Giorgio Linguaglossa, Blumenbilder (Natura morta con fiori)

Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa, Blumenbilder (Natura morta con fiori), Firenze, Passigli, 2013

di Pasquale Vitagliano

Rugiada. Nella lastra gelatinosa/ della fotografia è entrato un bosco/ pieno di foglie… (…) Sono i primi versi della poesia che apre Blumenbilder (Natura morta con fiori) la raccolta che Giorgio Linguaglossa ripropone per Passigli. Tutte le altre poesie iniziano con una sospensione. … è probabile che ci siamo incontrati/ in qualche hall d’albergo di terza categoria,/ tu facevi la ballerina ed io/ il perdigiorno… Per cogliere il senso autentico di questa scelta bisognerebbe chiedere all’autore, al lettore sembra alludere ad una ripresa, ristabilire una continuità con un prima o con un altrove, annunciare una fuoriuscita. Ad esempio, una fuoriuscita dall’oscurità del silenzio attraverso l’illuminazione della parola.

“Sono trascorsi venticinque anni dalla stesura di queste composizioni (scritte tra il 1988 e il 1990). Ora sono defunte veramente”, scrive l’autore stesso. “(… ) Parole morte. (…) uno stile defunto. Oggi non riuscirei a scrivere così neanche sotto tortura.” Eppure se sono state riproposte oggi una qualche legittimazione poetica deve esserci. E forse questa sta proprio nel loro carattere caduco, nel loro essere “parole morte”, materia inerte, natura morta. Come lo stesso Linguaglossa deve ammettere, “adesso, soltanto adesso, queste parole possono anelare a un’altra vita (…).”

C’è una composizione dichiaratamente barocca in questo continuo e quasi ossessivo appello agli oggetti morti. La “parola luttuosa” di questa Natura morta con fiori, come scrive Andrej Silkin nella prefazione, “rivela il senso di colpa per la perdita del suo valore d’uso, per gli oggetti degradati ad una funzione servile, a brogliaccio di una recitazione disumana.” – noi che abbiamo amato l’oblio/ e il funesto inganno del girasole! – la ruota del vasaio che gira il vaso/ il tornio plasma il profilo della clessidra,/ l’orecchino brilla sulla tua gota e oscilla/ gli alberi spingono il vento (…) Gli oggetti appaiono esposti nell’oscurità e rischiarati solo dalla luce che promana dalla memoria. E’ il ricordo di “una vita che fu” che ri-dà vita alle nature morte di questa raccolta. Ogni oggetto viene stravolto nella sua rappresentazione non più realistica e viene collocato in una nuova dimensione spazio-temporale. Questi versi sembrano ribaltare il motto di Orazio, ut pictura poesis, che la pittura sia – o debba essere – come la poesia. E’ questa poesia che richiama la pittura.

Ed è la memoria evocata dalla poesia che salva autore e lettore dalla necrofilia. Ma forse non ci si salva in due. Questa agnizione per illuminazione è personale, solitaria. (…) la memoria è una stanza chiusa/ dove non si entra senza bussare…/ dovremmo essere in due a chiedere/ il permesso …/ ma questo il fato non l’ha concesso. Ogni tentativo di dialogo appare vano, si traduce in un’illusoria danza di automi o di maschere che si riflettono nel vuoto. Se la musica di Mozart o Chopin ci distolgono dalla contemplazione delle nature morte di Linguaglossa e volgiamo fuori campo lo sguardo, non scoviamo la vita vera, ma movimenti meccanici di esistenze vissute e già finite, di cui possiamo solo parodiare le movenze, (…) come Arlecchino e Colombina/ esausti di errori – gli orrori sono il nostro elemento freddo: tu dici: il gallo/ non mi spaventa, non è orribile,/ ma ti sbagli: siamo omologhi come due/ orologi, come due sfere di cristallo. Ed è irresistibile il rimando alla danza funerea con manichino del Casanova felliniano e al suo metronomo sessuale. … l’occhio con il quale ti guardo è l’occhio/ con il quale mi guardi, i nostri sguardi/ formano un’essenza, una realtà/ vacuiforme… (…)

Se in questa “sinfonia del tramonto”, come la definisce Silkin, il dialogo è muto, persino lo scontro è una drammaturgia, Macbeth e Amleto sostituiscono Arlecchino e Pierrot. Cambia il sipario, non cambia la realtà. Non cambia la vita. lo stridore di ferrei scudi/ e clangore di elmi e la battaglia schiumeggia… (…) e tu non scorgevi/ gli armati nel cortile irrompere/ lo scalpitare dei cavalli con gli elmi lucenti/ e le spade immergere nel sonno. C’è una battaglia. Ma non c’è la lotta.

Eppure questi versi misconosciuti non sono esangui. Non si limitano a far danzare i fantasmi. In qualche angolo nel buio il contatto vero alla fine c’è (o c’è stato). Ne resta la memoria, come pure l’annuncio. E questo scontro produce dolore. E se c’è dolore, c’è vera vita. (…) ti amo/ nell’inquietudine come il bersaglio/ ama il coltello che lo raggiunge,/ come il pescatore ama il corallo/ che strappa dal fondo del mare,/ con la bocca muta/ d’un pesce ti bacio le pallide labbra,/ e il ronzio d’un nido di mosche e di vipere. E in un altro angolo oscuro di questa fantasmagorica rappresentazione barocca, c’è un libro intonso che non abbiamo letto/ un filo sottile che un sarto sagace/ ha intessuto con infinito nitore (…) la poesia non è più muta. (…) il silenzio è eloquente/ come un fiotto di sangue o un singhiozzo/ o un verso disperato (…)

In questo verso disperato c’è l’avvento di un’esistenza autentica e di una poesia nuova.

Il nostro destino era pallido e diafano/ come il binario del tram della città lituana/ come il sentiero nel bosco di pini e betulle/ che calpestavamo.

Rugiada. Nella lastra gelatinosa

della fotografia è entrato un bosco

pieno di foglie… hai ripreso a respirare

come il profilo di Simonetta Vespucci!

all’orizzonte, dietro il tuo ritratto,

s’intravvedono uomini armati che

scherniscono un prigioniero con le mani

legate che sostiene una croce;

una folla di pellegrini e pastori

li seguono; più oltre non posso gettare

lo sguardo: il limite esterno rivela

la cornice – la storia disegna il teatro

del mondo, sopprime le comparse

inutili e resuscita i fantasmi –

ma noi, dietro il diaframma, enigmatici…

il mio ritratto osserva il volto

del tuo ritratto; due parvenze, o due essenze!

stormiscono gli alberi; un lieve vento

inanella i tuoi capelli; tu sorridi

come la vittima al carnefice; sei sola

nella tua casa veneziana, slacci

il busto e ti avvicini alla mia ombra;

una farfalla si arresta sul tuo gomito

e tu sorridi fra i tre alberi in fiore

e i tre ritratti…

in una piega del tuo volto abita una stella.

dietro la parete vi sono tre vascelli

idrocaedro invisibile che non hai mai

visto; ma tu sospetti… e aspetti

che da una fessura esca uno stormo di uccelli

e una nuvola di anelli…

ma noi, dietro il diaframma, prismatici

*

… ti consegno, mia regina, flebilmente la mano

affinché tu mi conduca nell’ampio

salone dove intreccia un drago invisibile

la sua danza… un’orchidea sul mio petto

lampeggia, la mia vasta fronte inclina

il suo algido fulgore verso il tuo guardinfante

e tu stai seduta al pianoforte che azzurreggia….

sulla mensola del camino San Giorgio

sul cavallo impennato trafigge il drago,

nella reggia dell’Escuriale il re e la regina

intrecciano i passi, guerreggia sul tuo volto

bianchissimo la mia notturna paralisi…

(c’è nel vuoto un drago che aleggia!)

il sipario noctiluco si agita…

la fantesca attende i tuoi ordini recisi

la notte farsesca introduce i suoi incubi,

gli istrioni e gli iloti chiedono l’ingresso…

(i sonagli del sonno!)… il fruscio

delle vetrate screzia il nostro luttuoso silenzio…

come Filippo II attendo i cadaveri

relegato nell’Escuriale, il bollettino

mattutino macchiato di decessi

e di sangue…

tu, mia luttuosa regina, canti un’aria

del Don Giovanni di Mozart

e oscilla la tristezza del tuo busto

che ti scopre le spalle sottili

mentre io febbrilmente attizzo il fuoco,

nel camino che dardeggia…

c’è nel vuoto un drago che aleggia…

*

… l’incorruttibile secessione della mia

anima dalla sua tomba nell’aria!

il tuo volto osserva il mio volto,

entrambi fregi intessuti nel chiuso

ordito di un arazzo fiammingo, raggio contro

raggio, stelle che rincorrono stelle,

geroglifica trama di inconsistenza,

miriadi di relitti che osservo

con occhio impassibile fluire…

della mia retro esistenza non mi resta

che una scia di oggetti che ho obliato…

l’inafferrabile tendaggio! la sostenutezza

del tuo rigido busto e le deboli spalle

rivelano risolutezza, ardimento…

monade di inconsapevoli delitti

il tuo profilo…

sotto il pallido incarnato mormora

il tuo sangue: un sussulto, un brivido

che non riconosco…

ti parlo con la tranquilla ossessione

di una tomba, ti amo

nell’inquietudine come il bersaglio

ama il coltello che lo raggiunge,

come il pescatore ama il corallo

che strappa dal fondo del mare,

con la bocca muta

d’un pesce ti bacio le pallide labbra,

e il ronzio d’un nido di mosche e di vipere

*

… abitavamo la dacia lungo il fiume

dalla molta acqua e il giardino ci conduceva

nel bosco di betulle, l’ombra dei rami

degli alberi sul quadrante del tempo

ci indicava la palliditas, scendevamo nel sonno,

conoscevamo la palliditas della pallida

luna – abbiamo sognato? – l’orso ci accompagnava

nella barca e l’eletricka ci conduceva

nella diafana Sìgulda sui laghi dove le papere

affondano

il nostro destino era pallido e diafano

come il binario del tram della città lituana

come il sentiero nel bosco di pini e betulle

che calpestavamo

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Czeslaw Milosz. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005 con Dante Maffìa. Nel 1995 firma, con Maffìa, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. È del 2006 La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo». Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) e il romanzo Ponzio Pilato; nel 2011 Dalla lirica al discorso poetico. La Poesia italiana dal 1945 al 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea, Società Editrice Fiorentina, Firenze.

8 pensieri su “Giorgio Linguaglossa, Blumenbilder (Natura morta con fiori)

  1. un critico agguerrito come Linguaglossa ha anche un grande coraggio a “esporsi” come poeta.E’ una mossa che mi lascia sempre imbarazzata.
    l.f.

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  2. Spiego le ragioni del mio imbarazzo: non molti mesi fa sentii dire a Giorgio Linguaglossa queste precise parole: “un buon critico non può mai essere poeta e viceversa”. Certo la coerenza con le proprie posizioni non è dei nostri tempi.Basti guardare alla politica. E’ tutto un rimescolamento….

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  3. Rosa, senza alcuna volontà di polemica: la scrittura sfida continuamente la “contraddizione”. Basta leggerne l’elogio scritto da Leonardo Sciascia. Non vedo poi cosa c’entri la politica e il rimescolamento. D’altra parte, avrai letto che si tratta di versi molto “antichi” e che lo stesso Linguaglossa definisce “defunti”. E la poesia è sempre altro da chi l’ha scritta. Ti saluto con stima sincera.

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  4. mi dispiace per Rosa Salvia, ma io non ho mai pronunciato una frase come quella che lei mi attribuisce, che “un buon critico non può mai essere un buon poeta”. Basta sfogliare i miei libri di critica: non si troverà mai una affermazione così banale ed è smentita dai fatti, anzi, ho sempre scritto innumerevoli volte l’esatto contrario: che un grande poeta è sempre un ottimo critico. Gli esempi? sono innumerevoli: Dante Alighieri, Blok, Eliot, Pound, Mandel’stam, Brodskij, Milosz, Auden, W.C. Williams, W. Stevens, Enzensberger, Fortini, Pasolini, Ripellino, Raboni, lo stesso Cucchi è un ottimo critico… etc. (non la vorrei fare lunga). Dirò di più: io non mi qualifico quale “critico”, ormai i critici puri non esistono più, io sono semplicemente un contemporaneista, concetto estremo e sempre in bilico di scomparire. Che è un’altra cosa. E non mi qualifico nemmeno quale “buon poeta”; non sta a me darmi il voto.

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  5. Devo aver mal interpretato! Non sarebbe la prima volta! E’ un mio limite non riuscire spesso a comprendere le riflessioni di Giorgio Linguaglossa. Peraltro si era insieme in un “banchetto poetico” e il mio cervello piccolino era forse annebbiato dai fumi dell’alcool. Eppure sono astemia.

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