Vivalascuola. Delicato leggiadro abissale Pinocchio

Oggi ho detto ai miei bambini: “Vi leggo una storia nuova, è la storia di un pezzo di legno. Di un pezzo di legno un po’ magico e sapete perché?”
“Nooooooooo” hanno risposto loro.
“Perché questo pezzo di legno – ho continuato io – era un burattino speciale. I suoi occhi vedevano, le sue orecchie sentivano e con la sua bocca parlava e faceva anche le boccacce! Voi le sapete fare le boccacce?”
“Sìiiiiiiiiiiiiiiiiii” rispondono ridendo e stropicciando labbra e occhi in facce buffe!
(Alessia Niniano)

Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. (Elémire Zolla)

Nell’anno dei suoi 130 anni, dedichiamo una puntata di vivalascuola a Pinocchio. Alessia Niniano, Giovanna Celso e Paolo Cacciolati riferiscono della loro lettura di Pinocchio a bambini, Sebastiano Aglieco racconta il suo incontro con Pinocchio e riferisce dei Pinocchi incontrati nella sua esperienza di insegnante, Nadia Agustoni e Dora Palermo riflettono sulla figura del burattino, Paolo Tesi risponde alle nostre domande e ci offre le sue illustrazioni.

Pinocchio ucciso
di Nadia Agustoni

Sono libri (Alice e Pinocchio) allegri e pieni di ombre dolorose perché riflettono sulla morte dell’infanzia. La necessaria fine dell’infanzia, che solo se la si racconta può rivivere. Di autori che sanno che il mondo non è fatto per i bambini.  (Stefano Benni)

Pinocchio è un bambino da usare, il suo destino è dare di che vivere a Geppetto, è costruito per uno scopo, ha un padre povero che vuole dal figlio-burattino qualcosa. Come tutti quelli la cui la vita è pensata da altri in anticipo è un mal nato, uno che non è un granché e oscuramente lo sa, intuisce che così lo si condanna e appena sente le proprie gambe infila la porta di casa e scappa. Un carabiniere lo ferma subito, i minorenni non possono andare in giro da soli, la famiglia, la casa sono la gabbietta dove cinguetteranno, chissà se di rabbia o di noia.

Pinocchio comunque è un tipo legnoso, resistente al bastone, anche morale, perché ha la fibra di chi sopravvive. E’ il bambino che prima agisce e poi pensa, ma ha l’istinto del guerriero non del servo. E’ anche attore, ma il suo teatro è lui stesso, senza fili, spettacoloso. Vende l’abbecedario e finisce tra le marionette di Mangiafuoco, e qui i burattini e le burattine lo riconoscono. Immaginiamoli questi disgraziati intenti a una recita che rallegri adulti e ragazzini più fortunati. Loro sono quelli messi al lavoro, corpi che producono soddisfazione per chi può comprarsela. In Afghanistan è diffuso un tipo di spettacolo in cui bambini maschi, affidati a un protettore-impresario, si esibiscono davanti a uomini adulti, cantando, danzando e recitando. Dopo lo spettacolo è più che tollerato avvenga altro, ma se qualcuno poi ci va di mezzo per una denuncia, non è l’adulto, ma il bambino.

E’ chi subisce che viene imprigionato e condannato; accade a Pinocchio con il giudice somigliante a un gorilla che lo fa mettere in cella perché è stato derubato. Derubare l’infanzia non è un reato in nessuna parte nel mondo. In America i ricchi e iper-nutriti bambini sono l’arma di genitori divorati dalla fame di successo al punto che chiedono ai loro ragazzi una perfezione intollerabile, a volte degenerante in follia, più spesso in comportamenti autolesionisti.

Pinocchio è il bambino credulone, viene indotto a pensare che quattro denari sepolti in un campo faranno crescere un albero di monete d’oro. Ovviamente è un inganno, ma non lo è meno il finale di Collodi che fa del burattino il bravo ragazzo a cui i piccoli miracoli accadono, perché il duro lavoro paga sempre, ma tanto poco e male che c’è appunto bisogno del miracolo perché abbia un vestito, quando a malapena può procurare il bicchiere di latte al padre. La paga scarsa, la necessità incombente uccidono Pinocchio. Se non per sé il poverino si commuove per il genitore, chissà se pensa, mentre tira su l’acqua e intreccia panieri, che dopo una vita di lavoro, il caro Geppetto, non ha una lira, ha bisogno del figlio ex credulone, ex crapa dura, ma in fondo in fondo crapa sana se sentiva inconsciamente la presa in giro del potere di conio risorgimentale e ancora recente, ma forse proprio per questo crudele con la “sua” gente; “sua” come una proprietà.

Vorrebbe quel pezzo di legno da stufa gridare subito una rivolta, alla Franti e non immolarsi e fare, che so, la piccola vedetta lombarda, che tanto ci commuoveva, uccisa da una pallottola austriaca. A scuola, anche quando ci stavo io, il mito del risorgimento non era scalfito da nulla. Non c’era critica possibile. Lontano il tempo di una traccia d’irriverenza sulla patria, come quella che trovai in Dino Campana, nella dedica dei Canti Orfici. Ricordo che quando la lessi pensai ad uno scherzo.

Mito germanico o sfida, l’imperatore Guglielmo aveva almeno il pregio di non mascherare la realtà e all’Asburgo Francesco Giuseppe i sudditi potevano fare causa e vincere, mentre nel nuovo paese d’Italia parlavano le cariche a cavallo dei carabinieri e le fucilate in piazza.

Pinocchio è il bambino ucciso dai grandi, ingannato, portato a vedere il miracoloso dove la sua fatica non basta. Appare così la bella fata turchina, simbolo di un femminile consolante e quanto mai tempestivo, alla Florence Nightingale. Alla durezza dei tempi si contrappone il candore della veste, il turchino, il pallore del volto quasi a suscitare un desiderio di umanità che cancella il burattino di legno, redimendolo intimamente.

La normalità imposta a Pinocchio è il preludio ad esistere nella dieta regolata dal potere, imposta di solito ai corpi che non contano. La chiamassero normatività avremmo tutti ogni tanto il dubbio che la vita sia ben altro, invece nel mondo a rovescio i malandrini vanno liberi, i cattivi vincono, le vittime hanno bisogno di “miracoli”, i carabinieri ormai hanno letto Pasolini, ma facciamogli leggere Collodi è attualissimo, e il Gennariello delle Lettere luterane vive da un bel po’ nella finzione di un paese dei balocchi dove il bestiario va ben oltre gli asini.

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Credo che la sua influenza, cosciente o più spesso inconscia, andrebbe studiata su ogni scrivente della nostra lingua, dato che questo è il primo libro che tutti incontriamo dopo l'”abbecedario” (o prima). (Italo Calvino)

Il mio Pinocchio
di Sebastiano Aglieco

Il mio primo ricordo di Pinocchio risale alla seconda elementare. Il maestro Tabacchi mi incaricò di andargli a comprare le sigarette – Nazionali con filtro – dal tabaccaio e, visto che c’ero, di prendere una copia del Pinocchio di Collodi. Siccome non riuscivo a memorizzare il cognome dell’autore, mi disse di ricordarmi della colla, che a quei tempi era la coccoina, che sa di mandorla: una prima spontanea sinestesia che ogni tanto mi torna ancora alla memoria, insieme all’odore delle matite appena temperate e della plastilina, forse perché a quei tempi gli odori dell’infanzia erano più forti e non una cosa da signorine.

Avendo la stima del maestro e passando per il primo della classe, attraversai la strada del paese con quell’ansia che ti viene per timore di fallire, di fare brutta figura e soprattutto, essendo un po’ imbranato, di andare a finire sotto una macchina. Il libretto aveva una copertina marroncina, tipica delle edizioni rigorose e un poco scialbe di quegli anni e i disegni erano in bianco e nero. Di quella lettura in classe confesso di non ricordarmi. Mi ricordo però della sensazione del vento contro le gambe nude che divorano la strada, proprio come quelle di Pinocchio che scappano per la prima volta da Geppetto; solo che, mentre Pinocchio scappa e disubbidisce, io ritorno e ubbidisco.

Il mio secondo incontro con Pinocchio risale a qualche anno dopo. E’ il bellissimo film di Comencini; faccio la quarta o la quinta elementare, c’è un televisore in bianco e nero nella stanza da letto di mia madre e c’è questo pinocchio monello che scappa per la prima volta da Geppetto e si nasconde sotto le gonne delle donne che lavano i panni. Mia madre non gradisce: dice che non sembra una favola, che la fatina non fa i miracoli e che non capisce come parlano. Evidentemente anche lei ha un pinocchio in testa che io non conosco ed evidentemente il racconto televisivo, con le sue immagini in movimento, un po’ si sgranocchia la fissità del burattino di legno. Troppo vero questo bambino che corre a gambe levate. Troppo bambino, io, come tutti i bambini, per capire l'”altro” livello del progetto.

Poi il Pinocchio di Comencini sparisce – a quei tempi, in tv, le repliche ravvicinate non erano affatto usuali -. Lo ritrovo anni dopo, al Pime di Mascalucia, sulle falde dell’Etna, dove con la parrocchia del mio paese ci trasferiamo, un gruppo di giovinotti, a fare una settimana di lavoro e preghiera. Tempi di veri viaggi nella testa, quando discutere se una cozza provasse consapevolezza nell’essere mangiata, voleva dire impegnarsi a sfidare senza pudore la mente dell’universo.

Lo ritrovo improvvisamente, questo Pinocchio di Comencini, e me ne stupisco perché intanto si è impresso nella memoria, senza averlo previsto, come un tempo perduto ed eroico, l’eroismo selvaggio dell’età dei giochi e delle fughe, del soffio della brezza, la sera, sulla pelle fradicia di sudore, quel nascondersi e scappare per capire fin dove puoi arrivare, fin dove ti puoi allontanare dai grandi. Non vedo più il burattino di legno, ora, ma, con emozione e realismo, il bambino Andrea Balestri che, si dice in qualche cronaca, è grande e ha avuto problemi, ma che, in fondo, conferma con la sua parabola umana quanto la vita possa essere vicina alla letteratura e come questa chiarisca la vita, la semplifichi e la purifichi del suo lato irrisolto.

Degli altri Pinocchi – Benigni, Bene, Walt Disney – non so dire. Piuttosto potrei fare una lunga lista dei pinocchi incontrati a scuola, quelli che cercano di sfuggire da te, maestro padre Geppetto, e sfuggendoti, in realtà ti stanno chiedendo disperatamente di essere riacciuffati per ritornare fra le tue braccia. Ché, in fondo, questo è Pinocchio: la storia di una iniziazione alla vita; un grande romanzo di formazione.

Potrei dunque parlare del mio primo pinocchio, di cui non so il nome, che chiedendomi di fare un tuffo – e io, alla mia primissima supplenza, ingenuamente acconsentii – si tuffò dalla sommità di un banco e si ruppe un braccio. E lungamente potrei parlare del secondo, Manolo, che picchiava i compagni per il gusto di essere inseguito da me, fino alla porta del corridoio. Di Michele, che per strada, un giorno, si mise improvvisamente a correre con tutta la classe per vedere passare il treno e che poi ha fatto l’università e diventerà ricercatore chimico. Di Andrea, che era ossessionato dai cavalli e che ora si occupa di cavalli. Di Filippo che forse farà il maestro. Di Federico, che contestava il mio insegnamento dicendomi che lo plagiavo. Di Amin, che quando combinava guai, alla media, andavano a chiamare il suo maestro di scuola elementare. Di Daniel, che insieme agli altri pinocchi della classe mi ha messo come capo sulla prua del Titanic per andare a uccidere le “balene disturbanti”; tutti pinocchi che sono stati tali solo perché intuivano che sarebbero potuti diventare uomini, diversamente da altri, dai buoni figli di famiglia con le spalle ben protette dalle certezze dei genitori, solo percorrendo la strada scoscesa della corsa e della caduta, del dolore subito e del dolore recato.

Gli archetipi, nella loro fissità originale, sono forme destinate alla declinazione, alla variazione nel seno delle proprie ossessioni, personali, culturali e sociali. Occorre specchiarsi in qualche significato per potersi riconoscere e in questo riconoscimento c’è sempre il rischio, il timore dello svelamento. Fra tutti i pinocchi incontrati a scuola, diventato ormai Geppetto, inseguendoli per salvarli dalle casacche dei carabinieri, dalle cattive amicizie e dagli influssi umorali del cuore, io ho sempre saputo che questo attraversamento era necessario e inevitabile per ritornare, ma ora cambiati, al punto da cui siamo partiti: io e loro.

E pensateci bene quanto in questa storia ci si dica della mancanza di un padre. Perché è la fatina che tiene le mani in pasta dappertutto; prepara, finge, permette la caduta, esercita il senso di colpa, agisce applicando la legge universale di causa effetto. Non lo salva prima, il monello; lo soccorre dopo (Comencini aveva capito bene). È una specie di madre morta, la madre che non c’è mai stata, per cui Pinocchio è nato grande, avendo saltato completamente la fase degli affetti e delle cure prenatali. È nato ribelle perché non ne sa niente di latte e di biberon. La prima cosa che assaggia è il cibo dello svezzamento. Pensa di essere pronto per conoscere il mondo. E chi è Geppetto? È un padre che non si trova nelle condizioni di poter fare il padre; è buono ma debole, il suo destino è quello di una vecchiaia precoce, in attesa di essere accudito da un figlio che deve ancora crescere, prima ancora che innamorarsi e farsi una famiglia.

Per quanto mi riguarda, è questo il pinocchio che mi interessa perché a scuola, quando arriva un pinocchio, segretamente ci intendiamo: segretamente sappiamo che le tempeste da domare sono dovute alla mancanza di un padre che non ha saputo accompagnare o di un madre che, per necessità o senza volerlo, si è ritrovata ad indossare i pantaloni del marito.

In fondo la storia moderna che maggiormente assomiglia a quella del burattino, e da cui attinge, è il bellissimo film di Spielberg: “AI”: intelligenza artificiale. Un burattino moderno, giocattolo automa evolutissimo, ricevuto l’imprinting – proprio come le bestie – e poi abbandonato dai genitori, continuerà a cercare la madre per centinaia di anni e millenni, finché, riattivato da una civiltà aliena dopo la distruzione del mondo, ritroverà sua madre nella scatola dei suoi ricordi e a lei si ricongiungerà. Sublime messaggio per dirci che veniamo e torniamo dallo stesso punto, dopo aver attraversato le tempeste della vita in compagnia di qualcuno che ci ha tenuti per mano. E se questo non è avvenuto, siamo destinati a rimanere burattini di legno grezzo.

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Pinocchio è l’emblema del fantasticare. (Elémire Zolla)

Pinocchio è un archetipo dell’anticonformismo
di Dora Palermo

Pinocchio è sicuramente un archetipo dell’anticonformismo, un modello in base al quale si dichiara che la trasgressione, intesa come ciò che porta all’inevitabile confronto con la regola, è il passaggio necessario attraverso il quale si entra nel mondo uscendo dal proprio egocentrismo per approdare verso una dimensione dominata a livello esistenziale dalla coscienza di sé.

La regola viene acquisita, diventa un proprio stumento d’interazione col mondo non perché imposta ma perché compresa attraverso l’esperienza, oserei dire attraverso i propri fallimenti, non è la regola che si impara subendone gli effetti ma è la trasgressione ad essa che ci insegna la validità ed il senso di una regola. Sembra una contraddizione ma non lo è perché basata sul principio dell’apprendimento fondato sull’esperienza

Quello di Pinocchio è un viaggio quasi sciamanico, il morire, il fallire, rappresentano la conzizione necessaria alla propria crescita interiore, ogni cultura esprime un proprio modello di processo d’iniziazione, per noi italiani Pinocchio rientra in questa categoria.

C’è poi il grande tema della finzione, la bugia e la verità. Per un bambino non c’è una grande distinzione tra ciò che è vero e ciò che è inventato, realtà e fantasia hanno pari dignità purché percepite nella loro autenticità (ci credo o ci voglio credere a seconda dei casi). Per un bambino talvolta l’invenzione piò essere più autentica della realtà oggettiva al punto da fargli considerare falso un dato di realtà e vero il frutto dell’immaginazione. Ovviamente nel processo di crescita si assiste (questo è quello che ci auspichiamo da educatori) dicevo si assite ad una sempre maggiore obiettività (che presuppone un interesse verso il dato di realtà) ed a una relativizzazione crescente del proprio egocentrismo (che presupponeva una valorizzazione prevalente della propria fantasia)

Pinocchio da un punto di vista simbolico si pone al centro di questo processo, accompagnandolo e svelandone le varie valenze da un punto di vista umano.

Ma Pinocchio, checché il suo autore lo definisse una “Bambinata“, deve il suo successo al fatto che, come romanzo, è rivolto soprattutto agli adulti, alla loro necessità di conciliare la libertà con l’etica, l’indipendenza con la convenienza sia per le valenze storiche che questo discorso suggerisce (siamo in pieno Risorgimento!) sia per gli aspetti più strettamente psicologici a cui si può rapportare.

Pinocchio è un leader della trasgressione che per diventare libero veramente affronta il conflitto tra le proprie pulsioni e ciò che non condivide del proprio mondo. Un mondo che è destinato a mutare continuamente e nel quale l’individuo, come davanti ad un bivio perpetuo, deve scegliere continuamente se e cosa conservare ed accettare e se e cosa cambiare. Per conservare c’è bisogno tenersi legati alla realtà, per cambiare bisogna attingere alla propria immaginazione e in entrambi i casi ci si deve chiedere se e quanto si è liberi.

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Il miracolo di Collodi è in fin dei conti proprio questo: aver costruito e inventato da solo, a tavolino, una fiaba che non cede alle fiabe popolari. (Gianni Rodari)

Pinocchio fatto di sabbia e di neve
di Paolo Cacciolati

Dicono che la scrittura efficace sia come il lavoro di un fumettista, che disegna utilizzando ombre e contrasti. Se è vero che la scrittura efficace è quella che fa emergere le forme dalle ombre, allora, come dovrebbe essere la lettura efficace? Come favorire l’emersione di una forma da un’ombra? E come posso farlo per un bambino? E come farlo per una favola come Pinocchio?

Calibrare il tono, il ritmo della voce, le pause, l’alternanza del testo con le figure del libro, interrompere la lettura, chiedere qualcosa al mio ascoltatore,
oppure no, andare avanti fino in fondo, senza sospensioni, lasciare le domande alla fine, quelle solite stupide domande tipo:
-Qual è il personaggio che ti piace di più?
Nessuna risposta
-Allora?
-Ma papà, sono tutti belli questi personaggi!
-Anche Mangiafuoco?
-Ma sì, è un Fuoco-mangia, come quelli là del film che abbiamo visto-
-Gli orchi?
-Siii, e Fuoco-mangia è il loro papà, è il papà degli orchi-
Chiaro, anche gli orchi hanno diritto ad avere un papà, che magari gli legga le favole la sera, prima del sonno.
-E la Fata Turchina ti piace?
Lui guarda il disegno della Fata, nel libro è rappresentata come una sorta di diva del cinema degli anni ’50, capello biondissimo cotonato, faccino rotondo, labbra piene e forme burrose,
-Papà, mi ascolti?
-Eh, sì, certo
-Ti ho detto che la Fata Turchina sarebbe di più bella con i capelli ricci e neri, come la mia fidanzata Maria.
-Francesco, lo sai che Maria non è la tua fidanzata. A cinque anni non ci si fidanza, si è solo amici.
-Sì, ma poi quando ci sposeremo il giorno che ci sposiamo Maria metterà un vestito come quello della Fata Turchina e faremo una bella festa.

Sto per ricordargli, in un empito di crudeltà immotivata quanto salutare, che cosa gli ha dichiarato, la figlia dei nostri amici, in nostra presenza, che lei un fidanzato già ce l’ha, si chiama Matteo e sta nella sua classe, e che però loro possono essere amici.

Mi trattengo, pensando che poi è capace di arrivarci in camera, piangente nel cuore della notte, che lui non può dormire perché Maria non lo fidanza, e non si sposerà mai, e che è solo colpa nostra, che gli abbiamo fatto cambiare scuola e città così non può più vedere Maria, vabbuò, meglio lasciar perder certi sadici realismi, così devio l’attenzione su… su… non so cosa inventarmi, ma ci pensa Francesco a risolvere il tutto con la sua improvvisa decisione
-Penso che io non voglio essere fatto di legno, neanche all’inizio…
Ci rifletto un attimo e concordo, che sì, in effetti io non mi ci vedo molto nei panni di un falegname.
-E di cosa vorresti essere fatto, all’inizio?
-Di sabbia e di neve, come prima, che ero stanco e tu mi sostenevi mentre mi mettevo il pigiama e mi sentivo proprio come un bambino fatto di sabbia e di neve.

Il libro di Pinocchio non c’entra più niente, o forse c’entra, non lo so, verrà chiuso, sarà riaperto e ancora chiuso, arriverà il sonno, arriverà anche per me il sonno, a spazzare certi pensieri su quella sabbia e quella neve, come trasformare quella sabbia in cemento, non si parte forse dalla sabbia per fare il cemento? E quella neve, in cosa trasformarla? In ghiaccio? Troppo freddo? Servirà a qualcosa? Lo renderà più duro, più resistente? O forse più fragile? Servirà a qualcosa quella goccia che è stata versata sulla sua fronte il giorno del battesimo, le parole del sacerdote su quell’olio, a protezione dagli attacchi del Male. La goccia d’olio renderà abbastanza resistente quella sabbia e neve, quando arriveranno in forma molteplice e continuata? Sarà legione, saranno legione, nei loro attacchi, possono attaccare la mia carne putrescente con metodica continuità, ma non qui, non ora, non questa pelle profumata, non questa mano di seta appoggiata sulla copertina di Pinocchio.

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Paolo Tesi 16-09 allegerita

I piccoli italiani… si sono innamorati di lui perché offre due cose insieme: le fantasie che amano e la realtà che cominciano a sospettare. (Paul Hazard)

Incontrando Pinocchio
di Giovanna Celso

Lo spunto per entrare nel mondo di Pinocchio e fare così un tuffo nella mia infanzia, me lo ha dato uno spettacolo teatrale al “Piccolo teatro” che ho proposto ai miei alunni di prima. In un magico gioco di luci, musica e narrazione ho riscoperto la ricchezza emotiva di quel libro…

Come me, quando ero piccola, i miei piccoli alunni vivono sentimenti contrastanti: vorrebbero essere audaci come Pinocchio che preferisce il teatro di Mangiafuoco alla scuola, ma subito dopo affermano che è meglio ascoltare i genitori e andare a scuola, così come dice il Grillo parlante.

Certo c’è sempre il “Pinocchio” della situazione che mi ha detto: “Non importa se poi mi vengono le orecchie da asino, ma a me non piace venire a scuola… beato Pinocchio che non ci va!”. Di contro il suo compagno giudizioso lo ha redarguito: “E poi i tuoi genitori cosa dicono? I bambini devono studiare e imparare.”

La maggior parte della classe si schiera con lui, scandalizzata delle bizzarre idee del mio Pinocchio! Anche a me Pinocchio “scombussola” un po’… Leggere Pinocchio per me assume una valenza molto particolare. Quando leggo ai miei piccoli, immediatamente, con facilità entro nei personaggi trasformandomi un Pinocchio, in Geppetto e pure in Mangiafuoco!

Oggi che sono “grande” e madre mi sento molto vicina a Geppetto, al suo struggente desiderio di un figlio al punto di arrivare a costruirselo, andando a cercare però quel pezzo di legno speciale che maestro Ciliegia non era riuscito a domare!

Stessa sorte sembra essere riservata anche a Geppetto, che si ritrova a cercare di modellare un figlio “perfetto”, rincorrendolo ed aspettandolo nelle sue fughe per il mondo alla ricerca della… felicità?!

Geppetto che ha voluto testardamente diventare papà, è sempre pronto ad accoglierlo, a perdonarlo, perfino a vendere la sua casacca in cambio di un abbecedario. Non è forse questa la cornice in cui si snoda la storia di amore tra madre e figlio? Quante volte i nostri figli incontreranno “il gatto e la volpe” o verranno ingoiati da un pescecane. Però ci sarà sempre una fata Turchina che veglierà su loro fino a quando da burattini diventeranno… bambini!

In una cosa sono molto “uguale” ai miei alunni; come loro sono convinta che quel burattino non è cattivo e che diventerà giudizioso e farà felice il suo papà! E anche lui, PINOCCHIO, sarà felice di essere un bambino, libero da tutti i fili mossi da altri e quindi capace di scegliere il meglio per sé!

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Pinocchio nasce come personaggio mitico… insegue la libertà ancestrale che non trova e non riconosce nella realtà del mondo quotidiano. (Salomon Resnik)

Pinocchio sono io, anzi Pinocchiaccio
intervista a Paolo Tesi

Qual è il motivo del fascino esercitato da Pinocchio su bambini e adulti?

Il fascino che Pinocchio esercita su bambini e adulti è legato alla sua leggendaria figura che non corrisponde a nessuna etichetta. Pinocchio è libero come è libero il pensiero di chi non conosce appartenenza né condizionamenti esterni.
Pinocchio si presenta al mondo come se fosse il giorno della Creazione e spalanca su di esso uno sguardo pieno di meraviglia e stupore. Per questa ingenuità e candore esercita su di noi un’attrazione irresistibile che seguiamo guidati dall’istinto e dalla certezza che valga la pena credere in “lui”.

Cosa pensare dei suoi errori? E dei suoi ravvedimenti?

Non ci sono malizie e quindi errori nel suo comportamento, che è dettato dalla spontaneità, per questo non esiste nel percorso di vita che caratterizza la sua “esistenza” alcun ravvedimento. Non può ravvedersi chi non commette peccati né sbagli.
La metamorfosi, che dal legno trasforma il burattino in un bambino in carne e ossa, altro non è che un ossequio alla norma, un ritorno nel mondo degli uomini, il tangibile, amaro riconoscimento e insieme accettazione della società alla quale apparteniamo.

Cosa comunica Pinocchio? In che modo smuove il nostro immaginario?

Pinocchio non ci appartiene. Pinocchio è soltanto se stesso, ma rappresenta tutti. Pinocchio impersona la curiosità che anima ognuno di noi e comunica con il mondo formulando domande ed esigendo risposte.
I tanti interrogativi che noi ci lasciamo dietro le spalle senza risposta, per approssimazione e paura, per Pinocchio non hanno senso in quanto tutto corrisponde a una logica concreta, tangibile e autoreferenziale.
Pinocchio ci invita a osservare la realtà senza rinunciare alla fantasia e smuove il nostro immaginario pigro e deluso con riferimenti inalienabili e genuini, veri motori dell’essere schietto e unico. Mai ambiguità, mai incertezze; valori, legati alla dignità dell’ esistere, di notevole importanza nella vita di un uomo.

Come Pinocchio opera su di noi? Quali modelli o quali valori richiama? Quali fantasie mette in moto?

Le fantasie che mette in moto dentro di noi sono quelle di vivere per la prima volta emozioni che non abbiamo mai vissuto. Le espressioni e le affermazioni di Pinocchio non sono confutabili, vanno accettate così come ce le esprime, considerandole in quell’aura di sacralità che le avvolge.

Pinocchio è il nostro stesso pensiero che si riscatta. Il bisogno di affrancarsi e di sentirsi totalmente liberi, senza condizionamenti.
Pinocchio è il sogno che vagheggiamo, la nostra aspettativa di riscatto, l’opportunità ultima che resta a chi vede nella fantasia il massimo supporto all’esistenza.

Qual è il suo rapporto con Pinocchio?

Ci sarà una ragione per cui continuo a identificarmi nel personaggio di Pinocchio? Ci saranno delle analogie fra me e lui? Oppure mi riconosco nella prosa di Carlo Lorenzini ritenendo che la mia biografia sia già stata scritta, molto prima che nascessi, nel lontano 1883?
Il desiderio di possedere un’identità da assicurare al futuro è forte nell’uomo. Il bisogno di essere qualcuno ci fa sentire liberi e autonomi mettendoci in relazione con gli altri e con il mondo. Per quanto mi riguarda provo piacere scoprendomi descritto in un libro pubblicato 125 anni fa, ritrovandomi a vivere in una specie di universo incantato, contrapposto a quello reale, ma pur sempre possibile, vivibile come se esistesse veramente. E le analogie esistono davvero, ad iniziare dal caso singolare per cui, benché io sia fatto di carne, mi senta di legno. Come Pinocchio amo disubbidire, dico bugie, ho il naso lungo, preferisco i burattini agli uomini e tratto gli animali, con i quali parlo, alla pari, come se fossero miei simili.
Tuttavia non sono un vero e proprio Pinocchio, bensì un Pinocchiaccio, vale a dire un essere risentito, disarmonico, in conflitto con se stesso, con gli altri e con l’intero pianeta. Costretto a vivere in perenne allarme, dubito di tutto, così parimenti tutto mi incuriosisce e attrae invitandomi alla scoperta. Come Pinocchio sono stato ingannato, raggirato, derubato, ammonito, mandato a scuola per forza e legato alla catena… una catena psicologica ovviamente, allusiva al potere assoluto e inalienabile che le mamme hanno sui figli. Non è forse stato così per Pinocchio? Quella specie di mamma chiamata Fatina ha esercitato su di lui un potere assoluto e negativo, riducendolo, dallo stato di grazia nel quale si trovava in virtù del fatto di essere di legno, a ragazzo normale in carne e ossa, soggetto alle regole della società civile. Che ci fa Pinocchio, già impiccato, morto e resuscitato, in mezzo agli uomini? Anche se ciò avviene nelle pagine di un libro per ragazzi, coloro i quali dubitano che esista fra le righe un messaggio più profondo sono gli adulti.

Chi è il suo Pinocchio?

Pinocchio è soprattutto un protagonista sofferente che spartisce le sue pene prevalentemente con gli animali e che da loro viene aiutato. A lui è toccato, contrariamente a quanto accade alla maggioranza delle persone, di diventare famoso. Anche per questo motivo desidero essere il burattino e tendo a ravvisare in un albero la tremolante figura di un antenato. La serie infinita di disegni che ho realizzato è tale da farmi provare un brivido ogni volta che li penso e il libro che ho illustrato, pubblicato nel 2002, ho difficoltà a mostrarlo. Non si può pensare che l’immagine di Pinocchio, disegnata e dipinta da tanti, forse troppi, artisti, sia quella di un uomo scontento di essere tale. Disegnandolo mi accorgo che vado alla ricerca di me stesso, consapevole di non potermi trovare.

Quali immagini che di Pinocchio ci ha dato l’arte lei preferisce?

Ho guardato spesso i libri che illustrano le sue avventure e l’immagine che per primo ci dà Enrico Mazzanti è ancora viva nella mia memoria, corrispondendo perfettamente a come l’ho pensato quando già adulto ho letto l’intero racconto.
Tuttavia, a mio modo di vedere, nessun illustratore ha superato il grande Carlo Chiostri, nei suoi disegni ravviso in fieri il lavoro di quanti lo hanno seguito emulandolo nel tentativo di superarlo.
Guardo con interesse agli illustratori che sono andati oltre la parola scritta, interpretandola e sublimandola senza porre limiti alla fantasia. Non ci sono clichés nella mia mente e non sopporto i condizionamenti che talvolta nemmeno la creatività riesce ad eludere. Ma quanti artisti nel raffigurare Pinocchio si sono fermati all’apparenza non riuscendo a evitare il luogo comune, soddisfacendo soltanto quello che viene richiesto dal lettore incapace di vedere oltre. Se da una parte penso con gioia alle tavole di Attilio Mussino e alle sue coloratissime immagini, dall’altra non riesco a guardare il film di Walt Disney.
Fra i tanti interpreti del capolavoro collodiano, ritengo che Sergio Tofano, il signor Bonaventura, Leonardo Mattioli, Alberto Longoni e soprattutto il geniale e cupo Roland Topor risultino fra le eccellenze.
Pinocchio bisogna amarlo per scoprirlo, per testimoniare attraverso segni, forme e colori l’essenza del suo carattere, fatto di tanti simboli e rimandi continui a un mondo complesso e ammiccante. Pertanto la lettura del testo, deve essere tesa alla ricerca del suo vero significato, interpretato con senso critico e originalità dal momento in cui fra analogie, simbologie, allusioni ironiche e metamorfosi anche noi siamo tentati di entrarvi come protagonisti. Tutt’oggi, dopo tanti anni, è ancora quello che cerco di fare aiutato da segni e colori.

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2013-01-29 18.35.21

Il testo è così maneggevole, così vario, così imprevedibile. Non si resiste tanto a lungo se non si è fatti di ottimo legno. (Antonio Faeti)

Tutti noi siamo un po’ Pinocchio
di Alessia Niniano

Oggi ho detto ai miei bambini: “Vi leggo una storia nuova, è la storia di un pezzo di legno. Di un pezzo di legno un po’ magico e sapete perché?”
“Nooooooooo” hanno risposto loro.
“Perché questo pezzo di legno – ho continuato io – saltava, rotolava e scappava, fino a che il buon Geppetto non decise un giorno di trasformarlo in un burattino. – Lo chiamerò Pinocchio – disse Geppetto a lavoro finito.
Ed era un burattino speciale. I suoi occhi vedevano, le sue orecchie sentivano e con la sua bocca parlava e faceva anche le boccacce! Voi le sapete fare le boccacce?”
“Siiiiiiiiiiiiiiiiiii” rispondono ridendo e stropicciando labbra e occhi in facce buffe!
Ecco perché, mi son detta, la storia di Pinocchio ci piace e ci tiene inchiodati ad ascoltare fino alla fine per sapere come va a finire.

Tutti noi in fondo siamo un po’ come Pinocchio.
A chi non piace fare le boccacce? Chi non avrebbe voglia di farsi un bel viaggetto attraverso il Paese dei Balocchi? Immedesimandoci nel burattino ingenuo e puro rivendichiamo il nostro diritto-desiderio al Divertimento.
Riacquistiamo la possibilità di sbagliare, per guaradarci poi allo specchio e notare con sopresa che ci sono spuntate due belle e lunghe orecchie da somaro.
Eh sì… l’idea di essere un po’ monelli, un po’ “burattini” ci affascina molto, proprio
come affascina lui. Pinocchio è in realtà una marionetta e non un burattino, ma Collodi lo definisce così perchè in dialetto toscano burattino significa proprio monello! E poi però come a Pinocchio ci viene data la possibilità di crescere, di scegliere e di diventare bimbi veri.

Mentre raccontavo oggi la storia ai bambini seduti in cerchio sul tappeto della nostra sezione ho chiesto loro:”E a voi piacerebbe andare nel Paese dei Balocchi?” La risposta è stata affermativa in un coro entusiastico, hanno poi spontaneamente fatto collegamenti tra loro e i personaggi della storia. E in quanto a personaggi preferiti Geppetto è di certo in cima alla classifica accanto alla Fatina (“Perché ha la bacchetta magica”) e a Pinocchio.

Anche il signor Mangiafuoco ha però riscosso un certo successo. E pensandoci… lui lavora con le marionette e dà a Pinocchio le sue cinque monete d’oro (“Che non si possono piantare, solo i semini sotto terra fanno crescere le piante!”)

Ciò che mi ha spinta a raccontare questa storia ai miei bimbi sono state le suggestioni e l’incanto emersi durante uno spettacolo teatrale davvero speciale: “Villaggio Fragile di Pinocchio” a cura di Antonio Catalano. Per un pomeriggio la magia di una giostra mi ha fatto tornare bambina e visitando un Paese dei Balocchi molto speciale sono stata protagonista di una vera e propria magia… a volte anche le maestre possono tornare a essere monelle e perchè no… anche un pochetto somare!

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Pinocchio con i picchi

MATERIALI

Piccola antologia critica: a ognuno il suo Pinocchio

Una fiaba che non cede alle fiabe popolari
di Gianni Rodari

Il miracolo di Collodi è in fin dei conti proprio questo: aver costruito e inventato da solo, a tavolino, una fiaba che non cede alle fiabe popolari per il forte realismo e per la ricchezza fantastica… Se al Collodi è riuscito quel miracolo si deve alla libertà con cui ha lasciato fluire nella sua fiaba il senso dell’intera sua vita… Lo spessore di Pinocchio è lo spessore di una vita, di un ritmo, di anni – come lo spessore delle fiabe popolari è lo spessore della loro vita, in un ritmo di secoli…

In Collodi, il rapporto tra vita e fiaba è spontaneo e quasi inconsapevole come nella fiaba popolare. E’ come se egli avesse saltato a poè pari la fiaba romantica, per stabilire un collegamento diretto con il linguaggio, le immagini, la creatività delle fiabe del popolo: la sua vita cala nelle parole di Pinocchio abbandonandosi a loro, al loro movimento veloce e incessante, qualche volta quasi automatico. La più bella “fiaba contemporanea” della nostra letteratura. La difficoltà di classificare Pinocchio dipende forse dal fatto di essere l’apertura di un genere che poi non ha più dato risultati così efficaci. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

*

Pinocchio oppone l’infanzia alla dimensione degli adulti
di Antonio Faeti

Pinocchio è un romance, e io vorrei aggiungere che, più precisamente, è una quest, cioè un itinerario pedagogico, un tortuoso viaggio senza fine attraverso i trabocchetti, le catture, gli ammaestramenti, le punizioni di cui è colmo ogni rapporto “educativo“. Se, proppianamente, si volessero rilevare rilevare le “funzioni” presenti nel libro; una potrebbe sufficientemente chiarire e legittimare l’esistenza del volume: quella che oppone l’infanzia alla dimensione degli adulti

Pinocchio conosce tutte le miserie che definiscono la tragedia complessiva dell’infanzia, ma irride gli exempla, ne infirma periodicamente proprio la credibilità pedagogica. Non può servire a nessuna dimostrazione meditata e saggia, perché fugge sempre, scompagina, rovescia, banalizza ogni insegnamento. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Pinocchio è l’incanto delle origini
di Umberto Todini

Le metamorfosi di Pinocchio vanno per gradi dal legno verso un mondo in cui egli nasce e si evolve in ritardo, e riesprimono, in chiave iniziatica, la legge di un originario cangiarsi di alberi in uomini. Pinocchio contiene uno dei segreti vitali, esprime l’incanto, la fascinazione dell’ultimo figlio delle origini che nascendo “spostato” tenterà di adeguarsi a uomini un tempo fratelli, ma ormai alienati dall’originario principio vitale. Anche se Pinocchio finirà col divenire uomo egli ci avrà tuttavia rivelato a contrasto il conformismo schiacciante di un mondo ormai nolto più ligneo di quello un tempo generato da madre natura. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio come personaggio mitico
di Salomon Resnik

La storia di Pinocchio colpisce l’inconscio, il mondo infantile del lettore. Perché? Uno dei motivi più rilevanti è, secondo me, costituito dalla natura delle origini del “burattino“: Pinocchio è un burattino di “nascita“.

Pinocchio nasce come personaggio mitico, viene dalla natura, dal mondo vegetale, dalla foresta… Pinocchio insegue la libertà ancestrale che non trova e non riconosce nella realtà del mondo quotidiano. In questo mondo non è felice! Soltanto quando vive l’imprevisto e la foresta, nei cui sentieri ci si perde ritrovando però il senso dell’avventura, è felice, ma anche infelice e vittima!

L’episodio del Gatto e della Volpe mostra già a Pinocchio la minacciosità insita nel mondo, l’egoismo e la malafede, ma anche l’avventura e la tentazione che lo porteranno più tardi al Paese dei Balocchi… Pinocchio riprende la metafora dell’uomo labirintico che deve perdersi nelle foreste del mondo per poi ritrovarsi

Pinocchio di origine vegetale, mediatore anch’esso tra il naturale e il soprannaturale, spazio-tempo dove si svolgono le fiabe per i bambini, porta in sé una potenzialità sciamanica e magica che trascende il contenuto aneddotico della storia stessa. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio vive prima ancora di nascere
di Pietro Citati

L’idea più bella tra le molte bellissime, che si intrecciano nelle Avventure di Pinocchio, affiora nelle prime righe del libro. Dentro il semplice pezzo di legno da ardere, capitato non si sa come nella bottega di maestro Ciliegia, sta nascosta una “vocina sottile sottile“, che si lamenta per il dolore o ride per il solletico. Da quale spazio discende questa voce chiusa nel legno? Chi è questo spiritello, questo Homunculus, questo elfo irriverente e irrispettoso, che vaga dietro le quinte del mondo? Non sappiamo rispondere. Solo una cosa è certa. Pinocchio vive, ha una psicologia e una forma perfettamente delineata, prima ancora che Geppetto cominci a scolpirlo e gli trovi un nome.

Senza avere mai messo piede sulla terra, possiede una sicurissima esperienza della nostra vita: sa cos’è il lavoro e il vagabondaggio, l’infanzia e la vecchiaia, quali lusinghe impietosiscono il cuore di un uomo, come si deve cuocere un uovo e come si sbuccia una pera. Così nessun lettore si stupisce se tutti i personaggi – i burattini di Mangiafuoco, il Grillo parlante, il pulcino appena uscito dall’uovo, il gatto e la volpe – lo conoscono senza averlo mai incontrato; come se una complicità segreta, o delle informazioni di cui ignoriamo la fonte, li spingessero verso il centro del loro libro. (da Introduzione a Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Rizzoli)

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Pinocchio è l’emblema del fantasticare
di Elémire Zolla

Pinocchio è l’emblema del fantasticare. D’accordo, egli è assai più d’un emblema, è un simbolo, ma un simbolo è fatto di una miriade di possibili allegorie e questa, di Pinocchio, come personificazione del fantasticare, dà buoni frutti se messa all’uso proprio di ogni allegoria, quello di tradurre le vicende del racconto a una a una in una moralità.

Vediamo: utopistica, monotona e capricciosa, testarda e svogliata è la fantasticheria, chi voglia crescere deve scrollarsela di dosso, un uomo che davvero sia tale è una crescita ininterrotta. Occorre domare quel vizio, stroncandolo a bastonate, costringendolo ad acquattarsi e tremare, legandolo a un bindolo; alla fine ecco la meravigliosa metamorfosi, esso si tramuta in alata fantasia, dipinge nella nostra mente visioni eccelse, mostra la “Fata nel sogno“.

Questo sogno visionario chiude Pinocchio ed ha l’effetto dei sogni terapeutici, incubatorii, redime mostrando un archetipo redentore. (da C’era una volta un pezzo di legno, Emme edizioni)

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Pinocchio è anche lui un Terzo Mondo
di Gianni Rodari

E’ rimasta la stessa la volontà dei bambini di essere, di crescere. Tutto ciò che è esistito prima della loro nascita, non è mai realmente esistito, è una favola che si racconta, anche quando questa favola si chiama storia. La vita ricomincia per loro continuamente, come ricomincia per Pinocchio… Perciò la vitalità di Pinocchio rivive in loro intatta. La mancanza di esperienza li espone ad errori di ogni genere, ma li salva dal pessimismo esistenziale dell’adulto, o dal catastrofismo teorizzato dalle classi che tramontano e vedono nella loro tragedia soggettiva una tragedia universale. Il bambino è anche lui un Terzo Mondo: ha più futuro che passato.

Cambiato nei contenuti, si ripete però continuamente lo schema dell’opposizione tra ragazzi e adulti: di questa opposizione essi vivono come vive, nel più capriccioso dei modi, Pinocchio. Sono cambiati i modi della repressione autoritaria, ma questo è pur sempre ancora il muro contro cui vanno a rompersi la testa i ragazzi, o i giovani, nel loro sforzo di darsi un ruolo. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Educazione come avventura
di Renato Bertacchini

Suo teatro rimane il mondo. Qui si realizza la sua vita e la sua educazione. Qui scorazza e corre a rotta di collo, fuori del palcoscenico illuminato di mangiafuoco, oltre le quinte e i fondali, libero dai fili che reggono e imprigionano i cuoi compari, Rosaura, Arlecchino, Pulcinella e i gendarmi. Il mondo è la palestra, l’orizzonte prospettico dove questo burattino sui generis, questo burattino senza fili afferma totalmente la sua doppia natura, umana e legnosa, carnale e marionettistica, concreta e fantastica.

Facile trastullo dei richiami multicolori della vita, leggero, curioso, perduto subito dietro tutte le vicende e gli spettacoli che sappian di vacanza e di divertimento, i teatrini, i circhi, le fiere, la spiaggia del mare, nemico giurato delle scuole e dei libri, ingenuo e credulone alle promesse della ricchezza improvvisa, buono di cuore quanto sventato di testa, bugiardo e vanitoso la sua parte, schiavo delle intenzioni e dei propositi che non contano nulla e delle miracolose attrattive, pronto sempre ai facili inviti degli uomini e delle cose; burattino dunque, marionetta, eppure libero; figura di maschera, ma quasi si direbbe col viso mutevole e vero, il gioco fisionomico di luci e ombre tipico del ragazzo…

Giusto dunque che intorno a Pinocchio si apra lo spazio, un immenso e favoloso spazio, come vasto e infido terreno, come il continente inesplorato della sua educazione. (da Collodi educatore, La Nuova Italia)

* * *

SEGNALAZIONE

Dal 23 febbraio al 16 marzo, a Milano, è in corso una mostra presso la Biblioteca Chiesa Rossa, Via San Domenico Savio, 3 (tel. 02.88465991) dal titolo: Pinocchio mette il naso in biblioteca. In essa sono esposti lavori della Scuola Arte&Messaggio, che è un centro di formazione professionale del Comune di Milano che organizza corsi post-diploma nel settore delle comunicazioni visive. Nei giorni 20 e 27 febbraio e 10 aprile, sempre all’interno della Biblioteca, saranno attivi laboratori di illustrazione curati dalla stessa scuola dedicati ai bambini delle scuole elementari.

Tra i lavori degli studenti esposti nella mostra, segnaliamo il lavoro collettivo Il Pittocchio e quelli di Irene Carminati, Verena D’Elia, Cinzia Brambilla e Alessandra Alfieri (vedi anche qui).

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Regolamento valutazione in limine mortis. Mentre già sono in corso bilanci dell’operato del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo alla fine del suo mandato, venerdì 8 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva lo Schema di Regolamento sul sistema nazionale di valutazione in materia di istruzione e formazione. Malgrado da più parti fosse stato chiesto al governo tecnico, delegittimato dal voto e ormai in limine mortis, di occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione. Malgrado il Regolamento sia stato criticato da una serie di associazioni professionali della scuola, dal Consiglio di Stato e dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

Se si eccettua la valutazione positiva della Cisl Scuola e del PDL, i pareri di sindacati e associazioni di categoria sul Regolamento sono fortemente critici. Tra le tante analisi del Regolamento segnaliamo quelle di Marco Barone, Marina Boscaino, Bruno Moretto, Giuseppe Aragno; Anna Maria Bellesia ne sottolinea l’estraneità al mondo della scuola, Giuseppe Aragno l’inopportunità, definendolo un “inaccettabile colpo di mano, un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione”.

La Flc Cgil afferma che “E la montagna partorì il topolino velenoso” e annuncia:

Chiederemo l’impegno formale a tutte le forze politiche di cambiare radicalmente questo regolamento e metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per difendere la scuola pubblica da questo ennesimo intervento dannoso.

Qual è allora il motivo per cui il ministro Profumo ha varato in tutta fretta il nuovo sistema di valutazione? Il comunicato stampa che il governo ha diffuso ieri dopo il consiglio dei ministri lo afferma molto chiaramente. L’approvazione del Regolamento consente di rispondere agli impegni assunti nel 2011 dall’Italia con l’Unione Europea ed è una condizione per accedere ai fondi strutturali 2014-2020. Altro che miglioramento dell’offerta formativa e della qualità della scuola!

Lo Schema di Regolamento prevede una valutazione delle scuole in 4 fasi

1. auto valutazione
2. valutazione esterna
3. azioni di miglioramento
4. rendicontazione sociale

I soggetti costituenti il Servizio Nazionale di Valutazione sono l’Invalsi, l’Indire e gli ispettori. L’Invalsi, istituto alle dirette dipendenze del ministero dell’Istruzione, fa la parte del leone: ne consegue un sistema ispirato dagli orientamenti politici del governo di turno anziché rispettoso dell’autonomia delle scuole. E’ previsto che la valutazione si concluda con la pubblicazione e la diffusione dei risultati raggiunti, che, come ricorda il presidente dell’ANIEF-Confedir, Marcello Pacifico, sono

preludio all’assegnazione delle risorse solo alle scuole migliori, invisa da tutti. Ma questi signori lo sanno cosa significa insegnare in un istituto del quartiere Zen di Palermo o in quelli Spagnoli di Napoli?

Maria Castagna osserva come viceversa

Dove la valutazione scolastica funziona, come in Francia, Gran Bretagna ed in altri paesi europei, le scuole che ottengono le peggiori performance ottengono dallo stato nazionale maggiori finanziamenti per colmare il divario. Il sistema italiano di valutazione purtroppo non prevede nulla di simile.

In un Dossier Valutazione la Flc Cgil precisa che:

  1. Non esiste un modello europeo di valutazione. Ne esistono molteplici assai diversi tra loro.
  2. Mettere le scuole in competizione tra loro attraverso la pubblicazione di elenchi di scuole buone e scuole cattive non è la regola. Anzi. In alcuni Paesi è esplicitamente vietata la pubblicazione dei risultati della valutazione delle scuole per non produrre dinamiche competitive.
  3. La valutazione del sistema di istruzione, quella delle singole scuole, la valutazione dei docenti e quella degli apprendimenti degli studenti tramite test standardizzati sono cose diverse (la cui responsabilità è spesso in capo a differenti soggetti) che non è utile confondere o sovrapporre.
  4. La valutazione degli apprendimenti attraverso prove standardizzate di rado, nei diversi Paesi europei, significa esclusivamente una batteria di domande a risposta chiusa.
  5. La valutazione degli apprendimenti attraverso prove standardizzate, inoltre, non deve necessariamente essere condotta su base censuaria. Molti Paesi, così come le indagini internazionali, utilizzano campioni rappresentativi.

Infine, il documento ricorda che l’Europa ci chiede sì meccanismi di valutazione del sistema, insieme, però a maggiori investimenti orientati a promuovere l’equità nell’accesso all’istruzione, alla riduzione della dispersione scolastica, a un rigoroso rispetto delle norme di sicurezza degli edifici scolastici. E insieme all’Europa ce lo prescrive la nostra Costituzione.

Poiché il primo appuntamento in tema di valutazione sono i test Invalsi del prossimo maggio, segnaliamo che i Cobas hanno indetto uno sciopero nei giorni della somministrazione delle prove. Prove che già accendono discussioni: ne segnala alcune Vincenzo Pascuzzi.

Questo non è l’unico “colpo di mano” del governo Monti. Ricordiamo che il ministro Profumo ha appena reso pubblico l’Atto d’indirizzo 2013, in cui indica le priorità per il prossimo Governo: tra le altre, ridurre di un anno la durata della scuola: nuovi tagli per risparmiare 1.380 milioni di euro.

Come commenta Marina Boscaino,

È davvero singolare come un Governo agli sgoccioli del proprio mandato accolga la responsabilità di compiere atti di rilevanza così evidente senza coinvolgere i naturali interlocutori, dal Parlamento alle organizzazioni sindacali.

Dall’università. I dati relativi all’anno accademico in corso, forniti dal Cineca – il consorzio interunivesitario che gestisce l’anagrafe degli studenti universitari italiani – confermano il grido d’allarme lanciato qualche settimana fa dal Consiglio universitario nazionale (Cun), anzi lo aggravano ancora. In tre anni si sono persi 30.000 nuovi iscritti negli atenei italiani e in 9 anni addirittura più di 70.000.

Il Programma per giovani ricercatori, detto anche Rientro dei cervelli“, intitolato a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009, si arena. Ha al suo attivo solo 29 scienziati tornati in Italia, in virtù del bando del primo anno, l’unico che ha concluso il suo iter. La commissione nominata per il bando del 2010 non ha concluso i lavori, quello del 2011 non è mai uscito. Il contratto dei 23 dei “cervelli” sta per scadere e i ricercatori sono lasciati dal Ministero nell’incertezza: rinnovo del contratto o riespatrio?

In tale situazione non stupisce che, come è declassata l’economia italiana, lo sia anche la sua università: la classifica sulla reputazione delle università mondiali realizzata dal magazine Times Higher education vede gli atenei italiani esclusi dai 100 più prestigiosi.

Continuano le disavventure giudiziarie del Miur. Raggiunge le prime pagine dei giornali la sentenza del giudice del lavoro di Trapani Mauro Petrusa, che, applicando la normativa europea in materia di abuso di contratti a tempo determinato, ha dato ragione a due insegnanti intimando un risarcimento record: il danno è stato quantificato in 150.000 euro per uno e quasi 170.000 per l’altro. E qualche giorno dopo, una terza sentenza impone 173.000 euro a una docente per mancati scatti e stipendi estivi. Se tutti i 10.000 supplenti annuali si rivolgessero al tribunale, il governo potrebbe dover sborsare un miliardo e mezzo. Anche se, come riflette Antonio Di Geronimo, le vittorie rischiano di essere inutili e i precari di rimanere a bocca asciutta, perché, quando a perdere è l’amministrazione, le sentenze non sono esecutive fino a quando non diventano definitive.

A marzo, la contrattazione di istituto è ancora ferma. Con l’accordo Ministero-sindacati di fine gennaio, pareva che nelle scuole la contrattazione integrativa potesse prendere avvio rapidamente e invece, a distanza di 40 giorni, siamo sempre al punto di partenza.

Il problema è che il CCNL del 12 dicembre 2012 non è ancora stato registrato definitivamente e quindi non è possibile sapere con esattezza a quanto ammonti il fondo di istituto dal quale sono state ricavate le risorse necessarie per finanziare il riconoscimento degli scatti stipendiali.

L’accordo di fine gennaio prevedeva che alle scuole venisse erogato un primo acconto delle risorse disponibili. A quel punto i sindacati hanno rassicurato che, comunque, la contrattazione per il 2012/2013 si sarebbe potuta condurre facendo riferimento all’intero ammontare del fondo e non solo all’acconto. Secondo l’Ufficio scolastico regionale per la Campania, invece, “Le contrattazioni di istituto devono essere effettuate esclusivamente sull’importo assegnato in acconto“.

A causa dell’incertezza, nella maggior parte delle scuole la contrattazione sta procedendo molto a rilento e quasi certamente si concluderà in prossimità del termine delle lezioni, con il risultato che per quest’anno docenti e Ata svolgeranno incarichi aggiuntivi senza sapere se per tali attività saranno in qualche modo retribuiti.

In attesa del nuovo esecutivo. Pasquale Almirante esamina l’ottavo punto della proposta di Bersani per formare il nuovo governo, proprio quello che riguarda “la scuola e la ricerca”; Nichi Vendola propone tra i provvedimenti urgenti del futuro governo il finanziamento di un piano straordinario di manutenzione degli edifici scolastici, o quella di Eugenio Tipaldi, che Ministro dell’Istruzione sia un insegnante o un Dirigente Scolastico, o quella di Paolo Fasce, che il nuovo Ministro dell’Istruzione sia un docente precario.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

9 pensieri su “Vivalascuola. Delicato leggiadro abissale Pinocchio

  1. Pingback: Vivalascuola: delicato, leggiadro, abissale Pinocchio | Compitu re vivi

  2. Pinocchio è un libro universale e come tale dovrebbe essere letto e studiato da tutti quelli che vogliono avere a che fare con l’educazione. Anche il mio incontro con Collodi è legato alla serie televisiva di Comencini, quando la Rai produceva servizio pubblico. Da bambino, facevo le elementari, mi colpì l’intervento zelante dei carabinieri……una scena che non ho mai più dimenticato.

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  3. Mi sento molto vicina all’interpretazione di Paolo Tesi e in particolare alla frase in cui afferma “Pinocchio bisogna amarlo per scoprirlo”
    Cercare, in questo libro, una valenza educativa attuale mi sembra non necessario; la fantasia dei bambini oggi si confronta con mondi fantastici in cui crudeltà, avventura, passioni, sentimenti sembrano molto più impattanti e forse feroci ma in realtà lo sono solo nelle tecniche di rappresentazione. Come immaginare un inseguimento più allucinante di quello, notturno per giunta, degli assassini che vogliono rapinare Pinocchio anche a costo di ucciderlo (e l’impiccano)?
    Amo molto Pinocchio e lo rileggo spesso. Ma non riesco a sovrapporvi interpretazioni schematiche, cedo sempre al fascino di un libro scritto per i bambini, che i bambini aspettavano (puntata dopo puntata) con ansia tanto che, come ben noto, l’autore dovette riprendere a scrivere nonostante considerasse chiuse le Avventure dopo l’impiccagione. Cedo volentieri alla fantastica avventura proposta da un grande libro, ad un’opera letteraria tra le più importanti di sempre che ha una sua scrittura, una sua lingua, una sua vita nonostante noi. Penso che sia meglio leggerlo insieme a bimbi invece che raccontarlo; il linguaggio di Collodi è perfetto, impossibile riferirlo senza velarlo almeno un po’. Grazie per questa bella proposta

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  4. Grazie grazie grazie! Per me Pinocchio è una passione d’antica data che non invecchia mai, come per tutti del resto. Peccato che l’Italia invece peggiori di anno in anno.

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  5. Grazie di cuore ai lettori e a tutti quelli che hanno collaborato a questa puntata di vivalascuola. Tutto conferma, come dice Calvino, che Pinocchio è “il primo libro che tutti incontriamo dopo l’”abbecedario” (o prima)”.

    Poiché ci è arrivato altro materiale, oltre a quello che compone questa puntata, è in programma una nuova puntata su Pinocchio: se c’è in ascolto qualche lettore di Pinocchio che vuole essere dei nostri, può inviare un suo testo a giorgio.morale@gmail.com.

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  6. Pingback: Scrivere per l’infanzia. Intervista ad Anna Lavatelli

  7. Mi avete convinto, ma non ci voleva molto, a rileggerlo il caro Pinocchio, mio amato romanzo di formazione, mia oltre che sua. E leggerò con piacere la nuova puntata prannunciata da Giorgio. Chissà se avrò la fortuna di incontrare le note di un altro/a mio/a ex studente/ssa. Le belle cose che ha scritto Dora mi hanno fatto tornare in mente un’ora, o quasi, trascorsa con lei che caparbiamente contestava le mie annotazioni su un suo scritto scolastico. Lo chiamavamo impropriamente “tema” per non far gli snob, ben sapendo che invece di “rhema” si trattava. Ebbene, con la mia matita rossa e blu avevo sbarrato alcune cose. Non ricordo quali, ma poco importa. Quello che rammento con piacere è lo scalino della scuola su cui sedevamo a discutere e la determinazione con la quale Dora difendeva il suo testo. Oggi, a leggerla, mi convinco delle sue ragioni di allora e di adesso, anche se non condivido le “d” eufoniche. Corro a rileggere Pinocchio.

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