51. In quelle pagine

da qui

Che poi, alla Sapienza, ciò che conta è il non detto: sia quando, da studente, cerchi di orientarti fra i centottantamila colleghi sconosciuti, sia quando, da collaboratore, sei costretto a esaminare le ragazze che ti guardano promettendoti qualcosa, chissà che, ma sempre spudoratamente, in contrasto con l’incertezza patologica di un Zeno Cosini o di un Filippo Rubè, di cui ti stanno esponendo le avventure. L’università è il luogo deputato dei contrasti, la fucina di tutti i sogni infranti, secondo la filosofia di tuo papà e l’ironia del professor Muscetta. Inutile dire che precisamente questo ti piaceva, la sfida delle parole belle agli status symbol dei coetani: la macchina, le uscite in discoteca, le vacanze in spiagge esotiche dove si andava soltanto per suscitare invidie, al ritorno, con l’album fotografico. A te, di spiagge e discoteche, non importava nulla: ti bastavano le cabine del Belsito per avere un’idea di fughe e trasgressioni dalla norma; qui, alla Sapienza, era tutto diverso: vagavate come spettri negli androni troppo grandi e poteva capitare d’incontrare, per esempio, il padre vetero-baffuto di un Nanni Moretti a inizio di carriera, docente di non ricordi più quale materia, al quale facevi i complimenti per il figlio e lui rispondeva, senz’alzare lo sguardo dal caffè: figlio? di che figlio parla? Era questo la facoltà di Lettere: un posto dove ciò che accadeva era appeso a mezz’aria e non lo potevi mai afferrare. Di fronte alla biblioteca c’era scritto: vietato l’ingresso ai cani e ai ciellini; un’altra mano aveva aggiunto successivamente: e a Tommaso, capobanda di CL. Non ti sentivi sfiorato da questo ambaradan: eri rapito, invece, dai libri con le copertine logore e le pagine ingiallite, pensavi che l’andirivieni dalla tua periferia alla babele inverosimile del centro, potesse avere un senso solo al tavolo affondato tra scaffali ingombri di volumi, che avresti perlustrato fino a notte fonda, assopendoti sul dorso di un romanzo e sognando di essere tu, stavolta, a scrivere le storie, a riempire i fogli ruvidi di cui qualcuno sarebbe andato in cerca, al posto tuo, varcando la soglia proibita a Tommaso che ci entrava, comunque, ogni volta che voleva, col ciuffo cadente sopra l’occhio destro che pareva un pirata d’altri tempi, e ti chiedevi veramente se t’avrebbe messo in mezzo con frasi imbarazzanti, tipo: vieni ai nostri incontri? oppure: guarda che è falso quello che dicono di noi. Ma tu te ne infischiavi: ti perdevi nelle avventure tragiche del partigiano Johnny o dentro le poesie lapidarie di Fortini, e quando alzavi gli occhi ti sembrava di aver perso chissà cosa, come se il mondo, in quelle pagine, non volesse starci.

20 pensieri su “51. In quelle pagine

  1. In queste pagine, invece, c’è tutto il mondo, non rilegato o costretto, ma libero di raccontarsi e di esprimere tutto ciò che il mondo, vincolato dalle sue regole e dai suoi limiti, non riesce a raccontare.

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  2. La lettura, a volte, è fatta anche di attesa. Mi è stato spiegato che in questo romanzo si intrecciano passato e presente. E infatti, eravamo concentrati sui fatti di un tempo, in base ai quali, crescendo, definire ciò che si è capito della vita, quando siamo stati catapultati sui fatti di oggi, forse come immediato banco di prova per verificare i benefici di quelle esperienze. Ma pur rientrando nell’attualità eventi eccezionali come un’influenza indicibile o la decisione di un Papa di lasciare, tuttavia mi è rimasta immutata l’attesa per il ritorno al racconto di ciò che è stato, al tema di base del romanzo. Per quanto interessanti, le pagine dell’oggi le ho vissute con le stesse sensazioni provate in quei lunghi capitoli di “Guerra e pace” o di “Anna Karenina”, così unici – nella loro apparente mancanza di necessità – nel descrivere il trascorrere di un interminabile inverno russo, il ritorno a piedi da una guerra, il viaggio intergalattico che conduce da un Van Gogh e una Taormina sbiaditi ad uno sguardo di Cristo e all’abbraccio protettivo di Sua Madre. E come nei tomi tolstojani, in cui proprio grazie a quelle pagine si stagliano e si apprezzano i fatti salienti della vita dei personaggi, ho potuto assaporare anche qui tutto il piacere del ritorno alla narrazione, quando, terminati gli obblighi di leva, siamo giunti all’Università.
    Io, a quei tempi, tra un cane e un ciellino avrei scelto senz’altro il primo; però avrei lottato affinché Tommaso – che, in effetti, istintivamente non mi piace (tanto per non “giudicare”) – potesse avere libero accesso alla biblioteca. Ma di questo ce ne possiamo infischiare, oppure no, dal momento che, alla fine, l’essersi perso nei libri lascia la sensazione di essersi perso qualcosa di ciò che accade intorno. Perché è vero che il mondo sembra non voler stare in quelle pagine, ma non è del tutto chiaro se il protagonista vuole davvero rimanere fuori dal mondo.

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  3. La gioia di scrivere

    Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
    Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
    che riflette il suo musetto come carta carbone?
    Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
    Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
    da sotto le mie dita rizza le orecchie.
    Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
    e scosta
    i rami generati dalla parola “bosco”.

    Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
    lettere che possono mettersi male,
    un assedio di frasi
    che non lasceranno scampo.

    In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
    di cacciatori con l’occhio al mirino,
    pronti a correr giù per la ripida penna,
    a circondare la cerva, a puntare.

    Dimenticano che la vita non è qui.
    Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
    Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
    si lascerà dividere in piccole eternità
    piene di pallottole fermate in volo.
    Non una cosa avverrà qui se non voglio.
    Senza il mio assenso non cadrà foglia,
    né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

    C’è dunque un mondo
    di cui reggo le sorti indipendenti?
    Un tempo che lego con catene di segni?
    Un esistere a mio comando incessante?

    La gioia di scrivere
    Il potere di perpetuare.
    La vendetta d’una mano mortale.

    — Wislawa Szymborska

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  4. Le emozioni si leggono, si scrivono, si vivono e si sognano ” in quelle pagine”,dove ” il mondo non ci vuole stare” ,perché si è barricato nella certezza che certezza non è ,si è ancorato nel ruolo di ciò che appare giusto alla maggioranza ,con la convinzione di stare con i piedi per terra senza sapere di essere rimasti “appesi a mezz’aria”.

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  5. “come se il mondo, in quelle pagine, non volesse starci.”

    Quello che scriviamo è nel mondo ma non sempre il mondo è in quello che scriviamo.
    Per essere attendibili bisogna amarlo tanto, il mondo!

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  6. Tutti i libri del mondo
    
non ti danno la felicità,

    però in segreto
 ti rinviano a te stesso.

 
    Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno,
 
    sole stelle luna.
 
    Perché la luce che cercavi
 
    vive dentro di te.

 
    La saggezza che hai cercato
 
    a lungo in biblioteca
 
    ora brilla in ogni foglio,
 
    perché adesso è tua.



    Hermann Hesse

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  7. un posto dove ciò che accadeva era appeso a mezz’aria e non lo potevi mai afferrare.

    Non si può afferrare ciò che non esiste, non si può afferrare ciò che non è, puoi solo afferrare i sogni in cui credi,perché quei sogni sono vivi dentro te ,sono la speranza che alimentano il tuo cuore, sono la speranza da cui nasce l’ Amore per la Vita e la gioia di essere vivi ,perché di questo si tratta di vivere la vita e non solo di vivere.

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  8. E’ quasi impossibile orientarsi nel deserto.
    La Sapienza è peggio del Sahara e imbattersi in qualche oasi rinfrescante è cosa rara e casuale specie se parliamo dell’arido erg romano dove ti aggiri assetato di contatto umano ma sei già condannato alla disidratazione. Preferisci abbeverarti di studio, di letture e di poesia per far sopravvivere la tua coscienza, per far sì che la tua mente non si perda.
    Se riesci,imbattendoti qua e la in qualche illusorio miraggio, a lasciarti alle spalle quell’incubo e ad arrivare per avventura fino al mare puoi gridare al miracolo.

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  9. Scrittore, al tempo stesso protagonista, di una storia che si srotola da una pagina all’altra, come una cascata di ricordi, sogni, emozioni, corse spezzate e poi riprese , storia che attraversa quartieri e primavere, fra incontri e scontri con la vita che si manifesta e si offre e vorrebbe modellarsi a misura sopra un corpo che già fatica a contenere un cuore libero, in continua evoluzione, alla ricerca incessante di una verità ancora tutta da scoprire, fra le pagine di un romanzo già scritto che si intrecciano e divergono da quelle scritte, istante dopo istante, dal proprio battito.

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  10. Se solo provo a pensare ad un mondo senza un mezzo di comunicazione, qualsiasi esso sia, la tristezza mi assale.
    Come potremmo vivere senza comunicare?E le parole, assieme allo sguardo, compongono la mia squadra preferita.
    Forse ho scoperto troppo tardi il valore della parola, sia essa scritta che parlata; ma il giorno che ho incominciato a leggere questa sinfonia, ad innamorarmi dei vari modi di esprimersi, a capire quanto ricca di sfumature sia la lingua italiana, quel giorno ho capito che sarebbe cominciato un lungo viaggio, tutto in salita, alla continua ricerca della conoscenza.

    Questo amore per la poesia, in particolare, me lo hai inculcato tu, i tuoi scritti sono fiumi a volte impetuosi altre calmi e lenti, ma entrambi portano acque piene della nostra vita che tu sapientemente ci regali.

    Grazie di avermi invogliata a partecipare.

    Un abbraccio a tutti voi.

    Ernestina.

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  11. Adattarsi ad un gruppo,adattarsi alla società.
    Penso che in qualsiasi situazione si troviamo,qualsiasi gruppo di persone frequentiamo,importante è rimanere se stessi.Non mi piaciono le persone che come cameleonte si cambiano per adattarsi,per essere accettati al qualche gruppo.Ogni uno di noi dovrebbe avere la sua personalità,suo carattere,avere suo io (un altro discorso è la strada per migliorarsi).
    Non devo piacere a tutti,è impossibile.Invece penso che importante è che questo che faccio,mi piace e continuare la strada che mi sembra giusta.

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  12. @Cri @Ernesta

    grazie, infatti io penso che importante è rimanere se stessi,e non avere paura di camminare con la strada giusta,anche se “non è di moda”

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  13. Che il non detto parla ce lo insegna la vita, anche la nostra stessa vita, che vuole comunicare di noi e persino a noi stessi che non ce ne accorgiamo, come pagine da interpretare tra le righe, al di là dell’apparente. Così succede che quell’immergersi nella lettura di Fenoglio e di Fortini, infischiandosene dell’ambaradan, rivela in realtà , verrebbe quasi da dire tradisce, uno spudorato amore per la partecipazione alle battaglie della vita umana in tutta la sua concretezza, anche quando è impastata di dolore.

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