“VOLEVAMO ESSERE STATUE”, DI PASQUALE VITAGLIANO

di Giovanni Agnoloni

vitaglianoHo avuto il piacere di intervistare Pasquale Vitagliano, autore di Volevamo essere statue, romanzo edito da Eumeswil per la collana “Voices”, diretta da Francesco Forlani. Si tratta di un’opera intrisa di memoria del Novecento e di tanta parte di quel “privato” che ne è fibra imprescindibile. Un bell’affresco di un’intera epoca, che partendo dallo spunto del bicentenario (nel 1989) della Rivoluzione Francese tratteggia le storie di un ragazzo e una ragazza pugliesi e di un loro nuovo amico bosniaco: sull’onda dell’entusiasmo e di una promessa da mantenere dopo vent’anni. Un quadro storico e umano che scorre in un flusso di pensieri in cui risulta difficile distinguere la dimensione personale da quella collettiva.

– Il tuo può essere considerato un romanzo storico, con precisi riferimenti alle vicende della seconda metà del Novecento. L’idea ti è nata da una passione personale, da ricordi o da cosa?

È stata una difficile prova letteraria. Ho scritto un romanzo perché avevo delle storie da raccontare e credo che queste possano aiutarci a comprendere, attraverso vite private, come è finito il Novecento. Se non avessi avuto queste vite per le mani, non mi sarei inoltrato nella scrittura di un romanzo. Vorrei continuare a scrivere buoni versi.

– L’ideale politico copre larga parte dello spettro emotivo del tuo lavoro. Che significato può avere questo elemento, in un’epoca di forte disillusione come questa?

Non si tratta di ideali politici “deboli”. Ma della rivisitazione del modo in cui per tutto il Novecento è stato considerato l’impegno politico: un’esperienza esistenziale totalizzante. Da qui anche il titolo suggestivamente “epico”, Volevamo essere statue. Le istanze di profondo cambiamento della società e dell’intera esistenza umana sono finite nelle colonne di cronaca nera dei quotidiani. Questo è il tema centrale. Intorno a questo danzano, incrociandosi, molti altri filoni e temi narrativi, spesso solo accennati. Ad esempio, è anche un romanzo sul “romanzo” come necessità narrativa storica. Il riferimento a Stendhal è evidente, ma nella mia piccola narrazione il rosso e il nero diventano i colori della roulette. Così si aprono ad un possibile discorso sul caso. Ma di statue parla anche Jacob François, biologo e Premio Nobel. La “statua interiore” è un modello che ci siamo costruiti nell’infanzia e che conferisce continuità alla vita, rappresentndoa la parte più intima, il nocciolo più duro del carattere umano. L’ elemento unificante è dunque un modello etico, la statua richiamata da titolo. Ma se crollano anche le statue interiori, è davvero la fine.

– ll “personale”, il “privato”, resta comunque una chiave specialissima per sondare la storia. È proprio vero la Storia è una sommatoria di esperienze personali?

Credo che oggi resti intatta l’urgenza di cambiare la storia. E dunque di raccontarla. E non si può partire che dalle vite private. Tutto il materiale biografico di cui è fatto il libro è autentico. Ma non è autobiografico. Gli elementi autobiografici sono presenti perché, come per i pittori, narro quello che ho visto. La scrittura è creazione. Non l’oggetto della scrittura. Ad esempio, l’idea principale del romanzo mi è venuta dalla vita di Maria Ausilia Piroddi (scomparsa proprio di recente), una bellissima sindacalista dell’Ogliastra condannata all’ergastolo quale mandante dell’assassinio di concorrenti politici. All’inizio gli investigatori avevano pensato a omicidi di mafia. Così come quando scrivevo di Paolo, che è l’unico piccolo eroe del romanzo, pensavo a Beppe Alfano, giornalista siciliano, ammazzato dalla mafia. Non è un romanzo politico. È un romanzo sulla perdita dell’innocenza, privata e collettiva.

vitagliano 2

Pasquale Vitagliano

– La tua narrazione ha un tono intermedio tra il “diaristico” e il “flusso di coscienza”. Hai dei modelli consapevoli o è uno stile che hai sviluppato in modo personale?

Su questo non direi. Almeno, non era nelle mie intenzioni. Volevo una scrittura che fosse oggettiva e poetica allo stesso tempo. Alcuni capitoli simulano articoli di giornale e in un caso ho riscritto una vera sentenza di condanna, mantenendone lo stile. Non ho modelli. Ripeto, anche perché non sono un romanziere. Sul piano estetico mi ha sempre molto suggestionato il “realismo magico” dei romanzieri sud-americani. Con grande umiltà ho cercato di produrre lo stesso effetto di straniamento sostituendo il ruolo della “magia” con la parola “poetica”. Non so se ci sono riuscito.

– Credi che il romanzo – e in particolare il romanzo storico – abbia ancora un futuro, in Italia?

Come ho già detto, credo proprio di sì. Stiamo vivendo tempi storici che definiscono il profilo di un’intera epoca. È importante pensare a quelli che verranno e poter raccontare loro che cosa è accaduto. Ma non c’è bisogno solo di narrazioni che abbiano in sé lo spirito del tempo. Per questo basterebbe l’infinita babele di palinsesti che quotidianamente costruisce la rete. Abbiamo bisogno di testimonianze più durature, solide, scritte. Non potremmo capire ciò che è stato l’Ottocento senza leggere I Miserabili. Speriamo arrivi presto un romanzo storico capace di raccontare i mondi e le moltitudini dei nostri anni. Per riuscirci bisogna avere vite vere da raccontare. Insomma, non abbiamo certo bisogno di statue, ma di orme indelebili sì.

– I tuoi prossimi progetti?

Tornare alla poesia con una ispirazione nuova. A breve uscirà la nuova raccolta, Come i corpi le cose, che completa una trilogia di opere, dopo Amnesie amniotiche e Il cibo senza nome. Ma sto pensando a una scrittura poetica più civile senza per questo diventare didascalico. I temi non mancano. Sto cercando la forma. E, come ho sempre fatto fino ad oggi, prima di scrivere leggo molto, moltissimo.

6 pensieri su ““VOLEVAMO ESSERE STATUE”, DI PASQUALE VITAGLIANO

  1. Sono convinto che il romanzo di Pasquale Vitagliano, Volevamo essere statue, continui il cammino di una difficile integrazione da parte di chi “non è di quì”.
    La cronologia dei fatti segna sempre l’orario giusto; una storia contemporanea che, però, potrebbe essere una storia di ieri e la stessa di domani.
    Bel romanzo e…lo comprerò, perchè come dice il buon Pasquale, “per scrivere bisogna imparare a leggere”. Facendo queste due elementari azioni/esercizi, leggere e scrivere, si studiano le epoche anche senza essere andati a “scuola”,quindi senza mettere il muso sui libri di storia scritti ideologicamente e falsamente all’uopo generazionale.

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  2. Caro Pasquale,
    non ho letto il tuo romanzo, ma dalle risposte che hai dato a Agnoloni me lo immagino,
    già prende forma in me come una di quelle statue di vento di cui parla
    Marguerite Yorcenar ne “Il tempo, grande scultore”. Non esiste una sola statua greca nello stato in cui la conobbero i contemporanei; scorgiamo appena , qua e là, sulla capigliatura di una Kore o di un Kuros lievi tracce di colore rossastro , lo stesso colore che ci lascia il secolo più infame della Storia, il secolo dei massacri, dei genocidi, dello scempio della Natura , della “liquidazione” totale di una cultura e di un modo di essere e di pensare , il “nostro” secolo , che abbiamo lasciato da poco.
    “Certe statue , esposte al vento marino, hanno il biancore e la porosità di un blocco di sale che si sgretola; altre, come i leoni di Delo, hanno cessato di essere effigi animali per divenire fossili imbiancati , ossa al sole in riva al mare”.
    E tali rimangono per sempre, quelle statue bellissime , soprattutto quando l’erosione è prodotta dagli elementi e dalla brutalità degli uomini : sono déi mutilati , martiri del tempo , del vento e dell’indifferenza , anche se tu ti ci impegni sodo e , da buon restauratore , cerchi di ridonar a esse una nuova dignità, una nuova bellezza, una nuova vita. Il massimo che puoi ottenere è una Vittoria di Samotracia , acefala, senza braccia, separata dalla sua mano, e con una grande ala aperta sul mare per volare. Ma non è già più donna, è solo una statua di nulla , fatta d’aria.
    Al di là delle mie fantasie, poi ti farò sapere come ho trovato il tuo romanzo.(l’ho già ordinato), magari le mie impressioni te le dirò a voce, a Terlizzi, a casa del mio grande amico Angiolino Amendolagine, il più grande appassionato di lirica che abbia mai conosciuto.
    Auguri.
    Un abbraccio.
    Augusto .

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