KENNETH WHITE NELLA LUCE DEL NORD

di Roberto Lamantea

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Kenneth White

La luce migliore per leggere I cigni selvatici di Kenneth White (nella foto), il diario del viaggio in Giappone dello scrittore e poeta scozzese appena pubblicato dalla mestrina Amos Edizioni (176 pagine, numero 3 della collana “Highway 61”) è annotata a pagina 150 del libro. White viaggia in Giappone, alla ricerca dei cigni selvatici, portando nello zaino la fotocopia dell’edizione in-folio del Settecento, conservata alla biblioteca della Sorbonne a Parigi, dell’Histoire Naturelle des Oiseaux. Perché un libro del XVIII secolo, si chiede, invece di un veloce manuale di ornitologia di oggi? “Nel lontano XVIII secolo esisteva, prima di ogni specializzazione, quella disciplina generale chiamata ‘filosofia naturale’ in cui la poesia, la scienza e la filosofia sono riunite, e dove l’accento si pone su un’indagine totale, cosí come sulla ricerca di una comprensione globale, di una cosciente esperienza globale”.

 A fine lettura restano negli occhi – e sulle narici, e sul palato, White narra anche le pause in un bar, un ristorante, una notte in una locanda o un albergo con un ritmo che ridà, oltre al movimento del viandante, anche sapori e aromi – cieli e mari di vento, l’increspata schiuma bianca sulle onde azzurre degli acquarelli giapponesi, il volo e le voci degli uccelli (gabbiani, corvi, aironi, sino ai cigni, raggiunti verso la fine, come la meta di Achab in Melville, qui citato), la pioggia, i mattoni delle case. I cigni selvatici accenna solo a Tokyo: la metropoli-formicaio fosforescente e assordante è solo un punto di sbarco dall’Europa per andare altrove. White cerca il Nord, il paesaggio, il silenzio. Nel suo zaino un libro blu di haiku. Ovunque le tracce di Bashō, poeta zen del Seicento, la sua metrica (5-7-5), i componimenti che affiorano, come foglie rosse, sul taccuino del viandante a illudersi di fermare un momento nel flusso della vita.

   Il libro – rivela subito White – e il viaggio in Giappone “sarebbe anche stato un altro pellegrinaggio geopoetico […] e un viaggio-haiku sulla scia di Bashō, un documentario sognante di strade e isole, un tuffo veloce ed ellittico nel Vuoto – in definitiva un libro nipponico piccolo e stravagante pieno di immagini e di pensieri a zig-zag, scritto in uno ‘stile bianco e svolazzante’, come dicono i pittori”.

  Per il viaggiatore occidentale che arriva in Giappone il primo impatto è, naturalmente, Tokyo: White liquida la megalopoli giapponese in una pagina mirabile: “In ogni modo c’è Tokyo là fuori. / È orrenda a prima vista. / Tokyo non è una città, è una calamità. […] E che cos’è quella laggiú: una piramide?! /E poi orde e orde e orde di cittadini, la piú grande agglomerazione umana dell’universo. […] Eppure so che dietro a quelle facciate chiassose, stridenti, ci sono viuzze, giardini tranquilli, resti di vecchi canali. / L’altro Giappone”.

 Troverà il silenzio, Kenneth White: non solo la melodia della natura – là verso Nord – ma il silenzio della mente. I cigni selvatici è un viaggio verso il silenzio della mente. La scrittura di Kenneth White – nell’ottima traduzione di Eva Cerolini – è nitida, segue le intermittenze dello sguardo, i pensieri degli occhi. All’inizio White è – come tutti noi – un viaggiatore lievemente ansioso, ma curioso, vive quel mix tra disagio del nuovo e piacere della scoperta che è il sale del viaggio.

  Il piacere dello sguardo e della scoperta: White ha una limpida scrittura visiva (anche le poesie di Lungo la costa, tradotte da Silvia Mondino nel 2005 sempre per Amos, sono piene di cose). Il mercato del pesce: “Un brulicare di vita marina lí. / Anguille che si attorcigliano. / Granchi brancolanti. / Tutti i tipi di piovre che si contorcono. / Ma soprattutto il tonno: quei corpi lisci, che si piegano, ancora coperti di brina, marcati da segni rossi, fumanti sotto il sole di primo mattino. […] Tutti quei corpi grassi, flessuosi, viscidi, luccicanti, un tempo rapidi nuotatori, ora disposti sulla banchina, con le orbite otturate dal ghiaccio grigio, e i probabili acquirenti che fanno un piccolo taglio sulla loro pelle e li esaminano attentamente con la luce curiosa di una torcia (ah, quella carne rosso scuro e brillante!), mentre il venditore, un tipo un po’ tarchiato con un berretto a visiera, è sul punto di farsi scoppiare una vena mentre cammina sulla pedana come un bambinone in collera impegnato a far gareggiare, salire i prezzi velocemente”: è insieme quadro popolare e teatro della crudeltà, luogo della tortura.

   E i bar: ai bar giapponesi White dedica due pagine stupende. Sono bettole piccole e buie: “Piccoli buchi tranquilli. Dove si beve birra, sakè, e dove si mangiano, per esempio, tentacoli di piovra, pâté di granchio, uova di salmone, patate selvatiche grattugiate, o lo tsukimi (‘vedi la luna’). E dove si ascoltano canzoni: canzoni tristi, canzoni nostalgiche, canzoni suggestive.

   Per far correre la fantasia, per flottare in una piccola vita profonda, per annegare nel passato, o forse semplicemente nell’oblio.

   Ci sono delle strade qui che si chiamano precisamente omoidedori, ‘stradine del ricordo’.

   Una luna grande, una luna gialla, vista attraverso il fumo del pesce che frigge…

   ‘Mamma, birru!’ grida l’uomo d’affari di mezza età, con la faccia bagnata di sudore.  ‘E un’altra per il gaijin, per lo straniero!’…

   Lo straniero, sono io.

   E la notte continua.

   Finiamo nel Bar della Piovra, un piccolo nomiya in mezzo al niente (sul muro, una piovra e una scimmia fanno l’amore). Il gestore è un poeta di haiku. Il suo nome da poeta è: “Colui che si è fatto condurre tutto il tempo, ma che è ancora in giro”. Recita uno dei suoi haiku che parla delle ombre su un muro di Kyoto, e un altro sul pesce che frigge in una padella e sulle rughe nel viso della madre.

   L’alba arriva con un sapore di sakè freddo.”

   In questo libro, che è anche taccuino di viaggio, si trova il gusto di White per i dettagli che è anche nella sua poesia, una poesia di cose, di elementi naturali, di oggetti ruvidi, voci di uccelli, aria, acqua, del Nord; sapori, odori, tatto.

   Un’altra pagina mirabile, tra l’haiku e l’acquarello antico, è il piccolo mondo giapponese, un catalogo zen che vede in ogni respiro l’immensità dell’universo: il poeta scozzese scrive di Nagai Kafû – Kafû lo scribacchino:

   “Nessuno meglio di lui è capace di evocare i giorni piovosi trascorsi in una casa sulle rive del fiume, la piacevole amarezza di un tè ben preparato, il piacere silenzioso nello sfogliare vecchie stampe colorate o nel girare pagine di vecchi libri in uno studio pervaso da un leggero profumo d’incenso”.

   Nagai Kafû, aggiunge White poche righe piú avanti, evoca “tutte le cose care ai giapponesi: recitare a memoria un appropriato poema antico mentre si assaporano cibi speciali e bevande delle quattro stagioni in piatti irreprensibili; camminare sul lungofiume per far visita ad un vecchio amico mentre la neve invernale o la pioggia primaverile cadono su un ombrello giapponese; guardare le ombre degli alberi su una tenda di canna dalla finestra di una casa tranquilla”.

   In realtà Kenneth White cerca l’antico Giappone, le tracce della sua scrittura, il Giappone di seta e raso, di delicati colori pastello, di bastoncini d’incenso, dell’odore della pioggia che sembra emanare da una stampa; non ama il chiassoso Giappone al neon, elettronico, invasivo: scrive: “per conoscere il Giappone, e per sapere ciò che il Giappone conosce, comincio a capire che si deve viaggiare mentalmente”. Magari sulle tracce del poeta secentesco Bashō, che dal capitolo nove diviene l’invisibile guida del viaggiatore occidentale in un paesaggio naturale e urbano insieme fisico e di memoria.

cigni selvatici più leggera   Già dai titoli dei capitoli successivi – “Viaggiare sulle strade del nord”, “Sull’autostrada”, “Shirakawa” fino a “Una piccola festa haiku”, il libro diventa una storia di luoghi, luoghi reali da cui filtrano le vicende del passato, i nomi, i colori, antiche poesie. I cigni selvatici diviene, ancor piú, un viaggio nella mente. Kenneth White ha lo sguardo del poeta, non del viaggiatore occidentale magari annoiato, del poeta ha la curiosità gentile. Hanno la voce del poeta le righe di “Lungo il Mogami” (capitolo 19) su nebbia e pioggia:

   “Era scesa la nebbia, il Gassan era divenuto spettrale, e la pioggia cadeva sul fiume Mogami mentre lo seguivo fino al mare.

   Il gran fiume Mogami attraversa la pianura di Shônai, ricca di riso, e si getta nel mare a Sakata. Mentre camminavo lungo le sue rive sulla strada 47, vidi foreste di abeti inzuppate di bruma, acque verdi bucherellate da gocce di pioggia, e barche a fondo piatto che s’impennavano e si dimenavano ai loro ormeggi”.

   È una poesia cosí felice che diviene onomatopea e allitterazione: “Trascorsi una notte molto tranquilla, una notte assolutamente tranquilla, con il Mare del Giappone che scio-scia-sciuava attorno alla luna.”

   White diviene pittore della poesia (in Giappone non c’è differenza tra disegno e calligrafia): “Pini dalla corteccia ruvida, nodosa, di color oro freddo. / Tanti corvi. / Un migliaio di corvi. / Un milione di corvi. / Tutti che gracchiano nel vento, e il vento, il vento di Hakkoda, che trasporta le loro grida nel vuoto alto e sereno di un autunno sospeso nel tempo…”; “Poi discendo verso il lago, e cammino lungo i bordi delle acque calme e gialloverdi, con i piedi che scricchiolano sopra la ghiaia bianca e spessa della riva. […] Di nuovo nella foresta, nel silenzio criptometrico, e i raccoglitori di funghi, le foglie rosse sopra i torrenti, il gioco di luci e ombre sopra gli schizzi bianchi della cascata. […] Case di legno, tetti rossi o blu o neri, un mare blu e verde screziato di bianco”. Una lezione di stile, di scrittura (e di traduzione), pagine che hanno la bellezza cromatica – e il silenzio – degli acquarelli giapponesi di mare, vento, foglie, corvi e gabbiani. Silenzio e luce: “Ho trascorso due giorni lassú, sul fianco della montagna, ad ascoltare il silenzio, a guardare la luce”.

   Il viaggiatore vedrà i cigni selvatici: li attenderà nell’acqua, li vedrà arrivare, come un improvviso risveglio: si animerà il lago delle loro piume e delle loro grida, fra la terra e il cielo. Come un haiku.

                                                         ***

  Che cos’è blu? Cielo, fiume, ghiaccio, il “passaggio fra i silenzi blu”: “La strada blu, forse, è semplicemente il cammino del possibile”. Il blu è forse il colore della geopoetica, del viaggio verso il Nord: se nei Cigni selvatici il faro del viaggio era il Nord del Giappone alla ricerca dell’essenzialità di cui è simbolo la poesia haiku, ne La Strada blu (198 pagine, numero due della collana “Highway 61”) il Nord è il Labrador, regione che sembra cancellata dalla geografia mentale dei canadesi, White all’inizio del libro viene preso per pazzo quando dichiara la sua meta.

   Piú frizzante, tramato in un’ironia continua, ma non meno mistico, La strada blu nella bibliografia dello scrittore scozzese precede I cigni selvatici di sette anni: 1983 (La Route bleu), 1990 (Les cygnes sauvages). Il Labrador è luogo geografico o, forse, solo della mente, della rigenerazione. Il libro è ricco di annotazioni feroci: “Le istituzioni e gli individui non saranno mai sulla stessa lunghezza d’onda. / Ecco perché sono anarchico”; di sarcasmi anticlericali (antigesuitici) al curaro sui danni del cristianesimo alle culture indiane.

   La strada del Nord – verso il blu – è la strada della follia, cioè della libertà. White è generoso di citazioni: “I poeti dei laghi. / Wordsworth. […] Thoreau. // Iris selvatica / tante primavere fa / del genere umano nemmeno l’ombra // Quelli che seguono la strada del Nord, che cercano di penetrare nel chiaro, oltre tutta la confusione. Il 20 gennaio 1778, il poeta Lenz prese la strada che conduceva alle montagne… / Nietzsche lo seguí. / E Rimbaud. / E Artaud… / Lenz collassò in una strada di Mosca. Nietzsche ebbe un crollo a Torino. Rimbaud morí in un letto d’ospedale a Marsiglia. Artaud finí in un manicomio a Ivry. / I grandi solitari d’Europa. / Astri erratici, alla ricerca del loro cosmo…”

   Come nei Cigni selvatici – ma qui con il gusto del filologo storico e cartografo – Kenneth White dedica pagine alla storia dei viaggi (come fa anche Daniele Del Giudice in Orizzonte mobile) attraverso diari, libri, mappe, mescolando letture e letteratura ai volti, le voci, anche la fonesi dei personaggi che White incontra nel suo viaggio. Il viaggio è pensiero, lettura del mondo. In una libreria a Sept-Îles, città d’affari dove la cultura non interessa a nessuno, White trova un libro, Passaggio a Nord-Ovest di Michel Serres, e ne è fulminato: le stesse sue idee, le stesse sue parole. Il paesaggio, urbe e natura, della città portuale, è metafora o teogonia della scrittura:

   “Ho attraversato Sept-Îles da parte a parte, a passi lunghi, fra i sorbi che agitavano i loro rami rossi, e mi sono ritrovato sul pontile del Molo Vecchio.

   L’immagine fuggitiva del vecchio pontile di un certo villaggio della costa ovest della Scozia ha attraversato la mia mente. E ho ripensato a quegli abitanti di New York, descritti da Melville, che, per sfuggire alla loro vita troppo confinata, scendevano sul pontile, la domenica, a respirare qualche boccata d’aria proveniente dal largo.

   Il molo, uno di quei luoghi privilegiati dove la vita si concentra e si dilata, prende un’altra dimensione.

   Moli, promontori, capi.

   Sono rimasto lí in fondo al molo a guardare i gabbiani.

   La danza bianca!

   […]

   Ero ubriaco di vento. Ubriaco del grande rumore bianco del San Lorenzo. Ubriaco di idee.

   Idee-pesci, idee-uccelli.

   Pensiero che nuota e che vola.

   Filosofia oceanica.

   Perché scrivere? Per non diventare completamente pazzo di quell’ebbrezza. Di quell’ebbrezza bianca che è la fonte di tutta la vera scrittura”.

   E di nuovo il blu del Nord negli occhi di una ragazza, pennellata indimenticabile ed esempio di che cosa, in poche righe, è grande scrittura: “Mentre facevo ritorno alla mia camera al North Coast Hotel sono passato davanti a una ragazza che vendeva mele sul bordo della strada. / Aveva gli occhi piú blu che io abbia mai visto. / In quegli occhi, ho visto il Labrador”.

   Oltre che un libro lirico, un diario della scrittura come visione e memoria, come I cigni selvatici, Le strade blu sono anche un libro politico. Il diario attraversa meglio di un saggio storico il genocidio degli indiani, di una cultura antica come la storia, dei popoli della tundra e della taiga: appaiono come fantasmi nella foresta, i loro tamburi, i loro fuochi, i loro colori, i loro canti: “E li ho visti, i figli di Kitche Manitú e del Grande Orso, attraversare la Beringia in piccoli gruppi, quarantamila anni fa. Popoli della tundra e della taiga. Parenti stretti dell’orso, del lupo e del caribú. / Che fumavano nella vecchia foresta fredda. / All’unisono con la nuova terra. […]”. Quasi un’anticipazione del libro che verrà nel 1990, il viaggio in Giappone dei Cigni selvatici, White a p. 126 cita Matsuo Bashō, il poeta degli haiku.

la strada blu più leggera   La strada blu si conclude con una poesia stupenda, “Labrador, o il sogno da svegli”, con l’epigrafe da Wallace Stevens: “La poesia è la finzione suprema”, dove White annota:

   “[…] la religione e la filosofia

quello che avevo appreso in chiesa e la scuola

era tutto troppo pesante

per questa vita di viaggio

solo la poesia mi restava

una poesia

fluida come il respiro

una poesia come il vento e la foglia d’acero

che mi recitavo

percorrendo la terra”.

   Il libro è splendidamente tradotto da Silvia Mondino, che aveva già curato la versione italiana di Lungo la costa.

   La strada blu e I cigni selvatici nella definizione di White sono “way-book”, inclassificabili da parte dei critici che vogliono incasellare la letteratura in generi; diari di viaggio, narrazioni, poesie, filologia storica, mappature, livres de pensées. White ha sempre detto che l’intreccio, la storia, la trama, non gl’interessano[1], ma non gl’interessa neanche la scrittura di viaggio in quanto tale. Taccuini di appunti? Quaderni di schizzi? Eppure i due libri hanno un’unità compiuta. Fondatore della geopoetica nel 1989, per sua e nostra fortuna Kenneth White non è un letterato puro e La strada blu e I cigni selvatici lo dimostrano: nel suo “sguardo in movimento”[2] che poggia “sulla dimensione dello spazio e del silenzio” White, piú che di romanzi o poesie, respira echi della geologia, della botanica, dell’oceanologia. Sguardo sulla scienza che in Italia, dopo Calvino, hanno solo Zanzotto e Del Giudice.


[1]           E poi, dopo Bloomsbury e Joyce, il romanzo ha anche altre direzioni dal novel.

[2]           La definizione, molto bella, è di Paolo Melissi in http://www.sulromanzo.it.

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