Vivalascuola. L’istruzione modello CL

regione prc

Clericalismo è tutto fuorché qualcosa di religioso, perché è il ricatto, è il profitto sulla religione” (padre Giulio Bevilacqua)

Mentre la scuola pubblica viene privata delle più elementari risorse, prospera con fondi e privati e pubblici una scuola privata dove vige l’omologazione culturale e l’autoritarismo pedagogico; una scuola fortemente caratterizzata ideologicamente; che prevede distinte una scuola per poveri e una scuola per ricchi; la scuola della “chiamata diretta” e del “buono scuola” come forma di finanziamento pubblico indiretto: una scuola che nulla ha a che vedere con la scuola della Costituzione. Di questo modello di scuola proponiamo una analisi in questo articolo uscito sul n. 14 della rivista «Gli Asini». E invitiamo i lettori a due firme: una alla petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia; una all’appello “Bologna riguarda l’Italia” del Comitato Art. 33 per il voto a favore dell’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private nel referendum bolognese del 26 maggio.

L’educazione con Comunione e Liberazione
di Giorgio Morale

La scuola di mamma e papà

«La Zolla è un esempio di scuola cattolica che ha fatto proprio il principio di sussidiarietà, applicato quando ancora nessuno conosceva la parola: mamma e papà, insieme, hanno cercato insegnanti ed aule per costruire insieme una scuola ed hanno lottato per il suo riconoscimento pubblico».

Queste parole «semplici» e rassicuranti sul sito de La Zolla sono una buona introduzione alla scuola di CL (Comunione e Liberazione): a monte di esse c’è la parola del fondatore don Luigi Giussani, a valle quella pratica di CL-CDO (Compagnia delle Opere) oggi ben nota in Lombardia: la costituzione di un sistema che garantisce – attraverso l’occupazione dei centri del potere politico e un far lobby che coinvolge associazioni, imprese, banche – la conquista di una posizione egemonica nei vari settori.

Don Giussani era consapevole della centralità dell’istruzione, famoso il suo «mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare», perché «L’idea fondamentale di una educazione rivolta ai giovani è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce una società; perciò il grande problema della società è innanzitutto educare i giovani (il contrario di quel che avviene adesso)» (Luigi Giussani, Il rischio educativo, p. 15). «La vera educazione» diceva «deve essere un’educazione alla critica». L’argomentazione di don Giussani prosegue sostenendo che educazione è «introduzione alla realtà» e che «per educare occorre proporre adeguatamente il passato», il quale «può essere proposto ai giovani solo se è presentato dentro un vissuto presente».

Il passato da proporre e che può costituire un criterio contro lo sbaraglio prodotto dalla mentalità laicistica, contro lo scetticismo e il neutralismo che appiattiscono ogni valore è «un’esperienza che è l’esito di un lungo passato: duemila anni»: l’esperienza cristiana. E qui entrano in campo mamma e papà: «La lealtà con l’origine occorre sia innanzitutto dei genitori». Sono loro a dare la vita e ad aiutare a crescere, e perciò a dover assumersi una responsabilità e ad esercitare un richiamo che inserisca i figli nella «realtà totale» che discende dalla continuità con quella tradizione e dalla coerenza con essa. Alla loro autorità considerata «naturale» i figli devono rispondere con una soggezione affascinata e inevitabile.

Il richiamo all’esperienza cristiana in cui i genitori cristiani educano i figli è valorizzato «al massimo nella Chiesa». Solo una scuola da essa ispirata può «creare coscienze veramente aperte, e spiriti veramente liberi», poiché la critica per non agitarsi a vuoto deve essere esercitata all’interno di una tradizione e nell’obbedienza a una autorità. Autorità che dalla Chiesa e dalla famiglia passa alla scuola, «prosecuzione e sviluppo dell’educazione data dalla famiglia». Presupporre nel giovane una libera facoltà di scelta del meglio e maturità di giudizio è «metodo diseducativo per eccellenza» che «genera solo irrazionalismo e anarchismo». Insomma, dalla educazione come educazione alla critica siamo approdati alla scuola come esercizio di un’autorità e trasmissione di un’ideologia.

Sussidiarietà, per una scuola tutta per sé
Ecco perché mamma e papà ciellini devono farsi una scuola tutta per sé. Come dice Giorgio Vittadini, fondatore e presidente fino al 2003 della CDO, nonché fondatore della Fondazione per la Sussidiarietà e della Fondazione Meeting per l’amicizia tra i popoli (Meeting di Rimini), «lo statalismo, il centralismo… uccide l’autonomia, la creatività e la libertà nella scuola statale. Bisogna avere il coraggio di valorizzare l’autonomia nella scuola pubblica e le scuole libere» (ilsussidiario.net, 12/5/2012).

Secondo la formulazione di Onorato Grassi, ciellino doc e consigliere dell’Istituto Sacro Cuore, «l’autonomia costituisce il principio strutturale dell’esercizio della libertà nella società, così come la sussidiarietà ne rappresenta il principio funzionale». Per Grassi la «scuola tutta per sé» realizza quattro modelli:

«I. Modello efficientista. La scuola libera funziona meglio delle altre… II. Modello morale… È una scuola “sicura sotto l’aspetto morale”… III. Modello sociale. La scuola nasce come risposta ad un bisogno sociale… IV. Modello culturale. È quello di scuole che si fondano su una proposta educativa e culturale e tendono sia alla crescita intellettuale e morale dell’alunno, sia alla verifica e all’attualizzazione di una tradizione culturale cui si richiamano» (ilsussidiario.net, 3/3/2012).

Sono ispirate a questo modello le scuole private associate alla FOE (Federazione Opere Educative) della CDO. Esse sono in Italia oltre 400, di cui circa 120 in Lombardia: l’elenco completo si può visionare sul sito http://www.foe.it. Proviamo a vederne qualcuna: l’Istituto Sacro Cuore, di cui è presidente l’avv. Paolo Sciumè, consigliere in Mediolanum Assicurazioni e Mediolanum Banca di Silvio Berlusconi, imputato nel crac Parmalat e per riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino. L’Istituto è gestito dal 1984 dalla Fondazione Sacro Cuore della Fraternità di Comunione e Liberazione.

L’Istituto, che comprende dalla scuola dell’infanzia ai licei, offre servizi che qualsiasi scuola pubblica vorrebbe poter offrire ai propri studenti: gli alunni del liceo possono fermarsi a studiare a scuola di pomeriggio usufruendo di aule di studio con la presenza di un insegnante; un giorno la settimana sono attivati corsi di musica; la Polisportiva permette di svolgere attività anche agonistiche; tutti i pomeriggi gli studenti del liceo possono disporre di tre laboratori multimediali.

Che una tale scuola esista non costituisce un problema, secondo la Costituzione «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» (art. 33), il problema nasce quando, in base al servizio svolto, la scuola «tutta per sé» chiede allo Stato di sostenere con denaro pubblico quei genitori che «scegliendo per i propri figli una scuola non istituita dallo Stato, si trovano costrette a sostenere un costo economico supplementare» (sito dell‘Istituto Sacro Cuore).

Ed è solo l’inizio
In Italia è stato Luigi Berlinguer, ministro dell’Istruzione nel primo governo Prodi, ad aprire con due decreti (261/98 e 27/99) la via della parificazione tra scuola statale e scuola privata, con la motivazione che entrambe svolgono una funzione pubblica: «La scuola è “pubblica” per la funzione che svolge, non per il soggetto che la gestisce» approva Onorato Grassi (ilsussidiario.net, 19/5/2012). E’ stato poi il secondo governo D’Alema con la legge 62/2000 a estendere alle scuole paritarie le esenzioni fiscali previste per gli enti senza fine di lucro, a istituire i buoni scuola come contributi destinati alle famiglie a parziale copertura delle spese scolastiche e ad aumentare i finanziamenti per le scuole parificate.

Il decreto 27/2005 del ministro Moratti ha garantito ulteriori vantaggi alle scuole private, trasformando i contributi in «partecipazione alle spese», aumentando i finanziamenti e abbassando da 10 a 8 il numero minimo di studenti per classe necessario alle scuole private per ottenere l’accesso ai contributi. Il governo Berlusconi ha ancora aumentato il fondo per il buono scuola concesso a prescindere dal reddito.

Per certi teorici del principio di sussidiarietà, ciò è solo il primo passo verso un totale arretramento dello Stato la cui gestione in proprio di servizi viene considerata una illegittima ingerenza negli affari della persona. Mentre alcuni sostenitori della sussidiarietà infatti concepiscono lo Stato come gestore e regolatore del sistema, altri sostengono, come diceva Pio XI nella Quadragesimo Anno (1931), che «è necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza». Insomma, lo Stato si faccia da parte e pensi solo a pagare.

Il «buono scuola» per i ricchi
In Italia i contributi statali per i buoni scuola sono cumulabili a quelli regionali, difatti in Lombardia dal 2001 è operativo il «buono scuola» poi ri-denominato «dote per la libertà di scelta». Le condizioni per ottenere il buono sono stabilite in modo da avvantaggiare le famiglie che iscrivono i figli alle scuole privateche applicano una retta d’iscrizione e frequenza»). Infatti la famiglia che iscrive un figlio a una scuola statale per usufruire del buono deve avere un ISEE inferiore o uguale a euro 15.458 e può ottenere un contributo massimo di 140 euro. La famiglia che iscrive un figlio a una scuola privata deve avere un Indicatore reddituale inferiore o uguale a 30.000 euro e può ottenere un contributo fino a un massimo di 1.450 euro. Da notare che l’Indicatore reddituale richiesto per chi iscrive il figlio a una scuola privata, calcolato secondo un meccanismo inventato ad hoc, «considera soltanto la composizione e il reddito del nucleo familiare, ma non il patrimonio mobiliare, né quello immobiliare» (Rapporto sul buono scuola 2009 del gruppo consiliare regionale di Rifondazione Comunista).

Il risultato è che oltre 4.000 beneficiari del buono scuola dichiarano al fisco un reddito tra 100.000 e 200.000 euro annui e che alcuni risultano residenti in zone prestigiose e costose, come a Milano in Galleria Vittorio Emanuele o via Manzoni. Nell’anno 2008-2009, secondo il Rapporto, al 9% degli studenti iscritti alle scuole private è andato l’80% dei fondi per il diritto allo studio, e tra queste la parte del leone spetta alle scuole associate alla CDO. In quell’anno il citato Istituto Sacro Cuore figura al primo posto per l’entità dei contributi andati ai suoi studenti con un finanziamento di 788.893,56 euro.

La scuola per i poveri: il business della formazione professionale
Passiamo a un altro ordine di scuola. CL ha intuito prima di altri che la formazione professionale poteva costituire un business. Quasi un ventennio di presidenza Formigoni ha realizzato una pressoché totale identificazione fra CL-CDO e strutture regionali e ha permesso agli enti formativi legati a CL di prosperare. Lo strumento principe è stato l’istituzione della «dote scuola» con la Legge Regionale 6/8/2007, n. 19. La «dote» è una disponibilità economica virtuale che il cittadino lombardo può spendere presso qualsiasi ente formativo accreditato per accedere a servizi di istruzione (dote scuola: 4.550 euro annui per un allievo iscritto a un istituto privato accreditato dalla Regione, 2.500 euro per un istituto accreditato statale), di formazione professionale (dote formazione: fino a 5.000 euro annui) e di sostegno al lavoro (dote lavoro: a partire da 1.500 euro annui). Il 3 maggio di quest’anno la Regione Lombardia annuncia anche una «dote imprenditore»: fino a 5.000 euro di contributi per la formazione degli imprenditori.

L’istituzione della dote scuola ha incoraggiato il proliferare dei centri di formazione professionale: circa 600 in Lombardia, di cui oltre il 30% legati a CL (vedi Ferruccio Pinotti, La lobby di Dio, p. 221). A facilitare il loro lavoro, oltre alle relazioni privilegiate con il governo regionale, il fatto di poter disporre di una rete precostituita di enti appartenenti alla CDO a cui fare riferimento, visto che un requisito richiesto da molti progetti è che coinvolga una «rete». E CL ha già pronta una rete che schiera sempre gli stessi soggetti: nel campo della formazione Galdus, Consorzio Scuole Lavoro, La Strada, ecc.

Tra le tante strutture, una ha portata strategica e può essere assunta come prototipo: Galdus. Basti pensare che Galdus ha ricevuto a vario titolo dalla Regione Lombardia nel 2009 finanziamenti per circa 1.772.960 euro, nel 2010 per 5.697.481 euro. Galdus è nata nel 1990 nella parrocchia di San Galdino a Milano. Oggi è un CFP accreditato dalla Regione Lombardia e si occupa di formazione per aziende, corsi di obbligo scolastico-formativo, laboratori per il tempo libero, accompagnamento al lavoro. Dispone di 4 sedi: 2 a Milano, 1 a Cremona, una a Zelo Buon Persico (LO). La più ampia è l’Officina dei giovani, un campus polifunzionale di oltre 18.000 metri quadrati in via Pompeo Leoni 2.

La struttura dell’Officina dei giovani, avuta in comodato per 35 anni dal Comune di Milano ai tempi del sindaco Moratti, è stata realizzata con un contributo di 8 milioni di euro della Regione Lombardia, a cui bisogna aggiungere altri 2 milioni per l’attività dei corsi di formazione e altri 10 milioni concessi per decreto presidenziale: una prerogativa del Presidente lombardo per evitare lungaggini, controlli e opposizioni. Inaugurata nel 2010, l’Officina conta più di 20 aule, 1 auditorium, spazi sportivi, appartamenti, un centro per il lavoro, laboratori per i corsi di formazione professionale. L’obiettivo è coinvolgere oltre 700 ragazzi dai 14 anni in su.

Ma l’attività di Galdus spazia in tutti i campi della formazione, dal corso di lingua italiana per stranieri al concorso di poesia per studenti, e in tutti gli ambiti fa la parte del leone.

Il famoso caso della scuola di CL di Crema
Un nuovo prototipo avrebbe dovuto essere la famosa scuola di CL di Crema, i cui lavori sono interrotti da quasi un anno senza che se ne conosca la ragione. Il finanziamento di questa scuola, subito denunciato da ReteScuole di Crema, è quanto di più straordinario possa esserci in un’Italia in cui gli edifici scolastici decadono e le scuole pubbliche vantano dallo Stato un credito di un miliardo e mezzo che presumibilmente non arriverà mai.

Il 26 marzo 2008 il sindaco di Crema Bruno Bruttomesso manda un fax alla Regione Lombardia per segnalare due interventi di edilizia scolastica in scuole non statali secondo lui meritevoli di contributi. Dopo due giorni i rappresentanti di Regione Lombardia, Comune di Crema e Fondazione Charis legata alla CDO firmano un protocollo d’intesa che prevede la partecipazione della Regione al finanziamento del nuovo edificio scolastico con 4,5 milioni di euro, su una spesa totale di 14 milioni. Questo grazie al fatto che dal 2006 un voto a maggioranza del Consiglio regionale permette di utilizzare una quota fino al 25% dello stanziamento complessivo per interventi di «programmazione negoziata», cioè una sorta di trattativa privata tra Regione, ente locale e privato.

Contuttociò, il cantiere è fermo ormai da più di un anno: sia per guai giudiziari della Fondazione Charis, sia per mancanza di fondi a causa della levitazione dei costi, sia perché le denunce di ReteScuole hanno evitato nuovi finanziamenti. Adesso è un imponente scheletro, un monumento al malgoverno.

Il nuovo istituto comprensivo, denominato Campus Fides et Ratio, su un’area di 30.000 metri quadrati avrebbe dovuto comprendere: dall’asilo nido alla scuola superiore, un centro di formazione professionale, chiesa, auditorium, palestra, centro di aggregazione giovanile, mensa, piscina coperta. Il Campus è progettato per 950 alunni e si articola su tre piani più un piano interrato per una superficie di 14.341 metri quadrati.

Qualche confronto può essere utile per cogliere la disparità del trattamento riservato a scuola pubblica e privata. Nel 2008, per l’adeguamento strutturale delle scuole pubbliche di tutta la Provincia di Cremona sono stati stanziati soltanto 400.000 euro, mentre per soli due istituti privati di Crema sono stati stanziati 1 milione per la «Cascina Valcarenga» e 150.000 per il «Paola di Rosa» della Fondazione Manziana. La situazione si è capovolta: adesso è la scuola pubblica statale a dover reclamare un trattamento di parità.

Non si adatta a questa pratica che unisce fede e affari quello che padre Giulio Bevilacqua, direttore spirituale di papa Paolo VI, definiva clericalismo? “Clericalismo… è tutto fuorché qualcosa di religioso, perché è il ricatto, è il profitto sulla religione”.

La «chiamata diretta»: per la scuola dell’ideologia e della presenza
La scuola modello CL si caratterizza anche per una dichiarata finalità ideologica in contrasto con il principio della laicità dello Stato: d’altra parte abbiamo visto come avere un «modello culturale» sia tra i suoi requisiti. Ad esempio l’ASLAM (Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese) ha fra gli obiettivi primari l’«esigenza di veicolare attraverso una comunicazione chiara, la radice cattolica di ASLAM. Ancora più stringente è l’esigenza di mostrare l’efficacia del metodo educativo nato dal carisma di don Giussani utilizzato nella gestione delle risorse e nel rapporto con l’utenza, al fine di consentire a chi legge di individuare chiaramente l’identità di ASLAM» (vedi qui).

Questa «esigenza» si può fare risalire all’idea di don Giussani della necessità della visibilità della presenza dei cattolici nella società: «Far emergere l’unità dei credenti là dove il credente si trova: è il palesarsi della “comunione” che avrà come frutto sperimentabile nel tempo una “liberazione» (La coscienza religiosa nell’uomo moderno, p. 75). Nella pratica ciò si traduce in una sorta di «occupazione militare» dei vari ambiti. Nella scuola CL tende a raggruppare i suoi studenti e insegnanti negli stessi istituti, dove muovendosi come un solo corpo impongono loro scelte e progetti promuovendo le loro associazioni e l’ostracismo di chi la pensa diversamente.

Un elemento per realizzare la presenza è quella che è stata battezzata «chiamata diretta» dei docenti. Il 4/4/2012 il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato la legge 146 denominata «Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione» voluta da Formigoni, che all’art. 8 prevede che «a partire dall’anno scolastico 2012/2013, a titolo sperimentale, le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, per reclutare il personale docente necessario a svolgere le attività didattiche annuali e favorire la continuità didattica». La legge, bloccata perché per il governo violerebbe la Costituzione e per questo motivo l’ha impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale, avrebbe consentito ai dirigenti scolastici degli istituti lombardi di scegliere una quota di docenti senza rispettare le graduatorie provinciali.

Nella prima stesura la componente ideologica era esplicitamente dichiarata:

«È ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola che conosca e condivida il progetto e il patto per lo sviluppo professionale, che costituiscono parte integrante del bando di concorso di ciascun istituto scolastico».

Alla presenza è legata, nella teologia di CL, la compagnia, luogo in cui si realizza l’esperienza della comunione e quindi della liberazione. E’ la compagnia a ispirare quella pratica che accompagna l’aderente a CL «dalla culla alla tomba». Nelle scuole compagnia vuol dire avvicinare i compagni proponendo una rete amicale e di sostegno, studiare insieme, la scampagnata, la preghiera, l’adesione alle campagne politico-ideologiche nazionali promosse nelle scuole e nelle università, per lo più con sigle che non citano esplicitamente CL.

Un abbraccio in malafede
Dalla seconda metà degli anni Novanta è in ripresa in Italia il cattolicesimo più clericale, propiziato dagli ultimi due papati e favorito dalle forze politiche al governo nazionale, regionale e locale. Anche l’ideologia liberista, trionfante a livello mondiale, viene invocata a sostegno di politiche statali di finanziamento dell’iniziativa privata: così, si sostiene, viene incentivata una concorrenza virtuosa che dovrebbe avere come effetto una rincorsa al miglioramento della qualità del servizio accompagnata dalla riduzione dei costi. «La scuola privata è un risparmio per lo stato» è un ritornello tanto più ricorrente quanto più lo stato si mostra sensibile ad esso.

La scuola privata in realtà offre il suo servizio solo per i più abbienti che possono permettersi di pagare le rette di queste scuole, mentre continua a peggiorare il servizio che la scuola statale offre alla stragrande maggioranza della popolazione. Se infatti la scuola privata riceve risorse crescenti attraverso i mille rivoli di finanziamenti speciali, alle strutture, al diritto allo studio, a progetti, la scuola pubblica statale dal 2008 ad oggi ha avuto 8 miliardi e circa 140.000 lavoratori in meno, il blocco di scatti stipendiali e contratti, taglio di insegnamenti e ore di lezione, e si trova il 46% degli edifici non sicuri.

Si verifica quanto profetizzava Piero Calamandrei:

«il partito dominante… comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi… Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private» (III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma 11/2/1950, vedi qui).

Si fatica a scorgere vie d’uscita e alternative. Le tappe del rafforzamento della posizione della scuola privata e in particolare di quella cattolica portano il nome di esponenti politici del centrosinistra. Il principio di sussidiarietà nella sua versione più spregiudicatamente affaristica ha fatto breccia anche in larghi settori del centrosinistra, il quale si mostra in gran parte disposto a un abbraccio col clericalismo in nome di un liberismo malinteso e professato in malafede. Vale in particolar modo per CL quanto Stefano Levi Della Torre dice della Chiesa:

«Cosa può avere in comune la Chiesa con il liberismo? Hanno in comune l’insofferenza verso le norme laiche della legislazione: il liberismo perché norme e quindi vincoli; la Chiesa perché laiche e cioè indifferenti, in linea di principio, alle prescrizioni confessionali. In nome dei suoi valori superiori la Chiesa pretende privilegi» (Laicità, grazie a Dio, p. 14).

(da «Gli Asini», a. III, n. 14, febbraio-marzo 2013, pp. 75-83)

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MATERIALI

Il sistema ciellino in Lombardia
di Giorgio Morale

Canzoni e fumo
ed allegria
io ti ringrazio sconosciuta compagnia.
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore
ma so che sento più caldo il mio cuor
so che sento più caldo il mio cuor.

Questa canzone piaceva ai ragazzi di Comunione e Liberazione (CL), che sul finire degli anni Ottanta la cantavano in apertura dei loro raduni. Era il pretesto per l’intervento di don Giussani, che metteva i puntini sulle i: a chi ha sete non basta un succedaneo. La compagnia è un bisogno primario dell’uomo, ma tale bisogno non può essere soddisfatto da un’accozzaglia momentanea di sconosciuti ritrovatisi per caso in mezzo al fumo di un locale anonimo. La vera compagnia è la comunità cristiana: “E’ infatti all’interno di questa amicizia consapevole, di questo coinvolgimento esistenziale con la Presenza, la compagnia di Dio, che l’uomo acquista una personalità nuova” (L. Giussani, Alla ricerca del volto umano, Milano 1996, p. 181).

Piccoli ciellini crescono
Animata dalla “compagnia di Dio”, la comunità cristiana è già un’esperienza di liberazione, perché l’evento salvifico c’è già stato, si tratta solo di riconoscerlo. La comunità di CL è il luogo dell’unità, del riconoscimento e dell’esperienza di una vita nuova, pertanto essa è chiamata a esprimere un giudizio sulla società capitalistica ormai immemore delle sue origini e alienata da edonismo, consumismo, corruzione. In quanto esperienza di liberazione già in atto, essa è il vero soggetto politico anticapitalista non compromesso con il riduttivismo scientista e materialista di sindacati e movimenti politici di sinistra, epigoni di secoli di smarrimento e degrado della cultura occidentale: dal Rinascimento a oggi, passando attraverso l’Illuminismo. Don Giussani citava i grandi autori della cultura della “crisi”, da Leopardi a Dostojevskij, da Kierkegaard a Kafka, da Huizinga a Pavese: tutti esprimevano un vuoto e una sete che la compagnia di CL arrivava a colmare. Una compagnia che offre amicizia e aiuto allo studio come più avanti offrirà lavoro e relazioni che contano.

Cresciuta e fortificata nel chiuso delle assemblee di riconoscimento e delle scuole di comunità, la “compagnia di Dio” deve rendersi conto che deve avere un carattere pubblico per sconfiggere il tentativo borghese di privatizzarla e portare alla società e alla stessa Chiesa il suo messaggio salvifico. Don Giussani non si capacitava quando nella prima metà degli anni Settanta vedeva i muri dell’Università Cattolica di Milano ricoperti di manifesti dei collettivi studenteschi di sinistra. Li indicava ai suoi ragazzi e li spronava: Voi non esistete, esistono solo loro. Per esistere dovete apparire, uscire dalle aule, conquistare gli spazi pubblici. Imparate da loro, fate come loro.

Difatti nel 1976 nasce il Movimento Popolare (MP), che presenta suoi candidati nella DC che, per quanto compromessa col potere, offre più garanzie per le comuni radici cristiane. Nel 1986 CL tappezza la città di Milano di manifesti: Usciamo dalle catacombe. Nello stesso anno nasce la Compagnia delle Opere (CDO). Nella politica e negli affari i ragazzi di CL ormai cresciuti portano quanto appreso nelle scuole di comunità: il senso forte dell’appartenenza e la svalutazione del “fuori” pluralista e relativista, la certezza dell’essere portatori esclusivi di un messaggio salvifico che autorizza a compiere azioni non soggette a valutazioni secondo il comune metro moralistico, l’obbedienza al superiore, obbedendo al quale, per “processo analogico”, si obbedisce a Dio. Agiscono quindi di concerto, con determinazione e spregiudicatezza, a fronte di un “fuori” sempre più disgregato (…).

Dalla sussidiarietà al neopatrimonialismo
La parola chiave della cultura politico-economica della CDO è sussidiarietà, una “terza via” ciellina tra lo statalismo e il liberismo. Lo Stato, criticato perché invadente e totalizzante oltreché eticamente neutrale, limita con il suo monopolio la libertà dei soggetti; inoltre la sua macchina burocratica è elefantiaca e corrotta, distante dal cittadino. Sussidiarietà vuol dire che lo Stato deve garantire la libera iniziativa di soggetti privati assicurando ad essi sovvenzioni che permettano la realizzazione di opere che rispondano alla coscienza dei singoli e che siano in grado di garantire un servizio più tempestivo e più attento ai bisogni. Lo Stato continua a essere quello che paga, quello che cambia è che non importa che la funzione sia svolta dal privato o dal pubblico, importa l’efficienza e la qualità. Che la qualità del servizio offerto dal privato sia superiore viene assunto come un postulato che il cittadino non può sindacare: lo impedisce la stretta relazione – amicale e d’interesse – tra controllori e controllati, appartenenti alla stessa “compagnia”; anzi a volte le due funzioni convergono nella stessa persona.

Queste premesse danno il via libera a un processo di trasferimento di risorse pubbliche dallo Stato ai privati, determinando per alcuni soggetti rapidi arricchimenti non giustificati dallo svolgimento di una attività economica virtuosa ma dal godimento di condizioni di vantaggio acquisite conquistando i centri di potere e tendenti ad assumere posizioni di monopolio in tutti i settori della vita economica. Si può parlare di neo-patrimonialismo.

La destatalizzazione favorisce infatti forme di neopatrimonialismo associativo. In Lombardia in questa fattispecie rientrano quell’insieme di pratiche che rendono confusa la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica. In altre parole, colui che in virtù di una carica pubblica detiene le chiavi della cassa ne fa un uso privato teso ad alimentare la sua rete clientelare. Chi descrive il neopatrimonialismo “classico” gli attribuisce queste caratteristiche essenziali: 1) l’assenza di distinzione tra dominio privato e pubblico. Sicché il “sovrano” amministra la cosa pubblica come fosse il suo ambito familiare (la CDO può essere considerata una famiglia allargata); 2) la coesistenza di due livelli di norme, private e pubbliche: le prime sono quelle reali e favoriscono il mantenimento, l’inclusione (o l’esclusione) nel sistema; le seconde sono dichiarate ed interiorizzate solo per rappresentare la legittimità delle pratiche di governo; 3) la personalizzazione del potere (nel nostro caso diventa una associazione ristretta del potere) e tramite questo l’appropriazione delle risorse.

Così si indebolisce la democrazia, poiché delegando a privati funzioni e servizi si creano canali di accesso a risorse pubbliche non controllate dalla pubblica amministrazione, o con un controllo formale non sostanziale o delegando funzioni inderogabili che i poteri pubblici non potrebbero alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).

Non è un caso l’opposizione del Pdl al varo di una legge anticorruzione, come non è un caso se nel 2009 il nuovo Statuto della Regione Lombardia ha depotenziato il ruolo del Consiglio Regionale. In nome dell’efficienza la maggior parte delle nomine sono diventate o di pertinenza del Presidente della Regione o effettuate con decreti, senza passare per il Consiglio. Altro strumento per evitare controlli è stato la già citata trasformazione di tante strutture in Fondazioni, meno soggette a obblighi di controllo e rendicontazione.

La nuova corruzione
La debolezza della democrazia è allo stesso tempo una conseguenza ma anche una causa dell’allignare di tale sistema. E’ la debolezza dello Stato italiano sconvolto da Tangentopoli che non ha saputo dare una risposta propositiva alla corruzione, se non l’arretramento dello stesso Stato dalle sue posizioni a vantaggio dei privati. E’ l’indebolimento della forma partito come organizzazione della partecipazione politica che non ha saputo opporre motivazioni ideali alla deriva affaristica; è l’indebolimento del sindacato come organizzazione dei lavoratori che non è stata in grado di contrastare la precarizzazione del lavoro, largamente usato nelle imprese della CDO, in particolare quelle no profit. E’ la debolezza della magistratura, che si è trovata impreparata, senza strumenti nei confronti di una forma di corruzione diversa da quella di Tangentopoli: non c’è più il traffico delle bustarelle da intercettare con appostamenti e telecamere, c’è un traffico immateriale di relazioni che costituiscono un sistema chiuso di potere, di cui si avvantaggia il sistema a spese della società intera. Ma nell’ambito di CL-CDO sono presenti anche casi come quello di Antonio Simone, uno dei fondatori di MP finito in manette nel 1994 e di nuovo nell’aprile 2012 per tangenti di vecchio tipo. E i recenti scandali hanno coinvolto pesantemente lo stesso Formigoni.

Ciò dimostra che la corruzione politica, di vecchio e nuovo tipo, non si è ridotta. Essa è uno scambio fra decisione politica e denaro che aumenta in rapporto all’ampiezza della discrezionalità delle scelte politiche o della mancanza di trasparenza e di controllo. Si sa il posto poco onorevole che si è meritato l’Italia nelle classifiche di Transparency International. La diffusione della corruzione deborda sicuramente la sfera politica, ma è a questo livello che si sono allentati i già deboli controlli e lo stato è venuto meno ai suoi imperativi di eguaglianza di trattamento di fronte alla legge (rule of law). Le leggi attuali forse possono intervenire, nel caso sussista la volontà di farlo, contro la corruzione di vecchio tipo, ma poco possono fare contro il traffico delle influenze e il neopatrimonialismo.

Un altro motivo di indebolimento della democrazia e di discriminazione è costituito dalla ideologizzazione del servizio, in particolare “per quanto riguarda l’istruzione, il controllo sulla procreazione e soprattutto sulle donne”, poiché “il controllo delle donne è l’argomento centrale di ogni fondamentalismo nel mondo, perché è l’asse di ogni richiamo tribale all’appartenenza” (Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio, Torino 2012). Esempio ne sono il contrasto della legge 194 sull’interruzione della gravidanza attraverso l’assunzione solo di medici obiettori e i finanziamenti ai consultori del Movimento per la Vita, oppure, nel campo dell’istruzione, il “buono scuola” congegnato in modo che a usufruirne siano non i più bisognosi ma coloro che frequentano una scuola privata. Oppure, e questa è l’ultima trovata prevista dall’art. 8 della legge regionale lombarda “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione” approvata il 3 aprile 2012, la “chiamata diretta” degli insegnanti da parte del dirigente scolastico, sulla base dell’adesione al progetto ideologico del singolo istituto.

Il welfare ritorna a essere esclusiva della Chiesa e dei privati, spesso quelli a loro volta legati alla Chiesa. Una Chiesa che, prima rinnovata dal Concilio Vaticano II e poi scossa dai movimenti di liberazione degli anni 60-70, prosegue la riconquista della società cominciata con Giovanni Paolo II e non vigila abbastanza per evitare degenerazioni affaristiche. Si torna a una situazione precedente alle leggi Crispi del 1890. Anche dal punto di vista politico, tale progetto non ha incontrato ostacoli, dal momento che la storia italiana degli ultimi vent’anni ha visto l’occupazione del potere a opera della stessa parte politico-ideologica in ambito sia locale sia regionale sia nazionale: dalla Moratti a Formigoni a Berlusconi. E anche laddove la gestione della cosa pubblica non è stata dei politici ciellini, l’appoggio ciellino si è riversato tatticamente sull’apparente avversario, come in Provincia di Milano su Penati: in ogni ambito, grazie alle posizioni di forza conquistate, per la CDO è più facile dare – e ottenere – la complicità che subire il controllo.

E’ auspicabile che il sempre più frequente coinvolgimento di uomini di questo potere lombardo in inchieste giudiziarie possa contribuire a un giudizio non ideologico, se è vero che: “Voi li riconoscerete dunque dai loro frutti” (Mt, 7, 20).

(da «Lo Straniero», a. XVI, n. 144, giugno 2012, pp. 55-60. L’articolo completo qui)

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Materiali in rete

Il Libro grigio della giunta Formigoni curato da Giuseppe Civati e Carlo Monguzzi qui.

Le inchieste sulla Regione Lombardia su la Repubblica qui.

La rete della Compagnia delle Opere su l’Espresso qui.

I siti ufficiali, di Comunione e Liberazione qui, della Compagnia delle Opere qui.

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SEGNALAZIONI

A chi è disposto a battersi per la scuola pubblica.

A chi ritiene che le politiche di tagli alla scuola pubblica e finanziamento a quella privata tradiscano l’articolo 33 della Costituzione nel suo spirito autentico, là dove stabilisce che: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

A chi ritiene che solo una scuola aperta a tutti, laica, gratuita, inclusiva, moderna e di qualità possa impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).

A chi pensa che fra i banchi della scuola pubblica si gettino le basi per una cittadinanza consapevole e per il futuro del nostro paese.

Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.

La cittadinanza dovrà dare un voto di indirizzo per l’amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.

La portata di questo referendum va ben oltre i confini comunali. E’ l’occasione per dare un segnale forte contro i continui tagli alla scuola pubblica e l’aumento dei fondi alle scuole paritarie private.

In Italia c’è urgente bisogno di rifinanziare e riqualificare la scuola pubblica, quella che non fa distinzioni di censo, di religione, di provenienza. Quella dove le giovani cittadine e i giovani cittadini italiani ed europei imparano la convivenza nella diversità.

Da Bologna può ripartire un movimento di cittadini che impegni le amministrazioni locali e il prossimo governo a restituire alla scuola pubblica la dignità e la qualità che le spettano.

L’alternativa è una lenta rovina fino alla fine della scuola pubblica per come l’abbiamo conosciuta.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO FERMARE L’OFFENSIVA CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO DARE L’ESEMPIO A TANTI ALTRI E INSIEME INIZIARE A IMMAGINARE UN AVVENIRE DIVERSO PER NOI, PER I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE. (per firmare, qui)

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Fionde contro carri armati
di Wu Ming

La disfida di Bologna

Potrebbe sembrare una questione locale, invece sta decisamente debordando dai confini cittadini, per le implicazioni politiche che porta con sé. Il 26 maggio 2013 i bolognesi dovranno esprimersi sul seguente quesito:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritaria a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private

Da un paio di settimane la battaglia referendaria sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private bolognesi è entrata nel vivo. Da una parte sono schierati tutti i poteri forti cittadini, a difesa dell’attuale sistema integrato pubblico-privato; dall’altra un comitato referendario indipendente, senza mezzi e senza fondi, che però ha prodotto un appello nazionale firmato da alcune delle più importanti personalità italiane, tra cui Rodotà, Settis, Camilleri, Hack, Gallino (e che tutti possono firmare qui).

La posta in gioco è un milione di euro che il comune di Bologna versa ogni anno alle scuole paritarie private, cioè a 25 istituti di impronta confessionale e a due istituti laici, tutti a pagamento, con rette che vanno dai duecento ai mille euro al mese.
L’emergenza è rappresentata dall’esaurimento dei posti disponibili nella scuola pubblica. All’inizio di quest’anno scolastico, 423 bambini sono rimasti esclusi dalla scuola materna pubblica e il comune ha dovuto correre rocambolescamente ai ripari, senza riuscire a soddisfare le domande di tutti: 103 bambini sono rimasti comunque fuori, a fronte di 96 posti ancora disponibili nelle scuole paritarie private. Evidentemente si tratta di famiglie che non possono pagare le rette o non vogliono impartire ai propri figli un’educazione confessionale.

L’iniziativa dei referendari ha già ottenuto un primo risultato pratico. Il comune insieme ai partiti della maggioranza consiliare, al Movimento 5 stelle, ai sindacati confederali e all’Usb, ha inviato una lettera a Roma per chiedere da parte dello stato più impegno, diretto o indiretto, per le scuole bolognesi. Bologna infatti è la città dove il coinvolgimento statale nella scuola è di gran lunga minore in rapporto a quello comunale.

Questo atto congiunto non è stato pensato l’anno scorso, quando è scoppiata l’emergenza materne, ma è cosa degli ultimi giorni, conseguenza diretta della campagna referendaria. Per questo non è difficile interpretarlo anche come un’azione strategica del comune per depotenziare il referendum del 26 maggio, mostrando una tardiva iperattività. Tuttavia la lettera chiede che, in alternativa a un impegno diretto, lo stato “finanzi con risorse aggiuntive il comune, perché possa proseguire il suo impegno”. Non è specificato però se il comune vuole usare quei soldi statali per darli alla scuola pubblica o a quella paritaria privata. Ne consegue che il valore del quesito referendario non solo viene confermato, ma addirittura rafforzato dalla lettera congiunta di politici e sindacalisti. (continua qui)

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Petizione: Buoni scuola? No grazie

A partire dall’anno scolastico 2001/2002 la Regione Lombardia guidata da Formigoni ha istituito il Buono Scuola, una sorta di sussidio erogato alle famiglie degli studenti delle scuole private e finalizzato a coprire una quota delle spese scolastiche. Da quel momento gran parte dei contributi e sussidi erogati dalla Regione Lombardia sono stati destinati al Buono scuola (oggi la percentuale è dell’80 %, per un totale di 51 milioni di euro), quindi vanno alle scuole private: una vera e propria forma di finanziamento pubblico indiretto, in pieno contrasto con lo spirito della Costituzione italiana, che vede nella scuola pubblica un soggetto fondamentale per la realizzazione dei principi di libertà, uguaglianza e laicità. I firmatari di questo appello ritengono che le risorse pubbliche debbano essere indirizzate alla scuola pubblica per il miglioramento dell’offerta formativa e delle dotazioni, per l’integrazione degli alunni stranieri, per il sostegno del diritto allo studio e per quello ai disabili, per interventi di contrasto alla dispersione scolastica e per una riqualificazione dell’edilizia scolastica che punti a parametri di vivibilità, efficienza energetica e sostenibilità ambientale. Per tali motivi si chiede che il prossimo governo della Regione Lombardia disponga fin da subito la cancellazione del Buono Scuola. (per firmare, qui)

La petizione ha avuto molte adesioni di sindacati e associazioni scolastiche, tra cui ricordiamo quelle di ReteScuole Crema, Flc Cgil, CUB scuola, USB scuola, Rifondazione Comunista, Lombardia 5 Stelle.

L’USB scuola propone la costituzione di un comitato referendario anche a Milano:

Il comitato art. 33 a Bologna ha promosso, di recente, un referendum per il prossimo 26 maggio affinché i cittadini e le cittadine si esprimano sul finanziamento alle scuole private comunali. Sappiamo che il nostro obiettivo è ben più complesso da raggiungere in quanto dovremmo coinvolgere i cittadini di una intera regione e non di un solo comune. Ma pensiamo che sia possibile avviare una riflessione insieme, creare un comitato promotore del referendum anche a Milano, coinvolgere la cittadinanza in modo partecipativo.

Perché la scuola è laica, gratuita e aperta a tutti. Perché se la crisi attacca la scuola statale, i finanziamenti alle scuole private attualmente non subiscono alcuna flessione. Perché il diritto alla pubblica istruzione non può continuare a essere violato dalla distorsione di soldi pubblici verso enti privati. Perché le nostre scuole statali sono il fondamento della democrazia. Per tutte queste ragioni:

INCONTRIAMOCI PER FONDARE IL COMITATO REFERENDARIO LOMBARDO

IL 20 APRILE ORE 16 VIA ARBE, 50 MILANO

I docenti e le docenti dell’USB Scuola Milano
Per adesioni: milano.scuola@usb.it

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Morti che ci riguardano.

Romeo Dionisi, di 62 anni, muratore, e Anna Maria Sopranzi, di 68, pensionata, si sono suicidati per difficoltà economiche. Quando ha saputo la notizia, il fratello della donna, Giuseppe, di 72 anni, si è ucciso gettandosi in mare. E’ una morte che fa il paio con quella di Carmine Cerbera, docente precario napoletano morto suicida il novembre scorso. Sono morti che ci riguardano tutti, così come la rabbia ai funerali nei confronti dei rappresentanti dello Stato. Chiara Saraceno così commenta:

E’ inaccettabile che queste difficoltà appaiano sulla scena pubblica solo quando un evento drammatico, una scelta tragica, dà loro una più o meno effimera risonanza, salvo ricadere immediatamente ai margini dell’attenzione e soprattutto delle priorità della politica.

Eppure i dati non mancano, sono pubblici e di fonte autorevole: dall’Istat alla Banca d’Italia, fino alla Commissione europea. Quest’ultima ha segnalato come l’Italia sia il Paese in cui nell’ultimo anno vi è stato il maggior peggioramento relativo in tutti gli indicatori.

Negli ultimi due anni sono aumentati la povertà e il disagio economico, la difficoltà a far fronte a bisogni essenziali come riscaldarsi adeguatamente (non ci riesce il 18%), avere una dieta adeguata dal punto di vista nutritivo (riguarda il 12,3%), pagare l’affitto e le bollette (il 14,1%). Il rischio di povertà e/o esclusione sociale coinvolge ormai più di un quarto della popolazione (28,4%). Tra i minorenni, raggiunge il 34%, toccando il 50% tra i minorenni stranieri.

Apro il gionale e leggo che.

Aumenta l’emigrazione dei giovani. Secondo dati diffusi dall’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, a causa della crisi nel 2012 l’emigrazione italiana, soprattutto giovanile, ha fatto registrare un vero boom, con un aumento del 30% rispetto ai 12 mesi precedenti. La destinazione preferita è la Germania, seguita da Svizzera e Gran Bretagna. Il giornale tedesco Die Zeit accusa il sistema baronale della nostra università come primo responsabile dell’impoverimento della ricerca scientifica italiana e della fuga dei cervelli dall’Italia: il Paese da cui i migliori scappano.

Più laureati disoccupati. Nel 2012 l’Istat ha censito circa 200.000 senza lavoro tra gli under 35 con la laurea in tasca. Numeri che sono cresciuti del 43% in 4 anni. Al contempo una indagine Almalaurea segnala anche una diminuzione dei guadagni di chi riesce a trovare un impiego.

Ecco dove siamo ultimi in Europa. Da uno studio pubblicato da Eurostat che compara la spesa pubblica di varie nazioni nel 2011, la spesa pubblica destinata dall’Italia alla cultura è appena l’1,1% del Pil contro il 2,2% medio dell’Ue, collocando il nostro Paese all’ultimo posto in Europa, dietro anche alla disastrata Grecia che spende l’1,2% del Pil. Siamo al penultimo posto (questa volta davanti alla Grecia) nella spesa per l’istruzione: l’8,5% Pil con il 10,9% dell’Unione europea.

Come reazione alla crisi in Italia è prevalsa l’idea che la prima cosa da fare sia tagliare la cultura. Credo che sia importante sapere che questa è un’idea italiana, ma non di tutti gli altri paesi. (Salvatore Settis, qui)

Chi più taglia in istruzione. Uno studio della Commissione europea rivela che tra i 27 l’Italia è il Paese che ha tagliato più di qualsiasi altro Stato europeo sull’istruzione: -10,4% tra il 2010 e il 2012. E si merita un ennesimo richiamo:

Sono tempi difficili per le finanze nazionali ma abbiamo bisogno di un approccio coerente in tema di investimenti pubblici nell’istruzione e nella formazione poiché questa è la chiave per il futuro dei nostri giovani e per la ripresa di un’economia sostenibile nel lungo periodo“.

Lo studio della Commissione europea prende in considerazione anche l’impatto dei tagli sul numero di insegnanti, che in Italia – dal 2000 al 2010 – è calato dell’11,1 per cento mentre in Germania si è incrementato del 13,0 per cento. Ugualmente ridotte, in Italia, le retribuzioni degli insegnanti.

E il problema è che non si vede la fine: dei tagli all’istruzione.

Il 20 marzo il Ministro Giarda ha presentato il rapporto sui futuri interventi legati alla “Spending review“: bisognerà tagliare ancora. Fra l’altro, il ministro progetterebbe un ulteriore blocco dei contratti degli statali (personale della scuola compreso). Non si salvano dai tagli nemmeno le aree a rischio.

Sono tagli anche questi: gli stessi docenti, più alunni. Per il personale docente il MIUR ha previsto di attivare in organico di diritto per il prossimo anno scolastico lo stesso numero di posti in organico di diritto attivati nell’anno scolastico in corso. La stessa cosa si è verificata anche lo scorso anno. Apparentemente può sembrare che non ci saranno tagli, ma non è così. In realtà, pur a parità di docenti, al Nord ci sarà un numero di docenti inferiore a quello necessario a compensare l’aumento del numero di alunni, mentre al Sud il numero di docenti sarà ridotto in quantità superiore a quella necessaria a compensare la diminuzione del numero di alunni. Qui i dati analizzati da Mario Piemontese.

Una scuola pubblica non più gratuita. A questo siamo arrivati, come risulta dalla polemica suscitata dalla circolare dello scorso 7 marzo con cui il capo dipartimento di viale Trastevere, Lucrezia Stellacci, riprendeva quei presidi che pretendono dalle famiglie il versamento di un contributo “volontario“. Basta ipocrisie, rispondono le scuole a “un ministero che da una parte ribadisce principi generali, dall’altra opera affinché essi siano disattesi” (vedi qui) facendo mancare alle scuole il minimo per la sopravvivenza. Di ipocrisia del ministero parlano anche associazioni di genitori.

Supplenti senza stipendio. Dagli ultimi mesi del 2012 dal ministero alle scuole non arrivano i soldi per i supplenti, arriveranno forse a fine aprile, e nel frattempo sl liceo linguistico Rosmini di Grosseto per pagare lo stipendio dei supplenti usano il sorteggio: ci sono soldi solo per 5 su 11. Il Ministero mugugna, la Regione Toscana annuncia che farà un prestito alla scuola.

E nelle università? La morte del diritto allo studio. Nello scorso anno accademico, 57.000 studenti si sono ritrovati nella categoria degli «idonei non beneficiari». Per reddito e percorso di studi, sono considerati meritevoli di ricevere un aiuto dallo Stato. Per mancanza di fondi, destinati a non ricevere nulla, se non l’esenzione dalle tasse universitarie. Il taglio alle borse di studio previsto per i prossimi tre anni è del 92%. Marco Mancini, rettore dell’università della Tuscia di Viterbo e presidente della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane, è chiaro:

In una situazione del genere non si può nemmeno parlare di diritto allo studio. Non esiste più.

Profumo su Profumo: un anno di successi!

Francesco Profumo rimane in carica quale Ministro dell’Istruzione fino alla costituzione di un nuovo Governo, che potrebbe anche non avvenire. In questa situazione…

Che fine ha fatto il dibattito sulla scuola? Dopo più di un mese di stallo in seguito alle elezioni, una cosa è certa: l’unico che ha continuato a muoversi – e in maniera estremamente incisiva – è stato Francesco Profumo. Il Parlamento sembra essere immobile. (vedi qui)

Sul finire del 2012 il ministro Profumo pareva stare per fare le valigie con un bilancio per lui pieno di “successi” per aver “realizzato molte cose che rimangono e costituiscono eredità e modello non solo per il sistema della formazione, ma per tutta la pubblica amministrazione” (il “concorsone“) e annunciava nella sua lettera di auguri natalizi al mondo della scuola:

Il mio augurio a voi di serene festività coincide quest’anno con la conclusione del pieno mandato ministeriale e l’apertura di una fase di ordinaria amministrazione.

Adesso si ripete con gli auguri pasquali. Anche stavolta si dice “persuaso del ruolo centrale della formazione e della ricerca, che la politica deve tornare a valorizzare archiviando una lunga stagione di tagli, a favore di un rilancio” ed enumera nuovi successi: in primis il decreto per dare il via libera ai libri digitali.

Il bilancio della scuola: promesse e colpi di mano.

Solo promesse. Di tutt’altro tenore il bilancio che di questo ministero fanno gli insegnanti. “Promesse“, come dice Marina Boscaino, che ne ricorda qualcuna, come questa:

A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico

oppure questa:

Un tablet per ogni studente entro quest’anno

Rimangono inevase anche le promesse di fare chiarezza, ad esempio sulle “pillole del sapere“, rimane irrealizzata la necessità strutturale della “anagrafe delle scuole“.

Colpi di mano: la Valutazione. Viene smentito dal ministro persino l’impegno prenatalizio di occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione: ne fa prova ad esempio l’approvazione del DPR sul sistema nazionale di valutazione, che avrebbe richiesto non un’approvazione con un colpo di mano e l’opposizione della maggior parte dei sindacati, ma riflessione, ascolto, mediazione.

Quota 96. Tra i lasciti di Profumo contiamo la questione dei docenti di “Quota 96″ a cui finora non è stato riconosciuto il diritto al pensionamento, e che sono ancora in attesa della decisione della Corte costituzionale.

– pensionamenti, + disoccupati, scuola + vecchia. A sua volta, questo provvedimento è all’origine di gravi conseguenze. A causa della riforma Fornero sui requisiti per poter andare in pensione e il blocco dei docenti della “Quota 96″, i pensionamenti nel 2013 si sono ridotti di almeno il 30% con punte del 50% per alcune province. Saranno soltanto 10.009 docenti e 3.343 ATA a lasciare il servizio. L’effetto sarà un parallelo, drastico, calo dei posti disponibili per le supplenze e per le immissioni in ruolo e una scuola ancora più vecchia. Giusto per smentire, ancora una volta, le parole del ministro:

L’età media dei prof è alta, è assolutamente necessario immettere forze nuove: la scuola ha bisogno di un organico vicino alla cultura dei più giovani.

I docenti inidonei. Altro lascito del ministro, uno di quelli fatti passare in extremis, è la conversione dei docenti inidonei in personale Ata. Il personale coinvolto è di 3.084 docenti inidonei, 460 titolari della classe di concorso C999 e 28 titolari della classe di concorso C555. Qui il decreto, che deve ancora essere controfirmato sia dal ministro dell’Economia che dal ministro della Funzione Pubblica. Lo stesso Presidente della Camera Boldrini lo ha definito inaccettabile, lo osteggiano sia il PD sia il M5S, qui analizzano gli stessi docenti evidenziano le assurdità burocratiche del decreto. Franco Buccino commenta come la malattia sia diventata un disonore da punire con una perdita del ruolo:

Nonostante i titoli, i servizi, l’abilitazione, l’iscrizione all’albo professionale, per legge non sono più docenti. E ciò solo a causa delle loro condizioni di salute. Per trovare una norma altrettanto discriminatoria bisogna risalire alle leggi razziali del ’38. Prima della repubblica, della democrazia, della costituzione.

Tagliare un anno di studi. Un’altra idea fissa di Profumo, la diminuzione di un anno del persorso di studi, pare essere al momento bloccata. In seguito alle proteste dei sindacati, è stato ritirato il decreto del ministro per avviare un piano immediato di sperimentazione, attraverso cui già dal prossimo anno scolastico una decina di istituti “pilota” avrebbero eliminato un anno di scuola d’infanzia o cancellato il quinto anno di corso della scuola primaria oppure ristretto a una sola annualità l’attuale biennio iniziale della scuola superiore.

Libri di testo digitali. Anche questa è una di quelle disposizioni che rischiano di restare sulla carta. Il ministro dell’Istruzione firma un decreto sui testi scolastici che introduce l’obbligo di adottare dall’anno scolastico 2014/2015 soltanto libri di testo digitali o nel formato misto (cartaceo e digitale), assicurando che ciò comporterà meno spese per le famiglie: risparmi per 100 euro. Dice di aver convinto gli editori della bontà di questa operazione, ma gli editori esprimono il loro dissenso in una nota pubblicata sul sito dell’AIE (Associazione Italiana Editori), nella quale accusano il ministro di non aver tenuto “in alcun modo conto delle concrete obiezioni, perplessità e osservazioni avanzate dagli editori“. Non è neanche vero che le famiglie risparmieranno, in quanto su di esse

si vogliono far ricadere i costi di acquisto delle attrezzature tecnologiche (pc, portatili, tablet, …), quelli della loro manutenzione e quelli di connessione, che nelle altre esperienze europee e degli altri paesi a ovest e a est dell’Europa sono solitamente affrontate con consistenti finanziamenti pubblici“.

Gli editori pensano inoltre che le decisioni del ministro siano rivolte solo a

voler favorire l’acquisto di tablet e pc e non poggiano su alcuna seria e documentata validazione di carattere pedagogico e culturale (cosa di non poco conto se si parla di scuole e di educazione e formazione dei nostri figli); così come non risulta siano state valutate le possibili ricadute sulla salute di bambini e adolescenti esposti ad un uso massiccio di devices tecnologici“.

Anche i docenti – lo fa ad esempio Antonino Sabella – manifestano come il decreto sia inapplicabile nella realtà.

Mi auguro che i futuri Ministri dell’Istruzione – conclude Sabella – prima di realizzare una qualunque riforma, si documentino e informino della situazione reale delle varie realtà scolastiche italiane, agendo poi di conseguenza.

S’avvicina l’Invalsi.

Con l’avvicinarsi della stagione delle prove Invalsi, si moltiplicano le prese di posizione di docenti, dirigenti, scuole e associazioni che denunciano la progressiva dequalificazione del sistema scolastico ridotto alla scuola-quiz e alle classifiche tra scuole ottenute attraverso i test. Vale la pena ricordare, ai sostenitori della bontà dei quiz dall’asilo all’università, che, come diceva Burrhus F. Skinner,

Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto.

Segnalazioni. Dei tanti dibattiti sulla valutazione e sui test Invalsi, ne segnaliamo alcuni:

Venerdì 12 aprile, a Padova. Corso di Aggiornamento regionale Cesp, Imposizione e misurazione: la didattica negata del Sistema Nazionale di Valutazione. Dalle ore 9.00 alle ore 13.00, presso l’Aula Magna dell’I.I.S. “E.U. Ruzza” di Padova, Via M. Sanmicheli, 8.

Sabato 20 aprile 2013, a Ferrara. Convegno nazionale, Quale valutazione per quale scuola? Dalle ore 9.00 alle ore 14.00, presso l’Aula Magna dell’ITS Bachelet, via Azzo Novello 44. Promosso dal Coordinamento delle scuole di Ferrara “La scuola è di tutti” e dal Cesp.

Mobilitazioni.

Mercoledì 10 aprile 2013, a Roma alle 14 è stato indetto dalla Flc Cgil un presidio a Roma dei precari della conoscenza presso il Ministero dell’Istruzione. “La FLC CGIL – dichiara Domenico Pantaleo – riparte con le iniziative di lotta in tutti i comparti della conoscenza per conquistare maggiori investimenti, una legge nazionale per il diritto allo studio, il superamento del precariato, il rinnovo dei contratti nazionali e un welfare inclusivo e universale“.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

40 pensieri su “Vivalascuola. L’istruzione modello CL

  1. Il rosario delle nostre vite
    (dalla scuola dei poveri)

    Noi, al di qua dell’uscio di casa,
    immersi nell’oscurità normale dei vivi.
    E il sistema che ti annienta.

    Quando fuori splende il sole è un emozione.
    Allora la vita sorride a tutti e ti carezza
    come un bambino.

    Una cipolla, un pezzo di pane bagnato
    sotto l’acqua della fontanella e un bicchiere
    di vino rosso per saluto.

    Il rasoio di luce oltre la porta è una cecità
    di secondi. I nostri passi insieme,
    la sedia e la vita dilegua.

    Stavolta è un cappio di una vecchia corda
    che non ci è costato nulla: soltanto la vita.

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  2. “E’ stato poi il secondo governo D’Alema con la legge 62/2000 a estendere alle scuole paritarie le esenzioni fiscali previste per gli enti senza fine di lucro (DRIN… SBAGLIATO: rileggere il testo della 62/2000…), a istituire i buoni scuola (DRIN… SBAGLIATO ANCHE QUESTO: non D’Alema ma la Regione Lombardia…) come contributi destinati alle famiglie a parziale copertura delle spese scolastiche e ad aumentare i finanziamenti per le scuole parificate (DRIN… ECCHEDIAMINE… TERZO SBAGLIO: negli anni sono diminuiti i finanziamenti alle scuola paritarie, da 540 milioni a 279 milioni…).

    Allora: se in tre righe si riescono a dire tre castronerie del genere, di solito a scuola si prende un bel 4… Meglio ripassare: forza, a scuola, a studiare !!!

    Il resto dell’articolo è un esercizio nemmeno tanto coerente sulla solita solfa “scuola dei ricchi” (che è pubblica, 279 milioni…) e scuola dei poveri (pubblica, 1.6 miliardi all’anno…) che ovviamente non corrisponde a realtà (studiare, informarsi anche su questo argomento, magari leggere i dati del Ministero…).

    Un caro saluto
    Franco

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  3. Molto rapidamente: per quanto riguarda la legge 62/2000, rileggere, appunto:

    http://www.camera.it/parlam/leggi/00062l.htm

    8. Alle scuole paritarie, senza fini di lucro, che abbiano i requisiti di cui all’articolo 10 del decreto legislativo n.460 del 1997, è riconosciuto il trattamento fiscale previsto dal suddetto decreto e successive modificazioni.

    9. Al fine di rendere effettivo il diritto allo studio e all’istruzione a tutti gli alunni delle scuole statali e paritarie nell’adempimento dell’obbligo scolastico e nella successiva frequenza della scuola secondaria e nell’ambito dell’autorizzazione di spesa di cui al comma 12, lo Stato adotta un piano straordinario di finanziamento alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano da utilizzare a sostegno della spesa sostenuta e documentata dalle famiglie per l’istruzione mediante l’assegnazione di borse di studio di pari importo eventualmente differenziate per ordine e grado di istruzione. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri emanato su proposta del Ministro della pubblica istruzione entro 60 giorni dall’approvazione della presente legge sono stabiliti i criteri per la ripartizione di tali somme tra le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e per l’individuazione dei beneficiari, in relazione alle condizioni reddituali delle famiglie da determinarsi a norma dell’articolo 27 della legge 23 dicembre 1998, n.448, nonché le modalità per la fruizione dei benefici e per la indicazione del loro utilizzo.

    … e gli articoli successivi, che determinano le cifre dei finanziamenti.

    Proprio con questa legge sono stati introdotti quindi nuovi finanziamenti alle scuole private, e quindi aumentati, fino alla cifra di circa 500 milioni l’anno: l’apice nell’anno 2006, con circa 567 milioni di euro.

    Tale finanziamento è stato ridotto nel 2012 con la Spending Review, quindi la diminuzione riguarda l’ultimo anno, non gli anni dal 2000 al 2011, a cui si riferisce l’articolo. Ma comunque il problema, al di là della cifra statale per essa stanziata, e al di là delle enormi criticità della scuola privata, è un altro: è legittimo finanziare la scuola privata che ha risorse sia pubbliche sia private, quando tale finanziamento è in contrasto con il dettato costituzionale? E mentre la scuola pubblica è ridotta a sorteggiare i supplenti a cui pagare lo stipendio?

    In quanto alla povertà della scuola pubblica, basta guardare i dati, e viverci, o andare a vedere.

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  4. Qualche precisazione:

    1) il dlgs 460 disciplina le onlus: l’agevolazione c’è in quanto onlus (ad es. le Coop Sociali), non in quanto scuola paritaria. Infatti le scuole che fanno capo a srl o altre forme societarie non godono – giustamente – di un bel nulla… Sono “diplomifici”, che nulla c’entrano con le scuole paritarie

    2) sul dettato costituzionale, ovvero il “senza oneri per lo stato”: a parte il fatto che bisognerebbe sempre citare anche il verbo che precede (“ISTITUIRE”), sarebbe buona cosa anche rileggersi i resoconti della Camera per capire cosa abbiano inteso i padri costituenti. Ne cito solo uno, Codignola (PCI): «”Trattamento scolastico” esclude che questa equipollenza si riferisca al trattamento economico? Io sono di diverso parere. Parità di trattamento scolastico può non significare parità di trattamento economico, ma può anche significare parità di trattamento economico, perché quando noi diciamo “parità di trattamento scolastico” significa che noi vogliamo mettere gli alunni delle scuole parificate sullo stesso piano degli altri alunni”.
    Infatti l’art. 33 continua con la frase: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. E aggiungo che bisognerebbe citare anche l’art. 34: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”.
    In contrasto con il dettato costituzionale ? Ma perchè la Costituzione ce la “giriamo” sempre come ci pare e piace ?

    3) da 567 a 297: quindi son diminuiti o no ? In ogni caso il parametro è quanto costa un alunno allo Stato (cioè alla fiscalità generale, cioè alle nostre tasse): e qui stendiamo un velo pietoso…

    4) infine, non capisco: è colpa delle scuole paritarie se la scuola statale deve sorteggiare gli stipendi per le povere supplenti ?

    Proviamo a smetterla di vivere eternamente nella contrapposizione manichea ricchi/poveri, statale/non statale etc.
    In tutta Europa i sistemi scolastici sono costituiti da scuole statali e non statali, entrambe finanziate dallo Stato: son tutti deficienti ?

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  5. Scusate, io son povero, perché sono un semplice insegnante di scuola statale. Con sacrifici enormi mando i miei figli a una scuola non statale, mentre nella scuola statale in cui insegno ci sono figli di medici, di giornalisti, ecc… che guadagnano il triplo di me. Ma vogliamo smetterla di

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  6. vogliamo smetterla, dicevo, di fare inutili battaglie tra poveri, mentre i nostri veri nemici sono altrove, ad esempio tra le banche conniventi con i politici.

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  7. 1) L’agevolazione fiscale alle scuola private quindi c’è ed è stata introdotta con la legge 62/2000.

    2) Sulla legittimità dei finanziamenti alla scuola privata la penso così:

    Ogni testo di legge e, a maggior ragione, il testo di una disposizione inserita in una costituzione “rigida”, qual è quella italiana, va interpretato anzitutto per quel che dice, e in modo che quel che dice abbia un significato e non si risolva in un’interpretazione esattamente contrastante con le espressioni usate nel testo.

    Senza vuol dire senza; scuola privata vuol dire scuola privata e non può significare scuola pubblica (non statale); e oneri per lo Stato sono non soltanto i diretti finanziamenti, ma anche gli esoneri fiscali e tutte le agevolazioni che comportino un aggravio del bilancio statale.

    Qualunque riforma normativa riguardante il problema della politica scolastica deve essere impostata tenendo presente che la Costituzione disciplina diversamente la scuola pubblica e la scuola privata, che sono istituzioni obiettivamente diverse, e stabilisce che l’intervento educativo privato debba avvenire “senza oneri per lo Stato” (articolo 33, comma 3): la scuola privata non ha dunque diritto a ricevere contributi economici da parte dell’erario.

    3) I finanziamenti alla scuola privata sono diminuiti dal 2011 al 2012, ma rimane vero quanto scritto nell’articolo proposto in questa puntata di vivalascuola: che dal 2000 sono aumentati. E comunque, il problema è che tali finanziamenti, di qualsiasi entità essi siano, non sono legittimi come detto al punto 2.

    4) La povertà della scuola pubblica italiana è un fatto indiscutibile. Dal 1990 al 2008 la spesa per la scuola in Italia si è ridotta di un punto, sottraendo complessivamente alla scuola 80 miliardi di euro. Parallelamente dal 2000 al 2007 l’ammontare della spesa per la scuola privata è triplicato.

    La legge 133/08 ha comportato ulteriori tagli alla spesa per la scuola pubblica pari a 7,8 miliardi nel triennio 2009-2012, tagli al personale
    e di ore di lezione. Non solo. A rischio è persino la sicurezza: una scuola su 5 (20,7%) non è sicura, mentre una su 3 (36%), quanto a sicurezza, rasenta la sufficienza.

    Allora, siccome in Italia si continua a tagliare nell’istruzione, è giusto richiedere che lo Stato elimini sprechi e spese illegittime per garantire livelli dignitosi di istruzione pubblica – come ci chiede l’Europa.

    Il rapporto Sbilanciamoci valuta mel 2012 in 700 milioni di euro il risparmio che deriverebbe allo Stato dall’abolizione del finanziamento alla scuola privata. A questi bisogna aggiungere tutti i finanziamenti regionali e locali che per infiniti rivoli e infinite voce vanno alle scuole private. Se c’è da risanare, bisogna cominciare anche da qui.

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  8. Aridaje…

    1) l’agevolazione è alla onlus, non alla scuola non statale

    2) il sistema di istruzione italiano è composto da scuola statale e non statale (62/2000): la prima finanziata, la seconda no.
    Comunque, decida lei quali sono i diritti della scuola non statale, così è contento (massì, ma che ce frega della Costituzione e delle Leggi…)

    3) d’altro canto fare scuola per circa un 1.000.000 di alunni è “uno spreco o una spesa illegittima”: così quel 1.000.000 di alunni andranno alla scuola statale, dove un alunno della Primaria costa alla fiscalità generale -dato del 2007- la cifra di 7.300 euro, mentre uno delle paritarie 866 euro (all afaccia dello spreco… tagliamo pure…).
    Ppoi ci pensa lei a raccontare ai politici di centrosinistra che i loro figli devono andare alla statale invece che alle Orsoline…

    Pazienza, va bene così, facciamoci del male…

    Saluti
    Franco

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  9. Buongiorno sono Max di Buccinasco (Mi) sposato e 4 figli che frequentano tutti le scuole paritarie (da voi definite erroneamente private): finché ce la farò ho intenzione di continuare e il buono scuola della Regione Lombardia è certamente uno strumento d’aiuto molto apprezzato.
    Non pensiate che sia uno di quelle famiglie benestanti che possono mandare i figli alle scuole private perché “tanto hanno i soldi”, non è così: io faccio l’impiegato in una società di comunicazione e mktg a Mi e mia moglie è infermiera part-time in un ospedale di Milano.
    Permettetemi di dirvi che siete una vergona per l’Italia, non dal punto di vista ideologico di cui il vs manifesto contro la scuola privata (parificata) è intriso, ma dal punto di vista dell’ignoranza: non conoscete i fatti ed i numeri o peggio forse li ignorate appositamente. Perché non li pubblicate invece di fare una campagna stampa ideologica ed odiosa?
    Questi sono i fatti e i dati:

    – le scuole private sono parificate dalla legge con Decreto Regio del 1935 e poi Paritarie dal 2000 (legge 62/2000) e vi ricordo che la legge fu promossa ed approvata da un governo di sx (in primis dal firmatario Luigi Berlinguer)
    – come tali vengono riconosciute a tutti gli effetti come scuole pubbliche perché svolgono un servizio pubblico che se dovesse essere svolto dallo stato costerebbe allo stato come da cifre seguenti
    – uno studente di una scuola infanzia paritaria costa 584 Eur allo stato, uno studente della scuola infanzia pubblica costa 6.200 Eur
    – uno studente di una scuola primaria paritaria costa 866 Eur allo stato, uno studente della scuola primaria pubblica costa 7.300 Eur
    – uno studente di una scuola secondaria di 1° grado paritaria costa 106 Eur allo stato, uno studente della scuola secondaria di 1° grado pubblica costa 7.700 Eur
    – uno studente di una scuola secondaria di 2° grado paritaria costa 51 Eur allo stato, uno studente della scuola secondaria di 2° grado pubblica costa 8.100 Eur
    – IN TOTALE UN RISPARMIO ANNUO PER LO STATO DI 6 MILIARDI DI EURO……………… spendendo circa 500 MILIONI DI EURO (contributo annuale dato a tutte le scuole paritarie)
    – la fonte di questi dati è una fonte ufficiale facilmente reperibile sul web e cioè l’AGESC, sui dati forniti dal Ministero dell’Istruzione del 2007, quindi più ufficiale di così non c’è altro dato
    – non voglio parlare della qualità del servizio reso ma per esperienza diretta posso assicurare che è ben diverso.

    Questi sono i soli dati utili per valutare questo problema: i numeri non sono mai di parte, non si interpretano e non mentono mai, tutto il resto sono chiacchere ideologiche.
    Vediamo se avete il coraggio di pubblicare questi dati sul vs blog e accettare un punto di vista veramente oggettivo sulla questione o preferite mettere a tacere una voce diversa dal coro tanto per essere democratici………
    Grazie, Max.

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  10. Sono una delle mamme che manda i suoi 4 figli alla scuola privata. Mi dispiace moltissimo leggere quanto scritto sul vostro sito, forse chi l’ha scritto non ha la necessità di mandare i propri figli in una scuola che li educhi veramente, cioè che li faccia diventare degli uomini e delle donne capaci di affrontare le sfide della vita, forse, o forse non ha mai seriamente affrontato il problema dell’educazione dei propri figli, forse, perché se l’avesse fatto seriamente e avesse valutato l’offerta formativa proposta dalle diverse realtà pubbliche e private, avrebbe, forse, capito un po’ le ragioni di chi come me ha fatto una scelta diversa dalla sua, se l’ha fatta.
    Finchè potrò continuerò a percorrere questa strada, certa che per i miei figli sia la strada migliore, e che non c’è sacrificio che non valga la pena di fare per poterla ogni anno riconfermare.

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  11. “chi l’ha scritto non ha la necessità di mandare i propri figli in una scuola che li educhi veramente, cioè che li faccia diventare degli uomini e delle donne capaci di affrontare le sfide della vita”

    Però! Alla faccia della chiarezza! Questa dunque è l’opinione che queste persone hanno della scuola pubblica! Complimenti!

    Andiamo al problema, però: io suggerisco una maniera di dirimere la questione, si dovrebbe fare come per i servizi pubblici: servizi pubblici per tutti a un costo accessibile per tutti. Chi vuole andare con la sua macchina privata o con il taxi o con l’elicottero, libero di farlo, basta che non chieda a me di pagargli l’elicottero. Altro discorso, questo sì responsabile, sarebbe dire miglioriamo i servizi pubblici per tutti.

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  12. Bravo “Cittadino qualunque” !!! Ottima idea.
    Siccome la scuola è un servizio pubblico, fissiamo un costo accessibile a tutti (MA TUTTI TUTTI !!!), diamo un bel voucher di pari importo ad ogni famiglia e che ciascuno si scelga la scuola che desidera…
    Poi che ci vada in elicottero o in bicicletta, a me poco interessa, non ho il problema dell’invidia sociale…

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  13. Vorrei rispondere a tutti quelli che attaccano CL, ma di che cazzo state parlando?
    Mi fate pena in quanto nella vostra Vita non avete avuto mai la fortuna di incontare nell’esperienza quotidiana qualcosa che cambi radicalmente la vostra esistenza, ma non perchè vi viene imposta da qualcuno come succede a tutti quelli che criticano senza conoscere, ma perché lo desiderate voi con il vostro cuore, il movimento di Don Giussani non è una setta, come tanti dicono, non mi risulta di essere uno stregone ma una persona normalissima, quindi vedete di non dire troppe stronzate.
    Ricordatevi una cosa che “educare” è un’aspetto fondamentale della Vita che non può ammettere nessun tipo di pregiudizio ideologico, di moralisti ne abbiamo fin troppi in Italia, non se ne può più, le persone singole sbagliano quindi l’attacco continuo e martellante verso CL è inutile, Io come tanti altri ci sentiamo indistruttibili, perché la nostra fede poggia su una certezza, che è Cristo.
    Prego per voi e la vostra ignoranza, aprite gli occhi!!!

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  14. Il signor Franco vuole prenderci in giro, qui non si tratta di dare un buono ma un servizio pubblico. E’ diverso avere un buono e diverso avere un servizio. I cittadini hanno bisogno di un servizio di quelli essenziali che lo Stato fornisce e non possono, ognuno per sé, garantirselo privatamente. A chi ha già i mezzi per garantirsi i servizi privatamente va bene avere un buono, ma non possimo dare lo stesso buono a tutti e chiamarla giustizia sociale. Come diceva un grande cristiano, “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”, fra chi ha milioni e chi vive con meno di 1000 euro al mese, così non si fa che aumentare il divario tra ricchi e poveri, come difatto sta avvenendo.

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  15. In effetti qui vengono fatti molti ragionamenti pretestuosi per difendere una posizione.

    Innanzitutto bisogna dire anche che le cosiddette scuole paritarie per la maggior parte non dovrebbero nemmeno rientrare nei criteri stabiliti dalla legge per avere facilitazioni fiscali (anche questi oneri per lo Stato) in quanto enti no profit. Uno dei criteri per essere considerati enti no profit infatti è questo:

    “l’attività è svolta a titolo gratuito, ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con lo stesso”

    Requisito che non si adatta alle scuole private.

    Inoltre, nelle considerazioni sul buono scuola bisogna tenere presente che il meccanismo per accedere al buono non permette a tutti di avere lo stesso buono, perché i criteri sono stabiliti in modo tale che solo le famiglie più abbienti che inviano i figli alla scuola privata vi abbiano accesso. La soluzione naturalmente non è dare lo stesso buono a tutti, vorrebbe dire fare parti uguali fra diseguali, il che non sarebbe giusto, come è già stato detto.

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  16. Ma quale presa in giro, Cittadino Qualunque ? Quali ragionamenti pretestuosi, Sig. Giorgio ?
    Chiedo solamente se il principio che lo Stato deve erogare (mediante la fiscalità generale) servizi pubblici essenziali a pari condizioni per tutti i cittadini vale o no: con tutte le esenzioni possibili per chi non ce la fa e la libertà di scegliersi altro per chi se lo può permettere.
    Voi il biglietto del tram lo pagate 1 euro se l’azienda di trasporti è statale/comunale e 7 euro se è privata ? Stesso discorso sulla sanità o sull’assistenza agli anziani. Io voglio poter scegliere da chi farmi curare o chi affidare mia nonna con la stessa qualità del servizio pagando la stessa cifra di chi a più soldi di me (proprio perché sono diritti della persona, non del censo di appartenenza).
    E comunque un ben strano concetto quello che i servizi essenziali, che ciascuno paga già attraverso una tassazione progressiva, bisogna pagarseli 2 volte !!!
    Ma, d’altra parte, secondo voi, se il servizio lo fa la scuola di Stato rientra nei servizi essenziali, se lo fa quella non statale è un privilegio… Qui siamo al surreale, altro che ragionamenti pretestuosi: a casa mia la pasta è sempre pasta, chiunque la serva in tavola; poi possiamo discutere sul sugo, ma sempre pasta rimane…

    Per il Sig. Giorgio: la citazione sui criteri onlus è presa pari pari dalla questione IMU (governo Monti). Non è “uno dei criteri per essere considerati enti no profit”, è solo l’invenzione di un tecnocrate per raccattar denaro. E su, dai, almeno un po’ di onestà intellettuale…
    Un inciso sulla questione ricchi/poveri: i dati forniti da Regione Lombardia sul buono scuola attestano che il 78,8% delle famiglie sono comprese in una fascia di reddito da 5.000 a 25.000 euro. Tutti evasori ??? Io, lavoratore dipendente con moglie dipendente a part-time, 2 figli e un mutuo da pagare, son sicuramente un evasore… “Ma mi faccia il piacere”, direbbe Totò…

    Per chiudere, stiamo sui principi base, quelli proprio terra-terra, che capiscono anche i ragazzini:
    1) la scuola paritaria è scuola PUBBLICA: può anche non piacervi, ma la Legge 62/2000 è questa…
    2) la scuola paritaria costa a tutti i contribuenti 9 VOLTE MENO della scuola statale: può anche non piacervi, ma la nuda e cruda realtà è questa…
    3) il diritto all’educazione, come tutti i diritti fondamentali, è in capo alla persona: o viene prima lo Stato della persona ?
    Per rispetto ad un minimo di intelligenza, non posso credere che:
    – non si voglia rispettare una legge
    – non si sappia far di conto
    – non si abbia a cuore la persona e i suoi diritti fondamentali.
    E se non è così (vero che non è così ?) si tratta solo di malafede.
    E se non ci fosse nemmeno malafede, vuol dire che siam fermi a un Protagora condito da una deriva statalista…
    Un caro saluto
    Franco

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  17. Sono in partenza e non riesco a garantire una tempestiva risposta a quanti vorranno intervenire. D’altra parte qui si intrecciano questioni di opportunità pratica (o di opportunismo) con questioni di principio (o di fede), con le linee politiche che dall’una e dalle altre derivano.

    Per quanto riguarda le questioni di principio, la penso come Piero Calamandrei:

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/06/01/vivalascuola-14/

    Sul tema del risparmio che la scuola privata comporterebbe per lo Stato, come scrive Marina Boscaino, c’è innanzitutto anche qui un tema di base::

    I dati vanno letti correttamente… Se tutti ci pagassimo sanità e scuola privata, lo Stato avrebbe un enorme avanzo di bilancio. Chi manda i figli alle paritarie, se non le evade, paga sia le tasse – che finanziano anche la scuola pubblica – sia la retta. Lo studente paritario costa meno allo Stato perché costa di più alle famiglie. Meglio: a quelle che se lo possono permettere.

    Il problema è dunque decidere se istruzione e sanità siano diritti costituzionali per tutti, principi fondanti la nostra società e se lo Stato consideri imprescindibile perseguirli e sostenerli; o se invece siano uno spreco. (l’articolo completo qui)

    Andando nella pratica, anche su questo tema il discorso è più complesso di quanto qui alcuni interventi a favore dei finanziamenti alle scuole private hanno fatto. Qualche esempio.

    Come detto nell’articolo di apertura di questa puntata di vivalascuola, la Regione Lombardia ha stanziato un finanziamento di 4,5 milioni di euro per la scuola di CL di Crema, mentre nel 2008 sono stati stanziati per l’adeguamento strutturale delle scuole pubbliche di tutta la Provincia di Cremona soltanto 400.000 euro. Il confronto mi pare significativo.

    A Bologna, per citare un caso in questi giorni diventato nazionale, il finanziamento comunale alla scuola privata supera un milione di euro. A Bologna fra l’altro la faccenda è ancora più assurda, poiché in nome della libertà di scelta i genitori sono obbligati a iscrivere i loro figli a scuole confessionali (nel settore delle scuole d’infanzia, 25 su 27). Parlare di diritti e libertà insomma è un gesto strumentale, rivolto solo a dare un’illusione di legittimità.

    Oltre ai finanziamenti statali, quindi, ci sono infiniti rivoli attraverso cui soldi pubblici vanno alle scuole private, grazie a un sistema di poteri che è riuscito a imporlo, e chi gode di questi privilegi non si cura del fatto che altri non abbiano libertà di scelta: siamo al paradosso che l’unica scelta consentita è quella privata e confessionale.

    E’ allora logico che in questa occasione, quando il referendum di Bologna acquista rilevanza nazionale, ci sia una tale levata di scudi. Ed è significativo che questa battaglia di Bologna sia sostenuta da esponenti importanti del mondo della culltura: chiudo con le parole di Stefano Rodotà:

    Appoggio un’iniziativa non aggressiva nei confronti dei privati e rispettosa dei diritti e degli obblighi della Repubblica. Le scuole private si possono liberamente istituire senza oneri per lo Stato, è un principio della Costituzione. Sempre la Costituzione prevede che sia la Repubblica a istituire le scuole statali, di ogni ordine e grado. E quando ci sono difficoltà economiche, bisogna prima di tutto garantire le risorse per le scuole statali”.

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  18. Impossibile ragionare, dite tutto e il contrario di tutto: siete la negazione del principio di non contraddizione.
    Ma va bene, è tutto chiaro:

    “Chi manda i figli alle paritarie, se non le evade, paga sia le tasse – che finanziano anche la scuola pubblica – sia la retta. Lo studente paritario costa meno allo Stato perché costa di più alle famiglie. Meglio: a quelle che se lo possono permettere.”

    Nelle paritarie solo ricchi evasori: e magari pure un po’ stronzi…

    Vergogna, avete una mentalità e una cultura da parassiti.

    P.S. ma se a Bologna non si vuole mandare i figli nelle “scuole confessionali”, che si tirino su le maniche e si facciano la loro bella scuola laica, democratica e di sinistra e chiedano finanziamenti al Comune, come fanno le “scuole confessionali”.
    Ma bisognerebbe lavorare e prendersi delle responsabilità: meglio sputare sugli altri e se possibile farli sparire…

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  19. Ancora una cosa riesco a dirla.

    “… ma se a Bologna non si vuole mandare i figli nelle “scuole confessionali”, che si tirino su le maniche e si facciano la loro bella scuola laica, democratica e di sinistra e chiedano finanziamenti al Comune, come fanno le “scuole confessionali”.

    Direi che questo è un bell’esempio di mentalità di parte e di spirito della separazione, che non concepisce che possano esistere una società civile e un bene comune, e quindi non ammette una scuola repubblicana e laica che comprenda pluralisticamente tutti e dove tutti perseguano un obiettivo comune pur nella diversità: la scuola della Costituzione.

    Con questa logica, ognuno dovrebbe farsi la sua scuola, il suo ospedale, il suo Stato confessionale.

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  20. cosa farebbero i genitori lavoratori di Bologna se non ci fossero le 25 su 27 scuole non statali? io sarò drastica ma non avrei fatto il referendum ora ma solo dopo un mese di chiusura delle scuole dell’infanzia non statali!!!così i promotori avrebbero capito…forse…

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  21. Semplice, se a Bologna non ci fossero 25 su 27 scuole non statali, ci sarebbero 25 su 27 scuole statali, che non escluderebbero nessuno nè per i costi nè per l’ideologia.

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  22. Pingback: Vivalascuola. L’istruzione modello CL « La poesia e lo spirito | RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  23. Il materiale e gli articoli sono egregi. Il comunitarismo ascrittivo di CL si staglia a tre dimensioni nell’acriarbia di tanti commentatori, in particolare FRANCO, che si appellano alle leggi (con la minuscola, le Leggi sono quelle di Platone, ma studia prima di parlare!)per meglio sabotare la Repubblica. Per ogni buon conto, sappiate che noi aspettiamo ancora le scuse da VOI e dalla Chiesa di Roma per il rogo di Giordano Bruno e delle decine di migliaia donne bruciate come streghe dall’inquisizione.

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  24. Segnalo una proposta di ordine del giorno da presentare nei consigli comunali delle città lombarde

    – per invitare il nuovo Governo della Regione e tutti i Consiglieri Regionali a disporre subito l’abrogazione della “dote scuola”

    – per invitare il nuovo Governo della Regione e tutti i Consiglieri Regionali ad attivare nuove normative e adeguati stanziamenti di risorse per la scuola pubblica e i servizi per il diritto allo studio finalizzati alle famiglie degli alunni e degli studenti che frequentano le scuole pubbliche:

    http://www.retescuole.net/contenuto?id=20130411090823

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  25. Pingback: 31. Diario dalla Lombardia | Comitato Articolo 33 - Referendum

  26. Compagno Giorgio, a parte che preferisco esser figlio di Buber e Mounier che di Gorz, la prossima volta parla come mangi:
    “Il comunitarismo ascrittivo si staglia a tre dimensioni “e “l’acriarbia”… io studierò se mettere o meno la “elle” maiuscola o minuscola, ma tu ripijate (e impara a l’italiano)…

    D’altra parte, quando non si hanno argomenti, ecco qua che si tiran fuori l’inquisizione e Giordano Bruno… Che palle !!! Studia un po’ la storia che ti fa bene. E poi non ho capito: ma che c’azzecchi tu con G.Bruno… era tuo cugino ???

    E poi, sabotare la Repubblica ? Uno chiede il riconoscimento e l’applcazione di una legge (con la minuscola, visto ?) e per te è sabotare ? Ah,già, dimenticavo che sei tu il democratico…

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  27. Chi ha scritto questo articolo non sa fare i conti: lo stato riparmia 60 miliardi all’anno grazie alle scuole paritarie come la Zolla e noi genitori paghiamo comunque le tasse per la scuola statale. Se tutti i bambini che adesso non gravano sullo Stato pur pagandolo venissero riversati nella scuole statali queste tracollerebbero.
    Non è colpa delle scuola paritaria se lo Stato usa male i soldi che tutti paghiamo come tasse per la scuola, anzi, non capisco nemmeno perchè se non le uso le devo comunque pagare!!!
    Aggiornatevi e documentatevi sui numeri e sulla verità dei fatti senza fare i giornalisti da strapazzo di sinistra!!!

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  28. Vedo che sono i ciellini dichiarati a usare il turpiloquio e l’offesa personale, certo che come esempio di carità non c’è male! Anche di coerenza sono ben forniti, basta accusare gli altri di moralismo e hanno garantiti sia il peccato sia l’assoluzione.

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  29. A Bologna la menzogna che circola più di tutte, portata avanti da pd, pdl, curia, cl, cisl, è che senza i finanziamenti comunali le scuole PRIVATE paritarie chiuderebbero. Perchè menzogna?
    Non si tengono in considerazione questi fattori.
    1) nessuno ha fatto delle previsioni di scenario, si dicono cose così, per impaurire la gente
    2) nel 94, prima dell’avvio dei finanziamenti, queste scuole PRIVATE erano frequentate dal 24% dei bimbi, oggi, con i soldi che prendono, dal 22% (quindi non c’è la fila per accedervi, diciamo)
    3) ricevono, oltre ai fondi comunali, fondi regionali e statali
    4) attualmente ci sono ancora bimbi esclusi e posti liberi nelle private
    5) perchè le private dovrebbero chiudere senza quel milione? sono così inefficienti? non potrebbero fare fundraising, allearsi con delle imprese? bello fare i liberisti con i soldi pubblici eh?

    io, da cristiano laico, vorrei che mio figlio scegliesse da solo quale percorso religioso seguire quando vorrà, in piena autonomia, non voglio trovarmi nella spiacevole situazione (oggi, Bologna) di dover scegliere: scuola delle suore o no scuola.

    il 26 Maggio voterò A!!!

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  32. Arriva oggi una notizia importante su uno dei temi affrontati in questa puntata di vivalascuola: la Corte Costituzionale ha bocciato la “chiamata diretta” di Formigoni e Aprea.

    La sentenza – la n. 76, redatta dal giudice Sergio Mattarella e depositata il 24 aprile – ha accolto quindi il ricorso presentato il 19 giugno 2012 dalla Presidenza del Consiglio.

    Per la Consulta si tratta di una volontà istituzionale locale “del tutto eccentrica rispetto all’ordinamento nel suo complesso”, visto che “ogni intervento normativo finalizzato a dettare regole per il reclutamento dei docenti non può che provenire dallo Stato, nel rispetto della competenza legislativa esclusiva di cui all’art. 117” della Costituzione.

    Vedi qui:

    http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=45248&action=view

    Mi piace

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