Campagna

di Antonio Sparzani
delta del Po
Ma allora è vero che la pace della campagna eccetera eccetera, sì, purché non sia quella cosiddetta campagna che si stende sopra il tuo San Bruno, che non è piana per niente ma tutta balze e collinette, che non ti lasciano mai camminare tranquilla pensando ai casi tuoi, e allora quale campagna intendi tu Cris, che non ne avrai camminate molte ancora di campagne, eh sì, però quella del Delta me la ricordo bene quando camminavamo assieme, che fu anche la prima volta che mi desti la mano, o forse te la lasciasti prendere, così senza parere tanto per non perdersi, sì cara, ma uno sguardo passò nell’aria, quell’aria umida che saliva dai fossi, ma quali fossi, Fiorino, non ti ricordi che erano i canali del delta del grande fiume che attraversa tutta la testa dell’Italia e che lì finalmente si sdilinquisce come disintegrandosi quasi a perdere la propria identità prima di morire, che poi morire proprio non è, è che si allarga nel grande mare, e si mescola con chissà quanti altri diversi da lui, ma ormai tutti uguali.

Quella sì che è una campagna che si capisce, natura tutta mescolata con l’acqua e anche impastata con l’esistenza degli uomini e delle donne che ci vivono in mezzo, ti ricordi di quel pescatore che stava per ore sulle rive del Po di Goro, a guardare l’acqua scorrere, che tu dicesti che quello era un uomo persuaso e io non capivo, come persuaso?, che strano aggettivo – pensavo – da usare, persuaso di che? e allora tu a raccontarmi di Carlo Michelstaedter e della sua Persuasione, e di come fosse quello uno stadio supremo dell’essere, come fosse una reminiscenza di un’idea indiana, e certo qualche cosa di indiano ci doveva essere nella testa di Carlo, come quella sua fiorentina disegnata sulla prima pagina della Persuasione, a proposito della quale scrive nel suo librettino di Indische Sprüche, «la lampada si spegne per mancanza d’olio, io mi spensi per traboccante sovrabbondanza», il peso dell’intensità non si regge più, invade tutto e rende tutto uniforme, come si diceva del grande fiume che si sperde nel grande mare, cessano le funzioni vitali, quelle che differenziano, che solo così la vita che conosciamo ha senso, differenze, opposizioni, contrasti, relazioni, balletti.

Questo contatto affascina anche te, Cris, questa scintilla che può scoccare tra elettrodi lontani le mille miglia: il goriziano mitteleuropeo d’inizio ‘900, così intriso di classicità greca che coi suoi fedeli Rico e Nino si serviva volentieri della lingua di Eschilo da un lato, e dall’altro la civiltà di un mondo lontano, lontano dalle dure religioni monoteiste, lontano dalle battaglie con carri e cavalli, stemperato in una visione dell’universo più tollerante e distesa.

Sì, lo sai pure, Fiorino, che credo che solo dal contatto tra lontani nasca grande ricchezza, basta il bagliore di una scintilla perché la fantasia appenda i suoi veli a suscitare spettacoli da mille e una notte, sì, Cris, ma sarà sempre Shahrazād in grado di creare nuovi mondi, di dare vita a nuovi personaggi? ne son certa, mio caro, tu non sai, ella mescola con sapienza ineguagliabile continuamente le sue visioni e non c’è fine alle sue storie.

6 pensieri su “Campagna

  1. Uh, ma che farfallone il nostro Fiorino! L’avevo lasciato con Gaia, nel Rimbalzello, ed eccolo qui con Cris! Ma ha ragione lui: con Gaia parlava di fisica, con Cris di letteratura. Grazie Antonello!

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  2. Pingback: Il mondo di Fiorino: autunno - Nazione Indiana | Nazione Indiana

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