Eppur si muove. Il risveglio delle comunità

campu giavesu

Non disperiamo per i risultati elettorali, prima di vedere ciò che di concreto produrranno, nel tempo. C’è un cambiamento in atto dopo la stasi degli ultimi vent’anni che ha scombinato le carte di una destra aggressiva, corrotta e residuale, che pensava di imporre ancora i propri interessi personali, e quelle di chi, con vaghezza e ambiguità di  contenuti programmatici e sulle future alleanze di governo, pensava di fare un rinnovamento del Paese a scartamento ridotto, condizionato da Bruxelles. Gli esiti elettorali non sono stati incruenti nemmeno per chi il cambiamento lo voleva fortemente, soggetti politici che pur mettendo assieme sacrosanta indignazione e passione, dentro un programma coraggioso e netto, non potranno far sentire la loro voce nel nuovo Parlamento.

Ma la sostanza vera del cambiamento non è la forza prorompente di chi ha vinto le elezioni politiche, ma le ragioni che ne hanno determinato il successo: quel raccogliere dal basso le istanze sociali di generazioni destinate a restare emarginate sia dal mondo del lavoro sia dalla gestione della cosa pubblica, che avevano perso completamente la fiducia nei partiti tradizionali.  Non sappiamo se le trasformazioni avverranno nel modo preannunciato, ma quanto sta avvenendo costituisce indubbiamente un’espressione significativa dell’ormai incontenibile volontà di cambiamento. Non certo l’unica, però.

Bisogna infatti considerare ciò che sta succedendo in questo momento nelle singole comunità, con le dure lotte più o meno note, mediaticamente, come quelle dei No Tav, dei movimenti per l’acqua pubblica, per la salvaguardia delle ferrovie regionali, il presidio Jabil ex Nokia Siemens, la rivolta in Sardegna contro l’assalto delle  multinazionali della speculazione energetica (eolico, chimica verde, centrali termodinamiche, fotovoltaico etc), sicure di vincere la resistenza delle popolazioni col miraggio di nuovi posti di lavoro e grazie, anche, alla debolezza ed incapacità della classe politica locale e nazionale.

Mi soffermerò sulla situazione presente nell’isola, dove al pari di altre realtà scorrono e continueranno a scorrere inutilmente fiumi di denaro pubblico (500 milioni per il progetto di una centrale a biomasse e altri 250 milioni per la riconversione dell’attuale impianto termoelettrico, a Porto Torres, 600 milioni per il Sulcis preannunciati dal Governo Monti etc.). Tutto ciò in continuità con quanto è stato fatto dai precedenti governi a vantaggio di lobbies imprenditoriali che, ottenuti i finanziamenti e divorato il piatto ghiotto, se ne sono scappate lasciando sui territori migliaia di disoccupati ed ettari su ettari di macerie industriali  e di veleni. Soltanto con le somme indicate, sarebbe possibile pagare il salario di mille euro al mese per un anno a più di 100.000 disoccupati, attraverso progetti (coordinati strategicamente dalla regione) mirati alla ripresa dell’economia in modo coerente con le caratteristiche dei territori (turismo, agricoltura e allevamento, valorizzazione del patrimonio culturale, artigianato, enogastronomia etc.), elaborati dai territori stessi per creare/migliorare infrastrutture, mettere  in sicurezza gli edifici scolastici, bonificare i terreni inquinati, riavviare l’agricoltura (97.000 posti di lavoro persi negli ultimi dieci anni), presidiare il patrimonio costiero creando servizi spesso inesistenti, contribuire alla valorizzazione e alla gestione del patrimonio monumentale e culturale, ristrutturare palazzi storici, aiutare le imprese virtuose in difficoltà fornendo loro gratuitamente mano d’opera o professionalità specializzate, creare/rafforzare  i servizi sociali, contribuire alla formazione e riqualificazione di un enorme esercito pronto a partire.

La ribellione dal “basso” delle comunità – com’è stato osservato qualche giorno fa a Cossoine (SS), in un convegno sulle “Problematiche naturalistiche e culturali conseguenti all’impianto termodinamico solare di Campu Giavesu  proposta dalla Energo Green” – però, non basta, serve l’intervento politico delle istituzioni che, obtorto collo, non potranno negarlo ancora per molto. Della Regione, in particolare, per redigere un piano energetico che stabilisca quanta energia complessiva realmente serve per il fabbisogno industriale e individuale dell’isola; e di quale tipo, e dove andrebbero creati gli impianti. Osservava Giampaolo Meloni, su un ampio articolo pubblicato il 3 marzo sul quotidiano la Nuova Sardegna, che a fronte di un fabbisogno regionale di 1.400 Mw se ne producono, invece, 3.250, sacrificando inutilmente non solo il  denaro pubblico, ma migliaia di ettari di terra che andrebbero invece lasciati all’agricoltura. La Sardegna, paradossalmente, non ostante le centinaia di migliaia di ettari di terra per lo più incolte, arriva ad importare circa l’80% del suo fabbisogno alimentare. Le trecento richieste di attivazione di nuovi impianti di energia fotovoltaica, ora giacenti presso gli uffici regionali,  andrebbero per questo stoppate (o autorizzate senza  erogare alcun contributo in luoghi diversi dai terreni coltivabili: tetti e terrazzi  di edifici, cortili privati etc.).

Le comunità vogliono giustamente tornare ad essere sovrane. Nessuno può più imporre dall’alto decisioni contrarie al loro interesse.  In barba all’informazione ufficiale e agli interessi di chi la manipola, la controinformazione gira ormai vorticosa sul web, e col passaparola,  e le comunità si costituiscono in comitati, battono alla bisogna i pugni sui banchi dei consigli comunali, li occupano, protestano, impongono referendum, fanno ricorsi all’autorità giudiziaria. Sanno che possono farcela da sole il più delle volte, si sono stancate delle mediazioni partitiche, della loro corruzione, della loro logorrea autoreferenziale. Il problema principale è sopravvivere, conservare o trovare un lavoro, ed hanno capito che per fare questo bisogna ripulirle, le istituzioni, impedire che altro denaro pubblico venga sprecato o finisca nelle mani dei soliti noti, il problema è lì, il potere è lì, e le altissime mura che l’hanno fino ad ora protetto hanno iniziato a sgretolarsi. Bisogna assestare il colpo finale: e ripartire dal basso non senza uno sguardo alto, mettendo la democrazia, la bellezza, la giustizia, il buon senso a fondamento delle future scelte politiche.  (Giovanni Nuscis)

6 pensieri su “Eppur si muove. Il risveglio delle comunità

  1. ” …ripartire dal basso non senza uno sguardo alto, mettendo la democrazia, la bellezza, la giustizia, il buon senso a fondamento delle future scelte politiche.”

    Concordo, non dispero ed aspetto, non troppo tempo però, perchè ormai di tempo non ne è rimasto tantissimo…

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  2. Comprensibile, M&C, non solo per la pazienza che si sta esaurendo, ma per l’urgenza di interventi che scongiurino la catastrofe della fame e della ribellione incontrollata.
    Un caro saluto, anche a chi ha letto e apprezzato.
    Giovanni

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  3. Le voci che partono dal basso devono essere ascoltate e capite dall’alto ,perché le fondamenta per restare in piedi si costruiscono dal basso se cosi non fosse l’ edificio prima o poi avrebbe qualche crepa , fino a crollare definitivamente.

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  4. Grazie Bioraffaella. Penso però che non ci dovrebbe essere un “alto” (che regalmente ascolta e comprende il “basso”), ma un’espressione istituzionale e orizzontale della comunità, locale o nazionale.
    Un caro saluto
    Giovanni

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  5. Confido Unicamente nei Sardi, persone nella generalità di parola, con una grande Dignità: ho visto come han CANCELLATO le eccessive Provincie, come la stessa sera il Presidente di una di queste Provincie abbia rimesso il proprio incarico comprensivo di tutti i benefici, perchè la volontà popolare era prioritaria(ricordo che in altre parti, o meglio Regioni per ragioni ben Peggiori(!), le cose non hanno avuto questo epilogo)….e l’ultima coraggiosa iniziativa circa la “zona franca” in Italia…non si può aver fiducia completa nelle istituzioni che nel tempo o hanno “preso” dalla Sardegna, oppure han fatto finta di nulla…. soltanto il popolo Sardo può risollevare la stupenda Regione ridotta così….io lo credo e sono con Loro: GRAZIE del Vs. esempio, tutta l’Italia dovrebbe trarne insegnamento!!Ed a proposito di ribellione del “basso” vorrei ricordare che questi è il PAGATORE dello stipendio(di questo trattasi…)di quello “alto”: ACHTUNG!!!
    Cordialità.

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