Culture pop: una mostra (e un libro) all’Arca di Vercelli

Barbero Luca Massimo

di Guido Michelone

C’è una mostra ‘Gli anni Sessanta nelle Collezioni Guggenheim’ inaugurata pochi giorni fa all’Arca di Vercelli che va assolutamente vista: la cittadina piemontese è a 50 minuti di treno sia Torino sia da Milano, circa un’ora d’auto da Genova e da Aosta; Milano e Torino a loro volta sono a un’ora di aereo da Roma, quindi varrebbe la pena visitarla e con essa, anche in giornata, la città stessa e altri bei capoluoghi piemontesi come Biella, Novara, Asti o zone turistiche vicine come i monti della Valsesia, i laghi d’Orta e Maggiore, colli del Monferrato.
Per fortuna, quando non c’è tempo o denaro per simili spostamenti, corre in auto il catalogo, che, per ogni mostra, è un vero toccasana, sopperendo alla visita in loco o integrandola grazie a puntuali ricerche e spesso con ottime riproduzioni fotografiche viene sbandierata da alcuni media come il trionfo del pop. E infatti l’editrice biellese Eventi & Progetti pubblica in tutt’Italia Gli anni Sessanta nelle Collezioni Guggenheim. Oltre l’Informale verso la Pop Art a cura di Luca Massimo Barbero che è pure l’ideatore dell’evento. Leggendo quindi il sottotitolo – ‘Oltre l’Informale verso la Pop Art’ – si capisce bene come la pittura e la e scultura presenti in mostra si riferiscano alle tante esperienze che caratterizzano la fine degli anni Cinquanta e tutti i favolosi Sixties, l’epoche in cui vengono dipinti quasi tutti i 53 quadri esposti, mentre il cosiddetto periodo o movimento pop sia solo una minima parte dell’iniziativa, presente solo nell’ultima delle tre sale espositive
La lettura del libro catalogo, del resto, confermano quanto si vede all’Arca, che è poi l’assunto del curatore, il quale, fin da subito, mette in luce la varietà delle proposte estetiche, riassumibili forse come tante ‘culture pop’ (ma non Pop Art stricto sensu): per approfondire il discorso, ci sono poi i tre saggi nel volume, a rileggere soprattutto gli autori e le opere esposte in rapporto al contesto socioculturale da cui provengono; inizia lo stesso Barbero con un breve omonimo intervento e proseguono più estesamente Sileno Salvagnini con ‘Dagli anni Cinquanta ai Sessanta. L’arte come engagement e comunicazione’ e Francesca Pola con Gli anni Sessanta, tra Europa e Stati Uniti. Alcune trasformazioni radicali di un decennio cruciale’ .
Il libro e la mostra offrono dunque le differenti metamorfosi, in seno alle cosiddette neovanguardie del mondo occidentale: gli artisti rifiutano via via la soggettività dell’action painting (ultimo retaggio di un’estetica legata alla ricerca esasperata nell’inconscio sperimentale) per aprirsi invece a una visione dell’oggetto che è in sintonia con la realtà di un mondo a sua volta in perenne veloce cambiamento (quasi un prodromo alla globalizzazione), sino al netto rifiuto dei processi tradizionali nel fare arte con le tendenze concettuali, poveriste, aleatorie e performative, a loro volta specchio più o meno lucido della contestazione sessantottesca. E proprio il 1968 può ritenersi l’anno-paradigma di quanto avviene nell’arte contemporanea: mentre a Venezia la Biennale è contestata da artisti e studenti, muore Lucio Fontana, mentre Michelangelo Pistoletto è ormai votato all’arte povera; e Fontana e Pistoletto sono i due artisti, tra l’altro italiani, con cui inizia e finisce la mostra all’Arca.
In mezzo, tra l’Action Painting e la Pop Art, tra mille sollecitazioni, ci sono anzitutto la Junk Art e il New Dada (Robert Rauschenberg) che fanno da l’anello di congiunzione; e poi ci sono la Pop Art inglese (Peter Blake, Richard Hamilton, Allen Jones, Eduardo Paolozzi)) e quella californiana (Mel Ramos, David Hockney) , che si contrappongono al ruolo egemone di New York rispettivamente con maggior e minor impegno sociopolitico. Ci sono a Parigi i Nouveaux Realistes (Arman) che preludono all’arte comportamentale e agli happening americani vicino a loro volta al Teatro Off e Off-off; e c’è soprattutto una continuazione dell’Astrattismo, che segue linee, impostazioni, poetiche, metodologie in antitesi con quanto espresso dalla New York School (o Espressionismo Astratto) preferendo negli Stati Uniti con Kenneth Noland, Morris Louis, Frank Stella, le monocromie o le freddezze della Post-Painterly Abstraction (o Hard-Edge Painting) che in Europa sfoceranno anche nella cosiddetta Arte Programmata e Arte Cinetica, di cui Enrico Castellani, Bice Lazzari, Mauro Nigro sono in fondo precursori o antesignani.
Ma verso la metà degli anni Sessanta la Pop Art concentra attorno a sé la massima attenzione tanto del mondo artistico (gli italiani Mimmo Rotella, Enrico Baj, Pio Pascali, Mario Schiano all’inizio ne sono debitori) quanto del costume sociale, in particolare attraverso una figura come Andy Warhol che rispetto ai pur bravissimi colleghi (Roy Lichtenstein, Tom Wesselman, Jim Dine, George Segal, James Rosenqivst) ha l’intuizione e la capacità di trasformare il proprio laboratorio (la Factory) parallelamente in marchio di fabbrica, evento di moda, bottega di frichettoni. Altre correnti – non presenti in mostra come i gruppi Fluxus e Cobra, l’Optical Art, la poesia visiva – cercheranno, senza riuscirvi, lo stesso coinvolgimento totalizzante nel tentativo utopico della ricostruzione futurista dell’universo non solo di marinettiana memoria, ma anche fine e mezzo di tutti gli ‘ismi’ più o meno avanguardistici della prima metà del Novecento.
È dunque Warhol l’artista forse più completo di quel periodo, grazie soprattutto all’attività rivolta verso il cinema, la fotografia, gli ambienti, il video e la musica; tuttavia è scorretto parlare di pop a proposito di queste arti per due profonde ragioni; da un lato i movimenti figurativi del secondo Novecento solo di rado hanno un pendant negli altri ambiti; esistono soltanto frequentazioni personali, battaglie comuni (extra-artistiche) finalità di intenti, scambi di idee, ma nulla che possa ad esempio far parlare di pop-cinema o pop-letteratura, eccetera. Dall’altro lato proprio la musica si presta a un equivoco che però è limitato a letture superficiali (non infrequenti però nei casi vercellesi): sempre negli anni Sessanta è frequente l’uso del termine Pop Music (o musica pop) a indicare sostanzialmente la canzonetta e la produzione discografica leggera.
Come forse si sa, Pop, in inglese è abbreviativo di popular e nel caso della Popular Music sta effettivamente a indicare quanto creato per la gente verso un elevato consumo a uso commerciale. La Pop Art invece è un’estetica intellettuale che dei fenomeni popolari si occupa per criticarli, stigmatizzarli, ironizzarli, prendendone le distanze. Non è un caso che molte immagini della Pop Art sia inglese sia americana raffigurino musicisti quali Elvis Presley, Bo Diddley, i Rolling Stones. L’incontro fra i due mondi (Pop Art e Pop Music) riguarda solo tre casi specifici: ancora Andy Warhol con il quintetto The Velvet Underground, Mario Schifano con il quartetto Le Stelle e Peter Blake con i mitici Beatles; si tratta però di pittori che per così dire sponsorizzano gruppi rock votati alla ricerca sonora, come accade soprattutto negli ultimi anni Sessanta con la grafica neoliberty e i movimenti psichedelici e underground.
A trovare un equivalente musicale alla pop-art figurativa, occorre invece cercare tra le sperimentazioni aleatorie condotte da John Cage, Morton Feldman, Mauricio Kagel, oppure in mezzo alle posture postdodecafoniche tra ricerca elettronica e concreta (Pierre Henry, Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio) accostabili però a tutta l’effervescenza neoavanguardistica che ovunque connota un decennio dal teatro alla letteratura, dal fumetto ai new media, dall’architettura al design.
Ma se a Vercelli, oltre la mostra, si cerca qualche serio collegamento tra le arti visive e le altre discipline creative, si sbaglia indirizzo: l’ambizione, la supponenza, il pressapochismo di certi assessori che gestiscono la cultura in maniera vanagloriosa fanno sì che accanto a una mostra e un catalogo a cura di un vero esperto, sussistano iniziative pacchiane, superficiali, tracotanti che i suddetti assessori – con magari una laurea in veterinaria o in medicina e non al Dams, a Lettere e Filosofia o in Scienze della comunicazione – s’inventano di persona sostituendosi a direttori artistici o critici d’arte, elargendo alla fine solo inutile demagogia e tronfio populismo, a cui purtroppo, più diffusamente, un ventennio di malgoverno fa dell’Italia un paese di millantatori, accanto comunque a gente onesta, competente e preparata.

Cfr.: Barbero Massimo Luca (a cura di), Gli anni Sessanta nelle Collezioni Guggenheim. Oltre l’Informale verso la Pop Art, Eventi & Progetti, Biella 2013, pagine 191, euro 35,00.

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