“ALCUNE PAROLE PER ALICE”, DI MICHELE TONIOLO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Alcune parole per Alice, di Michele Toniolo (Galaad Edizioni; collana “Lilliput”) è un libro apparentemente minuscolo (solo per le dimensioni), ma in realtà di una qualità letteraria e di una densità emotiva assolute. Racconta, dal punto di vista un narratore esterno, la straziante vicenda di una madre che perde il figlio per una grave malattia.

Ho avuto il piacere di intervistare l’autore – che è anche un editore (Amos Edizioni) -, che ci illustra tutti gli aspetti della sua opera.

Toniolo

– Una storia segnata dal dolore. Un diario intimo, con una ritrosia da parte della protagonista, che lascia che sia un’altra persona a dare voce al suo strazio. Ma il dolore si può raccontare?

La scrittura è fondazione. Scrivere è cercare ciò che ancora non siamo e non conosciamo. Ci si deve spogliare, però, per andare incontro a ciò che si cerca, per accoglierlo bisogna avvicinarsi a mani nude. La spogliazione è necessaria perché ci dobbiamo disfare delle nostre parole, delle nostre strutture, non dobbiamo metterle davanti ai nostri passi, ma neppure dietro: bisogna lasciare tutto a casa. Solo nella nudità può esistere, mi sembra, la scrittura letteraria. Solo in questo modo si può incontrare ciò per cui ci si è mossi, lo si può ascoltare in modo aperto e pieno, se ne accolgono le parole che, in questa fase, non sono ancora nostre. Poi, queste parole, devono essere combattute, lottate: è questo che esse chiedono. Devono essere trasformate, quasi ricacciate indietro, anche se le teniamo strette. Dobbiamo ritrovare non le nostre parole ormai morte ma il nostro fondamento spirituale, e lottare con la verità che abbiamo incontrato, trasformare le sue parole in qualcosa che non è più la verità ma non la contraddice, in qualcosa che non è ciò che noi eravamo ma ciò che stiamo diventando, che dobbiamo diventare, ciò che siamo ormai, grazie alla scrittura. La vita è metamorfosi, dono. Solo così, per me, è possibile scrivere con intensità e rispetto.

C’è un paradosso, però, nel linguaggio: ci è stato donato per capire qualcosa – dolore, morte, ma anche gioia, felicità – che, con le parole, non è possibile comprendere pienamente. In questo paradosso, in questa soglia di impossibilità, sta la scrittura letteraria.

– Nel secondo capitolo scrivi che l’autunno è il tema di fondo di questa storia, come stagione dell’inizio e della fine di tutto. Quanto gli ambienti, le ombre e i silenzi sono voci del dolore?

In Alcune parole per Alice, l’io narrante sa che nulla nella vita è paesaggio esteriore. Tutto influisce, tutto è dentro gli accadimenti. Una storia come questa, i cui fatti decisivi avvengono in autunno, non poteva vedere l’autunno come qualcosa che sta fuori della finestra. L’autunno, tempo della spogliazione, si appropria degli oggetti che Alice abbandona. Spoglia, in questo senso, Alice. Quando Alice lo riprenderà in mano, l’abat-jour sarà diverso, trasformato. L’autunno è un personaggio che agisce nella storia al pari della pioggia, della donna che interroga Alice, della madre e del figlio, delle parole che l’io narrante prende dai quaderni di Alice e le restituisce o le nega. La pioggia non può cadere ed essere semplice pioggia che cade, deve diventare fatto narrativo interno alla storia, trasformare se stessa o trasformare qualcosa. Essere molto più che se stessa.

– Ci sono altre parole-chiave, in questa cronaca viscerale. Nel terzo capitolo giochi con i binomi grazia-pudore croce-amore. Esiste una polarità di opposti, una sorta di linguaggio binario del dolore?

Ho un po’ di perplessità sul verbo “giocare”, ma credo che tu lo abbia usato nel senso di crescita, di conoscenza. L’io narrante è troppo dentro questa storia, che fai bene a definire viscerale, per pensare a questo. È troppo coinvolto. Riscrive, almeno in parte, una propria esperienza: una delle scene, per sua stessa ammissione, non è di Alice, ma sua, di chi racconta la storia. Usa le parole di Alice e le unisce alle proprie, al punto che, a volte, nemmeno lui saprebbe distinguerle in modo preciso. Nella storia, in pochissimi momenti, c’è un’identificazione non spiegata, ma credo “visibile”, tra Alice e l’io narrante, e dovuta a queste parole non più distinguibili. La scrittura è parola, e se le parole che usano due personaggi sono le stesse, radicalmente, nel loro significato pieno e umano, non ci può essere che identificazione, che poi è l’unione dell’amore. Non va dimenticato che questa storia, proprio perché è di dolore e di morte, è una storia d’amore. E a un tratto, nel racconto, l’io narrante, che non ha nome, fa capire, mi sembra, qualcosa di simile, attraverso l’uso dei binomi che tu hai citato. Ciò che sembra allontanare, avvicina e unisce.

– L’esperienza di Cristo morente viene richiamata da quella del figlio che lascia questa vita. La persona che pare annullarsi è quella che resta. Colui che muore si apre a un Amore assoluto. Chi muore, allora, è maestro di chi resta?

Il figlio di Alice muore tra le braccia di Alice nel pieno di una crisi respiratoria. Muore dopo mesi o anni di sofferenza. Durante questo periodo di dolore, Alice ha aiutato il figlio, curandolo, sostenendolo, accudendolo fino alla morte, fino alla lotta con il corpo del figlio mentre il figlio muore. Alice sa che questo modo di vivere accanto al figlio sofferente si chiama amore. Non ne dubita. L’io narrante cerca una distinzione: amare nel dolore non è amare nella morte. Nella morte, al massimo lavori su un corpo, scrive. Nella morte, l’amore è solo di chi muore lasciando che tu lo stringa tra le braccia. Questo lasciarsi stringere è un amore diverso, e appartiene solo a chi muore. In questo atto, secondo chi racconta la storia, è un concetto di prossimo più autentico. Ecco allora il riferimento alla croce: non è Gesù il prossimo di Maria che sta ai piedi della croce, ma è lei a essere il prossimo del figlio. L’io narrante spoglia la croce della sua forza teologica, ma non della sua sostanza umana: essa è l’ultimo gesto d’amore di chi muore.

– La vita di Alice, come quella di tutti i superstiti, acquista un senso diverso. Il lutto lascia una lezione che può aiutare ad andare avanti?

Alice e l’io narrante devono continuare. La scrittura non li aiuta a ritrovare il respiro come era prima che si frantumasse, né ad articolare gambe e braccia nel modo che conoscevano. Ciò che era prima, ora si è spezzato, ed è necessario mantenere questa frattura. Niente può ricomporla. Deve appartenere a ciò che seguirà. La sofferenza e la morte si appropriano della fisicità, degli odori, della luce della casa. I luoghi nei quali il figlio ha sofferto ed è morto, per Alice, saranno sempre i luoghi del figlio. Non esiste più, per quella stanza o per quel tratto di pavimento, una vita precedente. Il gesto finale di Alice conosce e accetta questo cambiamento. Solo da questa accoglienza, da questa forza, per lei, può partire una nuova vita.

– Hai dei nuovi progetti letterari, adesso?

Sto lavorando su un tema che ha di nuovo una madre e un figlio, ma cercati da una angolazione diversa. E su un racconto sulla carcerazione di Dietrich Bonhoeffer a Tegel. Scrivere Alcune parole per Alice mi ha fatto trovare un metodo. Leggo, studio, prendo appunti su un tema che mi interessa. (Parte di questi appunti li ho pubblicati sul blog di Alcune parole per Alice, http://alcuneparoleperalice.wordpress.com). Poi arriva il momento in cui sento che devo cominciare a scrivere, a comprendere in modo diverso, cercando una forma, e allora metto da parte gli appunti e non li guardo più. Questo momento, però, non è ancora arrivato.

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