Vivalascuola. Noi fratelli di Pinocchio

pinocchio e il pescecanePinocchio è un libro di negazioni, che denuncia, che sorride ironicamente sulla giustizia e sull’organizzazione della società del suo tempo. E’ però anche un libro positivo, ricco di fermenti e di valori; di fronte agli ostacoli non evade rifugiandosi nell’eterna fanciullezza come Peter Pan, ma varca e dà solidarietà e progressivamente supera le difficoltà. Il messaggio collodiano è un messaggio nuovo, che annuncia una società diversa. (Roberto Eynard-Francesco Aglì)

Ecco una seconda puntata di vivalascuola dedicata a Pinocchio (la  prima puntata si può leggere qui. Donato Salzarulo, Francesco Pazienza e Mariaserena Peterlin riferiscono le loro riflessioni su Pinocchio, Stefano Benni effettua un paragone fra Pinocchio e Alice, Guido Michelone fa un breve excursus su Pinocchio al cinema, Paolo Tesi risponde alle nostre domande e ci offre le sue illustrazioni.

Noi fratelli di Pinocchio
di Donato Salzarulo

«La figura di Pinocchio è una metafora che guida me e anche l’Italia.» (S. Stewart-Steinberg)

1.- E’ bene dirlo subito: non siamo soltanto lettori di Pinocchio dalla fanciullezza. Ne siamo fratelli. Se anche siamo diventati ragazzi per bene ed onesti, la spoglia del burattino è ancora lì sulla sedia. A indicarci il nostro passato e il nostro presente. E’ metafora della nostra crisi di attaccamento alla società, della difficoltà e problematicità di questo nostro rapporto. E poiché società è concetto ad elevato livello di astrazione, è metafora di come siamo legati a parenti, amici, gruppi sociali, comunità virtuali. In breve alla sfera socio-politica.

Pinocchio, il nostro burattino, esce la prima volta a puntate sul “Il Giornale dei bambini” tra il luglio del 1881 e il gennaio del 1883. Viene poi pubblicato in volume a Firenze nel 1883. Il Regno d’Italia è stato proclamato da vent’anni e da dieci Roma capitale. Il liberalismo risorgimentale mostrava segni di crisi. «Ormai non basta più dirsi liberale», annotava Francesco De Sanctis in un intervento del 1878. La spaccatura fra Stato e Chiesa produceva una virulenta crisi religiosa, insieme alla necessità di inventare una tradizione nazionale, di creare una religione civica. Tradizione significa padri. Superamento della crisi della funzione paterna di origine religiosa. Pinocchio prende vita proprio nel bel mezzo di un insieme di discorsi relativi al soggetto moderno, post-liberale.

2.- Nel 1923 Prezzolini scriveva: «Chi capisce la bellezza di Pinocchio, capisce l’Italia». Cioè, gli italiani. Per questo, in occasione del 150° dell’Unità, ho ripreso in mano il libro di Collodi. L’ho ripreso, come spesso capita, stimolato da un altro libro. Autrice: Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Studi Italiani e Letteratura comparata alla Brown University, negli USA. Titolo: L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità (Elliot Edizioni, 2011). Il sottotitolo originale è più esplicito e rievoca la massima attribuita a D’Azeglio sul “fare gli italiani”: On Making Italians.

Pinocchio non ha la trama di un romanzo di formazione. E’ la storia di un burattino senza fili, fabbricato dal povero falegname Geppetto che, dopo aver vissuto una serie di avventure (alcune anche mortali), si trasforma in un ragazzino onesto e per bene. Una storia con elementi e tratti da favola. Dal pezzo di legno che emette la sua debole vocina, agli animali parlanti, alla Fata. Per chi scriveva Collodi? E con quale intento? Si rivolgeva soltanto ai bambini per trasformarli da monelli in bravi fanciulli? E cosa intendeva, allora, Prezzolini quando ci invitava a cogliere il collegamento tra la condizione di burattino senza fili di Pinocchio e l’Italia? In che senso egli ci rappresenta?…

3. – Anche se pubblicato su un giornale dei bambini, Collodi non pensava che fossero soltanto loro i destinatari del libro. Egli partecipa al progetto educativo del “fare gli italiani” che sono, come nazione, ancora infantili. Deve essere la scuola, innanzi tutto, a farli, ma tutta la nazione deve trasformarsi in scuola. Sotto questo profilo Pinocchio è un dispositivo pedagogico, una figura produttiva capace di educare, mentre viene educata e si auto-educa, una “macchina influenzante”. È un’icona culturale di una nazione in cerca d’identità, un emblema declinato secondo un progetto di genere destinato costitutivamente e unicamente ai maschi.

4.- Post-moderni o figli, da quasi un secolo e mezzo, di una “complessa modernità”, per farci e dirci italiani, ci siamo inventati un modo di esserlo. Alla Renzo e Lucia? Suvvia… Vuoi mettere il fascino di Pinocchio, l’incanto di questo burattino senza fili, intagliato da un pezzo di legno non di lusso, «di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze», con occhi che si muovono, capaci di farsi occhiacci, e bocca che ride e parla, e mani e piedi. Non è umano ed è umano. E’ «allo stesso tempo un ragazzo e un uomo (la sua età è stata oggetto di un intenso dibattito): ribelle laico ma anche Cristo moderno e popolare; burattino ma anche essere che agisce secondo la propria volontà.» (pag. 18)

Che tipo di burattino è il nostro rappresentante? E’ senza fili. Non è alla mercé, quindi, di un burattinaio che lo muova e gli suggerisca parole per le sue imprese. Il falegname Geppetto, questa sorta di “padre buono”, lo sta ancora intagliando e fabbricando e diventa subito oggetto di risate, canzonature, linguacce, insolenze. «– Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! ». Gli ha appena costruito i piedi e sente un calcio arrivargli sulla punta del naso. Gli ha da poco insegnato a mettere un passo dopo l’altro, che lo vede camminare da sé e correre per la stanza, «finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare».

Il corpo di Pinocchio è autonomo, si muove perché lo decide lui. E’ vero, il burattino non ha fili. Suzanne Stewart-Steinberg nel suo libro «si occupa di tutti quei fili invisibili ai quali potrebbe essere attaccato». Sono i fili invisibili dell’ideologia. Più è invisibile, più è efficace. Essa non è falsa coscienza. Colla immateriale e immaginaria lega i soggetti a un apparato. Fosse pure la mitologia di un blog o di un net-work. Fuori di sé e schiavi di sé. Metafora privilegiata per indicare il soggetto moderno, l’autrice utilizza Pinocchio collocandolo «nell’ambito di un discorso più ampio sul soggetto post-liberale, un soggetto che emerge dal punto di confluenza di due altri discorsi: da un lato quello che riguarda il problema dell’ideologia, dall’altro quello che riguarda la materialità della vita, la materialità di una forma di biopolitica che trova nel positivismo la sua più articolata espressione.» (pag. 17)

5.- Effetto Pinocchio. Cos’è? Scrive Stewart-Steinberg:

«Ciò che io ho definito “effetto Pinocchioè proprio questa strana commistione tra l’ansia per la potenziale vacuità del soggetto italiano (per il suo carattere inventato e retorico, per la sua immaturità e persino per la sua natura inumana, di burattino) e la tendenza a interrogarsi in maniera approfondita sul legame sociale, in una società moderna, post-liberale.» (pag. 17)

Italiani a rischio di marginalizzazione e impotenza. Soggetti a sovranità limitata. Superficiali, retorici, inconsistenti, infantili. Affetti da linguaggio emotivo, sentimentale. Ingovernabili. Quante volte, in questi giorni, all’indomani dei risultati elettorali, ci siamo scambiati questi epiteti? Pinocchio è il nostro biglietto da visita.

Forse è un libro che può tornare ancora utile in questo particolare passaggio della nostra storia nazionale, purché si comprenda che il nostro compito oggi non è più quello di “fare gli italiani”, ma gli europei. L’Europa esiste: come espressione geografica, continente fisico, mercato integrato, moneta unica, ma gli europei non ci sono ancora. E’ un soggetto vuoto. Come eravamo noi italiani, dopo l’Unità. Non c’è ancora l’Europa sociale; quella politica è insufficiente e parla prevalentemente la lingua dei banchieri. Da qui la nostra ansia. Il nostro non sapere se restare nell’euro o uscire. Se tenerci stretti al nostro stato nazionale, che pur ha ceduto pezzi di sovranità, o se spingere l’acceleratore verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa. Da qui le domande sulla natura del nostro “legame sociale” e politico. Che democrazia è questa se mercati e troika assegnano agli stati membri compiti da svolgere e “dimettono” presidenti di Consiglio provvisti di regolare fiducia dei loro Parlamenti?…

6.- Pinocchio ha un successo immediato. Tradotto in duecento lingue, continua ad essere un best-seller. Ha ispirato pellicole cinematografiche e riduzioni televisive. E’ oggetto di culto e prodotto seriale delle industrie di giocattolo. Ha stimolato una quantità sterminata di interpretazioni: letterarie, psicopedagogiche, psicanalitiche, politiche, teatrali. La “Pinocchiologia” è sempre fiorente. Suzanne Stewart-Steinberg non intende aggiungere interpretazioni a quelle esistenti.

Testo, contesto e teoria. Suzanne Stewart-Steinberg cerca continuamente di far dialogare questi ambiti, di tenerli in tensione reciproca. Troppa contestualizzazione può annullare l’autonomia del testo, la sua capacità di “trasferenza attraverso la totale oggettivazione dell’altro e la costituzione del sé”. Viceversa, una totale immersione presentista può indurre un annullamento narcisistico dell’altro in quanto altro e la tendenza ad agire le proprie ossessioni e meschine preoccupazioni. In guardia, quindi. Leggere Pinocchio senza sfruttarlo troppo in direzione del nostro presente, nel tentativo di comprendere questo gran teatro di burattini chiamato Italia. Qualche suggestione, però va bene; qualche analogia.

a) Sul crinale fra autonomia e influenza, la metafora del burattino si fa specificamente politica, quando viene collegata alla crisi di attaccamento del soggetto moderno alla sfera socio-politica. Pinocchio è il luogo di questa crisi, lo spazio in cui vengono poste domande relative al corpo umano e alle forze che lo muovono:

«il corpo si muove perché lo decide lui oppure riceve ordini dall’alto? Agisce autonomamente, e, se lo fa, le sue azioni sono sempre affidabili? Oppure, il corpo agisce su un palcoscenico, compie i movimenti perché così deve fare, per un imperativo e un impulso la cui provenienza o le cui fila possono essere note o ignote? Pinocchio è dunque un luogo in cui la crisi del soggetto liberale viene a essere meditata e in cui i contorni di quello che ho definito soggetto post-liberale trovano una forma espressiva.» (pag. 38-39).

b) La “teoria dell’ideologia” si interroga sul perché e sul come i soggetti sono legati al potere. Come rischiano, consapevolmente o inconsapevolmente, di trasformarsi in burattini, attraverso fili sempre più complessi, sconcertanti, spesso invisibili. Il discorso di cui Pinocchio è l’emblema coincide con la nascita dei primi frammenti di questa teoria, in bilico tra la materialità del corpo e «la direttiva divina della performatività teatrale del soggetto agli ordini di un Altro, in cui l’obbedienza viene imposta o alla cieca o in nome dell’amore (ma l’amore non è sempre cieco?)» (pag. 39)

In quanto metafora del soggetto moderno, il burattino è saldamente legato sia al discorso dell’ideologia che ai suoi meccanismi. (Parentesi d’attualità: nel grillismo è evidente una gigantesca rimozione del problema del potere. Chi decide per chi? Con quali modalità? Portavoce, megafono. Uno vale uno. Ma quando tanti uno diventano molti e i molti una forza che si vorrebbe compatta, disciplinata, una “comunità”, chi decide?… Responsabilità è potere di rispondere. E’ interpellanza ideologica.)

c) Il soggetto-burattino «è legato in modo complesso al processo di secolarizzazione, allo spostamento, cioè, di categorie religiose a categorie culturali, secolari». Secondo Suzanne Stewart-Steinberg «Pinocchio ha un ruolo cruciale in tale spostamento, in quanto il testo di Collodi esiste all’interno del dominio della religione e del secolarismo e va anche oltre.» (pag. 40). Per la verifica di questa ipotesi l’autrice fa riferimento da un lato alle tecniche del biopotere di Foucault, dall’altro alla Prima tesi sulla Filosofia della Storia di Walter Benjamin, «nella quale il burattino chiamato Materialismo Storico vince tutte le partite a scacchi, perché si è procurato i favori della teologia, sua nascosta e quindi invisibile burattinaia» (pag. 40). Materialisti o non materialisti, marxisti o meno, la domanda fondamentale è: chi è il burattino e chi il burattinaio? Chi incombe e chi soccombe?

d) «Dato che Pinocchio affronta le problematiche dell’ideologia e del biopotere, per la propria coerenza narrativa il testo conta sul sostegno e l’elaborazione di altri due termini: suggestione e amore. Mentre la suggestione sembra enfatizzare i fili del burattino (cioè descrivere un qualche potere di influenza, più o meno visibile, e in effetti i poteri di suggestione si fanno sempre più invisibili con il progredire del secolo), l’amore sembra essere legato a un soggetto il cui spazio viene assunto come autonomo, indipendente e privato. Pinocchio costruisce una figura di compromesso: il soggetto della suggestione è una sorta di burattino, mentre il soggetto dell’amore è in grado di spezzare i fili.» (pag. 40).

7.- Pinocchio è un monello. Non riesce quasi mai a tener fede ai buoni propositi. Fantastica «nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello dell’altro». Geppetto gli ha comprato l’Abbecedario per mandarlo a scuola. L’ha fatto vendendo la casacca e restando in maniche di camicia al freddo. Il burattino è commosso. Prende la strada per andare a scuola, ma sente in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa. Ne rimane attratto. Cosa fare? «Per andare a scuola c’è sempre tempo» e comincia a correre a gambe levate verso il luogo da cui proviene la musica. E’ una piazza affollata. Un ragazzetto del paese gli legge la scritta a lettere rosse: GRAN TEATRO DEI BURATTINI. Pinocchio, «che aveva addosso la febbre della curiosità» vende per quattro soldi l’Abbecedario ed entra nel teatrino delle marionette. Sulla scena Arlecchino e Pulcinella stanno, come al solito, bisticciando. Appena lo vedono, lo riconoscono come fratello e, urlando in coro, lo invitano ad andare sul palco. Il narratore commenta:

«E’ impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffio degli attori e delle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.» (pag. 40).

La commedia si ferma. Allora esce fuori il burattinaio, un omone così brutto che mette paura soltanto a guardarlo. Barbaccia nera, lunga fin sotto i piedi. Bocca larga come un forno, occhi simili a due lanterne di vetro rosso. Nelle mani una grossa frusta, «fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme». E’ Mangiafuoco. Antonio Gagliardi ha giustamente osservato che in queste pagine Collodi sta mandando in scena con largo anticipo la società dell’orda primordiale di Freud, quella banda di fratelli alla mercé e, nello stesso tempo, in perenne rivolta contro un padre spietato e crudele. Suggestione: come non pensare alla sbandierata “orizzontalità” di certa comunicazione politico-sociale internettiana, che non riesce a riconoscere e individuare il Mangiafuoco di turno?

8. – Suzanne Stewart-Steinberg fa interagire il testo di Collodi con altri testi. Nel caso specifico, il riferimento è alla La storia dei burattini, scritta nel 1884 da un amico dello scrittore: Yorick figlio di Yorick (l’avvocato P. C. Ferrigni). Una storia che «sembra del tutto legittimo considerare complementare a Totem e tabù di Freud» (pag. 42). Al di là di questi anticipi, il fatto rilevante è che la storia e la condizione dei burattini fornisce «un’allegoria dello spirito italiano attraverso i secoli». Per Yorick le marionette «derivano etimologicamente dalle mariettes, cioè le statuine che rappresentavano Maria. I burattini recitavano, anzi rappresentavano, il messaggio della Chiesa sotto forma di drammi misterici; emulando le sofferenze terrene si legavano, nel loro essere di legno, alla morte di Cristo sulla croce lignea. Il burattinaio è un dio e ha un rapporto di filiazione con i suoi figli burattini, che quotidianamente mettono in scena per il padre la loro morte e resurrezione.» (pag. 43). Questi fili si spezzano con l’arrivo della cultura secolare. E continuano a spezzarsi. Ma vengono sostituiti da fili altrettanto resistenti, sebbene, come si è già detto, così invisibili da sfuggirci. Non dimentichiamolo: la Teologia è la burattinaia del materialismo storico-burattino. E il biopotere è potere dei corpi.

9. – Mi connetto a un blog per curiosare, capire, controllare, eventualmente fare un commento. Lo so: un po’ mi assoggetto. Uno, due tre… alla decima cliccata capisco che il blog, a sua volta, mi controlla, consuma il mio tempo, macina i miei pensieri e la mia vita. La macchina influenzante della suggestione liminare e sub-liminare ipnotizza. L’amore rende schiavi. Senza amore, si muore. Curandomi, la Fata turchina mi controlla. Del resto, io controllo lei. E le sfuggo, la canzono, le rivolgo scherzosamente le boccacce. Le voglio anche bene. Sono un soggetto che si assoggetta e, assoggettandosi, ridiventa soggetto. E’ un paradosso che conosco. E’ alla base della pedagogia moderna, delle azioni di ogni educatore: si vorrebbe che ogni bambino-burattino eseguisse i compiti assegnati non come atto d’obbedienza imposto da un potere, sia pure buono, ma come manifestazione di libera scelta. L’io dell’ansia, quello del soggetto vuoto, convive con quello del desiderio. Pinocchio mi sorride. Lui, il burattino e il ragazzo per bene, mi raccontano questi strani movimenti del corpo, questi ragionamenti-non ragionamenti di Psiche, questa voglia di essere insieme burattino e burattinaio.

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E’ leggero come lo spirito, e come lo spirito è saltellante… possiede la mobilità degli esseri che agiscono nei nostri sogni, essendo lui stesso il sogno di una notte infantile… (Paul Hazard)

L’amore lo salva a cavallo di un pesce
di Paolo Tesi

La studiosa americana Stewart-Steinberg in L’ effetto Pinocchio. Italia 1861-1922 la costruzione di una complessa modernità vede nella natura metamorfica e cangiante di Pinocchio una rappresentazione dell’Italia di fine Ottocento, alla ricerca di una propria identità come nazione, a cui arriva in un momento di crisi della modernità. Pensa sia possibile una tale lettura “storica” di Pinocchio?

La studiosa americana Stewart-Steinberg propone una lettura interessante di Pinocchio. Collodi ha combattuto in ben due guerre affinché l’Italia divenisse una vera nazione. Penso che una tale interpretazione “storica” di Pinocchio vada bene. Tuttavia lo scritto di Carlo Lorenzini affonda le proprie radici nella Toscana dell’ ‘800 più che in quella del resto d’Italia.

Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”: questa a fine Ottocento era la preoccupazione di alcuni scrittori che hanno composto per i ragazzi: De Amicis, ad esempio. Ma si sono poi “fatti”, gli italiani? E come Pinocchio può aver contribuito a farli?

La frase “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” l’ho sentita ripetere fin dai banchi di scuola e a dire il vero ha il suono di una battuta, anche se magari è ancora valida. Pinocchio, naturalmente, ha contribuito a farli ricoprendo il ruolo di un personaggio a carattere universale. D’altronde l’arte, la creatività e la cultura in genere formano e uniscono i popoli.

Anche Raffaele La Capria ha definito Pinocchio l’“unico personaggio della letteratura italiana”: oltre che di un momento storico, specchio quindi della italianità di sempre. Cosa ci direbbe Pinocchio, visto in questa prospettiva? Quali vizi e virtù degli italiani emergerebbero?

Raffaele La Capria è uno scrittore che apprezzo molto e la definizione l’“unico personaggio della letteratura italiana” che dà di Pinocchio mi sembra adeguata. Penso anche che ci siano tanti altri personaggi noti nel mondo delle lettere che la pensano allo stesso modo. Però Pinocchio visto in questa prospettiva esprime vizi e virtù degli italiani sin troppo noti. Emergerebbero infatti gli aspetti più banali della sua personalità sui quali non è il caso di soffermarsi più di tanto.

Ancora oggi capita di rappresentare politici con il naso di Pinocchio e sentire abitualmente espressioni come burattino e burattinaio, Paese dei Balocchi, Fata Turchina, Grillo Parlante…

Di burattini senza fili come Pinocchio e di burattinai come Mangiafoco è pieno il mondo. Il Paese dei Balocchi appartiene al mondo dei sogni e la Fata Turchina è una reminiscenza della tradizione. Invece noi tutti siamo dei Grilli Parlanti… Per quanto riguarda il naso ritengo che non abbia nulla a che fare con le bugie, tutt’altro. Mi sembra il simbolo stesso della curiosità e dell’effervescenza creativa. Un autentico periscopio orientato sul mondo che ci circonda.

Il successo di Pinocchio continua attraverso le generazioni. Cosa Pinocchio ha ancora da insegnare agli italiani e degli italiani?

Pinocchio con la sua ingenuità e intraprendenza continuerà sempre a insegnare qualche cosa, e non soltanto a noi italiani. Il mio Pinocchio non cessa mai di meravigliarsi. Il suo stupore è innocente ed apre lo sguardo sul mondo con la purezza di un animale. Ed è anche per questo che continua ad essere amato da tutti, oltre ogni confine. I valori degli italiani nell’era della globalizzazione purtroppo sembrano retorici e obsoleti, ma non lo sono.

Al di là di questa lettura “storica“, possiamo affermare che pochi testi come Pinocchio sono stati oggetto di una miriade di interpretazioni.

Sì, immersi nella lettura di Pinocchio ci perdiamo nelle immagini evocate dalla prosa di Collodi attribuendo ad esse significati ed allusioni che forse non rivestono. Tutto quanto vi è descritto può apparire come un simbolo o un messaggio da interpretare, un segnale da seguire, un’ ipotesi…
Si indaga persino sull’albero al quale il burattino viene appeso…
Che dire poi degli animali parlanti trattati alla stessa stregua degli uomini fino ad eludere la presenza umana o relegarla a ruolo di comparsa?

In effetti spesso gli uomini in Pinocchio non ci fanno una bella figura.

Quasi sempre nel racconto gli uomini rappresentano esclusivamente se stessi nel loro piccolo banale ruolo terrestre e si defilano con disincantato distacco dagli eventi che veramente contano e fanno sognare all’interno della trama in una prospettiva immaginifica. Esseri umani soli al mondo, esclusi da un consesso sociale arido e povero, attaccati alle piccole cose o in preda alla cupidigia e all’indifferenza.

Viceversa gli animali sono spesso accostati agli umani e alle loro vicende, come accade in una società ancora prevalentemente agricola. Al contempo anche questo può aver contribuito al carattere fiabesco e quindi anche educativo di Pinocchio, avvicinandolo ai bambini.

Gli animali ammiccano a bisogni ed aspetti del sentire assai più profondi e “umani, nei quali più volentieri mi riconosco. Non sono apparizioni, né rappresentano fantasmi di una fantasia allucinata da burattini. Sono concreti e reali e spartiscono solidali il destino di un puro di cuore, seguendo un percorso di riscatto. La gallina simboleggia la protezione e mette in guardia Pinocchio dal non fidarsi del Gatto e della Volpe, se il gallo gli infonde coraggio il gambero insegna l’umiltà. L’intrepido falco lo libera dal nodo scorsoio e gli uccelli gli ricordano che la salvezza e la speranza sono sempre a portata di mano. Finire poi nella pelle di un asino è un buon auspicio come quello di essere legato alla catena di un cane, a vigilare e custodire, a rivelare amore e dedizione. E se spuntano le orecchie asinine, l’orgoglio equino e la sua intrepidezza lo riscatteranno. Quei piccoli conigli pusillanimi attendono la sua morte certificata da una civetta in perenne meditazione? L’ardimento di un leone e la benevolenza di una lucertola lo salveranno. E poi ancora, la loquacità del pappagallo le virtù del picchio che lo libera dal lungo naso, l’astuzia della volpe così bene dissimulata, l’indifferenza e le insidiose accortezze del gatto sono trappole? Cosa importa! L’amore lo salva a cavallo di un pesce.

Nei suoi dipinti in effetti gli animali sono comprimari.

Sì, rifuggendo dalla scansione del percorso narrativo capitolo per capitolo, ho immaginato ed ho preferito dipingere la mia storia di Pinocchio e quella degli animali parlanti incontrati nella sua fiaba, proponendoli come se fossero autentici e assoluti protagonisti del narrare anche la “nostra” storia.

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Pinocchio di origine vegetale, mediatore anch’esso tra il naturale e il soprannaturale, spazio-tempo dove si svolgono le fiabe per i bambini, porta in sé una potenzialità sciamanica e magica che trascende il contenuto aneddotico della storia stessa. (Salomon Resnik)

Burattini di legno o di carne. Burattini della parola!
di Francesco Pazienza

Dicono fosse un burattino di legno.
Più lo si crede più si diventa noi burattini di carne.
Appare allo sguardo bugiardo e impertinente.
Ci vien da pensare che se imparerà ad obbedire e a diventare una persona per bene, meriterà ciò che i buddisti chiamano la “preziosa incarnazione umana”. Diventando un ragazzo per bene.
Ma più crediamo a questa menzogna, più, da burattini di carne, diventiamo noi burattini di legno.
La carne può diventare legno… Ma anche il legno può farsi carne… Ma la carne può diventare anche, oltre il legno pietra, carbone o una statua di sale… Lo sappiamo bene vivendo quel che chiamiamo la vita di tutti i giorni. Zolfo, mercurio, sale!

Ma per intendere questa storia, a mio avviso, dobbiamo capovolgere il punto di partenza. Il punto di vista.
Anche se può piacere ai bambini la storia di Pinocchio non è, in fondo, una storia per bambini. Intesa in questo senso sarebbe sgradevolmente moralistica.
Racconta invece di come Geppetto, giunto ad una certa età “critica”, provi il desiderio di indagare in modo vivente i misteri dell’umano.
Non lo farà con la filosofia ma con un pezzo di legno. Userà gli strumenti che gli sono congeniali, la sua saggezza è quella di un falegname (Geppetto, Pinocchio, siamo sempre nei dintorni di Giuseppe).
Indagherà in modo vivente e tormentato i misteri dell’educazione, dell’apprendimento, della presa di coscienza. Misteri della Paternità.
Desidera qualcosa come un figlio ma, è troppo vecchio, non lo cerca attraverso la via dell’incontro con una donna.
La creazione di Pinocchio avviene senza alcuna mediazione materna. L’incontro con la figura femminile avviene più avanti ed ha caratteristiche tutte da decifrare. Viene da pensare che Pinocchio sia più l’emblema di una conquistata capacità adulta di piena coscienza, che non la reale vicenda di un processo educativo infantile.
Non è la storia di un bambino ma piuttosto l’immagine del bambino che si rispecchia nell’interiorità dell’uomo che ha passato la crisi di metà della vita.

Non è preoccupante che i bambini siano attratti dalla prospettiva di un paese dei balocchi.
Preoccupante è invece che la cultura degli adulti, con la complicità della comunicazione di massa, sia costellata di simili promesse: da improbabili forme di spiritualità, a stili di vita dagli effetti miracolosi, a ricette di eterna giovinezza e prestanza fisica.

Pinocchio appare al mio sguardo, nel modo più compiuto, il paradigma di una nozione estremamente astrusa, se vogliamo afferrarla con gli strumenti della telogia… la nozione, centrale nel vangelo di Giovanni, di unigenito figlio del Padre.
Per questo, nel titolo, con la stessa impertinenza del nostro Pinocchio, mi son permesso di parlare di burattino della Parola.
In questo forse ci ritroviamo tutti.
Uomini e caporali. Burattini di legno, di carne, di cera. Statue di pietra del commendatore… Tutti noi, burattini della Parola!

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Non può servire a nessuna dimostrazione meditata e saggia, perché fugge sempre, scompagina, rovescia, banalizza ogni insegnamento. (Antonio Faeti)

Pinocchio e le metamorfosi istruttive
di Mariaserena Peterlin

Tra grottesche realtà, metamorfosi e rivoluzionarie invenzioni narrative, Pinocchio diventerà da burattino un ragazzino perbene, uno di quelli che “hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche nell’interno delle loro famiglie” (cap. 36), ma non nasce buono, infatti da subito disobbedisce ed infrange le comuni regole di buona creanza e di buona educazione e prestissimo incorre in castighi ed umiliazioni, nei rigori della legge e nella prigionia. In realtà Pinocchio disobbedisce rispetto alle comuni leggi dettate dall’omologazione, dalle convenienze, dalle usanze e convenzioni della società umana che lui, essendo nato burattino, non è portato a condividere naturalmente.

Come ha osservato Vincenzo Cerami quello di Pinocchio è un “lungo viaggio dal buio prenatale alla luce: la dolorosa catarsi che lo porterà verso la cruda realtà” (cfr: Collodi, Le avventure di Pinocchio, edizione illustrata, Milano 2002, Garzanti, Prefazione di Vincenzo Cerami pag. XXVI). Per raggiungere quella luce è necessario che il protagonista compia un lungo cammino di iniziazione segnato da progressive metamorfosi fino a quella finale in cui diventa “un bel fanciullo con i capelli castagni e gli occhi celesti” .

Sappiamo come il suo itinerario, funestato da inseguimenti e gravi pericoli, sia spesso fatto di corse, giravolte, capriole, mutamenti di direzione.
Un cammino avventuroso, dunque, in cui non mancano corrispondenze tra gli stati d’animo e le varie ambientazioni anche notturne come l’inseguimento degli assassini o il viaggio verso il paese dei balocchi.
L’autore fa crescere il suo burattino attraverso frenetiche esperienze durante le quali la sua originale natura lignea sperimenta quanto la realtà umana sia illusoria, variabile e spesso frutto di scambi o cambi di identità.
Collodi, che come noto fu anche autore di teatro, non trascura d’usare l’effetto fascinoso dei colpi di scena né manca di marcare con figure, metafore, simboli e contesti sia gli stati d’animo del protagonista, sia lo scorrere del tempo e dei luoghi che incorniciano le azioni.

Proponiamo qui una brevissima lettura, esemplificatrice di questa tesi, di poche citazioni tolte dai capitoli tra 19-23 e che risultano esemplari dei frenetici capovolgimenti di situazione o inversioni di ruoli. Grazie anche alla brillante e trascinante prosa collodiana questi brani danno conto dell’esperienza dolorosa del burattino Pinocchio in viaggio verso la vita reale.

L’intestazione del diciannovesimo del capitolo narra: Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per gastigo si busca quattro mesi di prigione. Siamo nel paese di Acchiappacitrulli dove il nostro, condannato nonostante sia parte lesa, usufruisce di una sorta di amnistia, ma ottiene la libertà, così come la condanna, per dir così, quando rovescia la realtà, ossia quando capisce che non si è puniti per essere davvero colpevoli e bugiardi, ma al contrario quando si è innocenti e si dice la verità:

— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere.
— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero….
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io.
— In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.

Uscito di prigione affronta un’altra prova e la supera in modo grottesco o potremmo anche dire, grazie a una inversione di comportamenti: un serpente gli sbarra la strada, Pinocchio ne è terrorizzato, si getta all’indietro per sfuggirlo e cade per terra restando conficcato nel fango a gambe all’aria, ma è il serpente che muore per “una convulsione di risa” vedendolo sgambettare in quella ridicola posizione. E qui il burattino impara che non si muore per la paura, ma si può morire per il piacere di ridere. Riparte e corre, corre “per arrivare a casa della Fata avanti che si facesse buio”, ma preso dalla fame tenta di sgraffignare un grappolo d’uva finendo intrappolato in una tagliola messa da un contadino a difesa del suo campo (vorrebbe dunque rubare, ma è lui ad essere rubato).

Inizia qui per Pinocchio una singolare notte degli scambi in cui si mescolano realtà grottesche, imbrogli, inversioni, rovesciamenti e capriole narrative.
Il contadino che ha catturato Pinocchio gli mette al collo un grosso collare e gli impone di far da guardia ai ladri dei polli in sostituzione del suo cane, Melampo, che è morto: “puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane”.

Pinocchio mortificato si adatta al ruolo dicendosi d’aver meritato il castigo; s’addormenta nel casotto dove invece del letto con le lenzuola di bucato c’è un po’ di paglia vecchia e sporca. Arrivano le faine, le ladre dei polli che, al buio della notte, scambiano Pinocchio per il cane Melampo: da collaudate delinquenti, instaurano una immediata trattativa, di gusto mafioso; una vera e propria mossa di corruzione. Qui si sovrappongono la notte degli scambi e quella degli imbrogli: “Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s’intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l’estro di abbaiare e di svegliare il contadino.

Pinocchio finge di accettare, ma non appena le faine si infilano nel pollaio le chiude dentro fissando la porta con una grossa pietra. Il contadino, avvisato, arriva e acchiappa le faine, poi le chiude in un sacco e da quel galantuomo qual è predispone una singolare trovata “Potrei punirvi, ma sì vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all’oste del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. È un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!”
Già, quale sistema migliore di farsi giustizia che mettere in atto un altro imbroglio, ossia una frode?

Pinocchio impara, ma anche se ha patito, come un classico limpido eroe, immeritate pene, umiliazioni durissime e sordidi tentativi di corruzione non svela, da mite pur se discolo, le colpe pregresse di Melampo: “… avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano tra il cane e le faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sè: — A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!

Questi sono alcuni dei tanti possibili esempi della singolare educazione ricevuta da Pinocchio; spesso egli mostra un’anima pietosa contenuta in un pezzo di legno, ma la vita e gli umani si affretteranno a limare e piallare, a tornire e rifinire quel legno fino a fargli dire: “com’ero buffo quando ero burattino! E come son contento di essere diventato un ragazzino perbene!

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Da quale spazio discende questa voce chiusa nel legno? Chi è questo spiritello, questo Homunculus, questo elfo irriverente e irrispettoso, che vaga dietro le quinte del mondo? (Pietro Citati)

Pinocchio al cinema
di Guido Michelone

La recente uscita nelle sale cinematografiche di un nuovo Pinocchio con la regia di Enzo D’Alò porta a riflettere sul personaggio e sul libro di Carlo Collodi – autentico capolavoro della letteratura e dell’immaginario di tutti i tempi, ben al di là di frettolose catalogazioni o superficiali incasellamenti entro i generi per l’infanzia – così come viene trasposto, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, nel linguaggio audiovisivo e in particolare in film per il grande schermo (in un caso anche nella doppia versione cinetelevisiva).

Esistono al mondo – già dall’epoca del muto – centinaia di corto, medio e lungometraggi su Pinocchio, ma solo quattro in Italia sono veramente conosciuti al grosso pubblico e tre di essi, prima di D’Alò, dalla loro uscita continuano ad avere quasi uno statuto di long-seller, per la longevità della tenuta, prima nelle sale, poi in tv e in vhs e oggi riprodotti in comodi dvd. Il primo in ordine di tempo è il Pinocchio (1940) americano di Walt Disney a disegni animati (diretto da Ben Sharpsteen e Hamilton Luske), a cui segue trent’anni dopo lo sceneggiato Pinocchio (1972) di Luigi Comencini (presente anche come film di durata più breve).

Passano altri trent’anni ed è la volta del Pinocchio (2002) di Roberto Benigni, mentre ora quello di D’Alò (2013) segna il ritorno della messinscena in cartoon. Tra i due estremi temporali – Disney e d’Alò – che sembrano affermare la vocazione forse naturale del testo narrativo collodiano alla pagina illustrata –  esiste infatti una tradizione nobilissima di illustratori di Pinocchio dagli stili variegati e quasi sempre eccelsi, da Enrico Mazzanti a Claudio Chiostri. Significativo che due registi, esponenti a vario titolo del cinema d’autore – e non a caso entrambi ferrati nel filone commedia o nel genere comico – optino per una sostanziale revisione visiva della figura del personaggio.

Come si sa, Comencini dà vita a una doppia rappresentazione del personaggio Pinocchio, quasi a scinderlo alla dr. Jekyll e Mr. Hide; c’è un vero bambino (Andrea Balestri) che diventa il burattino di legno (creato da Carlo Rambaldi) solo quando compie azioni cattive o sbagliate, attorno a tutte figure umane in carne e ossa compresi gli animali dal grillo al gatto e la volpe; del resto tutto l’allestimento punta su una sorta di realismo bucolico-minimale che tenta di risalire non tanto al verismo letterario più o meno coevo a Collodi, quanto piuttosto di immaginare la ruspante società toscana di ascendenza contadina di epoca tardottocentesca.

Per contro Benigni offre anch’egli una sua Toscana, ma di tipo magico-fantastica, quasi si trattasse di una recita teatrale a livello scenografico: e addirittura l’autore si cala nei panni del personaggio, ancora una volta perpetuando la propria indole artistica di comico-regista-attore, lavorando però su un’obiettiva contraddizione: un adulto travestito da bambino nei panni di Pinocchio, senza però quel senso di straniamento brechtiano che caratterizza ad esempio l’analoga operazione drammaturgica di Carmelo Bene (con tanto di successivo programma televisivo).

Di fronte a tale eccessivo iperrealismo fiabesco dell’uno e dell’altro, D’Alò torna al “vecchiocartoon, evitando gli stereotipi di Disney sui piani formali e contenutistici, privilegiando al contrario un tratto onirico e una visione infantocentrica che, grazie agli splendidi disegni di Lorenzo Mattotti, lo fanno preferire di gran lunga a tutti i Pinocchi finora usciti come immagine in movimento.

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I ciuchi allo specchio...MATERIALI

Piccola antologia critica: a ognuno il suo Pinocchio

Alice e Pinocchio
di Stefano Benni

La domanda su questi due libri è sempre la stessa. Sono libri per bambini? Sono libri che hanno come eroi due ragazzini. Ma sono ambigui e non semplificati, non pensati per piacere a tutti i bambini.

Carroll dedica il libro ad Alice, rendendola subito protagonista. Alcune allusioni del libro sembrano quasi scritte alludendo a un segreto privato, un codice tra lui e le bimbe: alcuni giochi di parole, si è detto, potevano essere capiti solo nella Oxford di quei tempi.

Quello che succede in Alice non è quello che ci si aspetta da un libro per bambini, Alice è un libro complesso e molti bambini lo trovano incomprensibile e irritante (anche tanti adulti…).

Miei piccoli lettori”, dice all’inizio Collodi, come per rassicurare sulle sue intenzioni.

Però anche lui cambia le regole e va verso qualcosa di sorprendente. Una fiaba realista in cui il primo nemico di Pinocchio non è un orco ma un carabiniere. Sono i libri di due ex-bambini, di due adulti che ricordano terrori e gioie della loro infanzia, la reinventano, la rimpiangono. Due adulti che sono ancora per metà bambini confusi, delusi, avidi, avventurosi, polimorfi, e per l’altra metà razionali, didattici, morali.

Sono libri allegri e pieni di ombre dolorose perché riflettono sulla morte dell’infanzia. La necessaria fine dell’infanzia, che solo se la si racconta può rivivere. Di autori che sanno che il mondo non è fatto per i bambini. Questo è il fascino ambiguo dei loro libri, nei quali uno scrittore adulto parla a un bambino e racconta il suo essere bambino ad adulti, oppure uno scrittore bambino si racconta agli adulti… (da Giovanni Zoppoli, Come partorire un Mammut (senza rimanere schiacciati sotto), Marotta&Cafiero) (il testo integrale qui)

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Il primo libro che incontriamo
di Italo Calvino

Il posto che in cent’anni Pinocchio s’è conquistato nella nostra storia letteraria è sì quello d’un classico, ma d’un classico minore. Mentre è ora di dire che va considerato tra i grandi libri della letteratura italiana, di cui alcune componenti necessarie, senza Pinocchio, verrebbero a mancare.

Ne dirò tre: alla letteratura italiana è mancato il romanzo picaresco […], e Pinocchio libro di vagabondaggio e di fame, di locande malfrequentate e sbirri e forche, impone il clima e il ritmo dell’avventura picaresca italiana con un’autorità e una nettezza come se questa dimensione fosse sempre esistita e dovesse esistere sempre.

Altra lacuna, questa propria del nostro Ottocento: il romanticismo fantastico e «nero». […] Ora Collodi non è certo Hoffman né Poe; però la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come un’immagine di cera […] a Poe sarebbe certamente piaciuta. Come sarebbe piaciuto a Hoffmann l’Omino di burro che guida nella notte il carro silenzioso, dalle ruote fasciate di stoppa e di cenci, tirato da dodici pariglie di ciuchini calzati di stivaletti… Ogni apparizione si presenta in questo libro con una forza visiva tale da non poter essere più dimenticata: conigli neri che trasportano una bara, assassini imbacuccati in sacchi di carbone che corrono a salti e in punta di piedi… […]

Terzo motivo: il Pinocchio è uno dei pochi libri di prosa che per le qualità della sua scrittura invita a esser mandato a memoria parola per parola, come fosse un poema in versi. […] Nel Pinocchio, più che risultato d’oreficeria stilistica questo pare un dono di felicità naturale, istinto di non lasciar mai cadere una frase che sia grigia o senza concretezza o senza guizzo. […]

Il segreto di questo libro, in cui sembra che nulla sia calcolato, che la trama sia decisa di volta per volta a ogni puntata di quel settimanale […], sta nella necessità interna del suo ritmo, della sua sintassi d’immagini e metamorfosi, che fa sì che un episodio deva seguire un altro in una concatenazione propulsiva. […]

Da ciò nasce il potere genetico del Pinocchio, almeno a mia esperienza, perché da quando ho cominciato a scrivere l’ho considerato un modello di narrazione d’avventura; ma credo che la sua influenza, cosciente o più spesso inconscia, andrebbe studiata su ogni scrivente della nostra lingua, dato che questo è il primo libro che tutti incontriamo dopo l'”abbecedario” (o prima). (da Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Einaudi)

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Pinocchio è libertà e conformismo
di Giovanni Jervis

Pinocchio è un ribelle mancato ma anche, perpetuamente, un bambino mancato: ciò che può riscattarlo è la sua follia, ma essa lo condanna anche a partecipare a un mondo soggettivo che è al di qua del bene e del male. Gli si può attribuire scarsa intelligenza e capacità di critica, debolezza di carattere, patologica miopia nelle previsioni, limitatissima elaborazione dei dati dell’esperienza, ma queste notazioni rimangono ancora puramente quantitative. Il suo carattere vagamente subumano lo farebbe rassomigliare a un monacello, a uno stolido folletto, se per altri versi egli non fosse talmente reale e vicino alle debolezze infantili: così, la vivace irresponsabilità che lo contraddistingue inquieta vagamente i fanciulli lettori, che scorgono in questo pupazzo, i cui primi atti sono di cattiveria, la caricatura di una libertà e di una ribellione che si lega fatalmente a un destino di sofferenza e di guai.

Egli somiglia per certi lati a una personalità psicopatica, a un delinquente minorile, a uno di quei bambini ipercinetici e simpaticissimi che vengono chiamati anormali del carattere, a un tipico, terribile problema educativo caratterizzato da difficoltà insormontabili nella introiezione della moralità, da un carattere infantile, impulsivo, cordialmente irresponsabile, attaccabrighe, generosissimo ma incostante, credulone, dispettoso fino alla crudeltà, ingenuo, insensibile ai sentimenti più profondi eppure fondamentalmente leale.

Pinocchio è al tempo stesso libertà e conformismo, ma il rapporto fra questi due estremi non è risolto se non nel rifiuto, anch’esso incompleto, dell’artifizio moralistico tradizionale. Egli non è fatto per vivere in questo mondo, dove la moralità è un universo di scambi, e non è fatto neppure per vivere nell’universo delle domestiche magie del suo libro, dove il mondo degli adulti gli si ripropone continuamente, senza che egli riesca mai a comprenderlo. (da Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Einaudi)

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Nient’altro che un bambino, non un adulto in erba
di Vittorio Spinazzola

Il lettore è indotto a parteggiare per Pinocchio, certo; ma insieme subisce una controspinta, che lo induce a prendere le distanze da lui. Lo scrittore sollecita una sorta di fraternizzazione critica, giostrata tra la simpatia emotiva e lo straniamento riflessivo, la condiscendenza anzi complicità ludica e l’assennatezza giudiziosa. Qui sta la prova maggiore dell’originalità di concezione di un personaggio che nella sua indole ambiguamente complessa è ben lontano dagli schematismi tipici d’ogni letteratura divulgativa, per ragazzi o meno. Siamo di fronte a una vera e propria figura di romanzo, mobile e contraddittoria, e come tale suscettibile di un’evoluzione che nessun altro attore o comparsa del libro conosce.

Nella storia di Pinocchio Collodi esemplifica un lungo, laborioso processo che va dall’informe alla forma, dall’inerzia al movimento vitale, dalla spontaneità istintuale alla coscienza dispiegata…

Lo scrittore radicalizza la distanza tra infanzia e maturità, facendo di Pinocchio un bambino, nient’altro che un bambino, non un adulto in erba; ma nello stesso tempo fa lievitare nel personaggio un’urgenza grande di crescita mentale e morale. In effetti lo vediamo compiere un processo formativo vistosamente accelerato: alla fine della vicenda ci troviano dinnanzi a un giovane uomo, che ha bruciato le tappe della fase adolescenziale. D’altronde la rapidità di questa formazione ha un fondamento realistico più che plausibile: i ragazzini poveri non possono permettersi di rimanere a lungo nel limbo infantile. E’ la vita a incalzarli, imponendo loro di crescere in fretta per esser in grado di proccedere a se stessi, non solo, ma ai propri cari. (da Pinocchio e Collodi, Il Saggiatore)

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Così maneggevole, così vario, così imprevedibile
di Antonio Faeti

Giocare con Pinocchio, riscriverlo e ridisegnarlo, implica la scoperta di una curiosa constatazione: in realtà è ben difficile riuscire a tradirlo, a snaturarlo, a distruggerlo davvero. E’ un giocattolo che potrebbe essere stato fabbricato nella magica Bagdad, e rubato dal famoso ladruncolo per essere trasportato fino a Collodi. Ha la durata del buon legno ben stagionato, non si sa bene che cosa nascerà dal lavoro compiuto su di esso. Ma c’è sempre la voglia e la legittimità di farlo, questo lavoro, perché il testo è così maneggevole, così vario, così imprevedibile. Non si resiste tanto a lungo se non si è fatti di ottimo legno. (da Pinocchio nella letteratura per l’infanzia, a cura di Carlo Marini, QuattroVenti)

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Pinocchio annuncia una società diversa
di Roberto Eynard-Francesco Aglì

Il messaggio di Pinocchio corre su due piani diversi. Sul piano individuale, afferma la capacità che ogni ragazzo ha di educarsi e la convinzione che il fine dell’uomo è nell’uomo stesso. Sul piano sociale, mette in evidenza i limiti e le catene che mortificano e paralizzano l’uomo e gli impediscono di svilupparso in piena indipendenza, e di diventare se stesso. Perciò non propone re e regine, borghesi e avventurieri, ma i personaggi più quotidiani e popolari… La cultura a cui si riferisce è quella popolare, con tutti i suoi elementi più caratteristici. Il primo di tutti è quello della fame.

In conclusione, Pinocchio è un libro di negazioni, che denuncia, che sorride ironicamente sulla giustizia e sull’organizzazione della società del suo tempo. E’ però anche un libro positivo, ricco di fermenti e di valori; di fronte agli ostacoli non evade rifugiandosi nell’eterna fanciullezza come Peter Pan, ma varca e dà solidarietà e progressivamente supera le difficoltà. Il messaggio collodiano è un messaggio nuovo, che annuncia una società diversa. (da Tanti libri per tanti bambini, SEI)

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Ha la mobilità degli esseri che agiscono nei nostri sogni

di Paul Hazard

Asciutto, saltellante, piroettante… l’illustre Pinocchio è una marionetta… I piccoli italiani… si sono innamorati di lui perché offre due cose insieme: le fantasie che amano e la realtà che cominciano a sospettare.

Che noia il mondo, come se lo rappresentano gli adulti! Dappertutto, ostacoli al sogno: ora il vero, ora il verosimile. Dappertutto, categorie… I bambini non hanno ancora decolorato, né sintetizzato l’universo. Gli attribuiscono la sovrabbondanza di vita che è in loro; tutto si agita sotto il loro giovane sguardo, tutto parla alle loro orecchie attente; nulla viene a limitare il volo della fantasia.

Pinocchio li conduce gioiosamente attraverso l’inatteso e lo straordinario… Il segreto del fascino di Pinocchio sta nella fusione di questi due elementi: il meraviglioso, che fornisce al bambino un alimento necessario, e l’osservazione psicologica, che gli permette di prendere coscienza di se stesso.

Le necessità che lo legano alla terra, sono ridotte al minimo: fatto di legno duro e di meccanismo, non trascina un corpo pesante che sarebbe sempre in ritardo rispetto ai suoi capricci. E’ leggero come lo spirito, e come lo spirito è saltellante… possiede la mobilità degli esseri che agiscono nei nostri sogni, essendo lui stesso il sogno di una notte infantile…

E’ il trionfo dell’immaginazione: a quale popolo più che agli italiani la natura ha mai donato un’immaginazione ricca e duttile?… Pinocchio non avrebbe potuto vivere nella nebbia, in mezzo a persone riservate e fredde che misurano i loro movimenti, che non comprendono come un gesto possa aggiungere eloquenza al discorso; Pinocchio è il prodotto di un suolo in cui la fantasia si sviluppa spontaneamente sotto un cielo felice. (da Pinocchio esportazione, Armando editore)

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Pinocchio e il gatto ...

Pinocchio oggi

Appena qualche esempio della produttività di Pinocchio ancora oggi: i lavori degli studenti della Scuola Arte&Messaggio, come il lavoro collettivo Il Pittocchio e quelli di Irene Carminati, Verena D’Elia, Cinzia Brambilla e Alessandra Alfieri (vedi anche qui). Oppure Pinocchio in versi di Franco Manescalchi pubblicato dalle Edizioni CFR, a cura di Alessandra Macchia e con illustrasioni di Roberto Silvestroni. Oppure la poesia di Adam Vaccaro Nel paese dei bonzigonzi, inserita nell’antologia L’impoetico mafioso curata da Gianmario Lucini per CFR Edizioni. Segnaliamo anche una nuova edizione di Pinocchio da parte delle Edizioni Nuove Scritture di Milano, in collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, con un’edizione a cura di Angelo Gaccione e illustrata da 36 disegni a china di Valentino Dionisi.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Nella Repubblica fondata sul lavoro.

L’economia italiana ha subito un tracollo peggiore di quello di inizio anni ’30 ed esplode di conseguenza la richiesta di ore di cassa integrazione a marzo. Con poco meno di 100 milioni di ore registrate lo scorso mese, secondo i dati Inps, la cig aumenta in tutti i suoi segmenti (ordinaria, straordinaria e deroga), sia sul mese che sull’anno.

Dietro questa mole di ore sono coinvolti da inizio anno circa 520 mila lavoratori che hanno subito un taglio del reddito per 1 miliardo di euro, pari a 1.900 euro netti in meno per ogni singolo lavoratore.

Sono questi i dati che emergono dalle elaborazioni dell’Osservatorio cig della Cgil Nazionale nel rapporto di marzo, dove si legge che la cassa integrazione ordinaria è cresciuta di quasi un terzo nei tre mesi iniziali del 2013 rispetto agli stessi mesi dell’anno passato. E’ del 53% l’aumento delle richieste di ore di cassa straordinaria, mentre quella in deroga ha registrato un aumento del 147% mensile a marzo.

Stesso discorso per la pubblica amministrazione, come risulta dai dati sono contenuti nel rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, presentato ieri dall’Aran, l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione nella contrattazione collettiva nazionale.

La cura neo-thatcheriana ai costi dello stato inizia a produrre i suoi effetti: dal 2006 al 2011 i dipendenti pubblici sono passati da 3.627.139 a 3.396.810. Oltre 230mila persone hanno smesso di lavorare per lo stato negli ultimi cinque anni.

Il lavoro in primo piano, quindi. E lo è anche nella scuola. La senatrice del Pd Francesca Puglisi, ha chiesto al Ministro dell’Istruzione di riferire in aula sulla situazione degli organici della scuola:

Il Ministro della Pubblica Istruzione venga in Parlamento a riferire sulla situazione degli organici per il prossimo anno scolastico e sulle condizioni di precarietà in cui versa il personale della scuola.

Negli ultimi 5 anni le scuole hanno accolto 90.990 alunni in più, mentre si sono viste sottrarre 81614 insegnanti 43.878 Ata. Le conseguenze dei tagli sono evidenti: il limite dei 20 alunni per classe in presenza di un alunno con disabilità non viene quasi mai rispettato, così come non sono spesso rispettate le norme di sicurezza delle aule a causa del sovraffollamento, non vengono date risposte alle domande di tempo pieno delle famiglie, impossibile il funzionamento dei laboratori“.

Preoccupazione crescente per il prossimo anno. Il concorso a cattedra avrebbe dovuto assegnare 11.542 posti in due anni scolastici, di cui circa 7.000 dal 1° settembre 2013. Ma il crollo dei pensionamenti dovuto alla legge Fornero mette a serio rischio la possibilità di rispettare i numeri.

Il tema è stato posto con il presidio presso il ministero dell’Istruzione indetto dalla Flc Cgil, per consegnare al ministro Profumo la piattaforma elaborata dal Coordinamento nazionale dei lavoratori precari della conoscenza Flc Cgil. E continua a preoccupare le scuole, che denunciano taglio degli organici e dei fondi per le supplenze e la diminuzione del personale ATA, come fa l’Istituto Comprensivo “Via Pareto” di Milano con una mozione rielaborata e approvata dai lavoratori docenti e ATA.

Sul fronte retributivo, più di un milione di lavoratori della scuola si avviano alla povertà. Gli stipendi, nel 2011, sono calati nel loro potere d’acquisto dello 0,8%. Trend al ribasso anche per il 2012. Si patisce il blocco del contratto dal 2009, che causa una perdita rispetto all’inflazione del 15%, per non parlare dell’auento delle tasse sia a livello nazionale che locale.

Ed emerge, ce lo segnala una inchiesta de la Repubblica, una nuova piaga del precariato nazionale: le pubbliche amministrazioni, ridotte sul lastrico da finanziarie governative, spending review e stagioni di politica dissipante, sempre più spesso emanano bandi che non prevedono soldi per i professionisti, per i loro servizi. C’è un sindacato, l’Inarsind, che tutela ingegneri e liberi professionisti e ha organizzato su Facebook un Osservatorio sugli incarichi pubblici chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro“). Si lavora gratis con la pubblica amministrazione, quindi. A volte si lavora solo se si paga, per l’unico vantaggio è ottenere una citazione sul curriculum.

Frattanto la crisi entra tra i banchi di scuola: infatti due studenti su tre rinunciano alle gite. Sono gli stessi genitori – in molti casi – a chiedere di eliminare i viaggi organizzati per evitare discriminazioni tra i ragazzi che non possono più permetterseli. Secondo l’osservatorio sul turismo scolastico del Touring Club Italiano, alle superiori è stimato un calo intorno al 20%.

Confronti internazionali.

Perde colpi su colpi, la scuola italiana, a ogni confronto internazionale. Secondo dati Eurostat solo in Italia gli abbandoni scolastici non diminuiscono. Se nell’Ue a 27 lasciano prematuramente i banchi di scuola il 12,8% di giovani (daro ormai sempre più vicino a quel 10% indicato dall’Unione Europea da raggiungere entro il 2020), nel nostro Paese siamo fermi al 17,6%: centinaia di migliaia di giovani che vanno a riempire la lista dei neet. I dati dell’Istituto statistico dicono che nel 2012 il numero dei giovani pronti a lavorare ma che ormai non cercano più un’occupazione (3 milioni) è cresciuto del 2,7%: una quota superiore oltre 3 volte quella Ue. E’ il dato peggiore dal 2004.

Anche il resto dei dati forniti da Eurostat risultano preoccupanti: se nell’Ue a 27 i diplomati sono in assoluto il 35,8%, nel nostro Paese non arriviamo al 22%. E non va meglio a livello universitario, visto che se l’Unione Europea detiene ormai circa il 36% di laureati 30-34enni, rispetto a quelli che avevano iniziato gli studi, l’Italia nella stessa fascia di età si ferma al 21,7%, che rappresenta il risultato peggiore dei 27 Paesi europei esaminati.

L’Italia si colloca agli ultimi posti anche per quanto riguarda il benessere dei bambini,
l’Unicef ci colloca al 22° posto su 29 Paesi. Da noi il 17% dei bambini, ossia circa un milione e 750.000, vive ancora sotto la soglia della povertà.

L’elenco è lungo. Quanti moniti negativi ha subito l’Italia da parte dell’Europa nel volgere di solo qualche mese? E quante volte abbiamo letto che la nostra Nazione è la “maglia nera d’Europa” in istruzione? Pasquale Almirante ne fa un breve riassunto.

L’Italia “maglia nera” anche per il digitale nelle scuole.

Le classi 2.0, cioè completamente attrezzate per la didattica multimediale, sono solo 14 in tutta Italia e l’Ocse conferma che nella classifica generale dei 34 Paesi del mondo occidentale, siamo sopra solo a Romania e Grecia. Tant’è vero che

con l’attuale tasso di diffusione sarebbero necessari altri 15 anni per raggiungere i livelli registrati ad esempio in Gran Bretagna, dove l’80% delle classi può contare su strumenti didattici informatici“.

Nella scuola elementare e in quella media solo il 6% delle classi è equipaggiato, contro una media Ocse del 37%. Abbiamo un computer a disposizione per ogni 15 studenti nella scuola primaria, uno ogni 11 alle medie, uno ogni 8 alle superiori. Il fatto è che l’Italia spende ogni anno 5 euro a studente per la digitalizzazione, in tutto 30 milioni, pari allo 0,1% del budget del ministero per il capitolo Istruzione.

Intanto il dibattito sulle nuove tecnologie nella scuola prosegue. Segnaliamo questa settimana un’intervista a Francesco Antinucci, il quale sostiene che

Le tecnologie hanno la capacità di modificare il modo di apprendere… è qualcosa che avverrà inesorabilmente. O la scuola se ne rende conto o diventerà inutile oltre che sorpassata. La forza di attrazione del modo di apprendere per esperienza, supportata dalla piena potenza delle tecnologie interattive, non lascia dubbi in proposito

Nel saggio Salvare la scuola nell’era digitale, Giovanni Reale pone l’accento invece su questioni come queste:

Questi mezzi non devono essere il fine dell’istruzione, ma dei supporti… Rischiano di distruggere l’antico rapporto tra allievo e maestro e sostituirsi ad esso… La lettura informatica mi sembra che limiti la capacità di concentrazione e di astrazione… La scuola deve aiutare a usare gli strumenti e a non diventare vittima di essi. Vorrei chiudere questo dialogo con una frase di Clifford Stoll, uno dei fondatori di Internet: “L’insegnamento non può ridursi a insegnare ai giovani a picchiettare su una tastiera otto ore al giorno“.

Ci pare utile citare anche un articolo di Antonella Reffieuna sull’importanza della “scrittura a mano“.

A proposito delle ultime affermazioni, Mila Spicola ricorda come secondo Benedetto Vertecchi, il grande pedagogo italiano, le domande vere da porsi sulla scuola italiana sono le domande di senso. Vertecchi ha riassunto in dieci domande le questioni fondamentali di senso che riguardano i sistemi d’istruzione, si possono leggere riassunte qui.

Pubblico/privato.

Mentre la scuola italiana versa in queste condizioni, appare sempre più stridente la situazione di privilegio di cui gode la scuola privata, in particolare in alcune regioni e in alcune città. E’ il caso di  Bologna dove il 26 maggio si terrà un referendum promosso dal Comitato Art. 33 per il voto a favore dell’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private. Segnaliamo l’adesione alle posizioni in difesa della scuola pubblica della Flc Cgil e la presa di posizione a favore delle scuole private del sottosegretario all’istruzione Elena Ugolini, anche leader bolognese di Comunione e Liberazione e dirigente di una scuola privata.

E’ il caso anche della Lombardia (qui una inchiesta di vivalascuola), dove l’Associazione Nonunodimeno ha promosso una petizione per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione. La petizione ha avuto molte adesioni di sindacati e associazioni scolastiche, tra cui ricordiamo quelle di ReteScuole Crema, Flc Cgil, CUB scuola, USB scuola, Rifondazione Comunista, Lombardia 5 Stelle. L’USB scuola propone la costituzione su questo tema di un comitato referendario anche a Milano. Il PRC Lombardia fa una proposta di ordine del giorno da presentare nei consigli comunali delle città lombarde per invitare il nuovo Governo della Regione e tutti i Consiglieri Regionali a disporre l’abrogazione dei “buoni scuola” e ad attivare nuove normative e adeguati stanziamenti di risorse per la scuola pubblica e i servizi per il diritto allo studio finalizzati alle famiglie degli alunni e degli studenti che frequentano le scuole pubbliche.

Scuola e marketing: dalla padella nella brace.

E’ stata ampiamente ripresa dalla stampa la notizia che il liceo classico milanese Beccaria in meno di due mesi ha ricevuto da sponsor privati donazioni per 25.000 euro per attrezzare un’aula magna multimediale con nuovi impianti audio e proiettori. I sostenitori saranno ringraziati nella serata di inaugurazione, avranno uno spazio sul sito internet della scuola e potranno esporre sul loro il logo del Beccaria, “il più antico liceo classico di Milano“.

Marcella Raiola mostra in un suo intervento i problemi posti da una iniziativa motivata, anche in buona fede, da pragmatismo e benefici immediati.

Per esempio: se l’impresa che finanzia la scuola dovesse assumere un atteggiamento antisindacale verso i suoi dipendenti, la scuola dei “valori” e delle pari opportunità potrebbe accettarne il contributo? Si farebbe o no il problema?

Oppure vale ormai solo il principio che pecunia non olet, machiavellicamente, sicché è passatista anche continuare a ritenere la scuola come il luogo in cui trasmettere messaggi che abbiano a che fare con la dirittura etica e con la correttezza deontolotica e morale?

E Marina Boscaino commenta:

Ecco l’ingresso degli sponsor: la scuola-azienda, la scuola merce, la scuola offerta a domanda/e individuale/i, che scavalca il proprio mandato e la propria natura per far accomodare il mercato anche in uno degli ultimi presidi di democrazia e di pari opportunità per tutti i cittadini della Repubblica…

E ancora: cosa dire di questa incursione – il logo, il marchio, indicatori di cos’altro se non dell’induzione al consumo – persino nella scuola, il luogo che dovrebbe – attraverso la cultura – educare al consumo critico, alla autonomia di giudizio?

E chi se ne importa di chi non ha mezzi e possibilità; si millantano deroga ai principi e esaltazione di privilegi come “coraggio imprenditoriale” e attivismo sburocratizzato…

A quanti verrà in mente, invece che di proporre alla scuola dei propri figli di replicare l’iniziativa del Beccaria, di unirsi in “solidal catena” per esigere che lo Stato eserciti il proprio dovere rispetto al diritto di tutti i cittadini di avere scuole tutte davvero capaci di formare cittadini consapevoli?

Nuovo governo, trattative e proposte.

Intanto fra le forze politiche continuano le trattative per la formazione del nuovo governo. Si osserva che sulla scuola tra Pd-Pdl non ci sono assolutamente convergenze. Si osserva che le proposte contenute nel documento dei “sagginominati dal Presidente Napolitano, oltre che  dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, vengono considerate “insoddisfacenti e di ispirazione conservatrice” anche da Marco Barone, per quanto riguarda le proposte per la scuola.

Continuano frattanto a essere rese pubbliche proposte per la scuola indirizzate ai futuri governanti,  ad esempio da dirigenti scolastici come Eugenio Tipaldi o dal sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, che sostiene che occorre prioritariamente restituire alla scuola quanto tolto:

Bisogna fare come per i crediti delle imprese: procedere subito ad una prima restituzione, su alcune priorità assolute. L’estensione delle azioni di contrasto alla dispersione scolastica; la formazione in servizio dei docenti; un po’ di organico stabile e certo per rafforzare e rilanciare l’autonomia delle scuole di programmare e organizzare; il diritto allo studio, soprattutto“.

Anche oltre 50 associazioni tra cui 20 Maggio-Tutelare i Lavori, Giovani Democratici, Lavoro & Welfare, insieme ai deputati del gruppo Under 35 del Partito Democratico hanno presentato in Parlamento otto disegni di legge. I ddl vertono su: compenso minimo legale; modifica della Legge Fornero; ammortizzatori e futele sociali universali; giustizia previdenziale; statuto del lavoro autonomo e professionale; diritto allo studio.

Invalsi.

L’Invalsi comunica che slitta al 2015 la proposta di introdurre come terza prova per i maturandi il test dell’Invalsi. Quest’anno il test si farà, ma solo in forma sperimentale su un campione di scuole, a maggio. Parla di “scampato pericolostudenti.it.

All’avvicinarsi delle date della somministrazione dei test, cominciano a manifestare e organizzare il rifiuto o il boicottaggio associazioni sia di studenti sia di genitori sia di docenti. Segnaliamo una ampia analisi del tema della valutazione da parte di Antonella Reffieuna. Vale infine la pena ricordare, ai sostenitori della bontà dei quiz dall’asilo all’università, che, come diceva Burrhus F. Skinner,

Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

Un pensiero su “Vivalascuola. Noi fratelli di Pinocchio

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