48. Nonostante tutto

da qui

Dài, prova, nonostante tutto. Non puoi più ispirarti al poster di Taormina o ai girasoli di Van Gogh, ormai sbiaditi come quelli originali, come se i mondi paralleli della Storia e della tua esistenza subissero lo stesso processo di sottrazione e sfrondamento, come se Dio avesse deciso di passarti al vaglio in ogni aspetto della vita, perfino in quella che da tempo custodivi come l’unica valvola di sfogo, uno sbocco al dolore che t’incalza. Forse non è un caso che tu sia tornato in questa stanza dove si danno appuntamento le fasi della vita, dalle foto del passato stipate in un cassetto – hai l’impressione, se dovessi aprirlo, che ne uscirebbero tutti i personaggi di storie mai compiute -, alla valanga di libri che non sai come gestire – issati in forma di colonne tortili su qualsiasi superficie, anche la più instabile, come il coperchio in discesa della Epson o la sedia in legno che ormai hai rinunciato a utilizzare -, alle icone orientali dallo sguardo immobile eppure penetrante – il Cristo che hai davanti fa un gesto con la mano con cui sembra volerti ipnotizzare. E’ come se lo spazio si riempisse di ogni traccia, seppur minima, lasciata dalla vita: il biglietto dell’amico che vede tutto nero, gli appunti per il funerale complicato che dovrai celebrare fra due ore, fino alla fila policroma di medicine chiamate ad arginare l’influenza in atto nelle ossa, nelle orbite degli occhi, nella tosse che ti squassa il petto a intervalli regolari. Dài, prova, nonostante tutto: riprendi il bandolo deposto, se non ricordi male, alla morte del tuo amico. Già: per quale motivo hai scavalcato i passaggi cruciali dell’Università, del lavoro nella scuola, dell’entrata in seminario, fino alle esperienze da viceparroco e da parroco, la terribile mattina del 24 novembre del ’96, quando, con don Mario, sembrarono bruciare, in un attimo solo, tutte le speranze che avresti saputo concepire? E’ come se volessi accelerare l’epifania dell’oggi, presagendo che Dio è il presente che s’impone sull’odore di chiuso nelle aule alla Sapienza, sul silenzio della Biblioteca Nazionale, interrotto dallo stridere smorzato dei carrelli ingombri di pubblicazioni, sugli sguardi delle alunne distratte dalla tua eloquenza giovanile, sull’enorme tavola dove le suore preparavano, per voi seminaristi, piatti di pesce e di polpette dal sapore indefinibile. Dài, prova, nonostante tutto: il filo è la vita capace di cambiare, di uscire dal cassetto dei ricordi, di rimanere in bilico come la pila dei volumi sulle scatole di scarpe, di fissarti ancora come gli occhi di un’icona senza tempo, che replicherà il suo gesto misterioso anche quando di te non resterà che polvere finissima, come quella che si posa, adesso, sull’orologio grigio all’angolo del tavolo, sulla valigia appoggiata al contenitore per le schede, sulle confezioni blu d’inchiostro Pelikan, che intravedi alla destra della foto gigante di don Mario.

15 pensieri su “48. Nonostante tutto

  1. – Dio è il presente che s’impone

    Difficile a volte capire la volontà di Dio; e anche quando forse abbiamo capito, ancora più difficile è accettarla e farsi guidare da quel filo che “è vita capace di cambiare”, in un cambiamento che è crescita, ma che sembra rappresentare solo la perdita di quelle poche certezze sulle quali facevi affidamento.
    Dio che s’impone è come un terremoto, un setaccio che scarta l’inutile e salva l’essenziale.
    Dal monte oggi sembra arrivare questa voce: FIDATI, “è da un un dolore del cuore che l’amore vero nasce…Dài, prova, nonostante t utto”,!

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  2. Io sono. Anzi, “sono io” e insieme a me la mia vita, che respira e traspira scrostando la cortina del silenzio, attraverso l’altro, come fosse un’intercapedine fra l’uomo e la preghiera, fra il giorno che scardina l’incomprensibile e la notte che si riprende l’energia, da rimettere in gioco all’alba di domani. Ecco, oneri e onori per raggiungere la luce, per incontrare la Pasqua, ogni giorno, negli occhi, seppure stanchi , di un soldato che non vuole arrendersi , che, anzi, combatte dolcemente la battaglia perché nulla vada perduto nel macero del cassetto ingombro di carte, testimoni queste di un’ attenta sensibilità volta solo ed esclusivamente a ciò che si chiama Bene.

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  3. Mi colpisce il particolare della polvere.
    Ci sono un paio libri che non metto mai negli scaffali ma restano sul ripiano della libreria, fra questi le Scritture.
    Mi piace, prima di tutto, spolverare tutti i giorni la copertina con la mano, come se quel gesto sia, per me, un atto di devozione, di fiducia e di vita che si rinnova ogni giorno, nonostante tutto…

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  4. E’ difficile accettare che ci sono pagine della nostra vita sulle quali non potremo scrivere più niente, soltanto qualche nota a margine. Sono cartoline sbiadite, mondi lontani. Certo, esiste un filo, quello della nostra esistenza, che cuce tutti i tasselli.
    Ogni nostro passo segna una distanza e ci fa capire che, veramente, siamo soltanto pellegrini in cammino. Verso quale meta? Non ho di certo la presunzione di stabilire una meta che sia la stessa per ciascuno di noi, ognuno ha diritto di sognare e desiderare la sua.

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  5. Cambiare, si cambiare. Cosa vuol dire?
    Diventare qualcun altro o uscire da una sofferenza che rischia di schiacciarti come il torchio della tipografia? Rinnegare il passato, cancellare le righe che hanno composto il romanzo della tua vita, per scriverne uno nuovo sperando abbia maggior successo del primo? Garantirsi il futuro pagandone il premio come si fa con la polizza assicurativa?
    Dio e’ un presente senza tempo, che dev’essere colto come l’attimo fuggente che mentre accade contiene tutti i files del passato e le proiezioni del futuro.
    Cambiare e’ credere.

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  6. “uscire dal cassetto dei ricordi” che lasci li, nel fondo rosso del tuo cuore: cassetto meraviglioso della tua anima.

    Sono molto contenta di aver letto queste magnifiche righe.
    Un abbraccio a tutti voi, da lontano.

    Grazie a Fabrizio Centofanti che mi aiuta scrivendo la sua vita, a camminare più serena nella mia.

    Ernestina.

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  7. Non si può salire in cima al monte per restarci,prima o poi si deve scendere dal monte come ha fatto Mosè quando è salito sul monte Sinai per poi tornare con le 10 parole a guidare il suo popolo,Gesù è salito sul monte Tabor ed è apparso ai suoi discepoli in tutta la sua gloria vestito di luce ,è salito anche sul calvario , è morto e poi è risorto ed è tornato dai suoi discepoli vestito di bianco per portargli la buona novella che aveva vinto la morte, anche quando ha passato 40 giorni nel deserto ed è stato tentato dal diavolo è poi tornato a predicare in mezzo al popolo.
    Ogni salita o allontanamento consiste in un ritorno, dove ci si ritrova diversi, cambiati e anche trasfigurati con indosso la veste bianca perché abbiamo raggiunto un perfezionamento spirituale dopo il passaggio subito. Si ritorna per portare la buona novella agli altri e per lasciargli lo scettro del comando guidandoli verso la strada per Gerusalemme.Non è un abbandono è un arrivederci ,è un inizio del cammino verso la felicità.
    All’ inizio fa paura ma dopo aver compreso il disegno di Dio si accetta la missione della quale si viene investiti.

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  8. @ Pam (6) – Ho potuto leggere solo ora questa pagina. Mi faceva piacere dirti che ho trovato il tuo commento un piccolo gioiello, non bene perché, ma mi è sembrato perfetto nella sua armonia e serenità. Una prima risposta alla domanda “cosa porta calimero nel fagottino?”: un libro mai riposto da cui poter togliere ogni giorno un po’ di polvere.

    A Fabrizio vorrei consigliare, ma è più che altro un augurio che mi faccio, di non abbandonarsi lasciandosi risucchiare dal vortice del presente. Vorrei che rimanesse fedele a ciò che la storia ha promesso, alla cronaca e alla gradualità temporale dei fatti. Vorrei che togliesse la polvere dalle confezioni di inchiostro e lo usasse, guardando don Mario, per iniziare un nuovo: c’era una volta ….

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  9. “Crea in me un cuore nuovo”… è la creazione, la continua ininterrotta genesi, nella quale crede e si appoggia la nostra fede, la fiducia, l’ascolto della voce che, vero, riconosciamo con difficoltà. Il Dio vivente, oggi, ci continua a ricreare, fa nuovo il passato, i ricordi, polvere e ferite, e crea il bello di tutto quello che siamo.

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