“Il vaso delle spezie” di Joris-Karl Huysmans

Joris-Karl Huysmans non è solo l’autore di À rebours, manifesto del Decadentismo, e di Sac au dos, uno dei testi-chiave del Naturalismo. A più di un secolo dalla morte la sua fama, a dispetto di certe previsioni affrettate, non solo non diminuisce ma addirittura cresce, e mentre le sue opere più conosciute continuano ad essere ristampate, le altre vengono via via tradotte e proposte al grande pubblico.

Qui, per la prima volta in italiano, si presenta il suo libro d’esordio, Le drageoir aux épices (corredato di alcuni testi soppressi nell’edizione definitiva).
L’opera esce nell’autunno del 1874, quando Huysmans ha ventisei anni, e ottiene da subito l’attenzione dei critici. L’autore debutta cimentandosi col poema in prosa, alla maniera di Aloysius Bertrand e di Baudelaire. Come egli stesso scriverà parlando di quell’esperienza (che ripeterà nei Croquis parisiens), Huysmans ha in qualche modo rinnovato tale forma letteraria, “facendo uso di artifici curiosi: versi liberi come refrain, composizioni precedute e seguite da frasi ritmiche, ripetitive, bizzarre, a volte con ritornelli o envoi come nelle ballate di Villon e di Deschamps”.
Ma in queste pagine è già tutto presente lo scrittore che conosciamo, un pittore della lingua dalla tavolozza straordinariamente ampia e vivace.

(Quarta di copertina de Il vaso delle spezie di Joris-Karl Huysmans, in imminente uscita presso Nino Aragno Editore, a cura di Roberto Rossi Testa)

Qui di seguito una piccola anticipazione per gli amici di LPELS.

VII

Vigliaccheria

La neve cade a larghe falde, il vento soffia, il freddo punge. Ritorno a casa in tutta fretta, sistemo il fuoco, la lampada, aspetto la mia amica. Ceneremo insieme da me; ho ordinato la cena, comprato una bottiglia di Pommard invecchiato, una bella torta alla marmellata (lei è così golosa!). Sono le sei, aspetto. La neve cade a larghe falde, il vento soffia, il freddo punge; attizzo il fuoco, chiudo le tende, prendo un libro, il mio vecchio Villon. Che ineffabili delizie! Cenare a casa propria, in due, accanto al fuoco. Le sei e mezza suonano alla pendola: mi metto in ascolto, se mai il suo passo accarezzasse le scale. Niente – nessun rumore. Accendo la pipa, mi sprofondo nella mia poltrona, penso a lei – Le sette meno cinque. Ah! Finalmente, eccola. Getto la pipa, corro alla porta; i passi continuano a salire. Mi rimetto a sedere, il cuore stretto, conto i minuti, vado alla finestra; la neve cade ancora a larghe falde, il vento soffia ancora, il freddo ancora punge. Tento di leggere, non so nemmeno che cosa, non penso che a lei, la giustifico: sarà stata trattenuta in negozio, sarà rimasta da sua madre. Fa così freddo! Magari sta aspettando una vettura; povero tesoro, come le scalderò il suo nasino freddo, come mi metterò a coccoloni ai suoi piccoli piedi!
Le sette e mezza suonano: non riesco più a stare fermo, ho come un presentimento che lei non verrà.
Avanti! Sforziamoci di mangiare. Cerco di trangugiare qualche boccone, la gola mi si stringe.
Ah! Capisco, adesso! Mille piccole inezie mi si rizzano davanti; il dubbio, l’implacabile dubbio mi tortura. Fa freddo, eh! che importano il freddo, il vento, la neve, quando si ama! Già, ma lei non m’ama più.
Oh! ma sarò fermo, la rimbrotterò vivamente; è ora di finirla d’altronde! Da troppo tempo di me lei se la ride; che diamine, non ho più diciott’anni! Non è la prima amica che ho; dopo di lei, un’altra! Se la prenderà? Sai che disgrazia! Mica le donne son merce rara, a Parigi! Già, facile a dirsi, ma un’altra non sarà la mia piccola Sylvie, un’altra non sarà il piccolo mostro di cui sono così follemente infatuato!
Cammino a grandi passi, furiosamente, ed intanto che la mia rabbia monta la pendola tintinnabula giocondamente, e sembra ridere delle mie angosce. Sono le dieci. Corichiamoci. Mi stendo nel letto, esito a spegnere la lampada; bah, tanto peggio! Spengo. Collere furibonde mi stringono la gola, soffoco. – Ah! sì, fra di noi è proprio finita! è proprio finita! – Ah! mio Dio, c’è qualcuno che sale: è lei, questo è il suo passo; mi precipito giù dal letto, accendo il lume, apro.
«Sei tu! Da dove vieni, perché arrivi così tardi?»
«Mia madre mi ha trattenuta.»
«Tua madre!… e tu che tre giorni fa mi dicevi che da lei non ci andavi più. Senti un po’, ascolta: sono molto scontento; se quando vieni non cerchi di essere più puntuale, allora…»
«Allora, che?»
«Allora ci sarà da litigare.»
«Se è così, litighiamo pure subito, tanto più che sono stufa d’essere sempre strapazzata. Se tu non sei contento, io me ne vado…»
Tre volte vigliacco, tre volte imbecille, io l’ho trattenuta!

6 pensieri su ““Il vaso delle spezie” di Joris-Karl Huysmans

  1. Cara Giorgina,
    avrai notato una certa frizione fra la quarta di copertina e il brano da me non a caso presentato.
    Questo “vaso delle spezie” è la tipica “satura lanx” dell’esordiente, che questi inzeppa di tutte le sue variegate primizie. Ma già dal primo assaggio si può capire benissimo che il destino di Huysmans non sarà la poesia, né in prosa né tantomeno in versi.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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