Verbo e carne, di Silvia Angeli

chiesa

Cosa c’è da predicare? È tutto abbastanza chiaro. Verbo e carne
Cormac McCarthy

La messa della sera è la più difficile da officiare. L’affanno si deposita come polvere sui mobili e niente ha più audacia o sapore: la vita stessa indietreggia, si trattiene. Clemente, offre la sua candidatura per il giorno dopo. C’è bonaccia, ma non sollievo.
I gesti dei fedeli sono meccanici e frettolosi, e anche lui pare poco convinto. Nessuno che osi nemmeno soffiarsi il naso o far cadere il libro dei canti: si confondono l’uno con l’altro – tutti fratelli, tutti agnelli – nell’unità indistinta dei vespri delle sette.
“Il servo del Signore serve messa in sottana e a che serve il sermone?”, come una tiritera, gira e rigira in testa e per un momento pensa che potrebbe anche dirlo a voce alta.
Invece: “Amen” fa il pastore; “Amen” le sue pecore.
Dopo il segno di pace si respira gratitudine, ma è quella gratitudine paziente e doverosa di chi mendica perché nient’altro sa fare.
“La messa è finita, andate in pace” digrigna ormai rabbioso e sfinito: a quella manciata di impotenti, umanità sconfitta, la benedizione suona più come una condanna.
Ormai solo all’altare, lancia un’occhiata fugace al crocefisso: un figlio di dio che guarda il Figlio di Dio. Ed è proprio la voce del Signore che, amareggiata, domanda: “Ma mi vuoi almeno un po’ di bene?”
È il primo uomo e forse anche l’ultimo sulla terra.

Nel sogno disegnava un paesaggio su un grande foglio bianco. Il tratto era elegante e preciso e la mano scivolava senza sforzo sulla carta coprendola di invenzioni e dettagli e meraviglie.
All’improvviso, alte e imperative, le lodi dell’insegnante risuonarono dalla cattedra: “Gran bel lavoro, gran bel lavoro!”
Lui si fermò, sorpreso e infastidito dall’interruzione: “Lo so da me” e già si accingeva a riprendere a disegnare.
Ma quello, cretino e incrollabile, continuava imperterrito: “Gran bel lavoro!” finché a lui parve che non si trattasse affatto di un’impresa degna di nota.

L’aveva riconosciuta subito e senza esitazione: un vestito semplice, i capelli raccolti e quell’aria dolce e un po’ malinconica. La piccola mano che s’immerge quasi furtiva nell’acqua, poi il segno della croce e le labbra che si muovono rapide come a pronunciare un incantesimo.
D’istinto due, tre passi in avanti, verso di lei con gli occhi che ridono: “Ciao” e la voglia di un abbraccio. Un profumo di casa, un profumo di rosa. Ricorda perfettamente l’istante in cui è cominciato a precipitare.

Peccato è intenzionale. Peccato è fare male. Peccato è saltare a piedi uniti dentro al fosso. Peccato è il fondo rosso della bottiglia. Peccato è l’eccesso. Peccato è il sesso. Peccato è lo stesso. L’hanno chiamato originale e si è sempre ripetuto: non ha avuto la prontezza di cambiarsi, la scaltrezza di nascondersi, l’acutezza di evolvere.
Ma quelle mani, quella faccia e quelle ossa con il peccato non hanno proprio niente ha che fare. E quelle gambe, quelle braccia, quel seno, quegli occhi ci sono sempre stati: prima del fango, prima dell’intenzione, prima anche di Lui.

Un bicchiere con latte e miele per la sua gola ferita. E un goccio di brandy per il suo cuore ferito. Il telefono, impertinente, esplode mentre lui legge di cose profonde e delicate nel suo studio.
“Pronto”
“Pronto”
La sua voce non le somiglia per niente, e per fortuna.
“Ti disturbo?” Dev’essere questo il suono dell’urgenza, questo il suono dell’aspettativa.
Lui prende una sigaretta e se l’accende, prima di rispondere “Sì”.
Lei ride e lui pensa che mai veramente ha udito qualcosa di più bello e imperfetto assieme.
Poi all’improvviso: “Posso passare?”
Un’altra boccata di fumo, e stavolta lo fa uscire dal naso perché la bocca gli serve libera per poterle rispondere: “Sì”.
“Sì”: in fondo è ancora obbediente e servo. La sua devozione ha solo cambiato padrone.
Lei riattacca e lui nemmeno se ne accorge: quante altre volte potrebbe urlare “Sì” dentro alla cornetta? Fino alla fine dei tempi.
Un sorriso gli ha incrinato le labbra e se ne rimane lì, determinato e fuori luogo come un ospite non invitato.

Signore, Signore pietà di me e della mia carne e pure della mia anima. Soprattutto della mia anima. Sono debole e sono più forte perché sono più debole. Ti avverto: tutto potrei fare, non c’è davvero nulla che non potrei fare.
Non so nemmeno più pregare, balbetto solo, e se tu sei una spugna che tutto assorbe, io sono un secchio bucato che niente trattiene.
Già so che non resisterò. Mancherò e ti tradirò, ti volterò le spalle, ingrato e sciocco, perché non ci saranno nemmeno trenta denari ad attendermi. Ma non dirmi che ti sorprende. Lo sapevi, come sapevi allora e come hai sempre saputo. Qualcosa ti ha mai stupito? Sei mai stato sconvolto?
E allora fai che tutto si compia come deve, anche la rovina.

I passi di lei sono leggeri sul parquet: si dev’essere tolta le scarpe per non svegliarlo. La camicia stropicciata, il maglione grigio e i pantaloni di velluto sono appesi alla sedia e fanno un’impressione strana, quasi avessero cospirato e lottato per espellerlo fuori e si stessero ora riposando per il tremendo sforzo.
Cos’è stato di lui, cos’è stato di ieri sera? Ormai è sveglio, e lei se n’è accorta: in un attimo è lì a fianco.
“Come stai?”
La gola è piena di catarro e verità che preme per uscire, eppure: “Bene. Bene”
La mano sulla fronte, in un gesto quasi materno. Troppo tempo è passato da quando qualcuno l’ha toccato così. Goccioline di sudore sulle tempie: pare che i pensieri razionali si siano condensati e lo stiano lasciando, colandogli lungo la faccia, il collo.
Sente che sta per dirlo, potrebbe veramente dirlo.
“Senti, secondo me…” comincia lei.
“Io ti amo”.

L’aveva detto molto spesso a sua madre, quand’era piccolo. Poi a nessun’altra donna, perché nessun’altra donna se l’era mai meritato. Una volta l’aveva detto al suo Dio senza nemmeno rendersene conto e non aveva saputo che fare. Poteva essere sbagliato? Probabilmente lo era, ma in confessione, davanti a quel prete vecchio e rigido, gli era mancato il coraggio. Da allora lo ripeteva quotidianamente e con accanimento, provando un piacere segreto e sottile. Era un uomo veramente ridicolo.

Silenzio, come prima e dopo la creazione: lo stesso silenzio della tentazione che si incarna; lo stesso silenzio che segue uno spavento.
Lei non si è mossa, mentre a lui pare che la terra abbia orbitato cinque sei sette volte attorno al sole. Come un bambino impaziente le tira la manica: “Dì qualcosa”.
“Non me l’aspettavo” ammette candida.
“Già” fa lui. “Già”. Un sospiro lungo, stanco che precipita subito in un accesso di tosse.
“Non è facile”.
“No”
Parlano del loro destino come si parla del tempo o dei progetti per le vacanze estive: con incoscienza e ingenuità. “È proprio così che capita ai puri di cuore. O agli stupidi” pensa lui.
Di nuovo silenzio.

Acqua, acqua gelida per lavarsi via dalla faccia ogni dubbio, ogni tremore. Come Francesco e troppi altri prima di lui.
Fuoco che deve essere spento, ardore che deve essere sopito. Ma perché?
Lui così bene conosce il verbo “dovere”, e così bene lo capisce. Conosce anche il Verbo, quello maiuscolo, ma non l’ha mai compreso interamente.

In cucina a fumare nel bel mezzo della notte. Incapace di prendere sonno, ormai incapace si affidarsi e fidarsi: “Ho smesso. Ho smesso” ripete tra sé e sé e già si crede folle.
Fa freddo ed è buio, quasi un’oscurità completa, disturbata solo dalle spie accese degli elettrodomestici. Lui pensa: “Spie! Spie veramente! Per chi lavorate? Lasciatemi solo, lasciatemi scuro!”
Quanti prima di lui hanno avuto una notte come quella? Quanti San Giovanni della Croce nascosti nella storia? E adesso pecca anche di superbia.
Se potesse veramente sopravvivere fino al mattino, fino alla prima luce, sarebbe veramente un miracolo e forse sarebbe facile tornare a credere. E allora pregherebbe, s’inginocchierebbe a ringraziare l’Altissimo, e lo sentirebbe vicinissimo, potrebbe addirittura toccarlo. Una mano sulle spalle, e in tono ammonitore: “Figliolo, tu credi per credere, preghi per pregare. Che cos’altro ti possa veramente insegnare? Qui c’è una tremenda confusione tra mezzo e fine, ma non preoccuparti: io ti ho con me”.
Ma si è scoperto uomo ed errore troppo presto, e adesso è solo lui la misura delle cose.

Corre veloce come mai ha corso in vita sua, scalzo e ubriaco di terrore. Chi lo insegue con un forcone, chi con una torcia accesa. Strascichi di medioevo e tutti gli uomini sono giudici. Ormai è accerchiato: deve consegnarsi. “Vergogna! Vergogna!” gli urla il barbiere gli occhi piccoli e cattivi e la bava alla bocca. Un ragazzo già raccoglie il primo sasso: lo colpisce in faccia, il labbro si spacca e un fiotto di sangue gli bagna la faccia. Lui inghiotte e sputa, e il secondo sasso arriva preciso e violento, e poi il terzo e il quarto.
“Ma io la amo! Io la amo forte!” grida prima di crollare sotto il peso di quella montagna di libero arbitrio.

“Questo è l’ultimo?” domanda lei, sollevando lo scatolone. Lui fa cenno di sì e la guarda allontanarsi. L’appartamento è vuoto e spoglio come l’aveva trovato tanti anni fa. Lentamente, s’inginocchia sul pavimento duro, chiude gli occhi e sussurra una preghiera. Le parole gli escono facili e la voce mai s’incrina. Pare una beffa, tutta questa sicurezza, proprio lì, proprio ora. Ma non importa: il fulmine lo colpirà adesso, o mai più. Dopo poco si ferma perché non c’è veramente altro che può dire, non a Lui.
Quando riapre gli occhi, tutto esiste per la prima volta.

[L’immagine è tratta da qui]

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