PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO

Intervista di Duccio Rossi

da Postpopuli.it

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese. La sua ultima fatica editoriale, edita da Einaudi, è Publio Virgilio Marone, Eneide. Traduzione a cura di Alessandro Fo. Note di Filomena Giannotti (Nuova Universale Einaudi, 2012). Un lungo lavoro di traduzione poetica che ha visto la luce nell’ottobre dello scorso anno. Fo ha pubblicato anche edizioni tradotte e annotate di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Einaudi, Torino 1992, 19942) e di Apuleio (Le metamorfosi, Frassinelli, Milano 2002; Einaudi, Torino 2010). Le sue principali raccolte di poesie sono Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi, Torino 2004), Vecchi filmati (Manni, Lecce 2006). Per Einaudi ha curato anche l’antologia di Angelo Maria Ripellino Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti (1990), con Antonio Pane e Claudio Vela e, in seguito, la ripubblicazione delle tre raccolte einaudiane di Ripellino, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (2007).

Professor Alessandro Fo, da dove prende inizio un lavoro immane come quello che conduce ad una traduzione poetica dell’Eneide di Virgilio?

Naturalmente, in quanto cultore delle lettere latine, nutro per Virgilio un antico amore. Quando decisi di studiare lettere classiche e, alla Sapienza di Roma, mi accostai ai primi programmi d’esame, erano ancora i tempi in cui la ‘parte generale’ di una annualità comprendeva la traduzione di ben sei libri dell’Eneide (gli altri sei erano in agguato per la biennalizzazione). E lì, o imparavi il latino, o soccombevi sotto l’ardua impresa. Io mi aiutai con i ‘traduttori’ interlineari, e si può dire che sia stato in quella occasione che ho potuto consolidare la mia conoscenza della lingua. Ma non mi sarei mai sognato neanche oggi, pur con più di vent’anni d’insegnamento sulle spalle, di affrontare spontaneamente un compito come quello di una nuova traduzione del poema. Un giorno ho ricevuto via mail una proposta in tal senso dal responsabile della nuova «NUE» Einaudi, Mauro Bersani, che mi onorava già della sua stima per i miei precedenti lavori di traduttore e per i miei personali tentativi poetici. Il primo istinto è stato rifiutare un impegno che si presentava troppo gravoso. Poi, l’occasione di prestare la mia voce a uno dei più grandi poeti dell’Occidente mi è sembrata troppo straordinaria per lasciarsela scappare, anche se avrebbe comportato una grande fatica.

Alessandro Fo (da vicoacitillo.it)

Il suo lavoro è durato alcuni anni. Crede che questa esperienza di studio costituisca il dialogo più profondo ed intimo che abbia mai intrapreso con il testo dell’Eneide?

Senza alcun dubbio. Quando ricevetti la proposta dell’Einaudi, avevo naturalmente avuto già molte occasioni di studiare Virgilio, scrivendo anche su di lui qualche piccolo saggio, soprattutto nel quadro di una lunga collaborazione con l’Enciclopedia Virgiliana (avevo in particolare curato molte voci relative ai ‘guerrieri minori’). Tuttavia, fra le altre cose che mi trattenevano, v’era anche la consapevolezza di continuare a non conoscere a fondo la materia. Virgilio è uno di quei poeti che, come Dante, esigono – da chi voglia addentrarsi con autentica competenza nella sua poesia – uno studio pressoché esclusivo, e io in realtà mi ero, per gran parte della mia avventura di latinista, dedicato soprattutto alla poesia tardolatina. Parallelamente a quanto dicevo sopra, agiva anche quest’altra seduzione: affrontare il capolavoro virgiliano parola per parola mi avrebbe offerto l’opportunità di entrare maggiormente in confidenza con questo immenso poeta. Avrei potuto accostarmi a lui per una strada peculiare, e al contempo privilegiata. In un primo tempo era previsto che fossi io stesso a curare anche l’apparato di note; ma presto ho compreso che non avrei mai potuto farcela, per lo meno in tempi brevi, e così ho chiesto aiuto, per questo aspetto, a una mia valente allieva e collaboratrice, Filomena Giannotti. Così, sia esaminando tutte le singole questioni che, verso per verso, incidevano sull’interpretazione, sia seguendo il lavoro della Giannotti – abbiamo naturalmente proceduto in stretta ‘sinergia’, continuamente confrontandoci su diversi aspetti esegetici e eruditi –, ho potuto almeno parzialmente ovviare a quella ‘mancanza di dedizione totalizzante’ di cui avevo in precedenza peccato nei riguardi nel poeta.

Ha scoperto aspetti nuovi del testo virgiliano? O almeno particolari che prima non aveva avuto modo di assaporare fino in fondo?

Ho naturalmente ‘scoperto’ molti aspetti dell’universo virgiliano che lungo il precedente studio non avevo avuto occasione di cogliere; si tratta quasi sempre di tratti che la critica virgiliana – quella ‘a consacrazione totale’ o quasi – ha già da tempo rilevato. Forse ho avuto occasione di individuare anche qualcosa cui gli studi precedenti hanno prestato minore attenzione: è tuttavia impossibile, in un mare di bibliografia così imponente, asserire di essere stati i primi o i soli a notare un qualche specifico tratto. Alcuni di questi aspetti sono legati ai problemi contingenti con cui si deve misurare un traduttore. Non mi sembra, per esempio, che, nei principali studi virgiliani da me compulsati, sia stato adeguatamente messo in evidenza un gesto estremamente sottile e sfuggente della tecnica di Virgilio. Mi è avvenuto di notare che talvolta, pur replicando un verso senza il minimo cambiamento, Virgilio ama giocarlo, nei diversi contesti, in modo differente. A mio parere è da credere che si tratti di una sofisticata intenzione d’arte, e che Virgilio se ne compiacesse, sapendo di ottenere, per questa via, identità e variazione contemporaneamente. Nel caso che qualche lettore desiderasse operare una diretta verifica, gli segnalerò per esempio i versi I 520 e XI 248. Essi sono identici, ma vi figura un participio che nel primo caso sottintende un sunt e nel secondo un sumus. Vanno così tradotti in modo uguale, ma individuando una formula abbastanza flessibile da potersi inserire nelle due diverse situazioni contestuali, che prevedono l’una la narrazione in terza persona di Virgilio, l’altra la narrazione in prima persona da parte del personaggio di Vènulo. Allo stesso modo, ma sollevando crescenti difficoltà di traduzione, si trovano diversamente modulate altre coppie di versi, come V 143 e VIII 690, oppure IV 673 e XII 871 (con tangenziale interessamento di un ‘terzo incomodo’: XI 86).

da rable.it

Dopo questo lungo ed impegnativo lavoro, vede l’Eneide con occhi diversi? La percepisce con un cuore diverso?

Alla fin fine, sì. E in differenti direzioni. Alcune sono di natura soggettiva e totalmente extratestuale: perché intervengono i ricordi delle vicende personali che si sono sovrapposte al lungo cimento ora su questo, ora su quel libro. Ma questo non ha, ovviamente, alcun vero rilievo. Piuttosto, ho potuto rivalutare pagine su cui non sarei, altrimenti, tanto agevolmente tornato. Molte zone dei libri cosiddetti ‘iliadici’ – i libri della guerra nel Lazio – sarebbero rimaste per me legate all’esperienza di una distanza di fondo, maturata nel corso di quella famosa (e anch’essa non leggera) preparazione universitaria. Strada facendo li ho riscoperti. Penso, per fare un solo caso, all’intero libro X, con la sua sottile, insistita trama tematica dei rapporti fra padri e figli, culminante in episodi come gli scontri fra Pallante e Turno (con l’empia dismisura del rùtulo nei confronti del ragazzo ucciso e del di lui padre Evandro), o fra Enea e Lauso e poi fra Enea e Mezenzio.

Crede che ci sarà sempre spazio per una nuova ed ulteriore traduzione dell’Eneide? Il testo virgiliano è davvero così inesauribile?

Qui verrebbe innanzitutto il desiderio di rifarsi alla celebre definizione di Italo Calvino circa il «classico» (e a Virgilio nessuno potrà mai negare questa ‘etichetta’), secondo cui «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». L’Eneide è ‘in sé’ «inesauribile». Quanto a una traduzione, personalmente ho cercato di tenere conto, metodologicamente parlando, di aspetti a cui la precedente tradizione delle traduzioni italiane del poema non aveva dedicato la debita attenzione. Forse alcuni miei successori seguiranno qualcuno dei miei stessi principi di metodo, altri – in accordo o dissenso – potranno senz’altro muovere da quanto ho cercato di fare, per mettere a segno nuovi progressi. Detto questo, si sa che ogni traduzione è ‘ontologicamente’ un oggetto precario (come l’involucro materiale in cui è maturata). Si dice che nessuna traduzione abbia una vita di molto superiore ai cinquant’anni, e io so benissimo che, soprattutto nel campo delle traduzioni, siamo signoreggiati da quello che Angelo Maria Ripellino – una delle mie stelle polari – definiva il «saremo dimenticati». È intuitivo che sia così, a motivo dell’evoluzione della lingua e del continuo aggiornamento dei sistemi espressivi. Altri traduttori troveranno nuovi spazi, funzionali alle nuove esigenze del gusto. A me è bastato aver tentato di presentare un’idea di un’Eneide italiana, che realizzasse un ragionevole compromesso fra la leggibilità da parte di un lettore colto di oggi e la (forse chimerica) fedeltà alla ricchissima, delicatissima musa di Virgilio.

Un pensiero su “PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.