Gian Piero Stefanoni, Da questo mare

Da questo mare

Dalle tende, dalle pietre,

da te solo volendo rinascere,

con altri otto hai assecondato il destino.

Di te padre, dalla piana

hai fissato il canale, dell’imbuto

interrogando le ombre, il margine

che più della terra dell’uomo

sempre propaga il cammino.

L’incarnazione nel compimento.

La resa ragione di sé-

e della propria speranza.

Amore che ti ha pensato,

che ti ha custodito tra uomini e donne;

di uomini e donne, nella buona

e nella cattiva sorte, nell’assenza

e nella presenza. Virgulto

che poi hai tentato, a cui ti sei appeso

come anello a tracciare il confine

del giardino che deve restare sacro,

muto e ignoto ragazzo la cui bracciata

è mancata, la cui statura s’è rotta

nella rena coperto da insetti.

Tu che volendo dire la vita

hai pronunciato la morte –

ti sei pronunciato alla morte –

dalla pancia di una nave madre

ad un acqua senza cordone –

incontenibile, inesauribile

che non comprende e che non ha requie.

Che non ha tempo-

e non ha divenire.

Che non ritorna-

e cancella le tracce.

Che non ha termine-

ma solo correnti.

Acqua su acqua- che continua e continua.

Sì, acqua su acqua

che ANCORA continua, sempre

più cupa, sempre più scura

mentre la fame

supera il freddo

ed anche la luna volta la faccia

in una traversata da cui non si torna..

E che il gruppo subisce

compatto, chiuso – in due, tre

o quanti più giorni – in tre,

quattro o quanti più malori – nella cittadinanza

senza cittadinanza, nel nutrimento

senza nutrimento.

Gli occhi solo dei lupi

a cui s’è affidata la carne, per uscire

dalla favola antica.

Ma per cui non vale il racconto

nella parte che mai avrà freno

quando il cielo non riconoscendo le nubi

del mistero teme il respiro

e la corrispondenza della violazione col fuoco

nella necrosi da cui si lasceranno portare.

Qui è il lampo a decidere il tempo

e il rigetto, nella divisione veloce

di umano e non umano.

Qui è la parola a nascondersi

ed è per questo che il canto non sale:

non può, NON DEVE,

il battito

reciso al suo metro.

Unicamente, propriamente

solo il discendere infatti può dare misura

di quanta vita è già sacco nel carico;

entro quale odore si preannuncia l’abisso,

il sale iniziando a bruciare le ferite,*(9)

le ombre trattenendo le ombre.

***

Versi tratti da Questo mare, di Gian Piero Stefanoni

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