“Ovunque (tu sia) 2”

pioggia

di Elisabetta Bordieri

Un inverno da dimenticare con l’idea di lui ancora lì, conficcata lì, dentro, come una punta scheggiata di una lama che gira e rigira e sconquassa ogni fibra e tessuto. Si era ritrovata in mezzo a brandelli di anima da rimettere in piedi, ma non sapeva come fare, provava a prenderne uno per cercare di ricostruire un tassello e subito un altro le scappava via dalle mani. Le mani, quelle mani che solo pochi mesi prima le avevano fatto vivere un momento di un assurdo meraviglioso e che ora la schiaffeggiavano dappertutto. Aveva pensato che sarebbe potuta tornare a scattare, che avrebbe conosciuto ancora il desiderio impellente di scrivere con la luce. Stronzate. Non c’era stato più nessun click e soprattutto nessuna voglia di viverlo o di riviverlo. Erano rimaste solo parole, quelle di lui, vuote, sterili e inconcludenti, promesse vane scivolate via, impegni presi e mai portati a termine, ricordi laceranti che si tingevano sempre più di falsità. Ora era solo tempo di estirpare ogni arbusto senza lasciare uno stralcio di tenera e fertile radice. E lo avrebbe fatto tornando a lavorare nella sua galleria d’arte, messa su con il sangue, il suo, un sangue denso e amaro che non si lava via facilmente. Lo avrebbe fatto prendendo quei biglietti che lui le aveva scritto lasciandoli sul vetro della macchina e che lei aveva tenuto come fossero stralci di saggezza e li avrebbe frantumati piano riducendoli in cenere. Sì, lo avrebbe fatto.

Alla galleria arrivò come sempre in ritardo.

“Alla buon’ora” la sua quasi socia le apostrofò la solita frase.

“Il solito traffico e la solita pioggia” rispose lei come di routine.

“Solo che oggi è una giornata di mezzo sole e la primavera sembra aver fatto il suo arrivo”

“Ah sì? Non me ne ero accorta. Non è arrivato nulla per me?”

“Veramente no, aspettavi qualcosa?”

“No, no, non aspettavo niente”

“Allora che domanda è?”

“E’ una domanda e, come a tutte le domande, dovrebbe seguire una risposta, risposta che tu mi hai appena fornito. Punto!”

“Ragazzi che carattere, mi sembra di essere tornata a quei giorni”

“Quali giorni?”

“Quei giorni lì”

“Ecco questa non è una risposta, mentre la mia era una domanda. Quindi?”

“Quei giorni in cui hai voluto esporre solo le foto di quell’artista folle”

Ritornò ancora una volta a quei momenti, a quella mostra, sì a quei giorni. Ma no, non era stato un folle, la follia percorre equilibri precari e aspri, è vero, ma è anche una pulsione piena, profumata e speziata. Un folle vive in bilico tra l’ordine e l’eccesso, esplora il ritmo e il distacco di e da ogni spasmo vitale come attraverso una distorsione che lo rende pienamente lucido e vigile. Il folle non scappa, affronta le paure, non sparisce, è lì, non chiude perché non sa chiudere, perché ha una delicata debolezza che lo avvolge in un’aurea di lacerata vertigine, che non usa espressioni come -mai- o -per sempre- ma, quando lo fa, ne conosce il profondo valore. No, non era stato un folle ma solo un calcolatore, un banalissimo egoista calcolatore.

“Quella mostra è andata benissimo, pensiamo piuttosto alla prossima che non sarà di fotografie”

“Ma non dovevi tornare a scattare? Aspetta com’è che avevi detto? Ah, sì -è una questione di sintonia e di mani-, che poi non mi hai mai spiegato bene cosa volessi dire con quelle par…”

“E non te lo spiegherò certo ora! Stavamo parlando della mostra e non vorrei parlare d’altro! Hai capito??”

“Non so che cosa ti sia preso, stavo solo…lascia perdere, sei intrattabile, esco e non starò qui a farmi ridurre a uno straccio da te. Non sono la tua serva e comunque anche una serva avrebbe il diritto di essere rispettata. Ci vediamo dopo. Forse”

Prese la sua borsa con calma e uscì senza nemmeno sbattere la porta. Quella calma che lei non conosceva più da tempo, lui le aveva portato via anche quella. Non era giusto. Né per se stessa, né per lei.

Uscì di corsa e la raggiunse.

“Senti, scusa hai ragione, sono intrattabile, dai pensiamo al lavoro” due parole buttate lì tanto per riallacciare come faceva di solito.

“No, senti tu ora, delle tue scuse sono piena, io non sarò una cima come te, non sarò miss donna in carriera come te e non avrò viaggiato per il mondo come te, ho una vita normale, la mattina vengo al lavoro, la sera mi piace stare a casa, ogni tanto esco e vado al cinema con gli amici o a mangiare una pizza, tutte cose non contemplate nel tuo protocollo quotidiano, scusa se sono una persona ordinaria ma non sono una stupida, e soprattutto sono una che nel lavoro ci mette l’anima e pure tutto il corpo, perché da quando lavoro con te, la galleria mi prende tutto il tempo e poi c’è l’organizzazione e il materiale e i rapporti con la gente e la pubblicità e gli allestimenti e le esposizioni e i rinfreschi e i ringraziamenti e un miliardo di altri cazzi che tu nemmeno vedi perché sei una che vive tra le nuvole, che dorme dentro favole inesistenti, che si lascia sedurre, abbrutire, traviare, contagiare, e potrei continuare all’infinito. Sì perché tutto questo ti ha fatto quel tipo. Ti ha manovrato e tu hai permesso che lo facesse. Pensi che non lo sappia che da quando non hai più sue notizie sei ricaduta nello sfacelo più completo? Ma ti rendi conto? Una come te, che gioca a fare la ragazzina! Non abbiamo fatto più mostre perché tu dovevi tornare a fotografare, e non c’era tempo per prepararle e sono mesi che abbiamo solo spese e nemmeno un introito e ora te ne esci che facciamo una mostra ma non di fotografie. Hai una galleria d’arte e tu sei una fotografa. Cosa vuoi esporre? No dimmelo! Quadri? Sculture? O forse una collezione di animali estinti dell’era glaciale? O un campionario di tessuti di seta e oro dell’ottocento? O magari una collana di libri ritrovati in un’antica soffitta appartenuta a Dickens? O cosa? Che vuoi da me, perché mai ti sei messa in società, in mezza società con me? Perché vuoi lavorare con me?”

Smise di urlarle tutta la sua rabbia che sopiva indisturbata da chissà quanto tempo. Il riflesso dell’affanno di quelle parole rimbombava nella strada e nel suo cuore che evidentemente ancora aveva. Si era fatta manovrare? No, peggio, si era fatta fregare. Sì come una ragazzina innamorata. Innamorata poi di chi? Di uno spettro, di un’ombra. Rispose di getto.

“Voglio lavorare con te perché sei una che mi ha spiegato che una foto è anima e sangue, desiderio e morte, sole e nuvole, ma sopra ogni cosa è tempo di andare dal notaio per formalizzare la questione della mezza società che diventi una e una sola”

Si guardarono senza dire una parola. Ma il suo eco riecheggiò fino allo stordimento. Un piccolo cenno di pioggia ricordò loro che si trovavano sul marciapiede in mezzo alla gente indisturbata e disinteressata e che era il caso di rientrare.

“Prima intendevo dire che non vorrei fare una mostra di fotografie di altri”

“Come non di altri?”

“Sì, vorrei raccogliere tutte le mie foto, tutto ciò che ho visto e fotografato nel tempo, da quando ho iniziato a prendere in mano una macchina fotografica, ed esporle e tu sarai il mio filtro”

“Tue? Ma nel panorama artistico fotografico attuale, perdonami, tu non sei un nome, non hai foto proprio da esporre, hai solo delle cose personali, e poi cosa dovrei fare io?

“Una foto non è una cosa, come dici sempre tu, e non servono nomi altisonanti alla nostra galleria, che ormai è già di suo un nome, ma ci serve originalità e stupore, e tu devi scovarli. Un lavoro non da poco, te la senti?”

“Non ho scelta immagino”

“Ti darò il materiale e non voglio le mie foto più belle, ma quelle più vere, devi tirare fuori quelle che ho scattato con la rabbia e la voglia di rivedere quel momento impresso su carta ogni volta che la stessa rabbia e la stessa voglia mi sarebbero venute a visitare. Voglio che ci sia, in quelle foto, la mia evidente caparbietà stampata lì sopra, che si veda che quella foto non è una foto a caso commissionata, ma solo una foto che non poteva essere che quella perché quella ero io in quel preciso momento e non sarei potuta essere un’altra. Voglio che la gente guardando quella foto venga da me non per farmi i complimenti ma per dirmi che quella foto non è statica ma che si muove come fosse un film e che la sente camminare sulla pelle. Voglio che…”

“Ehi, ehi, ho capito. Avrai pezzi di vita”

“Ecco sì, -pezzi di vita-, questo sarà il titolo della mostra. Bene, sbrighiamoci allora che già non sto nella pelle all’idea. Scappo a casa a prendere tutto il materiale e vedi di andare pure tu che è tardi ormai e prendi l’ombrello che ha iniziato a piovere, la tua primavera dovrà aspettare, chiudi tu qui?”

“Vai, vai, tanto società o mezza società, la scagnozza la faccio sempre io”

“Grazie, a dopo allora”

Una pioggia grigio metallo aveva iniziato a cadere leggera sopra scatole e catene dalle quali voleva svincolarsi. Camminava sotto fragili gocce che indugiarono sul suo viso come dita leggere. Le accompagnò poi fino a lambire il collo nudo con un movimento impercettibile della testa. Le sentì liquefarsi al contatto con il tessuto della camicia che divenne morbida e pregna di linfa. Si fermò davanti alla sua macchina dove era arrivata senza nemmeno averlo realizzato. Aprì lo sportello meccanicamente ed ecco che il click le si parò di fronte inaspettato, improvviso, deciso. Le si offrì con aria quasi di rimprovero quasi a dire -ero qui, sono sempre stato qui-. Rimase incredula e disorientata per qualche secondo e poi lo avvinghiò. Entrò in macchina, posizionò il cambio su folle, verificò il freno a mano tirato e mise in moto azionando il tergicristalli. Uscì e chiuse la portiera, prese dal bagagliaio quello che doveva prendere e si allontanò di pochi passi alla giusta distanza. Guardò dentro, fece collimare l’immagine con il suo pensiero, e scattò. Scattò due volte.

Un successo a cui era abituata anche se poco prevedibile stavolta. Una mostra carica di energia e coraggio.

“Una riuscita sensazionale. Non ci contavo a dirti la verità, quando mi hai sommerso di tutte le tue foto pensavo che non ce l’avremmo mai fatta e in così poco tempo”

“Tu ce l’hai fatta, questo successo è merito del tuo impegno”

“Ma le foto sono tue. Ah volevo dirti poi, strane queste due in sequenza, le uniche che hai scelto tu, ma quando le hai fatte?”

“Ah queste, sì un po’ di tempo fa, qui fuori dalla galleria”

“Sembrano uguali però”

“Guarda meglio”

“Ti dico che sembrano uguali”

“Quando una cosa sembra potrebbe non essere. Guarda l’alternanza del tergicristalli che divide in due il vetro, la parte bagnata e la parte asciutta, guardala in tutte e due le foto con attenzione”

“Ma dai! Sì, è vero non sono uguali! Le due parti sono alternate, hai colto il movimento del tergicristalli esattamente a metà in tutte e due lasciando in una la parte bagnata al di sopra e nell’altra al di sotto”

“Precisamente. A indicare il divenire delle cose”

“Sensibilità e acutezza, brava! Ma cos’è quella cosa attaccata al tergicristalli?”

“Quale cosa, non c’è niente”

“Ah sì hai ragione, ma se ti posizioni qui un po’ più lontano, sembra come un minuscolo pezzo di carta, così a occhio forse deve essere l’effetto della luce su una goccia più grande trasformatasi in acqua troppo prima delle altre. Ma quello che sembra potrebbe non essere, come dici tu, e spesso non è, a quanto pare”

Provò a fare come le disse, ad allontanarsi per vedere meglio. Incredibile sembrava davvero esserci un micro frammento di carta attaccato al tergicristalli, come fosse un biglietto, un biglietto di quelli che conosceva bene. Le era sfuggito quel particolare che aveva fotografato lei stessa, senza volerlo e pensando ad altro. Il particolare della trasformazione. Ecco lo strappo che voleva. L’estirpazione. Non doveva cancellare o ricordare l’idea di lui ma trasformare. Esisteva ancora un modo nuovo per non buttare via niente. Averlo trovato era solo il primo passo, viverlo sarebbe stato tutto il resto.

“Ehi, che si fa andiamo?”

“Sì vai pure che sei stanca morta, io ti seguo a ruota e mettiamo a posto domani, chiudo io qui per una volta”

“Grazie, sì vado”

Ripensava e ripensava ma qualcosa non quadrava. Spense le luci della galleria e riguardò le due foto solo attraverso l’illuminazione della strada. Il riflesso del frammento di carta si vedeva in tutte e due mentre prima lo aveva focalizzato solo in una. Non poteva aver colto per due volte e con soli due scatti lo stesso fenomeno, non aveva mai dato ascolto alle coincidenze. Oddio, un biglietto. Il pensiero di un’assurda ipotesi stava per prendere forma. Scattò come una molla tenendo a bada la bomba che stava per esplodere nella sua testa e accese subito la luce della sala per appurarlo. Ma non successe nulla. Rimase lì immobile senza girarsi con la mano sull’interruttore e la testa poggiata sul muro con quell’unico pensiero che diventò aria. E poi…poi spense. Non c’era nulla da appurare. Non c’era nessuno a cui mancare. Con una calma ritrovata prese le sue cose e chiuse la galleria in una serata calda di odori ed effluvi di fine primavera. Solo il tempo di pensare -ciao, ovunque tu sia-.

15 pensieri su ““Ovunque (tu sia) 2”

  1. Il folle non scappa. E’ interessante in questo racconto la consapevolezza della differenza tra la passione e il calcolo. Raccogliere i cocci dopo una delusione vuol dire secondo me proprio affrontare il dolore come fa la protagonista. Guardarlo in faccia, cogliere l’attimo esatto della trasformazione. Non è da tutti.
    Maria Zimotti

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  2. Ciò che l’ occhio non può vedere lo fotografa il cuore affinché prima o poi ciò che prima era invisibile ai nostri occhi possa diventare visibile e fissarsi come in una fotografia anche nella nostra mente oltre che nei nostri occhi.

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  3. ..penso sia davvero il tuo miglior scatto, della storia, della vita, del e nel cuore, che continua nella sua incredula certezza.
    una grande forza!

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  4. “Ovunque (tu sia) …anche se non ci sei più,anche se non sei più, ti sento sempre vicino a me.
    (dedicata a mio padre!)

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  5. Bello, vero, ci si sente dentro il racconto. Tutti noi abbiamo almeno un “ovunque (tu sia)” da ricordare… e molti altri da dimenticare.
    Ciao bellissima

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  6. Un’altra intensissima storia scritta con la luce… il secondo capitolo di un romanzo? dai, dimmi di sì, ti prego: sono curioso di vedere come va a finire, questa intrigante serie di trasformazioni…

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  7. Quando il cuore lacrima, ogni altra attività s’interrompe, ogni impulso creativo si blocca: finchè non avrai ritrovato te stesso. Devi rimetterti in gioco, puntare su te. Solo allora tutto torna al suo posto anche ciò che sembrava così impossibile, così diverso, come un’unica foto scattata due volte.
    Un brano molto suggestivo.

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  8. mi hanno colpito molto i due scatti. per farli sei dovuta uscire fuori e metterti alla giusta distanza. chissà che cosa avresti visto scattando da dentro. e se quel microbiglietto avesse avuto il tempo di mostrarti il suo volto.
    in questo racconto è uscita fuori un po’ di più la tua anima e io mi sono commossa tanto. ti chiedo scusa ma mi manchi tanto. tvb Daniela

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  9. sono felicissima, hai dato un seguito(e una fine ) ad uno dei racconti che amo di più……Bellissimo !!!! la tua più devota lettrice!!!!

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  10. Bella pagina anche per me.
    La ringrazio di lasciarci i suoi scritti.
    ” Ovunque lei sia”!
    Ernestina.

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