positivo al Regolamento sulla valutazione della scuola, grazie al voto favorevole del Pdl e della Lega. Ora il Governo potrebbe varare in via defintiva il Regolamento, nonostante la legislatura sia agli sgoccioli e nonostante nei giorni scorsi sindacati e associazioni studentesche abbiano chiesto di bloccare l’iter del provvedimento. E nonostante i numerosi punti critici del Regolamento e dell’iter da esso seguito, riassunti da Osvaldo Roman, che gettano ombre sull’operato del governo. Il regolamento infatti ha avuto pareri fortemente critici del Cnpi e soprattutto del Consiglio di Stato.

Il provvedimento amplia il ruolo dell’Invalsi, cui viene affidato il compito di valutare il rendimento dei ragazzi ma anche quello di “definire gli indicatori per la valutazione dei dirigenti scolastici” e di “redigere un periodico rapporto sul sistema scolastico e formativo tale da consentire anche una comparazione su base internazionale“.

Da notare che questi obiettivi compaiono anche nel programma di politica scolastica presentato dalla lista Scelta Civica che fa capo all’attuale presidente del Consiglio Mario Monti. La Flc-Cgil la definisce “una squallida questione di poltrone” e chiede al Ministro

un atto di dignità istituzionale: fermi il regolamento sul sistema nazionale di valutazione e blocchi i bandi per la nomine Indire e Invalsi.

Riteniamo che un Parlamento sciolto e un Governo in scadenza… si sarebbero dovuti fermare di fronte ad un atto come il regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione che è certamente un atto politico e non tecnico, non condiviso né dalla maggioranza che sostiene questo governo né dai soggetti sociali né dai soggetti istituzionali.

Perché andare avanti a dieci giorni dalle elezioni?

Perché contestualmente ci sono in ballo le nomine a presidente dei due enti di ricerca che costituiscono l’ossatura del SNV, INVALSI e INDIRE, per i quali precipitosamente si sono indetti i bandi per le candidature. In fretta, prima che arrivi il nuovo Governo e si possano mettere in discussione certi assetti. In fretta per coprire, con i soliti noti, le poltrone.

Anche per Francesca Puglisi (Pd) si tratta di una forzatura delle regole democratiche e del buon senso. Il ministro Profumo prende tempo.

Un’altra accelerazione è stata imposta all’applicazione della riforma Gelmini per l’università. È stato infatti pubblicato il decreto Ava, acronimo di Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento del sistema universitario italiano. Si tratta di un sistema integrato che fa capo all’agenzia della valutazione Anvur, che assicurerà la qualità (Aiq) dei corsi di laurea. Gli atenei hanno tempo fino al 4 marzo per ricevere l’accreditamento iniziale dal Miur. Per attivare una triennale sono richiesti 12 docenti, per una magistrale 8. Con quei docenti si possono accettare studenti fino a un certo numero massimo, che dipende dalla classe del corso. Solo che, a causa del blocco dei concorsi e del pensionamento di massa nei prossimi anni, i docenti saranno dimezzati e quindi molti corsi dovranno essere chiusi o accorpati ad altri per mancanza di professori. Come conseguenza, ci sarà “l’introduzione generalizzata del numero chiuso“.

Sempre nelle università è in arrivo il “bollino di qualità” sui dottorati. Dopo l’approvazione della Corte dei Conti, quello che dovrebbe essere il più alto grado dell’istruzione universitaria cambierà radicalmente. Ce ne saranno di meno, e saranno concentrati nelle “scuole” di dottorato con un collegio di 16 docenti che bandiranno un minimo di 4 borse. E già, come denuncia la terza indagine annuale dell’associazione dei dottorati italiani (Adi), da almeno tre anni è in atto un’espulsione di massa dei ricercatori precari dalle università. Solo 7 su 100 possono aspirare ad un posticino nell’università. Il restante 93% viene espulso per sempre.

Il decreto sulle nuove classi di concorso invece non si farà. Il ministero dell’istruzione ha preso atto del coro unanime di proteste da parte dei sindacati e degli addetti ai lavori per la troppa celerità imposta da viale Trastevere all’iter di formazione del provvedimento e alla fine ha deciso di rimandare tutto alla prossima legislatura.

Bloccata per il momento anche la contestata riforma del “Diritto allo studio”, poiché le regioni del Sud si ribellano: le nuove disposizioni rischiano di introdurre, come sottolineato anche da varie associazioni studentesche, una serie di discriminazioni sia dal punto di vista sociale sia tra le diverse aree del Paese. Ma il ministro Profumo non demorde ed è convinto che il decreto verrà varato alla Conferenza Stato-Regioni del 21.

Negli ultimi tre anni il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Una ulteriore riduzione del diritto allo studio appare tanto più grave dopo che il Cun ha reso noto che in dieci anni gli immatricolati alle università italiane sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Quanto a laureati l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse: al 34° posto su 36 Paesi. Solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%.

Il dato è destinato a peggiorare, visto che il calo degli immatricolati all’università colpisce le classi meno abbienti. Dal 2003/2004 al 2011/2012, gli immatricolati all’università in possesso di un diploma di maturità liceale (classica o scientifica), anziché diminuire, sono infatti aumentati dell’8%. Mentre sono crollate le immatricolazioni di coloro che erano in possesso di un diploma tecnico o professionale: meno 44% per i primi e meno 37% per i secondi. E in Italia, si sa, gli istituti tecnici e professionali sono frequentati proprio dai figli delle famiglie meno abbienti.

Questi giovani, inoltre, non riescono a vedere nella laurea un investimento valido, né sul piano della maturazione culturale né su quello professionale. Come domanda Giuseppe Caliceti,

Se il lavoro non c’è, a cosa serve la scuola? Che fine fa la visione di un’università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro?

Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione – permanente, civile, della persona – che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.

E in tempi di impoverimento, non si salva nemmeno la lingua italiana. Il Senato Accademico del Politecnico di Milano ha deciso di adottare a partire dal 2014 l’inglese come lingua obbligatoria per il biennio delle lauree magistrali. Nel Politecnico esistono già filoni d’insegnamento in inglese in tutti corsi di laurea: basta questo per rispondere all’obiettivo dell’internazionalizzazione dell’università italiana. Rendere l’inglese obbligatorio per tutti è invece un indice di provincialismo e di rassegnazione nei confronti di un declino che va combattuto con tutte le energie, a cominciare dalla ricerca e dalla cultura. Perché, come scrive Giancarlo Consonni

Tra i beni culturali la lingua è il più condiviso: quello in cui milioni di parlanti hanno lasciato un segno, quello a cui più intimamente si lega l’identità di un popolo… Una lingua, ogni lingua, è patrimonio non solo di chi la parla ma dell’umanità intera. Chiunque ne faccia esperienza, ascoltandola o parlandola, entra in un mondo; fa esperienza di un modo di disporsi nel mondo. Per questo le lingue, tutte le lingue, vanno difese.

Se una lingua non può essere difesa per decreto, può però essere danneggiata da scelte calate dall’alto, magari pensate per offrire più strumenti ai giovani nella difficile congiuntura economica e occupazionale, ma che limitano fortemente il suo naturale spazio d’uso, di sperimentazione e di evoluzione.

Ancora una nuova pensata del ministro uscente ha precipitato nel panico gli studenti. Il ministro ha anticipato di un mese e mezzo i test per l’accesso ai corsi di laurea a numero chiuso a livello nazionale: Medicina, Odontoiatria, Veterinaria e Architettura. Una nuova difficoltà per gli studenti delle superiori impegnati a studiare per l’esame di Stato. Per Medicina in lingua inglese le prove si svolgeranno addirittura tra meno di due mesi: il 15 aprile prossimo, mentre l’anno scorso i test partirono il 4 settembre. Dal 2014 le prove saranno anticipate ancora: si partirà l’8 aprile 2014 con Medicina e si proseguirà nei successivi due giorni. Il ministero dell’Istruzione spiega che le nuove date vanno nella direzione di europeizzare il sistema.

La valutazione: un tema cruciale, un impegno condiviso. La “valutazione” è tema strategico nell’ambito delle politiche di sviluppo sociale, educativo ed economico del nostro paese. Un tema che troppo spesso viene agitato in modo strumentale ed ideologico. Ma spesso si dice “valutazione” per intendere “meritocrazia e premialità. Una vera e propria “trappola” culturale che comporta l’adesione al presupposto secondo cui la valutazione consiste essenzialmente nell’ordinare in classifiche per individuare e premiare selettivamente i migliori.

Alcune associazioni (AIMC, CIDI, FNISM, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, MCE, Proteo Fare Sapere, Per la Scuola della Repubblica, CGD, UDS) hanno elaborato un documento La valutazione: un tema cruciale, un impegno condiviso

per promuovere nel nostro Paese un sistema di valutazione funzionale alla piena attuazione del diritto all’istruzione, che responsabilizzi i livelli istituzionali e i decisori politici, che attivi il coinvolgimento di tutti i soggetti che interagiscono con il sistema, che supporti le scuole nei processi di miglioramento.

Le 9 associazioni propongono una consultazione nazionale sulla scuola in tempi rapidi, con scadenze certe, per istituire un sistema nazionale di valutazione condiviso, dal forte valore politico. Abbandonando le prove Invalsi come “l’unico strumento per procedere alla valutazione tour court del sistema scolastico, degli istituti, dei docenti“. Al documento hanno aderito anche la Rete Studenti Medi e la Flc Cgil. Vincenzo Pascuzzi indica i punti qualificanti del documento, l’Invalsi risponde: “Fare a meno dell’Invalsi è impossibile“.

Nevica, governo ladro! Storie di ordinaria disamministrazione. La neve in alcune regioni e il rinvio delle prove scritte del concorso a cattedra dei giorni 11 e 12 febbraio è parso ad alcuni non casuale: ha generato i sospetti che le cause del rinvio non fossero realmente riconducibili al maltempo preannunciato dalla Protezione Civile, ma piuttosto dalla mancanza di reperibilità di commissari d’esame (e chi rimborsa i candidati che hanno dovuto sostenere spese per biglietti aerei, ferroviari e prenotazioni di alberghi?).

Il concorso a cattedra infatti è passato alla fase degli scritti e in alcune regioni mancano ancora commissari per la correzione dei compiti, i commissari sono in fuga perché pagati troppo poco: cinquanta centesimi per ogni compito corretto (una correzione può impegnare anche per un’ora di lavoro) e interrogazione fatta. Troppo poco anche in tempo di crisi. Cinquanta centesimi a compito e interrogazione che si aggiungono al compenso forfettario di 209 euro lordi, che arrivano fino a 250 per i presidenti di commissione: compensi ridotti a un terzo di quelli di tredici anni fa.

Per questo un decreto del ministro Profumo ha dato indicazioni ai direttori scolastici degli uffici regionali per procedere direttamente alla nomina dei commissari “assicurando la partecipazione alle commissioni giudicatrici” non più di docenti plurititolati, ma di “esperti di comprovata esperienza nelle materie del concorso“. E questo gigantesco rito perché? Per assumere pochi insegnanti: appena il 3,8%. In qualche provincia non è prevista nessuna assunzione.

Dal rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese 2012 ci arriva intanto l’ultima fotografia dello stato degli edifici scolastici italiani. Risultato: il 33,5% delle scuole italiane non possiede un impianto idrico antincendio e la metà di esse (50,7%) non ha la scala interna di sicurezza. Degli oltre 36mila edifici scolastici censiti, solo un quarto è stato costruito negli ultimi trent’anni, quando è cresciuta la sensibilità sui temi della sicurezza e la normativa si è fatta più rigorosa.

I supplenti sono da mesi senza stipendio e la Cgil prepara le ingiunzioni. Le iscrizioni on line procedono con qualche problema. La Corte d’appello di Genova condanna il Miur e si pronuncia a favore dei docenti precari con contratti a tempo determinato reiterati.

Se guardiamo al futuro, vediamo che il prossimo anno scolastico si prevedono più alunni, ma il numero delle classi rimarrà lo stesso. Anzi, si parla di alcune migliaia di docenti in esubero e di una crescita delle classi-pollaio. I finanziamenti per il funzionamento ordinario delle scuole sono ridotti ulteriormente rispetto all’anno scorso, ma le spese da sostenere con quei fondi sono sempre più numerose. In questa situazione prevale l’arte di arrangiarsi e il “fai da te“,  capita sempre più che i genitori credano che tocchi a loro sopperire alle carenze della scuola e diventano “sindacalisti dei propri figli“.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

4 pensieri su “Vivalascuola. La scuola nell’agenda dei partiti

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