SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, fondatrici del blog Critica Impura, hanno trasformato parte dei contenuti della loro esperienza di Rete in un e-book edito da Web Press EdizioniUn anno di Critica Impura (gennaio 2011-gennaio 2012). In questa intervista illustrano contenuti e risonanze del loro lavoro.

Critica Impura

Il vostro blog è un’esperienza di critica e conoscenza. Adesso che è diventato un libro, vede esplicarsi appieno la sua vocazione, che è quella dell’apertura, della contaminazione e dell’uscire dagli schemi. La vocazione, appunto, dell'”impurità”. Da che cosa nasce tutto questo?

Antonella Pierangeli: Critica Impura nasce essenzialmente come rivolta di critica e di conoscenza, oltre che come vera e propria vocazione a quella che ormai è diventata la nostra caratura estetica, l’impurezza. Nelle nostre intenzioni di “rivoltosi”, ricordiamo ciò che Maurice Blanchot nel giugno del ’36 dichiarò su Acèfale: “È tempo di abbandonare il mondo dei civili e la sua luce. È troppo tardi per fare il ragionevole e l’istruito, poiché ciò ha condotto a una vita senza attrattive […]. È necessario rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina”. Il nostro desiderio di rivolta contro “il ragionevole e l’istruito” ci ha indotto con urgenza a sviluppare un discorso critico intorno alla scrittura che, con il passare del tempo, ha richiesto una sempre maggiore attenzione al significato di questa meravigliosa avventura della mente e al senso del suo agire attraverso la parola. Scrivere è certamente una tremenda responsabilità e, ne siamo convinte, la letteratura ci trattiene in quel moto che è di illusione e di appartenenza e obbedisce alla necessità di distruggere per rinnovare. La parola, che della letteratura costituisce la granatura, è disagio, guerra, distruzione, rinnovamento. La critica impura è dunque, in primo luogo, estrema attenzione, sensibilità aguzza, monologo ossessivo con il testo, luogo d’elezione dove il farsi letterario è corpo di parola, dove la scrittura non enuncia ma crea e rigenera, il nascosto, perturbante antipensiero che si annida tra gli interstizi della pagina, in quelle pieghe di senso e fonemi, i cui rilievi sono a loro volta pieni di corridoi, porte, camere, luoghi senza luogo, soglie che attirano. I nostri testi sono infatti attraversati da tensioni cariche di sovrasignificati che interrompono ogni possibile continuità discorsiva e orientano la nostra esperienza verso una circumnavigazione permanente del “globale” inteso come realtà effettuale del circostante. In secondo luogo, tutto ciò che avviene su Critica Impura sembra trovarsi in un’altra dimensione rispetto alla norma dei lit-blog che circolano in rete, quasi in un “fuori” che la stessa scrittura si incarica di accentuare attraverso il dispiegamento di un arsenale di scelte tematiche, e quindi stilistiche, talmente eterogeneo e vorticante da rendere manifesto il conflitto imperante tra realtà e linguaggio, certificando ininterrottamente la dimensione costituente della parola. In ultima istanza, Critica Impura, adottando la negazione dell’ovvietà non soltanto come un procedimento per identificarsi e distinguersi ma anche per impegnarsi, come una sorta di entità onnipresente con cui dialogare soprattutto nella galassia della Rete, a non “produrre” ma “essere dentro” alla stessa materialità del reale, propone l’impurezza come caratterizzazione della propria esperienza critica, offrendo testi che travalicando i generi si trasformano in una verità insopportabile: nella frustrazione dell’asservimento critico alla logica del mercato editoriale risultante dalla perdita dell’autonomia dell’arte e della critica, noi troviamo le forze per affrontare l’oblio e assimilarlo alla nostra esistenza attraverso l’esercizio dell’alterità e della negazione, unite alla “verità” che emana dalla scrittura. Intorno a questa operazione di cuore e di passione si apre un vasto territorio di riflessione dal quale, forse, è possibile pensare con uno sguardo diverso quale sia la dimensione dell’ermeneusi, dell’esercizio dell’intelligenza e della nostra critica globale e, attraverso la ricerca di qualcuno con cui essenzialmente comunicare, condividere e collocarci, come dice il grande impuro Klossowski “nella comunità carnale dei miei simili” perché “qualsiasi impressione e qualsiasi emozione che facciano parte solo del mio mondo sono una parte troppo pesante per riuscire a sostenerla completamente da solo”.

Leggere è ancor oggi un fondamentale atto di coscienza. In un mondo sempre più “slabbrato” e privo di senso, leggere può ancora “salvare”?

Sonia Caporossi: Di più: leggere è l’unica istanza salvifica che l’uomo può concedersi nella realtà contemporanea franta e scissa, così oppressa dalla convinzione costruttivistica estrema secondo cui, lungi dal considerare le teorie e i concetti in base all’uso che ne se fa, come la buona prassi del costruttivismo wittgensteiniano suggerisce, al contrario si fonda la realtà stessa sul verum ma il verum non sul factum, bensì sull’iperteoria ad essa sottesa, ovvero su un altro verum iperteorico, che si fonda a sua volta su un altro verum in quanto iperteoria, la quale a sua volta è fondata su un altro verum e così via, in un regressus ad infinitum che fa sfuggire in continuazione la verità e allontana in un’illusione ottica cinematografica in puro stile Vertigo non dico la realtà, ma la stessa aspirazione, che rimane così perpetuamente insoddisfatta, ad essa. Questo atteggiamento non libera l’uomo, al contrario lo opprime costringendolo nelle secche castranti di un nichilismo sempre più esacerbato, laddove invece di riconoscere come operante in un circolo vizioso di verità coercitiva il vetusto meccanismo dell’assiomatica aristotelica, in base a cui la verità può essere solo descritta, mai scoperta, si scambia per scienza e certezza questa costruzione, questa pura e semplice “inventio” a regola d’arte, e su di essa si fondano presuntivamente intere semiosfere pseudoculturali che vengono spacciate per scoperte e per sistemi aperti, ma che in realtà non sono altro che assiomaticissimi sistemi chiusi, la cui esclusiva novità, ahimè, pertiene solo al nome, spesso altisonante e propagandistico, con il quale vengono identificati e resi noti, cioè pubblicizzati e propagandati come memi. Di più, i costruttivisti integralisti non si rendono conto che tutto ciò, lungi dal non avere un fondamento trascendente, ne possiede diversi, e non riescono ad intravedere minimamente la possibilità di un fondamento immanente alle cose, a cui rivolgersi come luogo provvisorio d’indagine e punto di partenza autonomamente deciso. Per negare il fondamento trascendente, ne reduplicano milioni in una sorta di frantumazione prismatica della realtà in forma di mille piani, solo “detti” immanenti, in realtà trascendenti essi stessi in quanto sfondi, ripiani, tavolati di verificazione e falsificazione in cui il concetto stesso di verità e falsità perde di valore perché, semplicemente, in questa condizione di pensiero, vero e falso potrebbe essere tutto o niente. Ecco, la Critica Impura è un atteggiamento che combatte dall’interno questa e qualsiasi altra forma di impostura culturale e filosofica, in nome del “rendere finalmente ragione delle cose”. L’atto di coscienza fondamentale e fondante, è proprio il caso di dirlo, è quello del leggere in senso lato. Tutto si può leggere: un’opera d’arte e di letteratura, un’azione, una costruzione concettuale, un’ideologia, un sentimento, un problema, una posizione. La lettura come istinto primordiale all’ermeneusi scevra da condizionamenti è alla base dell’onestà intellettuale del critico impuro, che non tenta di svincolarsi da un appiglio al reale, anzi lo ricerca, lo persegue incessantemente come atto impuro d’interpretazione del textus, di qualsiasi textus, perché di testi, volenti o nolenti, siamo circondati e permeati noi stessi. Allora il ritorno critico al leggere, all’interpretazione del testo, ci sembra l’unica maniera per penetrare a fondo la sostanza delle cose e per non creare incessanti sovrastrutture fini a se stesse, labili e svanenti come acquerelli annacquati e castelli di sabbia sospinti dall’ondata successiva. Ci sembra, insomma, l’unica maniera per sfuggire al costruttivismo estremistico in base al quale, se tutto è vero, niente è vero e viceversa; l’unica via per trovare, detto in breve, un senso comune estetico cooperante alle cose, che consenta ogni forma di comunicazione e, quindi, di scambio fra gli esseri umani. Per prevenire comprensibili obiezioni, occorre inoltre specificare che la stessa definizione di “critica impura” non è un neologismo costruttivistico con cui si voglia spacciare per nuovo e originale un atteggiamento critico vecchio come il mondo; il termine “impuro” è preesistente, di ascendenza pasoliniana, e le convinzioni teoriche e pratiche su cui fondiamo il nostro lavoro non hanno nessuna sostanziale novità: consistono, al contrario, in un appello a tornare a monte, in un ritorno, rivoluzionario, paradossalmente ma neanche poi tanto, proprio perché fondato su una tradizione critica ormai moribonda poiché non fa più comodo.

Oggi gran parte del dibattito culturale circola in Rete. La dimensione virtuale ci può riscattare dalle inadeguatezze della realtà?

Sonia Caporossi: Per lo stesso motivo di cui sopra, ovvero per evitare l’impostura intellettuale e operare un lavoro culturale consapevole, occorre stare molto attenti al tipo di dibattito che circola in rete, perché ce ne sono di diversi. A volte si tratta di polveroni creati ad arte per sollevare questioni di lana caprina il cui unico intento non è la risoluzione o il dibattimento dell’argumentum in quanto tale, bensì la creazione di un alone di fama e di riconoscibilità intorno a chi quel polverone lo solleva; di questo tipo, sempre più spesso, sono le polemiche letterarie e filosofiche che sorgono a destare gli animi in questo Paese. Altre volte, si tratta di temi importanti che meritano di essere discussi, ma questi ultimi li riconosci dall’importanza del tema stesso, piuttosto che dal nome dell’oratore che c’è dietro. Dopo aver fissato questo importante concetto, per rispondere più precisamente alla tua domanda devo ammettere che la Rete offre ottime condizioni di visibilità proprio alla figura del critico impuro (e all’artista impuro, al musicista impuro, allo scrittore impuro). Consistendo il critico impuro nella terza via alternativa tra il critico accademico e il critico militante, come andiamo spesso a ripetere, egli non può ovviamente (e non deve) appoggiarsi alle strutture retrostanti gli altri due, cioè l’Università per l’accademico e il sistema giornalistico – televisivo, conferenziero e relativo ai Premi Letterari ufficiali per il militante. Ciò significa che il critico impuro, per offrire il proprio servizio critico alla massa (perché di questo, essenzialmente, si tratta) si affida spesso e volentieri alla Rete come mezzo di diffusione e di comunicazione preferenziale, per azzerare le distanze nel triangolo comunicativo che lo collega agli addetti ai lavori e al pubblico. Però attenzione: solo in questo senso l’inadeguatezza della realtà culturale attuale viene bypassata e tuttavia proprio la Rete si pone come luogo di indistinzione principale, una specie di notte in cui tutte le vacche sono nere, per dirla con Hegel, laddove ognuno si sente libero di pubblicare se stesso in una democratizzazione assoluta del circolo mittente – messaggio – destinatario che si sta configurando sempre più invasiva, inflazionistica e anarchica sia nel senso della quantità sia nel senso della qualità della pro-duzione offerta. Il lavoro del critico impuro, impuro perché si sporca le mani del proprio mestiere essendo completamente immerso in questo contesto, è anche e soprattutto quello del discernimento di ciò che detiene valore estetico autonomo rispetto a ciò che non lo detiene; cioè di quello che, in tale assurdo marasma internettiano e sociale, è davvero arte e ciò che non lo è. Per operare questo discernimento, il critico impuro s’avvalora di una serie di nozioni teoriche tratte dalla filosofia estetica, dalla teoria della letteratura e dell’arte, dalla critica, dall’epistemologia, dalla logica, dalla filosofia del linguaggio, dalla semiotica e dall’ermeneutica filosofica. Il suo bagaglio teorico è, insomma, fondamentale: non si deve produrre una critica se non si è capaci di renderne ragione.

Riferendomi in particolare all’articolo di Sonia “Io, non-io, perché proprio io?”, esiste una linea di continuità tra letteratura, filosofia, psicologia e spiritualità? È possibile  (ri)stabilire una visione olistica del mondo?

Sonia Caporossi: L’articolo in questione espone in forma di excursus filosofico il viaggio tortuoso del concetto di “sé” e le varie modificazioni che l’autoconsapevolezza ha assunto attraverso i secoli, dalla grecità, in cui da una parte la filosofia consisteva nella domanda ontologica sull’essere, sull’oggetto fuori del sé, e dall’altra già s’avvertiva l’esigenza pseudosocratica del Γνῶθι σεαυτόν (gnothi seautòn),  fino ad arrivare al cartesianesimo e alla contrapposizione io – non io dell’idealismo. Per rispondere alla tua domanda, la linea di continuità tra letteratura e filosofia (al cui interno si possono contemplare la psicologia e la spiritualità come particolari fenotipi) non è solo una possibilità, ma una realtà del Novecento. Intendo dire che l’ars retorica di cui la filosofia del Novecento è permeata, e che essa condivide con la letteratura in quanto scrittura adorna, consiste per il pensiero filosofico in ciò che il dissolvimento dell’arte bella di cui parla Hegel ha comportato per l’arte stessa nel trapasso dall’Ottocento al Novecento. L’arte classica aveva radici antiche e la rottura profonda con la tradizione che le Avanguardie storiche all’inizio del Novecento hanno rappresentato è consistita soprattutto, attraverso lo stravolgimento della forma, in un fatto di comunicazione, di semiotica, di semantica, di linguaggio che ha modificato via via i contenuti stessi. Allo stesso modo, la filosofia precedente al Novecento utilizzava una forma espressiva classica, universalmente condivisa in forme e concetti notorii: fondamento, percezione, ragione, verità, realtà e simili. Le filosofie del Novecento hanno stravolto queste basi fino ad allora comunemente condivise; la rivoluzione è stata innanzitutto linguistica, formale, è stata stravolta la comunicazione filosofica, e attraverso essa i contenuti filosofici sono parsi capovolgersi nel passaggio dal razionalismo all’irrazionalismo. A ben vedere, il nichilismo residuale odierno è un fatto del linguaggio: è una lingua filosofica, la nostra, che non sa né può più esprimere la ragione, la verità e la realtà perché a questi concetti è stato cambiato arbitrariamente il segno e per ciò si sono svuotati di contenuto. Ciò ha comportato un fondamentale allontanamento della filosofia dalla propria secolare pretesa di esser scienza proprio nel momento in cui, paradossalmente, sembrava avvicinarsi maggiormente ad essa, ovvero quando la scienza, con Heisenberg, con Goedel, con le geometrie non euclidee e con il Dio che gioca a dadi dell’Interpretazione di Copenhagen storicamente apriva la porta sul baratro dell’irrappresentabilità, indecibicilità ed indescrivibilità definitiva e definitoria del reale. Come dire che nel momento stesso in cui la scienza raggiungeva la consapevolezza dell’impossibilità di poter spiegare tutto in termini esaustivi, la filosofia, che fino a quel momento aveva potuto aspirare allo statuto di scienza proprio perché storicamente s’era attribuita l’onere e l’onore esclusivo di ordinare in un olismo coerente la realtà, ha conformato il Novecento ridisegnando se stessa all’interno di questa nuova temperie culturale, con i risultati culturali, storici e sociali che sono sotto gli occhi di tutti. Paradossalmente, proprio la pretenziosa visione olistica del mondo che la filosofia oggi detiene è il suo male principale: essa dovrebbe tornare alle proprie radici ermeneutiche e al proprio primigenio compito d’indagine scientifica del reale attraverso un recupero del proprio linguaggio originario, meta-fisico; solo separandosi linguisticamente dalla scienza può, paradossalmente, tornare a definire il proprio orizzonte scientifico, razionale. Altrimenti, la filosofia è destinata a confermarsi come letteratura, come esercizio logico e meta-logico di linguaggio, senz’altro inter-esse che questo, e senza nessun altro scopo che il farsi leggere, interpretare, invece di offrire, dal canto suo, un parametro autonomo d’interpretazione della realtà in quanto tale. Una sana rilettura di Verità e Metodo di Gadamer non farebbe male, se è vero che oggi il rischio ad ogni angolo è l’incomprensione e la mancata condivisione di orizzonti comuni e che “l’essere che può venire compreso è linguaggio”.

In “Aiuto. Se è il corpo a parlare”, Antonella affronta il rapporto con la corporeità. Oggi la conoscenza sembra “perdente”, rispetto alla “cultura del corpo”, intesa soprattutto come apparenza “muscolare”. Non pare quanto mai necessaria un’integrazione della fisicità e dell’intellettualità dell’esperienza?

Antonella Pierangeli: Personalmente ritengo che la bellezza salverà il mondo e che il nostro è stato, ed è senza ombra di dubbio, un periodo di grandi brutture. Ritengo anzi che il mondo in cui viviamo possa essere definito di enorme bruttezza, ovunque guardiamo. Siamo nel periodo dell’Alto Rinascimento della bruttezza. Questa è per me una ragione ulteriore, le cui motivazioni condivido con Foucault, per essere affamata di Bellezza, una bellezza vera però, in cui l’armonia non venga rappresentata soltanto dall’effimera materialità e dall’ostentata apparenza muscolare, così tipiche degli anni in cui viviamo. Se poi intendiamo il corpo non più foucaultianamente come territorio di dominio del Potere ma come, esso stesso, Potere che detta il canone della bellezza quasi fosse la mostruosa creatura di un demiurgo estetico anziché di un chirurgo, allora i due nuclei centrali del pensiero foucaultiano, Potere e corpo, vengono costretti ad intrecciarsi e a fronteggiarsi continuamente, in una battaglia che modifica incessantemente le sue forme e i suoi equilibri e in cui il Potere, o meglio la griglia di relazioni che il potere costituisce all’ombra del transitorio canone estetico della muscolarità, sembra sempre predominare se l’effimero della dimensione corporea diviene l’essenza stessa dell’estetica. Il corpo plasmato nelle tante tipologie che Foucault descrive è, infatti, il primo prodotto del Potere oltre che lo strumento con cui stabilisce le sue vittorie; ma questo corpo, apparentemente così docile, racchiude anche quella straordinaria ed inesauribile capacità di resistenza al Potere che viene meno se, dal piano della conoscenza, si passa al piano dell’apparenza: ossia non mi è possibile conoscere il Potere attraverso le modificazioni che infligge al corpo ma è il Potere stesso che diventa corpo. È un punto di attrito, quello dell’apparenza, o della forma cangiante e plasmata del bello corporeo, su cui la ragnatela di relazioni del corpo divenuto Potere cerca di trovare nuovi stratagemmi per proseguire la sua folle corsa verso la dittatura del muscularly correct. Questa lotta e queste forme di resistenza impongono al corpo una continua metamorfosi che, da una parte, mette in luce il suo essere limitato e dimostra che esso non è mai del tutto onnipotente esteticamente (si invecchia e si trapassa, tradotto abbastanza crudamente), dall’altra parte costituisce una sua risorsa di perfezionamento, poiché sono proprio gli ostacoli che continuamente incontra a costringerlo ad evolversi, a ripiegare su se stesso e sul proprio mito, per trovare nuove vie di apparenza verso cui avanzare. Entro questa prospettiva, il corpo-resistenza assume una fisionomia stranamente vicina a quella di essere alieno: un aggregato eterogeneo straordinariamente dinamico, immerso in una lotta che non giunge mai ad una conclusione ultima, ad un equilibrio statico e che quindi non si cristallizza mai in una forma del tutto definitiva. Il corpo infatti, quello che transita nel tempo e che ne assume tutte le corrosioni e le impurità, diviene un coacervo di anatomiche germinazioni, gerarchicamente organizzato attorno ad un nucleo centrale, composto di parti armonicamente disposte e funzionanti in maniera organica e non un aggregato emozionale di forze in movimento e in lotta, l’una contro l’altra  (per esempio sotto forma di istinti contrapposti e rivali) contro le forze che dall’esterno insorgono. L’unica cosa che in questa situazione si concretizza è la materia che presiede alla formazione della persona, in senso etimologico ovviamente. In questo desolante impero del vacuo, l’unica fisicità corporea che può avere ragion d’essere è allora quella incarnata dall’arte, il resto è solo un effimero  agglomerato molecolare assemblato fortunosamente secondo i canoni estetici della società massificata. Dunque la cifra stilistica del corporeo, o meglio la sua caratura estetica, possono trovare la loro piena essenza soltanto in esperienze estetiche come quelle di Piero Della Francesca, di Raffaello, di Michelangelo, del Pontormo, che nella loro eternità immateriale e cristallizzata nella storia dell’umano rimarranno per sempre ossessivamente corporei e non conosceranno l’oltraggio del tempo. Non invecchieranno: mentre noi saremo diversi, loro saranno gli stessi. Questo per me è il concetto dell’eternamente bello che costituisce la rivolta dell’arte contro il Potere. In fondo poi, è di questo che abbiamo bisogno, che il corpo invecchi con orgoglio e ferocia e che tutto rientri nel concetto di vita, anche se l’animo umano e la mente sono luoghi davvero profondi e complessi per ridurli alla mera fisicità. Questo riferimento al corpo non deve però essere letto come un assoluto ribaltamento dei piani del corporeo e dello “spirituale” quanto piuttosto come una lettura che utilizzi la centralità estetica del corpo come “filo conduttore”, per mostrare il suo precipitato storico, il suo derivare da qualcosa di eterogeneo e non appartenente al suo stesso ordine naturale: essere in pratica l’elemento sfuggente di quello che io chiamo integralismo edonistico. Fare cioè del corpo un oggetto da analizzare e scomporre in pezzi, in unità funzionali, allo scopo di ottenere forme perfette e muscolarmente fulgide, che si prestino cioè ad essere utilizzate, trasformate e perfezionate, allo scopo di massimizzare e sfruttare al meglio le loro risorse, le loro forze, le loro energie: in altre parole realizzare dei corpi-feticcio da esporre al ludibrio e all’oltraggio dell’apparenza.

L’Arte, la vera Arte, quella che affonda, ardente, nel cuore dell’Uomo, è la porta del futuro, per un possibile (nuovo) “rinascimento”?

Antonella Pierangeli: L’Arte e il cuore ardente dell’uomo, il futuro e il suo farsi portatore di Rinascenza sono grossi enigmi. Viviamo un tempo ed una contingenza esistenziale di totale asservimento ad una sorta di spaventoso Panopticon, in cui l’artista è veramente colui che viola un divieto e che trova in sé, e nel suo essere ardentemente umano, la forza di non autocostituirsi guardiano del proprio Io. Ma cosa si nasconde, cosa si annida nell’essenza dell’Arte di così avvincente da indurre l’artista ad andarne in cerca, a scavare a mani nude nel proprio cuore? La natura specifica dell’arte, e la ricchezza di possibilità umane che l’arte stessa rappresenta, non sembrano essere l’attuazione di quella possibilità particolare della Bellezza che diventa opera; per questo la sorgente ardente che è nel cuore dell’uomo è sempre intrinsecamente più ricca di ciò che partorisce, come se il mezzo espressivo di cui dispone la mente fosse, in questo momento, insufficiente e inefficace. Per questa ragione l’opera reca in sé una sordida insoddisfazione e incompiutezza, una nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere, in una sorta di straniato, e distorto, michelangiolesco non finito. Ecco perché, forse, un Nuovo Rinascimento mi sembra collocato nel regno di Utopia, specie se l’Arte che deve necessariamente rompere ogni possibile tendenza alla cristallizzazione, non recupera la propria inquietudine, non si riafferma come indigenza che respinge ogni appagamento, come qualcosa che assomiglia fortemente al desiderio deciso a permanere nella propria inestinguibilità e, soprattutto, non riesce a lasciare una traccia “petrosa”, per essere ancora una volta “michelangioleschi”. Non si tratta però di sottrarre l’idea estetica all’ambito della conoscenza concettuale quanto di segnare più profondamente, nel linguaggio formale, la brace “ardente” della creazione, il suo inabissarsi solitario e aggressivo come presenza catturata e incarnata dall’opera e costituirsi come eco di questa presenza. La vera Arte non è infatti mai segno di un Io che riconduce l’esperienza a un centro unificante e rassicurante ma, nella sua forza espressiva e formale, incarna la discontinuità e la pluralità del mondo, dell’esperienza stessa e riafferma con forza lo iato irriducibile tra fascinazione creativa e realtà. Attraverso l’uomo, o meglio attraverso la sensibilità primigenia e non corrotta di cui è portatore e attraverso l’esigenza della creazione artistica, potrebbe certamente annunciarsi un rapporto completamente diverso, nuovo, con il futuro, tale da proporre l’essere umano come nucleo fondante di un nuovo inizio per l’Arte, da cui vedrebbe luce il carattere dell’arte come inizio, dove inizio rappresenti l’emergere, dal baratro vuoto e dal nulla dell’automazione della percezione di sklovskijana memoria, del totalmente dissimile e  di ciò che non si rapporta a nulla (e che a nulla è rapportabile) se non alla conferma dello statuto del proprio risorgere. In altre parole l’Arte diverrebbe, in questo futuro che ci vede sempre più spenti, materica forma di ciò che non si dà come frutto di un sapere producente e ordinato, che espone il fare protetto e metodico alla dismisura e alla passività dell’ascolto, ma che si pone come Inizio, Origine, Opera che mantiene un rapporto profondo e indissolubile con la propria origine. Questo legame intimo e impuro con il proprio Sé si avvicina alla regione dell’autenticità creatrice e della padronanza della tecnica, rappresentata dall’ispirazione ardente e dalla sua forza eversiva; regione finalmente ammaliante e altrettanto pericolosa, se è vero che l’artista dà vita all’opera per non soccombere, come diceva Bacon, alla forza dell’immagine che gli urla dentro. L’uomo stesso dunque e l’umano diventano così comunicazione di qualche cosa al di fuori dell’intimo impuro recinto dell’anima e del loro desiderio di collocarsi nel mondo, del loro subire il peso degli eventi e l’influsso della storia.  Vivere infatti nel clamore spento del nostro tempo, in cui sulla purezza formale dell’opera prevalgono le ragioni del mondo e in cui la concezione umanistica dell’arte sembra così empia e profanatoria, nel silenzio che segue i suoi solenni e vani clamori, significa rendere l’opera selvatica, sfuggente, inafferrabile e reificare il suo calco formale, in un vortice pulsionale del senso sprofondato nel non-senso. La compattezza dell’Arte è dunque illusoria ma salvifica e appare la sola impura salvezza per l’uomo, nel momento in cui il suo sguardo si apre sul vuoto e la sua apparente pienezza di senso sconfina nel proprio contrario: dunque l’Umano appare come un’esaltante unione dei contrari: è Orfeo ma è anche paradossalmente la potenza avversa che dilania Orfeo. Nuovo Rinascimento? Nuovo Umanesimo? Niente di tutto questo, solo nuova forza fondante, impura e lacerante: quella della Bellezza. La sua unità riposa infatti nella perpetua lacerazione ma, dall’intimità di questa lacerazione, trae forza l’unità lacerata dell’opera arte che cerca di risanare se stessa dalla propria ferita perpetuandola in un eterno ritorno e in una continua ripresa. L’opera non è dunque mai opera se non in una continua dialettica della ferita ardente, come l’uomo non è mai uomo se  non nel continuo sottrarsi alla morte attraverso il perpetuarsi del fuoco che lo arde. Sì, si può trovare la via per sottrarsi al nulla: finché esisterà l’arte.

5 pensieri su “SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO

  1. Grazie a voi dell’attenzione. Centralità del textus, liberazione dalle coercizioni imposte da tutto ciò che sociologicamente gira intorno ad esso ci sembrano ottime basi di partenza per una ridiscussione critica della condizione letteraria, artistica e filosofica attuale, che dire postmoderna o transmoderna, nell’ottica di una riappropriazione delle parole fuori da qualsiasi adeguatio mentis ad memem, per parafrasare Dawkins, sarebbe in definitiva superfluo.
    Un saluto particolare a Nadia Agustoni, che non sento dai tempi dei dibattiti sulla storiografia partigiana intorno a Giovanna D’Arco!
    🙂
    Sonia Caporossi

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