La sostenibile pesantezza della grazia

di Ezio Tarantino

pesodellagraziaChristian Raimo aveva fin ora pubblicato due raccolte di racconti (molto belle), parecchi anni fa. Ma ha fatto anche tante altre cose: è stato (è? esistono ancora i TQ?) tra i più attivi nel gruppo di scrittori fra i trenta e i quaranta (Generazione TQ, appunto), scrive molto sulla rete, cura raccolte di racconti altrui, lavora per importanti case editrici, è stato curatore di Orwell, lo sfortunato supplemento culturale di Pubblico, il giornale di Luca Telese naufragato dopo pochi mesi di vita, e in più insegna in un liceo. Ma non si era ancora misurato con la forma romanzo.

Il peso della grazia (Einaudi, 2012, p. 453, € 21) è un romanzo coraggioso e ambizioso. Vi si parla di Dio, di amore, di vita, di inferno e paradiso (l’inferno e il paradiso senza nominarli proprio così – Dio e l’amore sì, invece). E’ un romanzo coraggioso perché da un lato si offre ad un tipo di lettore ben identificabile (direi tra i venticinque e i quaranta, colto, o almeno istruito, precario, disilluso, politicizzato, ideologizzato o no – sia per i contenuti che per lo stile: penso a certe similitudini da nerd: il cielo ora è pieno di nuvole che sembrano “isole di terra in SuperMario Bros”, ora si apre in “pop-up di azzurro”, e le giornate si schiariscono come quando sul Mac si pigia tante volte il tasto F2; e a una punteggiatura ironicamente elusiva e giovanile, a un uso espressivo dei caratteri tipografici – spazi bianchi al posto di silenzi, puntini di sospensione ossessivi, pagine interamente bianche), cui attinge e restituisce voce, uno sguardo, sentimenti; da un altro lato affronta di petto, senza sconti, con estrema lucidità e aggiungerei anche onestà e franchezza il tema del rapporto non tanto con Dio, ma proprio con Gesù Cristo, anzi, con la religione cattolica. E lo fa all’interno di una tormentata, sputtanata e sputtanante storia d’amore.
Il tentativo sembra per un verso quello di recuperare il racconto della vita quotidiana sottraendola alla dittatura della superficialità dei Paolo Giordano, Fabio Volo per tacere di Moccia; da un altro quello di spiazzarlo con un punto di vista quantomeno inusuale, destabilizzante nel suo limpido inequivoco diritto di cittadinanza.

Peppe, il protagonista del libro, è un ricercatore in fisica molto precario, almeno quanto l’oggetto dei suoi studi (la natura delle fiamme, per la precisione: della “fiamma premiscelata turbolenta”). E’ uno squinternato, sveviano sognatore, distratto, propenso alla sconfitta, un Giobbe provato fino allo stremo dal Dio, sconnesso quanto basta dalla realtà, da cui si lascia attraversare come fosse (la realtà) una sequenza di immagini di un videogioco che si formano e si disfano davanti agli occhi senza uno scopo preciso. E tuttavia se ha una dote, Peppe, è quella di osservare come da una lente enorme lo spettacolo della microquotidianità, i cui dettagli risultano tutti scomposti in unità significative degne di una categorizzazione o di una metafora che le spieghi in un modo diverso da come appaiono (chiara, e dichiarata, per questo tipo di approccio letterario, l’eredità culturale di scrittori americani come David Foster Wallace, il Richard Ford pirotecnico della trilogia di Frank Bascombe, e io aggiungerei il côté McSweeney – capitanato da David Eggers –  e ancora Matthew Sharpe  eccetera).

Un uomo propenso alla fuga (semantica, affettiva, spirituale, professionale) e al fallimento, quindi, e al lasciare che le cose accadano senza assumersi oneri e responsabilità. Probabilmente l’unico gesto propositivo che compie responsabilmente nel romanzo è quello di mandare al diavolo l’ineffabile professore che, tipicamente, lo sfrutta come segretario tuttofare con la remota promessa di una futura improbabile “sistemazione” accademica.

Anche il rapporto con la religione cattolica è piuttosto contraddittorio e temerario (a un certo punto Peppe dice più o meno che forse alla fine essere cattolici significa fare cose che non si sarebbero mai volute fare). La religione è un dato costitutivo della sua persona, non un punto di vista, tanto meno un punto di vista trascendente. Come fosse un abito che un giorno ha deciso di indossare e tenacemente continui a portare, pur senza capirne bene il fine. Scoperta da adulto, quasi come una forma di interiorizzata, misteriosa ribellione nei confronti dei genitori (piccolissimo borghesi separati che non reputarono opportuno battezzare i propri figli delegando a loro stessi l’eventuale salvezza delle loro anime), non si può certo dire che sia vissuta e raccontata come se Peppe si sforzasse di essere, o semplicemente fosse segno dell’immagine di Dio, o semplicemente un suo testimone plausibile: la sua vita è indistinguibile da quella di chiunque (ateo, agnostico, indifferente), prova repulsione per le manifestazioni esteriori piuttosto degradanti (uno scenario inevitabile di ritiri parrocchiali, di canti inascoltabili, di beghine oranti, suorine dal gilet di lana cotta sopra la tonaca), ma cerca con sincera devozione e coerenza di stabilire con la divinità un rapporto coerente e allo stesso tempo non privo dei rituali devozionali della tradizione (le lodi del mattino, la lettura della Parola); un rapporto fatto di domande, di sfide al Dio silenzioso o ostile, non di ordine oscuramente teologico, ma tratte dall’esperienza di ogni giorno, nella loro anche infantile irrequietezza, nel loro bisogno di certezze, garanzie in qualche modo autoironiche (e automaticamente auto assolutorie). Un dialogo fatto di rivendicazioni, richieste di “prove”, di ascolto, soprattutto di senso.
La vita di Peppe è fatta di incontri che sembrano fluttuare qualche metro sopra la linea di galleggiamento della sua vita: i genitori lontani, un fratello inconsistente, il suo professore.
Poi c’è Lubo, polacco marginale di cui ha cura come se fosse il primo “prossimo” che gli sia capitato da amare e lo faccia senza gioia, ma lo faccia davvero. E’ proprio grazie a lui che incontra Fiora, oculista di guardia al pronto soccorso, dove Peppe ha portato l’amico polacco vittima di un’infezione che lo ha momentaneamente accecato (nel romanzo è profeticamente citata anche l’uveite…).
La loro storia d’amore è misteriosa e inevitabile, ordinaria e profonda. Ma anche con lei (che è l’amore, il miracolo della rinascita) a vincere è la paura. Peppe è afflitto da quella che Richard Ford nei sui libri chiama la sindrome dell’“anticipazione”, quell’attitudine a prefigurarsi – sempre scegliendo la versione più catastrofica – ogni fatto, importante o meno, della vita, impedendosi di accettare le cose come vengono e di viverle con serenità.

Peppe sembra sempre sull’orlo di un destino che mentre sta per compiersi, sfugge: sono sempre gli altri a diventarne gli artefici. Le cose, sottomesse ad una ricorrente logica dell’anticlimax, si sviluppano fino al punto in cui finiscono per eludere le attese (a meno che l’epilogo non riguardi gli altri). Sembra accadano sempre al di fuori se non contro la sua volontà.  I drammi lo sfiorano, lo accerchiano, lo contaminano, ma lui al massimo può esserne la miccia, non l’ordigno. Anche lo stesso rapporto con la religione sembra una sfida sì, ma velleitaria, essendo giocata accettando tutte le regole imposte dal mondo (in cui il cristiano dovrebbe vivere senza però esserne parte, secondo l’assioma giovanneo: il che forse può essere una chiave di lettura coraggiosa, visto che la sfida è comunque vinta, senza retorica ma anche, sembra, senza alcuna gioia, contraddizione spiazzante e non priva di interessanti possibili approfondimenti).

La storia con Fiora improvvisamente sembra dissolversi nel nulla, senza una causa apparente. Peppe precipita in un inferno di depressione alcolica e degradata. Diventa frequentatore ossessivo di siti di chat e pornografici, di cui sembra però essere più in cerca di significati nascosti – chi è veramente la ragazza che si sta facendo penetrare da uno sconosciuto tatuato? Chi ha portato lì quel soprammobile che si intravede alle spalle dei copulanti?  – che non il sesso; il tempo che non passa davanti al computer lo trascorre cacciandosi nei guai in compagnia di Lubo e dei suoi amici, una banda di marginali alcolizzati che pure costituiscono la parte del romanzo al tempo stesso tragica e divertente. Come se la “linea comica” della narrazione si intrufoli in modo impertinente (ed efficace) nel punto drammaticamente più alto della vicenda (del resto sin dal principio la rappresentazione del microcosmo polacco ha lo scopo di alleggerire la tensione, anche grazie ai dialoghi, restituiti con un sapido mimetismo para-romanesco che chiunque abbia avuto a che fare con i polacchi di Roma troverà azzeccatissimo).

In modo del tutto casuale, nel momento più basso della vicenda umana di Peppe le cose, per miracolo, cambiano. Anche qui: senza alcun merito da parte sua. Ma in qualche modo venendo incontro al bisogno di risposte, di assunzioni di responsabilità cui non dover più venire meno. Miracolo, grazia da una parte; responsabilità, senso da un’altra. Peppe non sa decidersi. Come se lo scopo non fosse questo, ma accettare. Accettare senza giudicare, né giudicarsi, e in questo condurre, modestamente, la propria vita.

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