Geologia di un padre, di Valerio Magrelli

Magrelli
Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, 2013

di Rosa Salvia

Geologia di un padre, nuova finissima opera di Valerio Magrelli, si apre con la riproduzione di una decina di bellissimi disegni di Giacinto Magrelli, “l’uomo di Pofi”, il padre ingegnere, sulla cui figura è incentrato l’intreccio del romanzo. Ma perché questo titolo: Geologia di un padre? La parola geologia implica un continuo rimando alla terra (anche quella della sepoltura soprattutto nelle prime pagine, l’esperienza di “Valerio” fra le tombe in contrapposizione al “Piano Oceano” di Shangai che prevede lo spargimento in mare delle ceneri). Geologia perché il percorso narrativo avviene a strati, scavi e carotaggi, ora delicate manciate di sabbia, ora decisi affondi di pala. Geologia perché gli 83 paragrafi del libro, tanti quanti gli anni vissuti dal padre, sono vere scosse telluriche, un incalzare vibrante di brandelli di memorie, di schegge di esperienze vissute, di riflessioni, senza una precisa scansione temporale.

Sapevo che ogni voce era una gola che domandava cibo. Sapevo che ogni richiamo era come un filo, il bandolo canoro di un’infinita matassa di storie.

Una sorta di diario quindi che tocca le corde più profonde dell’animo umano anche perché affronta il tema della malattia sia del padre sia della madre malata di Alzheimer (della quale scrive nel paragrafo 72, dedicandole bellissimi versi), sia quello dell’elaborazione del lutto in seguito alla morte del padre, un diario di cui voglio scorrere le pagine partendo da una citazione di Goethe (Massime e riflessioni): “ho imparato dalla malattia molto di ciò che la vita non sarebbe stata in grado di insegnarmi in nessun altro modo”. A mio avviso una fra le tante possibili chiavi di lettura per cogliere il senso di questa preziosa testimonianza umana, di questo atto di amore e di pensiero.

La cognizione del dolore è una realtà nei cui confronti siamo naturalmente allergici, nonostante essa sia radicalmente impastata con la nostra stessa qualità di creature limitate, caduche, mortali. Essa innanzitutto ci rende coscienti del nostro limite, abbattendo ogni illusione ( o delirio ) di onnipotenza. Ci rivela che abbiamo bisogno degli altri, ci fa ritornare un po’ bambini, ci riporta alla banalità del quotidiano. Magrelli ricostruisce il suo complesso e profondo rapporto con il padre sullo sfondo di un microcosmo che è la dimensione domestica: l’uggiosità delle lunghe domeniche pomeriggio, il rito del caffé, l’odore del tabacco della nonna -sigarillo e le sigarette di un padre incallito fumatore.

[…] “Me lo rivedo ancora, in sala da pranzo, impugnare una specie di bacchetta, una prolunga, un’antenna, una folle zagaglia di venti, trenta centimetri. Fumava, fumava, fumava; fumava perdutamente. Dove l’avrà trovata? mi chiedevo ammirato. Durava un quarto d’ora, e lui, inebriato, taceva fra le spirali, dolce Brucocaliffo, sorridendo felice, rigorosamente felice, come fu poche volte in vita sua”.

Una costruzione che non è però tanto il nido e il rifugio per gli affetti familiari, bensì inquieta prigione, per l’ossessione ripetitiva che essa finisce con l’incarnare fra gli abbracci, i sorrisi, le risse, l’amore per Borromini o i folli scatti di rabbia.

Nel paragrafo 13. Magrelli scrive: “Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato”.

Dunque, con la sua sapienza poetica l’autore ci consegna in memoria il suo vissuto col padre, il solo modo per vincere la morte, ripercorrendone i momenti salienti della vita: giovane ufficiale, che appena ventenne si trovò coinvolto negli eventi della I guerra mondiale, “una guerra di cui pure mi raccontò troppo poco” e trentenne, divenuto padre, sempre un po’ inadeguato di fronte alle esigenze del quotidiano, alle prese con “lestofanti d’ogni sorta” nel suo lavoro di ingegnere e poi anziano malato sul girello, “un vecchio esacerbato e vulnerabile” di cui nel paragrafo 20. scrive: “Ci sarebbe un’immagine poetica: il padre anziano come una scorza. Il vecchio che si secca, corteccia che si stacca dal tronco dell’albero. Ma preferisco pensare a una tessera smagnetizzata. Vai per pagare, e non funziona più. Eppure dovrebbe essere carica: la scheda plastificata è lì, la scadenza lontana. Vero; ma non va più”.

Scorrendo a ritroso le pagine del libro rileggo il paragrafo 8. che si apre con le memorie di “Valerio” bambino: “Quelle vacanze in giro per l’Italia! Un senso di mestizia e lontananza, estraneità, espulsione, smarrimento. Pensioni: l’anticamera del nulla. E la cena al piano terra, verso le sette e mezzo! In quei primi viaggetti dell’infanzia, dev’essere avvenuta in me una fissazione più profonda di quanto possa immaginare, e che si radicò definitivamente quando cominciai a spostarmi da solo”. […]

E più avanti: “Un libro accanto al piatto, meglio, un giornale, un paio di birrette, e ormai è la solitudine a farmi compagnia. Perché siamo in due, è evidente, io e il mio inseparabile sentimento di abbandono, che non è certo il peggiore dei commensali. Abbiamo fatto pace, come vecchi parenti litigiosi. Sia chiaro, le offese restano indelebili, ma ormai vengono messe fra parentesi nel segno di un’inestimabile familiarità”.

Diamo tutti per scontato che la solitudine sia un sentimento spiacevole, ma se esiste un senso di solitudine archetipico, che ci accompagna sin dall’infanzia, allora essere vivi è anche sentirsi soli. Possiamo così accettare la misteriosa autonomia di questo sentimento. Se sentiamo da vicino il senso di solitudine, scopriamo che è composto di diversi elementi: mestizia, estraneità, smarrimento, nostalgia, silenzio e un anelito dell’immaginazione verso “qualcos’altro” che non è qui e ora. Occorre perciò una grande consapevolezza per trasformare la solitudine in forza personale, in momento di crescita, in serena accettazione del distacco, in riconciliazione con coloro che non ci sono più.

E’ la grande lezione di queste pagine.

Ma l’occhio sarcastico, più che ironico del Magrelli che tutti conosciamo, sottolinea talora la vuotezza di certe situazioni fra i viaggi in auto d’estate in giro per l’Italia; le avventure d’amore e morte durante la grande guerra, ma anche durante la seconda guerra quando il padre era “cugino e amico dei partigiani”come si legge nel paragrafo 38. titolato: “Mio padre, Mussolini, e la fotografia” di cui riporto l’ultimo periodo: […] “Mento in fuori, braccia ad anfora, e la sfera di cuoio sotto il piede : mio padre diventava Piola e insieme Mussolini, in un allineamento premonitore, ancorché esclusivamente posturale, fra calcio e ideologia. E’ questo ciò che intendo per “fascismo solubile”: il modello del Capo diluito nell’acqua madre dei gesti, delle espressioni individuali, sciolto, in dosi omeopatiche, nell’esistenza quotidiana dei sudditi”.

Molto coinvolgenti anche le pagine in cui “Valerio,” adulto, a sua volta divenuto padre, racconta del suo rapporto col figlio, studente di architettura, a cui ha saputo trasmettere la dote più grande del nonno ingegnere: quella capacità di disegnare ponti, viadotti, monumenti e interni con tratto sicuro e sensibile, il figlio a cui, dopo la morte del nonno, regalò il suo rasoio elettrico: […] “una specie di staffetta generazionale, per proseguire nella linea maschile della famiglia. Ma non avevo fatto i conti col tempo. Poiché quell’apparecchio, come se fosse stato una clessidra, aveva trattenuto i granelli dei giorni, e barba dopo barba si era andato riempiendo di una polvere bianca. Così, quando mio figlio mi venne a domandare perché la macchinetta non funzionasse più, aprendola trovai il tesoro nascosto, una cipria vivente, una reliquia, cenere e cenere di un rogo consumato”. (par. 65)

***

Il libro ha poi un’ Appendice – Cronache dal Pleistocene che comprende quattro bellissimi componimenti poetici. Ne riporto il primo:

I.

La linea di mio padre:

gli ossuti, gli afflitti, i consunti,

ecco metà del mio sangue,

il fantasma di cui sono un lenzuolo.

Magri Magrelli,

astucci pelle e ossa

tessuti su un telaio portentoso

di nervi, un traliccio di scossa,

ira, ira,

e tutto un zig-zag di tragedia

sul Nulla – Ciociaria,

terra cava da cui sorsero Loro,

splenetici profeti dell’angoscia

venuti dal deserto in vestaglie di lana

con erbe amare,

anatemi, scongiuri.

***

Infine, la creatività sul piano lessicale di questo libro è assolutamente superlativa; le immagini che alcune espressioni creano hanno un colore tutto particolare e nella loro interpretazione rivelano l’intreccio fra connotazione e denotazione così stretto da rendere inefficace ogni altra formulazione. Il lettore, se riesce a lasciarsi andare alla lettura di questa lingua, può intraprendere un percorso di conoscenza critica della realtà fra i più efficaci. In effetti sulla poesia e la prosa poetica di Valerio Magrelli si riflette sempre la spinosa e cruda realtà della convivenza umana. Aggiungo, certo Geologia di un padre è un romanzo, ma scritto col linguaggio della prosa poetica tanto cara al Magrelli maturo, che in tal senso ci ha regalato felici sperimentazioni. Egli stesso precisa nella nota finale del libro che Geologia di un padre chiude la serie iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne, e poi con la Vicevita e Addio al calcio.

La prosa poetica di Magrelli mi rimanda a un’osservazione del grande scrittore siciliano Vincenzo Consolo di cui peraltro quest’anno ricorre il decennale della morte. Vincenzo Consolo (Esercizi di Cronaca, Sellerio 2012) era convinto della crisi della narrativa italiana in questi ultimi decenni. Riteneva assolutamente necessaria una riscrittura della lingua partendo proprio dalla prosa poetica, dal linguaggio della poesia. Impresa assai ardua a mio avviso! Ma leggendo Geologia di un padre credo che Magrelli abbia intrapreso con successo dal 2003 in poi proprio questo percorso.

5 pensieri su “Geologia di un padre, di Valerio Magrelli

  1. Ringrazio prima di tutto Fabrizio Centofanti che mi ha ospitato ancora una volta nel suo blog così ben curato e ricco di interessanti e suggestive proposte di lettura. Approfitto di questo spazio per riflettere su cosa faccia di un libro “un buon libro”: 1) un buon libro è tale se in qualche modo ci cambia, se è realmente “un atto d’amore e di pensiero” come “Geologia di un padre” e come la stessa scrittura del nostro don Fabrizio; 2) un buon libro lo si riconosce dal linguaggio in cui è scritto. La parola deve trasmettere, mentre oggi purtroppo assistiamo alla crisi della parola che informa, comunica, ma non lascia “il segno”. C’è nella scrittura, che per molti inconsciamente risente del fascino spesso ingannevole “della vetrina” un eccesso di verbosità, di artificio, un uso debordante di immagini e metafore. Ma se andiamo a fondo, cosa rimane? E poi i lettori che si accostano disinteressatamente a un libro per trovarci qualcosa che li cambi “almeno un po’”, dove sono? L’offerta di lettura supera di gran lunga la domanda e spesso ci si perde come in un labirinto. Dunque, a una lettrice accanita come me, cosa resta da fare? Rifugiarsi nei classici è certamente una bella scappatoia, però rimane l’amarezza che in tutta questa iper-produzione possa sfuggire qualche libro che nasca realmente da una vocazione autentica alla scrittura.

    Mi piace

  2. Bisogna essere grati a Rosa Salvia, perché, quando incontra un libro che la conquista con la sua voce, sa essere una sensibilissima cassa di risonanza (e lo so anche per esperienza personale: le devo letture dei miei versi veramente vibranti e acuminate). E’ il caso di questo libro poetico di Valerio che Rosa legge – a partire da una folgorante sentenza di Goethe – con una profondità di sguardo e un’acutezza d’indagine davvero memorabili. Va da sé che tutto principia da Valerio, ché altrimenti non ci sarebbe stata questa partecipe lettura, e dal suo libro “geologico” di memoria e di memorie. Grazie ad entrambi. Francesco

    Mi piace

  3. Antitetica rispetto ad una diffusa modalità che mostra nascondendo , che dice senza nominare , la disamina di Rosa ( consustanziale del resto alla sua poesia ) , è un libro aperto votato al significato e alla trasparenza delle parole che lo fanno esistere . In questo caso a beneficiarne è un Magrelli intimo , scopertamente umano , che Rosa indaga con l’acribia e la souplesse empatica che già abbiamo apprezzata in altre occasioni .
    Al libro e alla sua “madrina” complimenti sinceri .

    leopoldo attolico –

    Mi piace

  4. Carissimi Francesco e Leopoldo vi ringrazio di cuore per questi vostri bellissimi commenti così lusinghieri per me da esserne un po’ imbarazzata. Se sono riuscita a scrivere un articolo convincente ed efficace lo si deve in gran parte al libro che ho avuto l’opportunità di leggere. Non mi ritengo un critico letterario, per cui mi diletto a recensire solo i libri che come ho scritto mi cambiano un po’, mi fanno riflettere non una, ma dieci, cento volte perché mi aprono tante possibilità interpretative così come mi accade quando vedo un bel film. Me lo porto dentro per tanto tempo. La bella lettura è una passione che coltivo da sempre, la scrittura è invece una scoperta più recente. Ho ancora tanto da lavorare per cui le vostre parole saranno per me uno stimolo a continuare dritto per la mia strada.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.