50. Di che reggimento

da qui

E così ti sei perso. Ma il vangelo non dice che quando ti perdi ti ritrovi? Ora che il distacco è avvenuto puoi riprendere il filo: tutto ciò che sembrava abbarbicato a una paura, a un’illusione, al residuo di sogni senza sbocco, è come liberato, al punto che non sembra nemmeno la tua storia, ma quella di un amico, un conoscente, qualcuno che vive i tuoi drammi e le tue gioie senza esserne invischiato, ma come trascorrendo lievemente da una scena all’altra, da una fase all’altra del racconto, che oggi ti senti pronto ad accogliere com’è, premessa necessaria a un futuro carico d’incognite, ma anche, e lo avverti con certezza, questa volta, di speranze. Ecco, sei tornato fra gli scranni dell’università a seguire la lezione su Ungaretti, con la mania di calarti fino in fondo nelle cose che ascolti: le parole diventano immagini, corpi, il Valloncello dell’Albero Isolato, il brandello di muro, il cimitero del cuore, colmo di croci, il compagno massacrato con la bocca digrignata: è una scena che hai visto anche tu, da qualche parte, ma forse molto dopo, quando, da prete, avresti benedetto la gente appena deceduta, come Aldo, avvolto nel lenzuolo macchiato della camera mortuaria, col cipiglio da sardo, silenzioso, mite, lui che aveva sempre un motivo per urlare e ribellarsi, per istigare i poveri, capace di calmarsi soltanto all’arrivo di don Mario sulla sedia a rotelle cigolante, e forse anche adesso lo vedeva, gli veniva incontro, dal porto sepolto in cui il poeta arriva e torna alla luce coi suoi canti, e non sa che approderà nell’aula magna in un giorno qualunque della vita, mentre ascolti il professore ma in realtà sei già perso nel rosario delle immagini, la faccia scura di Moammed Sceab, suicidatosi perché senza una patria, come Aldo, che chissà com’era morto, probabilmente dopo l’ennesima bevuta, la notte in bianco del coma, quando non hai dove poggiare la tua malinconia; nell’obitorio gelido gli fai un segno di croce sulla fronte, sussurrandogli Aldo, non temere, vedrai che adesso viene a prenderti. Eccolo: avverti il cigolio, lo stridere sordo delle gomme, la mano che batte sul bloc-notes, accanto alle salme avvolte nei lenzuoli sporchi come Cristi in attesa di risorgere, visitati dalla Grazia e dalle mosche che non gli pare vero di non essere cacciate, e voi, voi, di che reggimento siete, fratelli, rivolta involontaria, ma ora che lo vedi sei sereno, gli voli incontri che non sembri neanche morto, il professore saluta, la settimana prossima, dice, parliamo di Montale.

22 pensieri su “50. Di che reggimento

  1. La letteratura, a volte serva padrona dell’anima, associa, accosta, affianca e sospinge un pensiero dietro l’altro fino a metterci di fronte a parole che rappresentano le nostre esperienze meglio, molto meglio, di come noi sapremmo raccontarle. Di che reggimento siamo? di quello delle anime disposte a lasciarsi trapassare, attraversare e colmare da sentimenti che tuttavia ci innalzano là dove la vita, la nostra missione riescono a sopportare pesi ed esperienze altrimenti soverchianti.
    Grazie Fabrizio

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  2. Caro Fabrizio, mi ricordo, da ragazzo, il vecchio Giuseppe Ungaretti , quando cominciò ad entrare nelle nostre case grazie al piccolo schermo, quella tv semplice, ruspante e anche provinciale , se vogliamo , degli anni ’60 , che però sapeva educare e fare anche cultura di grande spessore , come nel caso de “L’ Odissea” di Franco Rossi. Lui . “il grande vecchio” della nostra letteratura pubblica aveva curato la traduzione di alcuni brani dal greco , e li recitava lui stesso, con quella voce che sembrava provenire dal passato più remoto , dalle tombe egizie , o dagli harem di cui gli aveva parlato la sua balia delle Bocche di Cattaro, voce piena di anfratti, cavernosità, enfasi e ira.

    In quella voce allucinata che esasperava le consonanti e variava continuamente il timbro , c’erano Nestore , Calcante e le grida dei troiani massacrati , c’era il naufragio di Ulisse e la cantilena del beduino nel deserto fatta di una sola parola iterata all’infinito ( Uahed!) , sotto il silenzio della luna altissima , “dopo il crepuscolo ondeggiante come per sempre sulla sabbia”, una malinconia dolcissima , e il tutto ti franava addosso come qualcosa che non t’aspetti da un vecchio curvo e ingiallito , ti correva addosso come se da anni ti stesse cercando.

    Praticamente non si capiva una parola di quel che diceva , ma esercitava un fascino, una magìa, un viaggio nel mistero , la storia dai suoi albori , la poesia epica , violenta e sensuale, disperata, fatale che ti incastrava nella tua sedia come un prigioniero per quei pochi secondi ( non durava più di tre minuti l’intervento del vecchio poeta ) . E anche noi , allora ragazzini , lo ricordiamo bene quel volto di gran vecchio , antico profeta , (ma a tratti anche con un ghigno mefistofelico) , la barba candida , lo sguardo ammiccante , che sperava da un anno all’altro di essere chiamato dall’Accademia svedese ( fu inserito per ben tre volte nel novero dei candidati ) per il sospirato Nobel , che non ebbe mai.

    E tuttavia riuscì ( stranamente, direi, trattandosi di un poeta ) a conquistarsi le simpatie degli italiani , che in realtà non compresero mai veramente , parlo naturalmente delle grandi masse , l’arte della sua poesia ermetica , soprattutto quella del “Sentimento del tempo”, col suo potere di suggestione, la verticalità, “il desiderio aggressivo di conquista del trascendente” , ma provarono rispetto e tenerezza per quel vecchio volto che riassumeva in modo emblematico il senso di tutta la sua esperienza di nomade, di zingaro , girovago, figlio del deserto ( in lui c’era il deserto, la vita nel deserto) in cerca d’identità , pellegrino in viaggio perenne verso la “ terra promessa” , verso un paese innocente ( “In nessuna parte mi posso accasare”)

    Quando una giovane (allora) e molto attraente Iva Zanicchi ( la riva bianca e la riva nera) gli dedicò una canzone ( Caro vecchio mio ), anticipando le video-canzoni , e s’avvicinava al poeta , lo carezzava , lo blandiva , un po’ come avrebbe fatto con suo nonno , si rivide , nello sguardo del vecchio , l’antico beduino che pratica una religione i cui precetti aderiscono alla sensualità ( Allah gode con il musulmano anche nella soddisfazione e nella manifestazione dei sensi ) ; si rivide il vecchio satiro che bramava ancora l’amore fisico , nonostante gli anni fossero molti , ottanta.

    E ricordò la donna amata ad Alessandria d’Egitto , colei che “approdava come una colomba / agli abbandonati giardini. “Quando mi risveglierò /nel tuo corpo / che si modula come la voce dell’usignuolo “…Un’esperienza di forsennata lussuria a soli sedici anni , che poteva essere anche “colpevole “( era la moglie di un amico , o forse anche di più , la madre di un amico?) . C’era in quell’ amare con furore – dirà lui stesso – il clima di Alessandria , l’erotismo furente che non può travolgere chi ci viva”. E’ come una frustata nel nulla del deserto che dalla pianta dei piedi vi scioglie il sangue in una canzone …entra nel sangue come l’esperienza di questa luce assoluta che si logora sull’aridità.

    Tutto ciò naturalmente non c’enra molto più di nulla con il tuo post, amato Fabry,
    ma ho voluto rievocare alcune immagini del vecchio poeta che mi sono rimaste
    per parecchio tempo nella mente e nel cuore. E, come sai benissimo, i poeti sono rari, rarissimi.

    Un abbracccio.

    Augusto

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  3. ‘Perdersi e ritrovarsi’ è come dire allontanarsi e ritornare,chiudere una porta per spalancare un portone.

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  4. Salire sul monte può essere anche metafora di chi riesce a trovare un punto di vista più alto, di chi riesce a guardare ogni cosa con il distacco necessario “per riprendere il filo di tutto”
    Perchè a volte l’orgoglio, la delusione ed il dolore non ci rendono liberi, ci condizionano e ci fanno vivere nella paura e nella convinzione che i sogni non hanno uno sbocco, con la conseguente tentazione di mollare tutto.
    Salire, nello spirito, è allora la strada per liberarsi dal giudizio, per riuscire a vivere “gioie e dolori senza esserne invischiati… premessa necessaria a un futuro carico d’incognite e speranze”.

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  5. Il miracolo evangelico è proprio quello di ritrovarti dopo esserti perduto aspettando la liberazione come il premio più grande cui si possa aspirare. Proseguire il cammino intrapreso come fossi solo il lettore distaccato del dramma che racconta la tua vita senza il coinvolgimento dell’autore, nell’attesa fiduciosa che tra tante pagine scritte ce ne sia finalmente una felice.

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  6. “E cosi ti sei perso” E quante volte mi sono persa io?! Anzi,mi perdo quasi continuamente.
    Mi perdo spesso.Mi perdo nella vita,nel sentimenti,nel mio l’armadio,nel libro quale leggo….spesso mi perdo sulla strada,specialmente quando non conosco la zona e voglio fare la scorciatoia. E quando mi accorgo che mi sono persa… vado avanti lo stesso (da qualche parte c’è uscita)
    Stranamente…mi ritrovo sempre.La fortuna? o mio angelo custode,esaurito, che mi tira avanti verso uscita giusta?
    “Ma il vangelo non dice che quando ti perdi ti ritrovi?”-se lo dice vangelo allora è proprio cosi!

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  7. “puoi riprendere il filo”-e si,guardando con distanza,come ci fosse guardando un film,è diverso.Senza sentimenti si può accorgere di piccoli dettagli,importanti, che ti sono sfuggiti tra fra tempo. Come dare consigli ad un amico.Tanto sempre è più facile dare consigli ad amico di a se stesso.

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  8. “le parole diventano immagini”
    Quando le parole diventano immagini volano al di là di una soglia, quella della ragione, e toccano emozioni molto profonde e intime.
    Ma leggendo questo post tutto quello che potrei dire mi sembra una banalità. E’ una pagina veramente bella, anche perché è difficile dire se si tratta di prosa o poesia.

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  9. Mi viene in mente una scena grandiosa, affrescata nella Sistina, proprio quella che avranno davanti agli occhi proprio loro lì riuniti, per eleggere il papa. Densa di colori, in una confusione di voci e di corpi c’è l’immagine di una moltitudine nella sua rivolta alla morte, alla distruzione, in una attesa che cerca, chiede, sulle banchine della terra….. Tutti diretti verso il porto, che a volte copriamo di mille altro, quello che fa alzare lo sguardo, quello che ti ritrova lui, alla fine, anche se ti sei perso, facendosi trovare.

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  10. ”è una scena che hai visto anche tu, da qualche parte, ma forse molto dopo..”

    E’ tutto qui, in questa riga, in questa rivolta di chi crede ostinatamente e fino in fondo nell’umanità, il filo di una vita e di pagina che smuove anche le pietre.

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  11. L’obitorio gelido. Un passaggio, peggio una sosta, che forse ciascuno di noi attraversi o vi bivacchi, un limbo in cui la vita, senza nemmeno accorgercene, si (ci) spende carica di errori, lenzuola macchiate che ci avvolgono fino a soffocare quel poco di fiato che resta per gridare aiuto, fino a perdersi nell’inferno della solitudine; solo allora si capisce ogni debolezza, ogni errore di valutazione, ogni sbaglio indotto dalla presunzione e da un’insensata sapienza di giustizia e solo allora si riesce a sentire il rumore delicato di una mano che vuole sollevarci, il gancio per risalire e trasformare le parole in immagini, nella musica di una preghiera che stavolta chiede e prova a restituire l’aiuto che riceve.

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