Axis Mundi. Racconti della Brianza

 

chierichetti

 

AVODA’ *

di  Gianni Fumagalli

Era l’aura di mistero che circondava la chiesa ad attirarmi e non la vita religiosa in sé, non la fede indotta nei bambini e neppure la religiosità  mite e bonaria di mia madre.

Sono nato e cresciuto in una famiglia brianzola molto religiosa e abitavo in un cortile prossimo alla chiesa. La vita era scandita dal suono delle campane, le ore dai rintocchi e le festività solenni dalle canzoni religiose suonate a martello che rallegravano tutta l’etere. L’illuminazione della chiesa, nella festività della patrona, mi sembrava un sogno. La guardavo dal mio cortile e mi chiedevo come fosse possibile salire fin lassù, in cima al campanile, per metterci le lampadine – ma chi sarà mai stato e come avrà fatto, si saranno calati dall’alto o avranno utilizzato qualche sistema misterioso, sono proprio bravi e perché non mi sono accorto di nulla? un giorno semplicemente erano su!

Quando accompagnavo la mamma alle funzioni non m’interessavo del rito ma ero distratto da una moltitudine di immagini, voci, persone che abitavano la chiesa come comparse di un’operetta, canti e in particolare le cerimonie. Lo sguardo finiva sulle scarpe di don Piero e il pezzo di pantaloni che si intravedeva sotto la veste – ma allora si vestono come noi e come fanno la pipì i preti? – Oppure mi perdevo ad osservare la fila di persone che sgranava verso la comunione e a fantasticare sulla molteplice varietà del genere umano – quella signora cammina con difficoltà chissà cosa avrà mai e le scarpe di quel ragazzo sono proprio belle e il sedere di quella donna che si è fermata qui di fianco lascia intravedere le mutande e come è sorridente il viso di quella ragazza e sgradevoli le voci di quelle anziane che strillano le solite canzoni –

Senza che me ne rendessi ben conto, probabilmente fu la mamma a suggerirlo al parroco, mi trovai chierichetto a soli sei anni e la mia prima messa che servii capitò in una fredda mattina di dicembre alle ore sei. Mi svegliai che era notte fonda e coi pantaloni corti e un maglione di lana pesante  mi avviai verso la chiesa con le mani in tasca per il freddo, correndo per la paura nei tratti in ombra tra un lampione e l’altro. In quegli anni non si facevano corsi per neo chierichetti ma si imparava per esperienza. Le prime volte si guardava, poi si cominciava dalle cose più semplici, la navicella dell’incenso, i candelabri, i campanelli. Il turibolo rappresentava il punto d’arrivo; saperlo usare bene nelle celebrazioni solenni era segno di maturità raggiunta.

Quella mattina avrei dovuto servire con Giuseppe detto Zepa, il più anziano tra i chierichetti e quindi il capo. Lui mi avrebbe introdotto al servizio religioso accompagnando i miei primi passi. Non so cosa gli successe, forse semplicemente non si svegliò o un malore lo tenne a letto, non volli mai indagare, ma quella mattina non si presentò. Il panico che mi investì è rimasto l’unità di misura di tutte le angosce provate nella vita. Sbirciavo in continuazione dalla porta semiaperta della sacrestia verso l’ingresso della chiesa in febbrile attesa; speravo con tutto il mio essere  che comparisse la sagoma di Zepa ma inutilmente. Mi trovai praticamente attore di una parte che non conoscevo, su di un palco per me completamente estraneo e  per di più con un celebrante che esigeva un “servitore” puntuale. Non avevo la più pallida idea di dove e come stare ma, soprattutto, cosa fare. Mi venne in soccorso la Sig.ra Amalia, la perpetua del parroco, una donna buona e gentile che aveva colto al volo il mio dramma. Dalla sua postazione a fianco dell’altare mi suggeriva cosa fare e quando muovermi, ma non sempre i suoi sussurri producevano l’effetto sperato. Quando non capivo mi prendeva un tale sconforto da paralizzarmi letteralmente e quando invece credevo di aver capito non ero in grado di eseguire a dovere il servizio. All’offertorio, notando la mia immobilità, il parroco sibilò tra i denti: “urzeu”, “prendi gli orcioli e portali all’altare” gli fece eco la perpetua dal suo angolo. Io prendo le ampolline con l’acqua e il vino e le porto al parroco poi ritorno al mio posto. Avrei invece dovuto assistere l’officiante e riportare poi al loro posto gli orcioli. Il parroco tentò più volte e in diversi modi di sbarazzarsi degli “urzeu” ma gli oggetti sacri rimasero per tutta la messa impropriamente sull’altare. Arrivai quasi alla fine della funzione esausto come dopo una corsa ad ostacoli ed all’improvviso, come colto da un’illuminazione, ricordai una mossa da fare perché l’avevo notata in altre messe e mi aveva colpito per la platealità della sua esecuzione. Si trattava di salire fino al lato sinistro dell’altare, prendere il leggio abbracciandolo interamente  con il voluminoso e pesante messale sopra e, con una mossa rapida e plastica, girare dietro le spalle dell’officiante e depositarlo sul lato opposto dell’altare. Al momento che istintivamente giudicai opportuno – si perché quando si è in una situazione disastrosa come la mia ci si aggrappa alle poche certezze che ci sembrano tali e le si assumono come fossero dogmi – salii con decisione i gradini dell’altare e afferrai con tutte le mie forze il pesante leggio. Strinsi i denti, il messale mi sbatteva in faccia proprio sugli occhiali mentre la parte anteriore del leggio mi appoggiava sulla gola premendola fortemente. Non vedevo praticamente nulla ma trassi un respiro e partii. Come fui alle spalle del parroco lui improvvisamente fece una rapida genuflessione ed agganciò il mio piede sinistro scaraventandomi giù dai sette gradini. Il tappeto imbottito ammortizzò la caduta ma il leggio assieme al messale rotolarono rovinosamente alcuni metri oltre i gradini. Lo sguardo in tralice del parroco si fissò sul testo sacro, umiliato e sgualcito, con un visibile sdegno; poi continuò a officiare a memoria ignorando le macerie alle sue spalle. Dopo pochi minuti, che a me sembrarono secoli, la messa si concluse e lì finiscono i miei ricordi. Nonostante questo infelice battesimo continuai la mia “carriera” di servitore della chiesa con apprezzabili risultati, anche se mantenni una relativa disposizione ai disastri, come la volta che inciampai nel tappeto, proprio davanti agli sposi, disseminando di chicchi d’incenso l’altare. Ero fondamentalmente un distratto contemplatore del mondo, o meglio, mi catturavano più le sue manifestazioni insignificanti, secondarie. Mi perdevo nei dettagli, nelle pieghe dei fenomeni; lì la mia fantasia s’accendeva d’interesse. Allora potevo essere in qualsiasi luogo ma il resto del mondo non esisteva più. Quella che oggi considero una peculiarità interessante, uno sguardo radente sulla fenomenologia dell’esistere, allora mi costò numerosi e imbarazzanti giudizi poco lusinghieri.

Conservo invece un vivido ricordo di alcune funzioni religiose che mi affascinavano particolarmente. Per me, ad esempio, il servizio funebre era in assoluto il più travolgente. Penso di aver colto, come bambino, il potente magnetismo che la chiesa ha saputo vitalizzare come energia positiva. Una forza capace di contrastare ed esorcizzare la morte. Non nel modo “funesto” dei media di oggi che semplicemente l’allontanano dal nostro orizzonte come realtà scomoda, imbarazzante, vergognosa, ma attraverso un’arte rituale in grado di trasformare i simboli stessi della morte in trampolini per una nuova vita. Allora non potevo espletare questo pensiero ma coglievo le vibrazioni di quel rito che, più delle parole, dicevano con chiarezza tutto questo anche a un bambino. Quando iniziava il rituale non ero più distratto; tutto catturava la mia attenzione: la lingua, il latino, incomprensibile per me allora, aveva un fascino e un potere armonico, ammaliante, magico; il catafalco, solitario, enorme, lugubre, a simboleggiare il potere incontrastato della morte, incuteva terrore se osservato a chiesa vuota, si trasformava in una innocua e solare montagna, il Sinai della fondazione, il Golgota della morte e resurrezione; i canti, lenti e dolorosi, dicevano della forza ineluttabile della morte ma al tempo stesso, gradualmente, portavano ad un crescendo fiducioso verso una speranza di vita immortale. Quei canti li conservo ancora come blues dove dolore e speranza coabitano. E’ strano che l’ora e mezza di officio funebre non solo  non mi pesavano ma mi lasciavano alla fine con un senso di leggerezza appagante. I matrimoni invece rappresentavano una spontanea festa comunitaria. Per noi chierichetti erano anche una felice occasione per cospicue mance. Li aspettavamo come si aspetta una festa importante. Ammiravo le spose come regine inavvicinabili e tutte mi sembravano incontestabilmente belle e forse, in quel giorno, tutte lo erano veramente. Il Natale era stato un unicum e con il periodo dell’avvento la sola esperienza capace di consegnare al tempo l’appercezione dell’infinito. Le funzioni della novena si svolgevano presto al mattino, prima dell’inizio della scuola. A volte uscivo con la neve, luminoso messaggio del divino, e il breve tragitto mi consegnava il senso di una natura materna che anticipava la pienezza della festa a venire. Il gelo mi afferrava per il naso, i fiocchi si appiccicavano alle ginocchia nude con un piacevole sollievo, l’aria gelida bruciava i polmoni. Sentivo che ad invadermi era la bellezza della vita; percorrevo il breve tragitto con una gioia esplosiva che ho sempre consumato in una gelosa intimità. La messa di Natale era invece uno stucchevole rito d’esibizione. Sacerdoti e chierichetti gareggiavano a pavoneggiarsi. Io, piccolo e insignificante “servitore”, mi sentivo inadeguato e partecipavo con un malcelato fastidio. Ora che viviamo in un tempo dove la realtà afferma con triste prepotenza di essere l’unica verità, guardo a quel piccolo chierichetto che segue il sacerdote con un cero in mano e sorrido per le mille fantasie che abitano perennemente la sua testolina.

*Avodà, termine ebraico indicante lavoro, servizio, nell’accezione di: lavoro dello schiavo, lavoro libero, lavoro salariale, servizio religioso dei leviti al tempio. 

 

 

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