Axis mundi. Racconti della Brianza

 

 

racconto gianni bild

Desillusionsromantik

Alcune settimane fa, Gianni Fumagalli mi ha raccontato quell’episodio che ispira il suo racconto

 “Avanguardia”. Ho subito pensato che dovesse assolutamente scriverlo.

( E così ha fatto! Grazie, Gianni!)

Spesso, infatti, mi meraviglio che proprio l’abbagliamento ideologico di quei tempi, cioè gli anni ‘60 e ’70,  non sia più presente nella letteratura contemporanea.

Chi è nato tra il 1950 e il, grosso modo, 1965, in genere, si ricorda bene quel brave new world comodamente diviso in due: da una parte i fascisti, dall’altra la “sinistra”. Da una parte i cattivi, dall’altra i buoni. Da una parte il passato, dall’altra il futuro rivoluzionario.

Che gli eroi – Lenin, Pol Pot, Ho Chi Minh, Mao Ts-tung  –  che lo Zeitgeist dell’epoca  aveva eletti tali, erano in verità altrettanto mostruosi, lo si è capito solo molto più tardi. Eppure furono proprio questi i nomi scanditi collettivamente nulle strade e piazze dell’Europa come testimoni di un cambiamento possibile.

Personalmente, per esempio, mi ricordo molto bene le grandi simpatie che in Germania  godevano gli atti terroristici della “ Bader Meinhof Gruppe”, naturalmente assassinati da quel “Mörderstaat” che sarebbe stata la vecchia Bundesrepublik! Erano gli stereotipi assurdi di un epoca che si ripeteva apertamente senza fare il minimo tentativo di  approfondire le proprie conoscenze,  semplicemente senza pensare.

Certo, si potrebbe obiettare, eravamo giovani e il presunto “impegno politico” era intrecciato in tutta una cultura del vivere quotidiano: del vestire in un certo modo, dell’ascoltare musica di un certo tipo e leggere libri di un certo spessore intellettuale. In breve: di sentirsi all’avanguardia!

E Gianni non sarebbe Gianni se non cercasse di salvare anche questi aspetti.

Quei due ragazzi che partono da Usmate Brianza per Monza, con il preciso intento di tradurre le loro convinzioni rivoluzionarie in un concreto impegno politico, ora, in un certo senso, commuovono perché a differenza di molti giovani di oggi, credono o vogliono credere in qualcosa. Vogliono sapere. Vogliono appropriarsi di cultura e sapere. Nutrono delle speranze – great expectations –  che, ovviamente, “ Avanguardia operaia” non potrà soddisfare…

In questo senso si può leggere “ Avanguardia” anche come un piccolo Bildungsroman. Un po’ mi ricordano, questi due amici, quei due protagonisti della Education sentimental, Frédéric Moreau e il suo amico Delauriers , quando alla fine del romanzo si ricordano della ”avventura più bella della loro gioventù”, ormai lontana:  la vicenda della turca. Questa era una prostituta  nota in tutta la città. Dopo molti tentativi finiti male, finalmente gli amici avevano osato a presentarsi da questa donna imponente chiedendo umilmente di essere ricevuti da lei. Ma questa li aveva soltanto derisi e cacciati via con la viva partecipazione di tutti i presenti.

La memoria, capricciosa, inaffidabile e ambigua, però trasforma proprio questo fallimento grottesco nella vicenda più bella della loro vita…

“ Desillusionsromantik” chiama la critica questa tecnica letteraria di cui Flaubert è considerato il maesto sui generis…

Stefanie Golisch

Avanguardia

di Gianni Fumagalli

Capita, e la storia l’ha mostrato molte vote, che nello spazio di pochi decenni  si concentrino tante di quelle forze da far lievitare il mondo che le contiene, come una bolla al limite dell’esplosione. In quel tempo, il fermento aveva contagiato la vita in ogni sua piega animandola di uno spirito nuovo, al punto da renderla degna di essere vissuta solo in virtù di tale auspicato cambiamento. La parola d’ordine era una sola: rivoluzione. A partire dalla scuola, le idee circolavano senza subire la triviale invadenza della censura cattolico-borghese e, nel ribollente universo operaio, l’attesa era simile ad un avvento che avrebbe dovuto concludersi con l’inevitabile accadimento. Tutta la vita, gradualmente, veniva pervasa da una cultura che rivitalizzava il pensare e l’agire. La musica, l’arte, la moda, ma soprattutto la politica, erano i terreni fertili per le nuove messi. I giovani vi aderivano con slancio e serietà frequentando collettivi, associazioni operaie, gruppi studenteschi dove, a guisa di disciplinati neofiti, si preoccupavano della costruzione di una solida coscienza sociale che li avrebbe proiettati sulla scena da protagonisti. Sotto la guida di “guru” venivano introdotti al marxismo-leninismo e ai segreti della rivoluzione proletaria. La sicumèra di questi nuovi sacerdoti non lasciava spazio a dubbi e ripensamenti: c’era una formazione da curare che si poteva acquisire solo con un atteggiamento di fede assoluta.

Anch’io gradualmente fui investito dalla nuova onda e trascinato in una deriva che nella prima fase scambiai per un grande sogno collettivo che stava varcando la soglia del mondo reale. Nel 68 frequentavo l’ultimo anno di un Istituto Tecnico serale che presentava due singolarità: univa nella stessa classe studenti di età ed estrazione molto diverse e, soprattutto, metteva insieme lavoratori e studenti. L’apporto che il mondo operaio dava a quello della scuola era concreto e non lasciava spazio ai facili entusiasmi giovanili. La mia prima guida fu Angelino, un compagno di classe di quattro anni più grande che univa, ad una naturale bontà d’animo, una insospettabile aggressività verbale, costruita artificiosamente anche se mantenuta sempre tale e mai sfociata oltre i confini di quella fisica. Da lui sentii per la prima volta, durante concitati e focosi confronti verbali, espressioni come: coscienza proletaria, ingerenze piccolo-borghesi, rivoluzione permanente, prassi marxista. Per me suonavano come enigmatici teoremi da apprendere con la stessa dedizione di una disciplina scolastica, allo scopo di formarmi: una corretta coscienza proletaria, scevra da ogni influsso piccolo-borghese e al servizio della rivoluzione permanente. Durante il tragitto verso la scuola, percorso ogni sera alla guida della sua cinquecento bianca, sempre ad andatura sostenuta, mi impartiva brevi corsi di marxismo. Assimilavo rapidamente i “precetti” di questa nuova filosofia, più di quelli del catechismo di Pio X che da bambino faticavo a memorizzare. Per questa ragione ero sempre l’ultimo a lasciare l’aula, quando le suore provavano la nostra preparazione, e non si poteva tornare a casa se non quando si era guadagnata l’approvazione delle implacabili ”sentinelle della fede.” Angelino a volte si lanciava in comizi infuocati, urlati attraverso il parabrezza ad una folla immaginaria. In occhi sbarrati, sguardi interrogativi e smorfie di disappunto misuravo le risposte degli automobilisti che incrociavamo. Verso la fine dell’ultimo anno scolastico, Angelino, complici alcuni compagni di altre quinte, motivati al suo pari, organizzarono una singolare manifestazione di protesta tutta interna al nostro Istituto. Si trattava di passare tra i corridoi in un silenzio da sfida, contro preside e insegnanti, colpevoli del ritardo cui tenevano gli studenti rispetto all’inevitabile cambiamento. Sfilavamo in questo corteo surreale muniti di cartelli con le più svariate denunce, uno diceva: nella scuola di domani niente schiavi del capitale. Gli insegnanti, orfani delle loro classi, osservavano ammutoliti sulla soglia delle loro aule un evento che i più non potevano comprendere ma destinato ad anticipare una protesta che nei mesi successivi avrebbe rotto gli argini. Le manifestazioni, quelle oceaniche, rappresentarono prove di maturità. Alla prima a cui partecipai, mi sentii come un alieno catapultato in una realtà totalmente estranea e fui totalmente catturato dalla novità, come dentro un palcoscenico. Il corteo degli studenti universitari si formava in via Festa Del Perdono per poi raggiungere tutti i manifestanti in via Larga. I preparativi erano già a buon punto ma molti studenti correvano dentro e fuori l’ingresso della Statale come dovessero decidere le sorti di una battaglia. Osservavo questo mondo caleidoscopico in uno stato di perenne stupore. Gli addetti agli striscioni si stavano posizionando secondo gerarchie che non coglievo ma che risultavano preventivamente decise. Anche i vestiti che indossavano erano frutto di un attenta scelta e non casuali. Tutti indossavano l’eschimo con le maniche rivoltate in modo da mettere in risalto i guanti di pelle, il cappello alla Che Guevara conteneva lunghi capelli sporgenti ai lati fino alle spalle, le barbe erano incolte. Ad un segnale convenuto tutti issarono i pali di sostegno degli striscioni infilandoli nella cintura dei jeans con gesti plateali e curando di dare un’angolatura in avanti di trenta gradi. Non guardavano sapendo di essere osservati ma i loro sguardi erano rivolti verso orizzonti luminosi. Quando il corteo si mosse gli addetti al servizio d’ordine accostavano i manifestanti ai lati percorrendo il corteo freneticamente avanti e in dietro con una serietà granitica attenti a sventare ogni possibile minaccia. Gli slogan erano dettati da un “maestro di coro” che reggeva, in luogo di una bacchetta, un megafono gracchiante: Leeeniin, Staaaliin, seguiti dalla folla che ripeteva quei nomi come in un tuono che dissipava, almeno in quel momento, ogni dubbio storico. Tornai a casa scosso e frastornato dal rito collettivo e col dubbio di quei due nomi osannati che riecheggiavano senza sosta e con voce metallica nella testa.                                                                                                            La mia formazione politica proseguì nella frequentazione di un Collettivo che si riuniva, con la puntualità di una funzione religiosa, tutti i mercoledì alle nove di sera. Era costituito da una trentina di persone che raramente disertavano l’impegno settimanale, onorato con dedizione e un pizzico di protagonismo. Conservo un ricordo benevolo di quell’esperienza grazie alla straordinaria vitalità, intelligenza e simpatia delle persone che l’animavano: U. Gavinelli, fine esegeta dallo sguardo siderale e tenebroso, Luigi detto Franz, oratore grezzo e focoso ma attento ed istintivo, Pier, appassionato sostenitore dei disperati, con una naturale propensione a cacciarsi nei casini, Ambrogio detto Barba, acuto, satirico e dalle battute esilaranti, Cavalet, dal grande talento artistico, perennemente a disposizione del gruppo, Arturo, parco negli interventi ma sempre incisivo. Le donne: Emma, Liliana, Piera, Michi, belle e intelligenti, così mi sembravano tutte allora, impegnate nella titanica impressa di colmare l’abisso millenario scavato dalla cultura maschilista occidentale. E non posso menzionarli tutti anche se ogni persona di quel gruppo possedeva una singolare ricchezza che la rendeva speciale: Giacomo detto Tupa, Antonio C., Francesco, Marino, Giorgio, Egidio, Alfio, Angelo, ed altri ancora che il tempo ha trasformato in ombre ma pronti a riemergere al primo raggio illuminante della memoria. Gli incontri si svolgevano come match di pugilato solo che, invece di mostrare i muscoli, si faceva sfoggio del sapere che competeva a ciascuno: arte oratoria, capacità analitica, immaginazione creativa, competenze politiche, tecnologiche, artistiche, sociologiche, psicologiche ed                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   antropologiche, ma venivano anche esibite le personali ostinate convinzioni e ostentate le miopi esegesi politiche. Era un teatrino dove sfilavano comparse e prime donne senza un copione preciso, ma, come nella commedia dell’arte, dato uno spunto, ognuno portava in scena il proprio personaggio.

Il bisogno di dare alla nostra coscienza politica una solida strutturazione mi spinse, assieme ad un carissimo amico, a bussare alla porta di un gruppo di estrema sinistra riconosciuto per il rigore analitico e l’intransigenza pragmatica. Avanguardia Operaia aveva diverse sedi a Milano e una in Brianza; scegliemmo la più vicina. Non c’erano scuole di educazione politica, era il movimento che spingeva i giovani alla formazione. Ma la sede di Avanguardia Operaia, più che una scuola era una chiesa, con la connotazione aggravante di setta. Prendemmo un appuntamento e fummo ricevuti sulla soglia da una ragazza di qualche anno più grande di noi. Con il piglio della “paladina della purezza dell’ortodossia” ci offrì due sgabelli che posizionò di fronte a lei, proprio sulla porta e lì, senza neanche invitarci ad entrare, diede inizio al nostro incontro con una sequenza ininterrotta di domande:

Chi siete?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Da dove venite?

Chi vi ha indirizzato qui?

Siete iscritti a qualche  partito o sindacato?

Avete militato in qualche gruppo di estrema sinistra?

Qual è stata la vostra formazione politica?

Qual è la vostra posizione rispetto alla chiesa?

Che facoltà frequentate?

Quali quotidiani e riviste leggete?

Quali libri avete letto recentemente?

Avete avuto precedenti con la polizia?

E così via per più di due ore di interrogatorio. La nostra spontanea aspirazione alla costruzione di una società migliore era stata bellamente massacrata. Tornammo a casa in uno stato di profonda delusione e fortemente determinati a rifuggire da qualsivoglia forma di aggregazione politica. Per pigrizia e inerzia rimasi abbonato alla rivista A. O. ancora per alcuni anni, riducendo  progressivamente l‘interesse e gli articoli letti, il cui linguaggio mi risultava sempre meno comprensibile. Col passare degli anni ritornai più volte su quel tempo e sull’episodio. Pensai a tutto quel filosofeggiare, alla spavalda convinzione di essere nel giusto e al centro della storia, alla certezza che il mondo poteva cambiare solo rivolgendolo sotto-sopra. Ma non butterei via tutto di quel tempo, mi piacerebbe salvare il positivo spirito di abnegazione per la costruzione di un mondo migliore, la propensione al dialogo, anche a tinte forti ma sempre ricercato, la speranza in un cambiamento per tutti, specie per i più deboli e in particolare quell’instancabile energia consumata nel mettere insieme cose ed idee. Questo proprio lo salverei e auspicherei che i giovani d’oggi potessero godere anche loro di una simile condizione. Soffermandomi anche a riflettere sul significato di “Avanguardia Operaia” considerai positivamente “Operaia” ma Avanguardia!? Pensare di mantenersi così per tutti quegli anni deve aver esaurito immense energie e alimentato un pernicioso senso di presunzione. Allora mi ricordai di un’affermazione del saggio Silvestrini che, su questo argomento sentenziò: “se nella vita stai fermo, prima o poi ti troverai all’avanguardia.”

Un pensiero su “Axis mundi. Racconti della Brianza

  1. Sono tornata indietro di 40 (possibile?) anni in alcune descrizioni, anche se il gruppo di ultrasinistra era un altro… nn erano tempo facili ma erano in continuo fermento e movimento, contavamo di cambiare tutto ed in qualcosa siamo riusciti, ma la cosa importante era che ci credevamo veramente e soprattutto eravamo certi che il nostro impegno ci avrebbe portati verso un futuro migliore, AVEVAMO UN FUTURO; la nostra è stata una generazione dove eravamo convinti che avremmo avuto una vita migliore dei nostri genitori, ed ora che siamo genitori noi stessi, proprio in questi giorni anche gli ultimi illusi di noi hanno dovuto fare i conti che i nostri figli invece non hanno quasi più nulla in cui credere, tranne la famiglia (quando c’è), ma soprattutto, purtroppo, non riescono più a vedere il loro futuro.

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