Vivalascuola. Così affondano le scuole

Il ministro Francesco Profumo aveva dichiarato un anno fa: “Questo non sarà un anno di tagli per la scuola. Il Paese ha capito che il vero investimento per il suo futuro è proprio nella scuola“. Invece ecco che arrivano i tagli della Spending rewiew e della Legge di Stabilità; il prolungamento del blocco dei contratti al biennio 2013-2014 e del blocco degli scatti per il 2013, il congelamento della indennità di vacanza contrattuale; l’accordo sottoscritto da Cisl, Uil, Snals, Gilda (contraria la Cgil), che ha portato alla decurtazione del MOF. Di quest’ultimo si parla in questa puntata di vivalascuola. Marina Boscaino ripercorre la storia del fondo d’istituto e dell’autonomia scolastica; Mario Piemontese ci illustra nel dettaglio i tagli operati; Giovanna Lo Presti commenta che “la tanto lodata autonomia scolastica era una bufala“; Rosella Massaglia, Gianluca Santangelo e Giordano Mancastroppa ci comunicano come si vivono nelle scuole i nuovi tagli.

Pillole di storia

Fondo d’Istituto e autonomia scolastica
di Marina Boscaino

Il Fis (Fondo di Istituto) è l’insieme di risorse finanziarie che arrivano alla scuola per retribuire attività aggiuntive, e/o l’intensificazione delle attività. Riguarda sia docenti che ATA.

L’art. 26 del CCNL del 31 agosto ’99 istituì – in conseguenza dell’autonomia scolastica, entrata in vigore l’1 settembre del 2000 – per tutte le scuole di ogni ordine e grado il fondo dell’istituzione scolastica, destinato a retribuire le prestazioni del personale finalizzate a sostenere esigenze didattiche e organizzative derivanti dalla concretizzazione del Pof e la qualificazione e l’ampliamento dell’offerta di istruzione e formazione, anche in relazione alla domanda proveniente dal territorio.

Con il contratto del 15 marzo 2001 vengono introdotti nuovi finanziamenti e ulteriori finalizzazioni delle somme assegnate, dividendo sostanzialmente il fondo in 3 tranches, una destinata a tutto il personale della scuola, una per retribuire attività ulteriori svolte da docenti, una dagli Ata. Dopo vari cambiamenti, con il CCNL 2007 si prevede che una specifica ripartizione del fondo deve determinare specifiche quote destinate al personale docente, al personale Ata, ai diversi ordini e gradi di scuola presenti nell’istituto, alle diverse professionalità. E’ del tutto evidente, dunque, che all’inizio dell’anno il collegio docenti (che deve elaborare il Pof) e le RSU (che devono contrattare l’utilizzo delle risorse e l’entità dei compensi) hanno necessità di avere un quadro sufficientemente preciso della situazione finanziaria. Quest’anno l’ammontare della cifra che verrà destinata alle scuole è stata comunicata pochissime settimane fa.

Le ragioni di un ritardo
Il 12 dicembre scorso Cisl, Uil, Snals e Gilda – non l’Flc – hanno siglato un’ipotesi di accordo, che ha previsto la riduzione del Mof (Fis + incarichi specifici per gli Ata, Funzioni Strumentali per i docenti, ore eccedenti per coprire le assenze, fondo per la pratica sportiva, fondo per aree a rischio) per pagare gli scatti di anzianità maturati nell’anno 2011. Da una parte si leva, da una parte si mette (in ritardo); in un per nulla dignitoso gioco delle tre carte che vede la scuola e i suoi lavoratori (e, di conseguenza, gli studenti) al centro di una irresponsabile politica di taglio e disinvestimento. Per pagare il legittimo scatto ai docenti che lo hanno maturato, si riducono le entrate delle scuole: concretamente – dopo il definitivo accordo del 30 gennaio, che varia i parametri e le conseguenti cifre (decurtate drasticamente) da imputare a ciascuna voce e ha sbloccato l’erogazione dei fondi, che finalmente è stata comunicata alle scuole – gli istituti comprensivi (già messi a dura prova dalla legge 111/11, quella relativa al dimensionamento scolastico) subiscono un taglio medio del 40%, gli istituti superiori del 25% sul FIS oltre al taglio del 30% per tutti gli ordini di scuola sulle altre voci del MOF.

Previsioni della Legge di Stabilità
Ma non è finita qui. L’art. 149 della Legge di Stabilità 2013 propone diversi emendamenti al comma 450 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, in particolare:

«Per gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le università statali, tenendo conto delle rispettive specificità, sono definite, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, linee guida indirizzate alla razionalizzazione e al coordinamento degli acquisti di beni e servizi omogenei per natura merceologica tra più istituzioni, avvalendosi delle procedure di cui al presente comma. A decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento».

I fondi per il funzionamento sono quelli per acquistare carta, toner, stampanti, carta igienica, detersivi; la previsione è che dal 2014 potrebbero essere dunque erogati solo a quelle scuole che saranno state in grado di evidenziare atteggiamenti virtuosi, dematerializzando e risparmiando. Esigenze ed istanze che potrebbero essere persino condivisibili, in un regime di austerità e di sacrificio (più o meno) collettivo (almeno così vogliono farci credere).

La “produttività
Diventano elemento totalmente incondivisibile, invece, se le leggiamo nel contesto dell’accordo del 12 dicembre, in cui si introduce l’impegno di fissare nel prossimo contratto (probabilmente posticipato almeno di un ulteriore anno) alcuni criteri di “produttività”. Cosa si intenda con questo termine minaccioso e per nulla adatto alla scuola sta nella mente dei nostri burocrati. Quel che è certo è che la “proposta indecente” delle 24 ore di lezione a salario invariato può però darcene un esempio:produrre” di più agli stessi costi. Dimenticando che la scuola non è mai stata, non è e non potrà mai essere un luogo di produzione: non si “producono” cittadinanza consapevole e cultura.

Ma non allontaniamoci dal discorso principale: il combinato delle due norme non propone uno scenario incoraggiante rispetto al futuro dei finanziamenti ai singoli istituti. E, a proposito delle 24 ore, il MOF dal prossimo anno sarà ulteriormente decurtato di 47,5 milioni di euro: un taglio previsto dalla Legge di Stabilità quale risarcimento per il fallimento di quella sconsiderata operazione.

Contributo volontario?
E mentre il Miur in una nota ribadisce – a fronte di denunce di comportamenti scorretti – che il contributo delle famiglie è “volontario” e non può essere imposto in nessun modo; che le scuole devono procedere a comunicazione chiara e trasparente di tale opzionalità; che la scuola è un servizio di cui si usufruisce gratuitamente e che pertanto il mancato pagamento non può essere in alcun modo sanzionato (tutti principi sacrosanti, sconfessati dalla pratica e dalle condizioni in cui le scuole sono state messe), intanto le scuole affondano. La devoluzione è nell’aria, si tocca con mano.

Che fine ha fatto la 440/97?
Ricordate la legge 440/97 (Istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa)? Leggete dall’art. 1 a quali fondamentali funzioni era destinato quel fondo:

1. A decorrere dall’esercizio finanziario 1997, è istituito nello stato di previsione del Ministero della pubblica istruzione un fondo denominato Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi” destinato alla piena realizzazione dell’autonomia scolastica, all’introduzione dell’insegnamento di una seconda lingua comunitaria nelle scuole medie, all’innalzamento del livello di scolarità e del tasso di successo scolastico, alla formazione del personale della scuola, alla realizzazione di iniziative di formazione post-secondaria non universitaria, allo sviluppo della formazione continua e ricorrente, agli interventi per l’adeguamento dei programmi di studio dei diversi ordini e gradi, ad interventi per la valutazione dell’efficienza e dell’efficacia del sistema scolastico, alla realizzazione di interventi perequativi in favore delle istituzioni scolastiche tali da consentire, anche mediante integrazione degli organici provinciali, l’incremento dell’offerta formativa, alla realizzazione di interventi integrati, alla copertura della quota nazionale di iniziative cofinanziate con i fondi strutturali dell’Unione europea.

Che fine hanno fatto quella legge e la sua intenzionalità? Abbiamo trascorso un anno – l’intero 2012 – ad ascoltare attoniti le visionarie e romantiche esternazioni del ministro Profumo:

Io sto ragionando insieme alle persone del Ministero, come dare una maggiore ‘autonomia responsabile‘ trasferendo direttamente alle scuole le risorse senza vincolo di utilizzo in modo tale che ci sia una maggiore autonomia reale, un’autonomia nelle scelte e credo che questo sia la strada“.

Parole – queste e altre – che non hanno avuto alcun tipo di concretizzazione, né di input operativi. L’unico tipo di concretizzazione è di segno esattamente opposto, ed è nella miseria in cui, ancora di più, si sono relegate le scuole.

Parole che sono rimaste lì, affidate alla indubitabile gentilezza e sobrietà di chi le pronunciava, a conferma che si può millantare credito anche con stile. Alla fine di gennaio dello scorso anno, arriva la notizia che il MIUR ha accreditato alle scuole i fondi destinati all’autonomia derivanti dalla legge 440/97; dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica, 1° settembre del 2000, ad oggi (e soprattutto negli ultimi 3 anni) il budget destinato alle scuole si è sempre più assottigliato ed è stato utilizzato dal MIUR per finalità che non avevano niente a che vedere col miglioramento dell’offerta formativa: dai 269,2 milioni di euro del 2001 agli 87.872.477,00 del 2011, con un taglio del 70%. Per lo scorso anno (fonte Flc) sono state stanziate cifre che hanno consentito alle scuole di ricevere ciascuna circa 1000 euro, pari in media a 1,40 euro a studente (sic!). E tutto ciò mentre i “grandi misteri” che investono il nostro Paese e anche il Miur (pensate, ad esempio, alle pillole del sapere) continuano ad essere irrisolti.

Forse sarebbe ora di cominciare a porci quesiti impopolari, ma obbligatori alla luce dei fatti. Interrogarci, ad esempio, sul senso dell’autonomia scolastica che – se precedentemente interpretata quasi esclusivamente in termini economici – oggi sta clamorosamente venendo meno persino anche da quel punto di vista. La scuola dell’autonomia del ’97 è stata progressivamente tradita dalla pratica. I tagli cui stiamo assistendo non sono solo tagli orizzontali, che riducono le potenzialità di quel progetto. Ma tagli che lo negano definitivamente, restituendoci un modello che non potrà non ricorrere ad interventi esterni, sponsorizzazioni, ingerenze per sopravvivere. Una scuola – come la nostra vita – egemonizzata dal primato dell’economia e del profitto. Dalla prevalenza di ciò che è immediatamente monetizzabile. Dalla subordinazione culturale a un concetto di produttività che, in nome di bilanci astratti e di allocazione di risorse destinate a ciò che maggiormente è funzionale a quella visione del mondo, dimentica clamorosamente i bisogni fondamentali degli individui e l’interesse generale della collettività.
(Si ringrazia Carla Bianchi della Flc Cgil per la preziosa rilettura).

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Facciamo i conti

Aumenta la complessità e diminuiscono i finanziamenti
di Mario Piemontese

Il MOF (Miglioramento Offerta Formativa) è il fondo che raccoglie tutti i finanziamenti erogati dallo Stato alle Istituzioni Scolastiche per la retribuzione delle attività non obbligatorie svolte dai lavoratori della Scuola. Si tratta quindi di salario accessorio. La parte più consistente del MOF è data dal FIS (Fondo Istituzioni Scolastiche). Con il FIS vengono retribuite le attività straordinarie svolte sia dal personale docente che dal personale ATA. Tali attività non sono superflue, garantiscono infatti il funzionamento delle scuole. Fanno parte inoltre del MOF finanziamenti la cui destinazione è vincolata come per esempio quelli per le funzioni strumentali (personale docente), gli incarichi specifici (personale ATA), le ore eccedenti (personale docente), lo sviluppo della pratica sportiva (scuole secondarie), le aree a rischio e a forte processo immigratorio.

Per effetto dell’ipotesi di CCNL del 12 dicembre, sottoscritta definitivamente il 13 marzo dall’ARAN e da CISL, UIL, SNALS e GILDA, dell’intesa del 30 gennaio, sottoscritta dal MIUR e dalla medesime OO.SS., e della Legge di Stabilità 2013, rispetto all’a.s. 2011/2012 il finanziamento complessivo del MOF, pari a circa 1.432 milioni, sarà ridotto del 35,51% nell’a.s. 2012/2013 e del 31,32% nell’a.s. 2013/2014. A regime del 25%. Se si fa riferimento solo al FIS, pari a circa 1.114 milioni nell’a.s. 2011/2012, le riduzioni saranno rispettivamente del 38,19% e del 31,57%. A regime sempre del 25% circa.

Il taglio relativo all’a.f. 2012 è stato caricato interamente sull’a.s. 2012/2013, mentre il taglio previsto per l’a.f. 2013 non è stato caricato in proporzione tra l’a.s. 2012/2013 (8/12) e l’a.s. 2013/2014 (4/12), ma 50 milioni circa di taglio sono stati scaricati dall’anno scolastico in corso e caricati sul prossimo. Per questi motivi ci sono evidenti differenze tra la riduzione prevista per l’anno scolastico in corso, il prossimo e quelli successivi.

Nell’anno scolastico in corso il FIS delle singole scuole del primo ciclo (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) subirà una riduzione circa del 42%, mentre per le scuole del secondo ciclo (secondarie di secondo grado) la riduzione sarà del 25% circa.
Il finanziamento per i corsi di recupero, previsto solo per le scuole superiori, non è stato ridotto e costituisce più della metà dell’intero FIS. Questo giustifica la differenza tra il taglio subito dalle scuole del primo ciclo e quello subito dalle scuole del secondo.

Il finanziamento per le funzioni strumentali nelle scuole “complesse” (Istituti Comprensivi e Istituti di Istruzione Superiore) sarà ridotto del 30% circa, mentre nelle altre del 28% circa. La differenza è dovuta al dimensionamento che ha prodotto come effetto combinato la riduzione del numero di istituzioni scolastiche ( da 10.283 a 9.025) e l’aumento del numero di istituzioni scolastiche “complesse” (da 7.194 a 7.964). Paradossalmente mentre aumenta la complessità diminuiscono i finanziamenti. Questo non vale solo per le funzioni strumentali, ma in generale per l’intero MOF.

Il finanziamento per gli incarichi specifici sarà ridotto in tutte le scuole del 31%, non ci sono differenze tra scuola e scuola perché il calcolo non dipende dalla complessità della scuola.
Il finanziamento per lo sviluppo della pratica sportiva nelle scuole secondarie sarà ridotto del 32% circa.
Il finanziamento per le ore eccedenti dei docenti non sarà ridotto. Di fatto però il finanziamento seppur non ridotto continua a essere insufficiente a garantire il funzionamento delle scuole.

Un discorso a parte va fatto in relazione al finanziamento per le aree a rischio e a forte processo immigratorio. Da più di 10 anni tale finanziamento ammonta a 52,2 milioni circa. Nonostante il numero di alunni e studenti immigrati sia aumentato, per esempio tra il 2001 e il 2008 del 283%, il finanziamento non è mai aumentato. A regime la riduzione per le aree a rischio e a forte processo immigratorio sarà di 13,75 milioni, cioè circa del 26,34%. Per l’anno scolastico in corso il taglio sarà di 10,14 milioni, cioè del 19,42%. L’intesa del 30 gennaio ha infatti previsto che il taglio relativo all’a.f. 2013 debba essere caricato interamente sull’a.s. 2013/2014. Il prossimo anno scolastico la riduzione sarà quindi di 22,47 milioni, cioè del 43%.

La riduzione del finanziamento del MOF è indice di un’idea che punta al continuo impoverimento della Scuola Statale, già messo in atto negli scorsi anni attraverso la riduzione sia del numero di posti di lavoro che del finanziamento per il funzionamento delle scuole, senza trascurare il fatto che tale riduzione produce effetti estremamente negativi sul salario di lavoratori che da più di 5 anni sono in attesa del rinnovo del contratto.

A fronte di tutto questo il Governo Monti ha definitivamente approvato negli scorsi giorni il regolamento per il Sistema Nazionale di Valutazione (SNV). È dunque così difficile, senza ricorrere a sofisticate e alquanto inutili e discutibili procedure, stabilire che fine farà nei prossimi anni la Scuola nel nostro Paese? Dubito fortemente.

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Voci dalle scuole

Un flash. Una vigliaccata contro studenti, docenti, famiglie
di Rosella Massaglia

Dopo il collegio avuto oggi nel mio Istituto, la notizia del notevole taglio sul MOF ha lasciato i colleghi a dir poco esterefatti: nessuno immaginava lo scorso anno di arrivare a questi livelli.
Il silenzio quasi irreale incombeva sul gruppo dei docenti.
E’ stata rinviata, ad una riunione sindacale, la decisione delle priorità; quindi tutti in attesa di portare avanti le proprie priorità di “merito“, con conseguenze che al momento posso immaginare: ci sarà chi porterà le proprie istanze come le più valide da promuovere, per avere quattro briciole e chi rassegnato penserà che quel poco che ha fatto possa venire retribuito, poi il nulla… (e non posso biasimarlo vista la fatica e il tempo che si dedica per realizzare progetti, attività e collaborazioni).
Pochi saranno coloro che ugualmente decideranno di portare avanti il loro lavoro extra, nonostante tutto, per salvare quel poco che sostiene la scuola nella sua identità.
Assistere allo sgretolamento della scuola sembra quindi essere l’unica prospettiva per gli anni a venire!
Mettere nella condizione di dover scegliere tra “mors tua” e “vita meaè la vigliaccata più grossa che potevano fare contro gli alunni, contro i docenti, contro gli ATA e contro le famiglie!

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Una cronaca. Così si affondano le scuole
di Gianluca Santangelo

– A marzo senza trattativa d’istituto! Com’è possibile? Lavorare senza sapere se e quanto si verrà pagati.
Così ci dicevamo qualche settimana fa, prima dell’arrivo dell’acconto del fondo d’istituto. Adesso che l’acconto del Fis è arrivato, la musica è un’altra.
– Come si fa a fare la trattativa a marzo? Quando la gente ha già lavorato? E con questi fondi?
Già, perché ci è arrivato il 50% del 70% dell’anno scorso: quindi in definitiva il 35% della cifra dello scorso anno.
– E ci va ancora bene, pensa che alle elementari il Fis è stato ridotto del 40%.
– Senza dimenticare che su questi soldi la scuola paga il 30% di tasse: sottrai il 30% e ottieni la somma netta che va ai lavoratori – e su quello calcola che ogni lavoratore paga ancora tasse per il 30% circa.
– Come. Come? – fa uno non addentro alle cose sindacali – Vuoi dire che su quello che ci dà, lo Stato si riprende la parte maggiore?
– Proprio così.
– Che possiamo fare?
– Che possiamo fare? Niente! Lo scopri adesso? Il più che facciamo, è volontariato.

Il fatto è che con questi soldi bisogna fare le stesse cose che si sono sempre fatte, e d’altra parte a questo punto dell’anno il lavoro per lo più è già stato svolto, quindi adesso si tratta solo di decidere quali retribuzioni tagliare e come. Per deciderlo faremo un’assemblea sindacale, per poi passare alla contrattazione d’istituto col dirigente. Prima però facciamo un incontro preliminare con il dirigente. Il dirigente c’è con il corpo, ma il suo spirito è sparito. In compenso giganteggia la segretaria. Arriva con le tabelle già compilate, ha già pensato lei a fare i tagli e sparge i fogli sul tavolo.
– Bisogna trattare sull’acconto che ci è arrivato – dice – Non sappiamo nulla del resto, quanto e quando arriverà, e neppure se arriverà.
Noi trattiamo sul totale, diciamo, e come tagliare lo decidiamo in assemblea sindacale. La segretaria ci guarda con commiserazione, non ce lo dice, ma è chiaro che ci considera poveri illusi. In realtà il 13 marzo verrà siglato l’accordo definitivo, di conseguenza dovrebbe arrivare a breve anche il saldo.

L’assemblea è convocata per la prossima settimana, ma prima facciamo qualche sondaggio fra i colleghi.
– Qui ci sarà da scannarci – ci diciamo col collega della Rsu.
Difatti c’è chi dice: facciamo tagli lineari, tagliamo il 50% su tutto; e c’è chi dice di fare una graduatoria, stabilire delle priorità. Cominciamo a vedere le priorità. L’orientamento in entrata non si può tagliare come le altre attività, senza orientamento la scuola muore, soprattutto di questi tempi, quando sono riusciti a mettere una scuola in competizione con l’altra per accaparrarsi più studenti e sopravvivere. Non si può tagliare la retribuzione dei collaboratori del dirigente, perché sono loro che stanno a scuola un sacco di ore per fare funzionare l’ordinaria amministrazione e fanno i turni anche d’estate quando gli altri sono in vacanza. Non si può tagliare la retribuzione di chi si occupa della rete internet e del sito della scuola, altrimenti tanti servizi sarebbero bloccati, soprattutto adesso che abbiamo il registro elettronico e tutto il resto on line. E così di seguito: non si può tagliare la retribuzione della commissione orario, né quella dei coordinatori di classe, né quella dei servizi agli studenti, ecc.
Allora siamo daccapo! Se non si può tagliare niente, tagliamo tutto allo stesso modo.
A questo punto la responsabile dell’orientamento dice: mi dimetto. Dicono che si dimettono anche i collaboratori; il responsabile della rete dice: io mollo!; la commissione orario dice: fare l’orario spetta al dirigente, l’anno prossimo lo faccia lui.

Come previsto, rischiamo di scannarci. D’ora in poi, prima di parlare con chiunque dell’argomento, sarà bene fare delle premesse.
– Colleghi, teniamo presenti alcune cose. Gli stronzi sono quelli che ci mandano i soldi a marzo e ci mettono in queste condizioni. Gli stronzi sono i sindacati che hanno firmato un accordo del cavolo e hanno cantato vittoria…
– Quali sono questi sindacati?
– Sono Cisl, Uil, Snals, Gilda.
Noi dobbiamo evitare di fare la guerra fra poveri, che è quello che vogliono. Teniamo presente anche che l’anno prossimo andrà ancora peggio e taglieranno ancora di più, fino a che tra un paio d’anni il Fis sparirà del tutto. Quindi, quello che decidiamo è assolutamente provvisorio.

Per arrivare un po’ preparati all’assemblea sindacale riesaminiamo le tabelle in 4/5 persone e cerchiamo di capire se c’è la possibilità di tagliare qualcosa. Uno propone di pagare quanto si è fatto finora, quando siamo giusto ai 2/3 dell’anno scolastico, e per il terzo rimanente dell’anno scolastico dimettersi tutti. Quindi mandare una lettera alle famiglie e spiegare come stanno le cose. Gli altri dicono che al momento questo è impraticabile e comincia l’elenco delle retribuzioni che si potrebbero tagliare. Alla fine non si arriva a una soluzione.
– Proponete in assemblea sindacale – diciamo io e il mio collega – siano i lavoratori a decidere.
Come si fa, concordiamo finito l’incontro, a decidere chi pagare e chi no? Se uno lavora e mette a disposizione il suo tempo, con che diritto gli diciamo: tu fai, noi non ti paghiamo perché il tuo lavoro è meno importante di un altro? L’anno prossimo queste cose si dovranno decidere a inizio d’anno.
– Sì, ma ora come facciamo? Tanti hanno preso impegni economici contanto su queste entrate, come faranno adesso?
Non sappiamo che pesci pigliare, decidiamo di lasciare decantare la situazione e di non parlarne più fino all’assemblea sindacale. In ogni caso, comunque andrà, sarà un disastro.

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Uno stato d’animo. Una potatura tardo-invernale
di Giordano Mancastroppa

Vorrei provare a spiegare, in parole semplicissime, cosa sento, insieme ai miei colleghi, di fronte all’ennesimo “taglio” alla scuola: il taglio del fondo d’istituto.

Ma non erano soldi nostri? Io avevo sempre capito che il Fondo d’Istituto fosse composto da soldi di tutti i docenti, trattenuti per essere discussi a livello di ogni singola scuola. Che fossero soldi messi da parte, per far funzionare meglio le scuole, per permettere che qualcuno potesse fare cose necessarie, che l’orario d’insegnamento non permetteva di svolgere… Invece un governo (in scadenza, che dovrebbe curare soltanto l’amministrazione ordinaria), lo scippa in modo autoritario, convincendo parte del mondo sindacale che “non si poteva fare altrimenti”. Grazie…

Ma gli accordi li può cambiare solo una parte? Io sapevo che i contratti erano fatti per essere firmati da due parti, e che nessuno delle due parti poteva metterci mano, senza il consenso dell’altra. Invece sta succedendo sistematicamente (blocco dei rinnovi, blocco degli scatti di anzianità, proposte di modifiche degli orari e delle condizioni di lavoro, tagli del fondo d’istituto, ecc.), che lo Stato metta mano alle condizioni e alle validità di quanto già stipulato, senza il minimo scrupolo, perché ha bisogno di fare risparmi. Ci convince di averne il diritto, nessuno ribatte, e lo fa. La sensazione che ci lascia è di essere assolutamente in balia di arbìtri e ingiustizie senza fine.

Prima lavora… poi ti dirò se posso pagarti! La cosa odiosa di questo taglio al Fondo d’Istituto, le cui cifre “reali” cominciano ad emergere soltanto a fine febbraio, è la sua tempistica. La scuola, almeno da qualche secolo, comincia a settembre e finisce a giugno.
Da settembre i docenti che hanno accettato degli incarichi, cominciano a svolgerli, perché altrimenti sarebbe inutile, visto che l’anno scolastico comincia e le necessità ci sono… Quindi si lavora un mese, due mesi, quattro mesi, ma le notizie sui compensi possibili sono sempre più vaghe…

A febbraio (già abbondantemente finito un quadrimestre e svolto più di metà dell’anno scolastico), il Ministero comunica finalmente che darà un acconto, applicando i tagli anche a quanto già messo a disposizione per l’anno precedente… tagli, acconti, riduzioni, forse… Chi ha lavorato sa che non riceverà quello che si aspettava…  e il Ministero non si sente neppure in difficoltà, tanto è tutto legale: i Dirigenti non hanno promesso nulla, per iscritto! Neppure la traccia di una lettera d’incarico a cui aggrapparsi!

Una scuola fatta dal capo. L’essenza delle decisioni prese sul Fondo d’Istituto la dice lunga su qual è l’aspettativa del Ministero sul funzionamento delle scuole: una scuola fatta soltanto dai Dirigenti e da docenti chiusi nelle loro aule.

Se in un anno sparisce più del 40% del Fondo (e il prossimo anno sparirà la restante parte), significa che non si ritiene necessaria nessuna figura che gestisca le varie aree della scuola, che attivi laboratori, che li gestisca, che curi le relazioni con gli enti territoriali, che curi tutti i complessi meccanismi delle certificazioni, dell’integrazione… zero!

Se tutto questo viene tagliato, le scuole si ridurranno a due tipi di figure: il Dirigente Scolastico tuttofare e plenipotenziario, i docenti asserragliati nelle loro aule, lo stretto tempo necessario per fare lezione.

Parliamo di valutazione… Mentre viene portato a termine questo ennesimo taglio (che si somma a quello degli 8 miliardi e 130.000 persone della “riforma Gelmini”, dell’azzeramento dei fondi per il funzionamento, della riduzione del 25% dei fondi sulle pulizie, ecc. ecc.), le alte sfere del Ministero e i Dirigenti neo-assunti di cosa parlano? Di auto-valutazione di Istituto, di prove oggettive, di meccanismi premiali e amenità di questo tipo… Una bella cortina di fumo, che attraverso la valutazione vuole far dimenticare tutto ciò che si è perso e che rendeva le nostre scuole degne di essere chiamate tali…

Utili idioti. Ma al Ministero credono che siamo veramente degli idioti che bevono di tutto? Che ubbidiscono fedelmente a tutto, senza la minima obiezione critica? Che siamo talmente rassegnati da accettare qualsiasi cosa? Sì. Sì perché diamo loro prova quotidiana di questa santa sopportazione, che accetta l’insopportabile, con capacità e spirito di adattamento.

Ci inventeremo forme di volontariato, di sovvenzione, di colletta, di saccheggio dei fondi delle famiglie, per continuare a far funzionare la scuola, e nessuno dirà nulla… arriverà giugno e poi settembre, e poi inaugureremo un altro bellissimo anno scolastico, pieno di nuovi programmi e nuove Indicazioni Nazionali
Attendiamo quindi la prossima azione, sicuramente di tagli, senza speranza e senza indignazione…

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Il commento

La tanto lodata Autonomia Scolastica era una bufala
di Giovanna Lo Presti

Sono amaramente contenta – si è dimostrato in modo definitivo, con l’ultimo taglio al Fondo d’Istituto, quanto posticcio, velleitario, falso e bugiardo fosse il progetto dell’autonomia scolastica. Non ci voleva un genio per capire che, ab origine, l’autonomia scolastica nasceva storpia e figlia di un mostruoso parto plurigemellare. Il Contratto collettivo nazionale di lavoro (si parla di tempi in cui i contratti, male e in ritardo, venivano comunque rinnovati; era il 1999) affermava, all’articolo 6:

Contestualmente con la piena attuazione dell’autonomia scolastica e con l’attribuzione della dirigenza ai capi d’istituto, ciascuna istituzione scolastica è sede di contrattazione integrativa, nel rispetto delle competenze del capo di istituto e degli organi collegiali”.

Eccoli qui, gli altri “gemelli”: la dirigenza dei capi d’istituto e la contrattazione integrativa. Autonomia scolastica e differenziazione retributiva del personale della scuola, attraverso l’attribuzione del salario accessorio, nascono quindi strettamente legate. Ma, ricordiamolo, il Fondo di Istituto non è nient’altro che una parte del monte salariale complessivo dei lavoratori della scuola destinata a retribuire prestazioni lavorative aggiuntive: è una quota che potrebbe essere suddivisa tra tutti, ma che viene destinata – previa contrattazione di istituto – a pochi.

Dal 2000 ai giorni nostri il FIS si è sciolto, anno dopo anno, come un mucchietto di neve al sole. Nel gennaio del 2012 un bell’articolo di Salvo Intravaia proponeva cifre che molti di noi conoscono per esperienza: nel 2000 la parte di finanziamento che andava direttamente alle scuole era di 166,7 milioni di euro (cifra comunque irrisoria per sostenere l’ambizioso progetto dell’autonomia scolastica), nel 2012 tale cifra era di 11 milioni, pari al 93 per cento della somma iniziale.

Ad un anno di distanza, il pugno di mosche si è ancora ridotto: ma intanto il dirigismo, degenerazione della già preoccupante idea manageriale applicata ai presidi, trionfa e l’idea che la diversificazione salariale sia la strada giusta per uscire dal binario morto su cui staziona la scuola italiana impera. Ecco cosa resta di un progetto malnato: lo strapotere dei presidi (i quali, non a caso, si lamentano di averne poco – segno certo che ne hanno anche troppo) e l’ideologia meritocratica, un vero tossico pervasivo.

Intanto nelle scuole vige il particolarismo feudale (che è cosa diversa dall’autonomia): la perfida idea di mettere in competizione gli uni contro gli altri gli istituti scolastici ha messo radici, e dà adesso i suoi frutti velenosi. Sempre più vecchi, sempre più messi alla berlina come nullafacenti, sempre più disgregati al loro interno, gli insegnanti italiani pagano caro il fatto di non essere stati sospettosi ed agguerriti quando era il caso di esserlo – e cioè una quindicina d’anni fa. Sarebbe stato giusto non cedere alle sirene dell’Autonomia e capire da subito (lo si poteva fare, visto che la denuncia della scuola-azienda era già allora la parola d’ordine di tutto il sindacalismo di base) che la tanto lodata Autonomia Scolastica era una bufala, un progetto inconsistente o meglio un progetto che, fingendo di incrementare la possibilità per le singole scuole di elaborare un piano educativo rispondente alle proprie esigenze, di fatto mirava soltanto ad alleggerire il bilancio dello Stato da una spesa per l’istruzione giudicata troppo onerosa.

Però, visto che il salario accessorio non spiaceva a tre categorie purtroppo ben rappresentate tra gli insegnanti (e fors’anche tra i non docenti) e cioè i Primi della Classe (quelli che fanno sempre tutto meglio di tutti gli altri e per questo si aspettano di essere premiati), gli Zelanti (quelli che fanno sempre quel che gli si dice di fare e per questo si aspettano di essere premiati) e i Rapaci (quelli che, pur non facendo né meglio né più di altri, desiderano semplicemente guadagnare di più) il rito della spartizione del FIS attraverso la contrattazione di Istituto è andato avanti.

Intanto la scuola ha perso 150.000 posti di lavoro in pochi anni, le retribuzioni, a contratto bloccato, sono ferme dal 2009, e quanto agli scatti d’anzianità vedremo poi come andrà a finire. Soprattutto si è persa, nell’immaginario collettivo degli insegnanti, l’idea forte che a scuola si vada per imparare e che la scuola pubblica sia fondamentale per una reale equità sociale. E per imparare, in tempi di estrema complessità sociale quali sono i nostri, servono grandi risorse e non i quattro soldi del FIS. Servono insegnanti colti e retribuiti adeguatamente – e non pagliacci pronti a mettere in atto qualsiasi diavoleria venga proposta dal Ministero (penso alla LIM, tanto per fare un esempio – penso ai progetti Vales e similari) pur di non restare indietro rispetto alla scuola concorrente, pur di guadagnare quattro soldi.

Perciò sono amaramente contenta che il FIS sia ridotto ad una miseria – e spero che un numero sempre più grande di insegnanti rivendichi dignità per il proprio lavoro che, in concreto, significa fine della piaga del precariato, rinnovo del contratto con forti aumenti salariali, restituzione senza condizione degli scatti d’anzianità, ridiscussione della controriforma pensionistica ed anche, è naturale, fondi consistenti per il vero miglioramento dell’offerta formativa, che vuol dire lavorare in scuole sicure, decorose e ben attrezzate, lasciando da parte la competizione con la scuola accanto e la competizione con il proprio collega. Se questo non accadrà, se gli insegnanti italiani non avranno uno scatto d’orgoglio, si sa già cosa ci aspetta: carichi di lavoro aumentati, a parità di salario, quattro soldi in più per i mercenari sempre pronti a vendersi ed una cattedra zoppicante dietro alla quale invecchiare.

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Aspettiamo di vedere oltre le parole

Penso al mondo della Scuola, nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare cittadini attivi e responsabili.

Vari siti dedicati alla scuola hanno riportato con speranza questo passaggio del discorso di Piero Grasso, eletto sabato 16 marzo alla presidenza del Senato.

Certamente si tratta di aspettare alla prova dei fatti il nuovo governo e verificare come si realizzeranno i programmi dei partiti politici. Girolamo De Michele se lo domanda a proposito del programma per la scuola del Movimento 5 Stelle:

Cosa succederebbe nel mondo della scuola se i programmi di Grillo e del M5S venissero realizzati?… Andando a vedere oltre le parole, ci si accorge che alcune proposte sono semplici enunciazioni. Cosa vuol dire “abolizione della legge Gelmini“? Quale delle leggi di Gelmini? Il riordino dei cicli, e quindi tornare alla scuola secondaria superiore del 2008? La reintroduzione del maestro unico/prevalente nella scuola primaria?

Alla prova dei fatti sarà atteso anche il sistema di valutazione predisposto dal governo, che sarà da realizzare senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica. Si tratta di un sistema che dovrà monitorare e supportare circa 8.000 scuole e che parte già con carenze macroscopiche: servirebbero 330 ispettori, in servizio ce ne sono solo una trentina.

Regolamento sulla Valutazione che continua a suscitare critiche e dichiarazioni. Tra gli interventi di questa settimana segnaliamo quello di Claudia Fanti e la dichiarazione del Manifesto dei 500:

che si realizzi l’unità più larga possibile tra tutti i gruppi, le associazioni, i sindacati, per esigere dal nuovo governo che si formerà il ritiro di questo inaccettabile provvedimento.

Finché c’è spazio per le speranze e i progetti, comunque, riportiamone qualcuno. Pippo Frisone auspica che si realizzi con il nuovo governo una maggior partecipazione del sindacato nelle scelte che contano, mentre Domenico Pantaleo avanza le richieste della Flc Cgil al futuro governo in tema di istruzione per “restituire dignità sociale e salario a tutti i lavoratori della conoscenza rinnovando i contratti nazionali“.

  • investire 20 miliardi di euro in 5 anni nella conoscenza e nella ricerca
  • dare priorità all’investimento per il diritto allo studio, cancellando il fondo del merito e i prestiti d’onore
  • eliminare la precarietà che è diventata ormai strutturale in tutti i comparti della conoscenza
  • superare le controriforme della Gelmini per innalzare i livelli d’istruzione e formazione portando l’obbligo scolastico a 18 anni.

Tagliamo le merendine

Ancora a proposito di parole e fatti. Il ministro Francesco Profumo aveva dichiarato un anno fa:

Questo non sarà un anno di tagli per la scuola. Il Paese ha capito che il vero investimento per il suo futuro è proprio nella scuola.

Un anno dopo lo continua a ripetere:

il periodo dei tagli alla scuola è chiuso.

Di mezzo ci sono tagli di tutti i tipi: nella Legge di Stabilità, nell’accordo con Cisl, Uil, Snals, Gilda che ha portato alla decurtazione del MOF di cui si parla in questa puntata di vivalascuola; nei provvedimenti per la pubblica amministrazione che coinvolgono la scuola: il prolungamento del blocco dei contratti al biennio 2013-2014, il congelamento della indennità di vacanza contrattuale.

Come se non bastasse, si parla anche di una bozza di decreto che prevederebbe il blocco degli scatti di anzianità anche per il 2013. Questa volta protestano tutti i sindacati e l’Anief ricorda

la sentenza della Consulta n. 223 del 2012, in base alla quale è stato stabilito che nei confronti dei magistrati, e per analogia di tutti i dipendenti pubblici, non può essere ascrivibile avviare il blocco contrattuale, nemmeno in via eccezionale. I giudici hanno infatti spiegato che la irrecuperabilità del diritto allo stipendio equo lede gli articoli 1, 36 e 39 della Costituzione.

Adesso si taglia la distribuzione delle merende ai bambini nelle scuole dell’infanzia: a iniziare è il comune di Senigallia. Il MIUR non si accorge delle condizioni delle scuole, però le bacchetta per la loro richiesta di contributi “volontari alle famiglie. Sindacati e associazioni di dirigenti scolastici protestano per le “minacce e insulti” del ministero, che viene invitato ad inviare alle scuole tutti i fondi mecessari per il loro funzionamento.

Anche l’ANP (Associazione Nazionale Presidi) ricorda che la richiesta di soldi alle famiglie non nasce da “un capriccio o per far soldi“:

E’ particolarmente spiacevole che lo stesso Ministero che dovrebbe garantire loro un giusto livello di risorse, invece di sentirsi chiamato in causa per la propria incapacità a fare quel che è il suo “dovere” istituzionale e di attivarsi in conseguenza, interviene solo per rimproverare i dirigenti scolastici che cercano di far sopravvivere le comunità loro affidate.

Il ministro uscente Profumo invece continua a pensare in grande in materia di tagli, indicando tra i progetti futuri il taglio di un anno del percorso scolastico. L’obiettivo reale è risparmiare 1.380 milioni di euro, il pretesto che “ce lo chiede l’Europa“, in realtà smentito da uno sguardo ai vari sistemi scolastici. Il progetto è sostenuto anche da qualche esponente del PD come Emanuele Contu. Come evidenzia Marina Boscaino, la battaglia vera dovrebbe essere per un innalzamento dell’obbligo scolastico, che è una realtà generalizzata in Europa.

I soliti ritardi

Intanto ogni confronto internazionale conferma i ritardi dell’Italia rispetto alla media europea. Adesso tocca al rapporto Istat-Cnel “Bes 2013”, presentato l’11 marzo. Per fare qualche esempio, in Italia nel 2011 il 56% delle persone di 25-64 anni ha almeno il diploma superiore, mentre la media europea è del 73,4%; la laurea in Italia è stata conseguita dal 20,3% dei giovani di 30/34 anni a fronte del 34,6% dell’Unione europea. Abbiamo un tasso alto di abbandono scolastico, maggiore nelle famiglie i cui genitori hanno solo la licenza media, fra cui la l’abbandono è del 27,7%, mentre scendiamo al 2,9% nelle famiglie i cui genitori sono laureati. E’ aumentata la quota dei Neet, ossia dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano (dal 19,5% del 2009 al 22,7% del 2011). E’ in diminuzione la partecipazione ad eventi culturali, che passa dal 37,1% del 2011 al 32,8% del 2012. Il divario tra Nord e Sud è confermato dalla percentuale di diplomati al Nord che è del 59% contro il 48,7% dei diplomati al Sud.

Non sono un incentivo alla prosecuzione degli studi la disoccupazione e il livello minimo dello stipendio di chi riesce a trovare un impiego. Lavorano senza contratto quasi il 13% dei laureati in medicina, architettura, giurisprudenza, chimica, farmacia. Sono i risultati dell’indagine di AlmaLaurea su 400 mila giovani neolaureati. Il rapporto evidenzia, comunque, come in Italia sia necessario fare di tutto per alzare la soglia educazionale e promuovere più ampiamente l’accesso all’università, poiché i laureati, pur tra crescenti e nuove difficoltà, godono di un tasso di occupazione ancora più elevato (di oltre 12 punti percentuali) rispetto a tutti i diplomati.

Il Miur in tribunale

Su richiesta delle famiglie, è stata annullata dai giudici amministrativi la creazione di tre istituti comprensivi nel Comune di Castrovillari per l’a. s. 2012-2013 e la soppressione di diverse scuole primarie, circoli didattici e scuole medie determinata dalla regione Calabria in base alle disposizioni del precedente governo sul “dimensionamento scolastico“.

Ciò aviene in applicazione della sentenza del Consiglio di Stato del gennaio 2013. Marcello Pacifico dell’Anief ricorda che tutti gli atti emanati in nome di una norma di legge dichiarata incostituzionale perdono la loro validità ed efficacia dopo la pubblicazione della sentenza, mentre tutti gli interessati (studenti, personale dirigente e dipendente) possono rivendicare la difesa dei propri diritti soggettivi lesi dall’adozione di norme cancellate dal nostro ordinamento.

Un dibattito – o due – sui voti

Il liceo classico Berchet di Milano, su proposta del dirigente, decide di far correggere i compiti di una classe ai professori di un’altra per garantire “equità valutativa”. Qui e qui qualche parere. Per rilanciare la discussione, riportiamo le domande di Vincenzo Pascuzzi:

1) i docenti “sadici” saranno più o meno indulgenti con le classi non loro?
2) Nel caso di voti diversi per lo stesso compito, prevale il voto più alto?
3) Anche le interrogazioni orali verranno incrociate?

Ma il vero dibattito potrebbe iniziare con la pubblicazione dei dati di uno studio europeo che si basa sui test Pisa, secondo cui nell’assegnazione dei voti, a parità di prestazione, gli insegnanti favoriscono le ragazze e gli studenti benestanti o provenienti da ambiti socio-culturali più favorevoli.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

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