CAFFÈ O LIBRERIA? TUTTE E DUE LE COSE, AL CAFFÈ LETTERARIO DEL GALLO

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Caffè o libreria? O magari ristorante? Perché scegliere tra cose che possono stare insieme? È questa la morale vincente del Caffè Letterario del Gallo, a Scandicci (Firenze) interessantissimo locale il cui proprietario Giovanni Iacopi, che lo gestisce insieme alla compagna Mimma Fabris, ho avuto il piacere di intervistare, parlando delle iniziative del locale, della sua funzione sociale e della sua storia.

– Com’è nato il Caffè Letterario del Gallo?

Siamo qui, come Ristorante all’Insegna del Gallo, dal 1996, e per quindici anni abbiamo lavorato come ristoratori. Un anno e mezzo fa, quando sono andato in pensione, abbiamo venduto il locale, ma purtroppo il successivo proprietario non è riuscito a portare avanti l’attività, per cui l’abbiamo ripreso. In quel momento di crisi, poiché volevamo fare qualcosa di diverso, abbiamo avuto l’idea di aprire al piano superiore una stanza dove svolgere un’attività un po’ diversa, con tavoli, angolo libreria e spazio per presentazioni di libri. Una cosa non nuova in sé, ma sicuramente sì a Scandicci.

– La rassegna iniziata con il canale 7 GOLD, per promuovere libri e artisti musicali, in che cosa consiste?

Si tratta di un programma che ha già seguito la nostra inaugurazione e la mostra di pittura del Prof. Robert Shackelford, direttore della Harding University a Scandicci. Le iniziative sono varie, e nonostante le difficoltà organizzative stiamo andando avanti, e nel corso di marzo avremo varie presentazioni di libri ed eventi musicali.

– Tu hai fatto il libraio, sia in Italia che in Francia. Ci puoi parlare del tuo percorso?

– La mia esperienza di libraio inizia quando avevo sedici anni, e lavoravo alle consegne e ai ritiri per una cartoleria che si occupava di libri scolastici. Poi, per varie vicissitudini ho vissuto a Parigi, dove la mia famiglia era emigrata già negli anni Cinquanta. Lì ho partecipato all’avventura di una libreria alternativa nel periodo ’68-’71. Non è finita molto bene, ma vi ho collaborato con altre persone ed è stato molto interessante. Poi, nel ’76-’77, insieme alla mia compagna Mimma Fabris ho aperto al Galluzzo la prima libreria periferica di Firenze. La gente passava davanti alla libreria e, sorpresa, diceva: “Ma che fanno, vendono solo libri?”. Si trovava al centro del Galluzzo, e l’abbiamo tenuta per un decennio, per poi venderla. In seguito, sempre nel settore del libro, per vari anni, alternandomi con l’attività di ristoratore, ho fatto il rigattiere di carte, stampe e libri antichi, soprattutto da collezione. Oggi ho, a casa, ho oltre cinquantamila volumi, e mi capita ancora di trovare persone interessate.

– Tra i libri che vendete, quali sono quelli che incuriosiscono di più?

– Capita anche di vedere gruppetti di ragazzi di vent’anni molto interessati al periodo del terrorismo e della lotta armata degli anni Settanta, visto che a scuola non ricevono molte informazioni al riguardo. È una cosa che fa decisamente piacere, nel senso che si scopre che i ragazzi sono ancora curiosi e vogliono conoscere.

– Quindi pensi che esista ancora un futuro per il libro, nell’era della digitalizzazione generale? Il libro cartaceo ha ancora un significato?

Penso e spero ancora di sì, perché anche il solo odore della carta è bellissimo. Anch’io uso qualche congegno elettronico, e in effetti aiuta molto; è pratico. Però la carta resta insostituibile, perché la storia del mondo passa attraverso la carta.

– Anche perché i supporti elettronici si rinnovano e il passaggio dei dati non è sempre una cosa scontata. Nella carta, invece, i contenuti sono eterni.

Sì, se non la mangiano i topi!

– Mi hai detto di aver avuto occasione di tenere in mano manoscritti particolarmente antichi, non è così?

Sì, ho qualcosa di risalente al Cinquecento, documenti provenienti da conventi… Comunque concordo, è vero che da uno strumento elettronico all’altro si corre il rischio che non ci sia memoria, ma credo che la cosa grave, per i giovani, sia – e lo dico da osservatore di tutte le classi sociali – proprio il fatto che i ragazzi non hanno più la necessità di memorizzare le notizie, tanto basta un click e il gioco è fatto. Io non ho avuto modo di studiare molto, ma sempre cercato di ricordare, e forse è per questo che ho la percezione della bellezza materiale di un libro.

– Consideriamo il fenomeno dei caffè letterari, che sono stati anche fucina di movimenti come il futurismo: cosa pensi della possibilità che si ripropongano come contenitori di movimenti di pensiero e artistici?

– Non so se il mio caffè letterario potrà rilanciare qualcosa di simile, ma in ogni caso sono un po’ diffidente, in genere, perché le persone oggi tendono più a relazionarsi via e-mail o comunque via internet. Ma per me il contatto umano diretto è insostituibile, perché è l’unico che ti permette di capire con chi veramente hai a che fare. Un posto molto interessante, da questo punto di vista, è il Caffè Notte, in via delle Caldaie, dove poeti e scrittori vanno a scrivere o a leggere i loro testi e si confrontano. Nei testi scritti in rete tutto questo è difficile capirlo. Si possono però ricreare situazioni interessanti, come il vostro blog, anche se si tratta di qualcosa di diverso.

Ringraziando ancora Giovanni Iacopi e Mimma Fabris, ricordo il prossimo appuntamento del 29 marzo alle ore 21 con il reading (in italiano e inglese) tratto dal mio romanzo Sentieri di notte (Galaad Edizioni), con intermezzi musicali del chitarrista acustico Krishna Biswas, nell’ambito della summenzionata rassegna curata dal canale 7 GOLD.

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