Dal dire al fare: Ecco l’uomo

ecco l'uomo

di Barbara Pesaresi

Due uomini, uno dei quali è un sacerdote, camminano vicini lungo un sentiero fiancheggiato da due file di alberi, immersi in una luce che li contiene. Chissà cosa si staranno raccontando. L’immagine di copertina è l’incipit visivo che apre Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti.
Il romanzo scorre come un giallo: c’è un delitto, consistente in una presunta santità, o meglio in quell’umana santità che loda Dio senza rinnegare la vita; ci sono un colpevole, tale don Mario Torregrossa, e un movente che scopriremo strada facendo, sulle cui tracce viene sguinzagliato un segugio, don Davide, (ri)cercatore di senso (perduto).
Io non so se al giorno d’oggi parlare di santità richieda più coraggio o incoscienza, ma poiché Fabrizio Centofanti è un sacerdote possiamo concedergli qualche scusante.
Non è la prima volta che affronta l’argomento, già una ventina di anni fa si era occupato di santità nel saggio dedicato a Clemente Rebora, Il segreto del poeta. Allora scriveva: La santità non è altro che qualità assoluta dell’Amore, gratuitamente avuto, gratuitamente dato, esistenza e poesia polverizzate in Cristo per risorgere con Lui, per sempre sante, attratte dalla Vita, assolte e separate dalla morte.
Vent’anni sono passati e in Ecco l’uomo troviamo scritto: La santità è qualcosa che ci sfugge, è come un sogno. Ha una logica che sguscia come un pesce da una rete, come la felicità da un cuore che la pretende a tutti i costi.
Qualcosa è cambiato. Succede, quando le certezze, che la teoria confeziona con fiocchi e controfiocchi, si schiantano come treni in corsa contro un muro, quello della quotidiana realtà. E nel nostro caso la realtà è quella complicata di coloro che, come don Fabrizio, don Mario e tanti altri, sacerdoti e laici, dalle loro fortezze Bastiani cercano di strappare ogni centimetro possibile al deserto di senso che le assedia.
Don Mario aveva elaborato un’antropologia che coniugava i valori umani e le virtù teologali in una sintesi armonica. Bello. Ma, forse, ancora non basta per capirci qualcosa. Infatti potrebbe trattarsi soltanto di belle parole, praticamente fuffa. E di fuffa oggi ce n’è tanta.
Però l’autore ci chiede di non andare di fretta e prestare attenzione ai dettagli, ai particolari apparentemente insignificanti, alle note a margine e a pie’ di pagina. E nel caso di don Mario i particolari invisibili sono tracciabili nell’alcolista con il quale condivide l’appartamento e a cui cede il letto, mentre lui dorme sul divano; nel sopportare, oltre alle tante sofferenze fisiche che l’affliggono, una notturna emorragia intestinale per poter consegnare, il mattino dopo, i soldi raccolti per un uomo strozzato dall’usura. E ancora la costruzione di un dormitorio per i poveri, quella del centro per i giovani affinché ciascuno di loro possa ritagliarsi un abito su misura.
Mentre l’idea fugge l’azione resta, così il miracolo si compie: la mano che si tende. Ed ecco la santità divenire un po’ meno aleatoria, più praticabile e terrena, soprattutto quando scopriamo che è amore che si fa gesto, attenzione gratuita e sincera verso l’altro più sfortunato di noi. Ma la santità è anche gioia non più separata dalla matrice profonda, quella matrice che altro non è che Amore (il nostro movente) gratuitamente avuto, gratuitamente dato. Niente di più e niente di meno. Sembra facile! Fa meno paura adesso? Penso proprio di no.

Ecco l’uomo è anche la storia di un’amicizia, dichiarazione d’amore e gratitudine per l’amico che, pur non essendoci più, continua a essere presenza viva e feconda nella scrittura e nella vita dell’autore. Come non pensare a quella assenza, più acuta presenza del poeta Attilio Bertolucci?
Viviamo nell’era della connessione ultraveloce col mondo, dell’amicizia che basta un clic per averla e un clic per disfarsene. Qui, invece, assistiamo all’accadere di un incontro che sembra preparato da tempo, al compiersi lento e quotidiano di un’amicizia. Ovvero di quel tipo di sentimento, tela grezza e duratura di antica fattura contadina, che si realizza passo dopo passo senza saltarne nessuno, che si nutre di fiducia e responsabilità. Relazione umana privilegiata, tenuta insieme da rammendi certosini, fatti non per nascondere gli strappi dell’imperfezione, ma per abilitare quella presa di coscienza grazie alla quale tale caratteristica umana non è più un ostacolo alla comprensione reciproca, bensì una sfida per una migliore e sempre più matura conoscenza e accettazione di sé, quindi dell’altro.
Le pagine che raccontano questa amicizia sono le più toccanti, si sorride e ci si commuove nel partecipare alle avventure di don Mario e don Fabrizio. Il romanzo è un viaggio dentro una storia di umana fraternità, colta in quella che è la sua più intima essenza e fragilità. Dove sanno coesistere l’amore e la voglia di scappare – sì, perché l’amico ogni tanto può farci arrabbiare – i sensi di colpa, suscitati dal timore di non farcela a sopportare responsabilità troppo grandi, e la paura per il vuoto che un giorno la loro assenza lascerà.
C’è una scena del libro che sembra in bilico sul bordo del sogno, invece, secondo me, è la più reale, insomma la scena madre del romanzo. Ed è quella in cui don Davide vede un uomo (Centofanti) che guarda il mare, appoggiato alla balaustra di un terrazzo. Forse è proprio lì che nasce don Davide, attraverso il quale l’autore ripercorre quello che è stato il suo itinerario umano e spirituale, rivivendo dubbi, momenti di sconforto e di gioia. Il romanzo nasce da quello sguardo che scruta l’orizzonte come se in quel limite insicuro / fra cielo e terra e acqua si potesse / trovare il modo di incontrarsi ancora (Nomen Omen). Perché Ecco l’uomo è incontro che si rinnova.
Chissà, magari don Davide incarna anche un desiderio, quello di poter, domani, passare il testimone dell’eredità umana e spirituale di don Mario, proprio pensando a quella trasmissione dei valori, all’eredità della vita che passa di mano in mano finché c’è qualcuno disposto a raccogliere il messaggio.
Vele bianche, farfalle, coincidenze strane e inverosimili, in una parola segni che, come parole sussurrate in un orecchio quando non ce lo aspettiamo, gettano una luce sul significato nascosto delle cose, dispiegando la vita come un ventaglio per permetterci di coglierne la molteplicità di significati celati nelle pieghe: capisco che è un segno / la traccia di quel sogno ancora vivo / che sei per me, mio amico / e che ancora una volta mi hai lasciato (Nomen Omen). Sono istanti che durano un battito di ciglia, nonostante ciò sembrano avere il potere di aprire una breccia nell’eternità. A volte, mi sembra di toccare / qualcosa che la gente non avverte / un fiore un lembo bianco di una nuvola / da cose certe si mutano in un segno / di cosa non so ancora/un’impalpabile visione / oppure il semplice pensiero / del nulla che s’arrende / a un’emozione (Nomen Omen). Ma si tratta di attimi, poi il ventaglio si chiude.
Un colore serpeggia attraverso le pagine del libro: il verde, simbolo dell’eternità, del non-tempo. Nel romanzo interviene nei momenti più impensati, quando il povero don Davide sembra sul punto di soccombere alle istanze effimere di questo nostro tempo, così umano e fugace, che ci vede sgomitare e scannarci per realizzare e soddisfare ambizioni strettamente personali. Ecco, allora, che il verde pare volerci ricordare che vanità, tutto è vanità, un inseguire il vento (Qoélet). Soprattutto quando il nostro agire non si inserisce in un progetto di più ampio respiro, finalizzato al bene del noi e non soltanto dell’io, ma rimane, appunto, confinato in quella visione egocentrica di noi stessi che è causa di tanti mali contemporanei, poiché basta una crepa del nostro castello di carta per finire nella più cupa disperazione.

Per Fabrizio Centofanti Ecco l’uomo è stato inevitabile. A lui si addice ciò che lo scrittore Bohumil Hrabal scrive del suo romanzo Una solitudine troppo rumorosa: “La mia Solitudine rumorosa è solo e soltanto la deduzione, la riconduzione a denominatore comune di tutto ciò che sono stato fino all’epoca in cui l’ho scritta. È la logica deduzione di tutto ciò che dentro di me era cresciuto, non ho tentato di scrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava”.

Ma c’è dell’altro. Penso che ogni romanzo contenga una frase che più di altre contribuisca a definirne l’identità. E tu sei felice?, chiede a un certo punto don Davide all’amico sacerdote. Può sembrare una domanda banale. Eppure, se ci pensiamo bene, non è certamente una delle domande più frequenti che ci sentiamo fare o che facciamo. Però tutti vorremmo essere felici, anche quelli che alla felicità non credono. La risposta alla domanda dovrebbe essere sì o no. Ma il sì e il no durano poco, a volte il tempo di pronunciarli. Allora l’amico sacerdote sceglie un’altra strada, propone una strategia, affinché la felicità diventi una conquista duratura: La felicità è una nota a pie’ di pagina. Sono molti quelli che leggono saltandola, perché è in carattere più piccolo, si fatica a fermarsi, a spostare lo sguardo, a cambiare prospettiva. (…) Viviamo all’ingrosso, sorvolando sul dettaglio che rivela la fonte da cui proviene tutto. Culliamo l’illusione di vivere di slancio una gioia divisa dalla matrice profonda; ma il percorso è inverso; ci è stato dato un codice con gli elementi del flusso vitale, l’energia che ridà vita agli atomi della nostra struttura personale: è il dono per antonomasia, la memoria che occorre custodire.
Possiamo chiudere il libro con la stessa immagine che lo ha aperto, quella di due uomini, uno dei quali è un sacerdote, che camminano vicini lungo un sentiero fiancheggiato da due file di alberi, immersi in una luce che li contiene. E forse, adesso, riusciamo persino a sentire cosa sta dicendo il sacerdote all’amico: Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, / solo perché sono fuori dalla tua vista? / Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. / Rassicurati, va tutto bene. / Ritroverai il mio cuore, / ne ritroverai la tenerezza purificata. / Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: / il tuo sorriso è la mia pace. (Henry Scott Holland)
Sì, perché l’amore gratuitamente avuto, gratuitamente dato, è memoria custodita e ha in sé, come un seme, passato presente e futuro.

Affissa al muro di una chiesa, poco lontana da casa mia, c’è una bacheca contenente un foglio sul quale è riportata questa storia: “Un sant’uomo passeggiava per la città quando si imbatté in una bambina dai vestiti logori che chiedeva l’elemosina. L’uomo rivolse il suo pensiero al Signore: Dio, come puoi permettere una cosa del genere? Ti prego, fa’ qualcosa. Alla sera il telegiornale gli mostrò scene di guerra, di morte, di ingiustizia. Di nuovo pregò: Signore, quanta sofferenza. Fai qualcosa!. Nella notte il Signore gli disse: Io ho già fatto qualcosa: ho fatto te».
Ecco l’uomo.

12 pensieri su “Dal dire al fare: Ecco l’uomo

  1. Grazie per avermi fatto rivivere riga dopo riga, l’emozione della lettura del primo romanzo di Fabrizio, facendola confluire in altre due provenienti una delle sue poesie e le altre dal libro su Rebora a testimonianza non solo che l’autore è uno ma che c’è un filo che non si spezza ed è quello della profonda amicizia fra il don e don Mario, “Sì, perché l’amore gratuitamente avuto, gratuitamente dato, è memoria custodita e ha in sé, come un seme, passato presente e futuro.”
    e grazie sempre all’autore, naturalmente;-)

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  2. “Ecco l’uomo”, come disse Pilato presentando Gesù, ed ecco quella profonda e vera umanità che è propria dei santi e degli uominii come don Mario, che purtroppo non ho avuto la fortuna di incontrare, ma che ho potuto in parte conoscere attraverso la testimonianza e l’esempio di don Fabrizio.
    Un libro molto bello ed importante.
    Grazie a Barbara e, come sempre, a don Fabrizio.

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  3. “La carità può rivelarsi falsa, come quella dei cristiani di facciata, o entrare nella melma della vita, nel combattimento quotidiano, quello dove porti il santissimo tra gente che ti spara”

    da Ecco l’uomo

    Un libro consistente e delicato nel contempo, assolutamente non di facciata.
    Bellissimo.

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  4. Ci sono parole che ‘fanno’: sono quelle che ci svelano il codice con gli elementi del nostro flusso vitale, ci ancorano a quella matrice profonda, anche quando i venti forti sbattono e vogliono spazzare via la vita, e il telegiornale della sera diventa quasi insostenibile.

    Grazie sempre a Don Fabrizio di essere canale dell’Amore così unico e particolare nel dono della poesia e del romanzo.

    E grazie a te, Barbara, per la tua ricchezza.

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  5. In una amicizia vera non è sufficiente un clic per potersene disfare ,non esistono distanze che possano separare due persone,in un’amicizia vera le persone anche se non si vedono e non si sentono più restano sempre insieme perché c’è un filo che li tiene unite e questo filo di chiama Amore o meglio ancora Fraternità.Infatti in un amico ,in quello vero non trovi semplicemente una persona con cui hai solo dei punti in comune,trovi un Fratello o un Padre che non solo ti capisce ma vuole condividere con te le gioie e i dolori della vita.
    Io non ho avuto la fortuna di conoscere Don Mario,ma da quello che lo letto visto e sentito anche attraverso le parole e le gesta di Don Fabrizio e di tutti coloro che gli sono stati accanto ,penso che sia stata una persona meravigliosa, una persona che ha donato tanto amore e che non ha abbandonato mai nessuno nonostante tutto !
    Un grazie a Barbara e a Don Fabrizio.

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  6. Sono io che ringrazio voi, di cuore, per l’attenzione e la pazienza.
    Ci tengo a precisare che anche se il contenuto del post è stato catalogato come recensione, in realtà non lo è e il motivo è molto semplice: io non sono un critico letterario, pertanto non ho di certo le competenze giuste per scrivere recensioni. Si tratta soltanto di un insieme di riflessioni scaturite dalla lettura, da parte di una comunissima lettrice (perché non sono altro che questo), del bel libro di Fabrizio. E quando la materia prima è di qualità tutto il resto viene di conseguenza.
    E grazie, naturalmente, anche a Fabrizio, che ama fare gli esperimenti 🙂

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  7. Bella sorpresa Barbara, sono felice per te , per me che ti ho letta con attenzione, sono felice per me che anche da lontano posso affacciarmi qui e trovare queste belle sorprese che in nostro Fabrizio ci fa nella sua grande umiltà di scrittore e “maestro”.
    Allora aspettiamo il prossimo esperimento!
    In bocca la lupo.
    Ernestina.
    Ps, lo leggo e lo rileggo e mi rendo conto che Fabrizio è veramente: Il poeta di Dio.

    Ernestina.

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